Le alluvioni a Catania nel portolano di al-Idrīsī e gli sconvolgimenti climatici sul Mediterraneo dei nostri giorni

Le alluvioni a Catania nel portolano di al-Idrīsī e gli sconvolgimenti climatici sul Mediterraneo dei nostri giorni

Nov 2, 2018

Il 3 ottobre 2018 la città di Catania è stata oggetto di un grave fenomeno di allagamento che ha colpito la Via Etnea, arteria storica della città, e sede della passeggiata della “Catania bene”.

Catania alluvione 3 ottobre 2018

Cicloni, uragani, vortici di bassa pressione generano allarme e stupore nel Mediterraneo, le notizie corrono veloci sul web. Ma è un fenomeno poi così nuovo?

No, è successo già il 6 dicembre del 2016, il 9 settembre 2015, il 21 ottobre del 2015, il 4 ottobre 2014, il 21 febbraio 2013, e potrei continuare a ritroso per diversi anni. Basta una breve ricerca su Google per ricostruire la cronologia degli eventi.

Sotto la strada, come i catanesi ben sanno, scorre il fiume Amenano, del quale una porzione che scorre a cielo aperto è visibile, ornata da una magnifica fontana appena sopra le scale della storica Pescheria.
Descrive al-Idrīsī nel suo libro Kitāb nuzhat al-mushtāq fī ikhtirāq al-āfāq: Il libro del piacere di chi anela varcare gli orizzonti, meglio noto come “Il libro di Ruggero”.

Il suo proprio fiume [l’Amenano, presenta] una grande maraviglia e un fenomeno curioso e raro a trovarsi nel mondo; cioè che, in alcun anno, cresce in tal piena che vi si pianta de’ molini, e che diramasi in parecchi wâdi per le vie della città; in tal altro anno poi, s’asciuga da non vi si trovar più [una gocciola d’] acqua per bere.” ‒ al-Idrīsī 

Nella tradizione geografica e cosmografica araba, il mondo veniva diviso non a caso in sette “climi”, disposti secondo un sistema pratico per determinare la latitudine, basato sulla durata del giorno (periodo di luce) più lungo dell’anno, ossia del giorno del solstizio estivo.

I climi erano quindi delle fasce più o meno larghe, e la descrizione che veniva fatta della terra, era la più completa e analitica che si potesse ottenere secondo le osservazioni scientifiche dell’epoca. Lo studio geografico in senso stretto veniva comparato con le altre dottrine, dalle scienze naturali all’astrologia, in un compendio enciclopedico che tanto ricorda le “scienze della terra” che abbiamo studiato al liceo.

Catania alluvione 9 settembre 2015

I cambiamenti climatici sono sempre esistiti, ma oggi possiamo assistere a una modificazione globale senza precedenti, dove le cause naturali giocano un ruolo secondario e in cui l’essere umano, attraverso il progresso tecnologico, l’eccessiva e incontrollata costruzione, rischia seriamente di provocare enormi catastrofi.

Eccessiva costruzione, deforestazione, imbrigliamento dei fiumi, surriscaldamento globale, stanno accelerando questi processi, e i periodi di instabilità metereologica stanno imperando sul Mediterraneo.

Ma la catastrofe più grande, non sta solo nell’arrivo di ondate di eventi distruttivi e che genera evidenti danni materiali, quanto nella incapacità oggi giorno di aver memoria culturale degli avvenimenti passati e trarne esperienza.

Se a distanza di appena 900 anni, come narrato nel Libro di Ruggero, abbiamo dimenticato che già ai tempi l’uomo era a conoscenza delle inondazioni dell’Amenano, possiamo oggi meravigliarci se una città finisce periodicamente sott’acqua, e imputare tutto solo al maltempo e a una presunta o reale incuria amministrativa?

E dei danni a Riva di Traiano, Rapallo e in mezzo Tirreno degli scorsi giorni? Che possiamo dire?
Andiamo ancora indietro nel tempo, e spostiamoci in Grecia, ad Ascra, a cavallo tra VIII e VII secolo a.C., scriveva Esiodo al fratello Perse, sulla navigazione:

“Odimi poi, se brami del mare affrontare i perigli./ Allor che d’Orione fuggendo la furia selvaggia,/ cadon le Plèiadi giù, nell’azzurra caligin del mare,/ di tutti i venti in furia si sfrenano allor le procelle./ Navi non spingere allora nei gorghi purpurei del ponto,/ e attendi, senti me, nei modi ch’io dissi, alla terra./ Tira la nave a secco, di sassi un eccelso riparo/ alzavi tutto attorno, che frenino gli umidi venti,/ fa’ nella chiglia un foro, perché non marcisca alla pioggia;/ e poi tutti gli attrezzi ripara con ordine in casa,/ ripiega bene l’ali del legno che vola sul ponto,/ l’equilibrato timone appendi di sopra al camino,/ e attendi poi che giunga stagione propizia alle navi.” – Esiodo, Le opere e i Giorni

La memoria culturale circola attraverso le forme del ricordo, le quali originariamente sono un fatto che riguarda le feste e la celebrazione rituale. Finché i riti assicurano la circolazione del sapere garante dell’identità all’interno del gruppo, il processo della trasmissione si compie sotto forma di ripetizione.

Catania alluvione 21 febbraio 2013

Successivamente a questo arriva la registrazione della memoria storica. Attorno alle navi tirate in secco per l’inverno, venivano creati dei ripari contro i forti venti che spiravano in Mediterraneo. Questo viene fatto anche nelle aree soggette agli uragani, dove le barche vengono posate in fosse scavate nel terreno, proprio per evitare le cadute dagli invasi in metallo (magari intraversati al vento), le cosiddette “hurricane holes”.

La coscienza dell’appartenenza sociale, che chiamiamo identità collettiva, si basa sulla partecipazione a un sapere e a una memoria comuni, trasmessa in virtù del fatto di parlare una lingua comune o più generalmente, attraverso l’impiego di un sistema simbolico comune. Infatti non si tratta qui solo di parole, frasi e testi, ma antropologicamente parlando, anche di riti, musiche, edilizia, costruzioni, del mangiare e del bere, di monumenti, immagini, paesaggi.

E l’archeologia del paesaggio culturale ci presenta ai primi del ‘900 le immagini fotografiche e le descrizioni delle imbarcazioni tratte in secco sulla spiaggia e disarmate per l’inverno, anziché ormeggiate ai pontili. Succedeva Ad Aci Trezza come a Marzamemi, a Sorrento come a Lerici. Ne canta e ce ne fa ricordare ai nostri giorni la sicilianissima Carmen Consoli in Pioggia d’aprile:

“Pioggia d’aprile, sui litorali, desolate/ Si adagiano le imbarcazioni dei pescatori” – Carmen Consoli

Su Youtube, durante il MediCane di fine settembre 2018, un video riprendeva un porticciolo vicino ad Acireale (CT) dove un personaggio cercava scampo tra le barche che affondavano e il pontile galleggiante impazzito sotto le ondate, mentre le barche tratte in secco erano al sicuro.  Evento straordinario, certo, ma annunciato. E ancora una volta possiamo affermare che non era la prima mareggiata che investiva la Sicilia.

I vecchi pescatori lo sapevano bene. E i giovani? Forse già hanno dimenticato la burrasca forza 9 su Aci Trezza del 13 marzo 2012, sommersa da decine di migliaia di altri post, di altri like, di altre distrazioni e input da cui ci lasciamo inconsciamente bombardare.

Aci Trezza – Uragano MediCane

L’importanza della memoria assume così un ruolo determinante, attivo, dinamico, e non solo documentale: la distruzione della cultura passa dalla distruzione della memoria e la distruzione della memoria si attua attraverso l’annichilimento dei testi che la compongono e l’isolamento dei soggetti capaci di pensare ‒ e organizzare ‒ la trasmissione del sapere.

La morte di un intellettuale al quale sia impedito di trasmettere è paragonata dal linguista russo Jurij M. Lotman alla distruzione della Biblioteca di Alessandria.

“Il fuoco distrugge, ma ancor più pericoloso del fuoco è il fumo che può saturare l’universo/ambiente culturale che avvolge l’uomo, ambiente dove le singole culture si relazionano, ibridandosi e favorendo la reciproca evoluzione.” ‒ Jurij M. Lotman

Un’evoluzione che non è un semplice «progresso tecnico-scientifico», ma “ecologia” della società umana. Cultura, spiega ancora Lotman, è “quell’atmosfera che l’umanità crea attorno a sé per continuare a esistere, ovvero per sopravvivere. In questo senso, la cultura è una nozione spirituale” e, al tempo stesso, una tensione etica ‒ fra sé e il mondo ‒ ineludibile per l’intellettuale.

La cultura sopravvive solo grazie a una mite intransigenza, eppure oggi sentiamo sempre più spesso dire “per colpa del maltempo oppure “ la natura si ribella” “la natura sistema tutto da sé”, ma la capacità di non darsi alibi, incolpando gli eventi atmosferici, unendo vita e pensiero, dovrebbe essere la caratteristica di ogni individuo pensante.

Parlare non costa nulla, e oggi ognuno può farlo, i social sono pieni di chi sente la necessità di scrivere qualsiasi cosa passi per la mente, ma son sempre cose ragionate?

Fondere vita e pensiero è difficile perché la realtà, che oggi si mescola tra reale e virtuale, invita spesso a sacrificare le proprie idee e al non pensiero.

L’intelligenza, d’altronde, è prima di tutto una qualità dell’uomo che ha ricevuto un’educazione, un intellettuale. La principale di queste qualità? Temere la menzogna come si teme il fuoco.

Daniele Izzo

Cominciamo a non mentire a noi stessi: “Non solo l’evento non è eccezionale, negli ultimi anni casi simili sono diventati più frequenti rispetto al passato, ma soprattutto non si tratta del primo uragano della storia del Mediterraneo!”, ha dichiarato il meteorologo Daniele Izzo riguardo al MediCane, termine coniato ad hoc per il primo – ma non unico –  dei numerosi vortici di bassa pressione che hanno investito il Mediterraneo nell’ultimo mese.

Cosa sta succedendo allora? Siamo così alienati da stupirci del maltempo? Non siamo più capaci di far fronte ad esso? Siamo solo in cerca del mirabile da mostrare per ottenere like e commenti sui social? Non solo: la realtà risiede anche nel fatto che il Mare Nostrum sta rispondendo al surriscaldamento globale molto rapidamente. In particolare, l’evaporazione, la temperatura e la salinità delle acque aumentano ad un ritmo due volte e mezzo maggiore rispetto alla seconda metà del XX secolo, e superiore a quello degli oceani.

Lo dichiarano su Scientific Reports un gruppo di oceanografi dell’Istituto di scienze marine del CNR, del National Oceanography Centre di Southampton e dell’Institut National des Sciences et Technologies de la Mer di Salamboo, inTunisia.

Se potessimo consultare una mappa delle isobare di un secolo fa, avremmo potuto osservare una situazione meteorologica che da diversi anni non si verifica più con la consueta ciclicità che conoscevamo: nel mese di giugno, circa tra la terza e la quarta settimana, avremmo potuto vedere un cono di alta pressione che dall’Atlantico si protendeva verso il Mediterraneo: questo fenomeno fu chiamato Anticiclone delle Azzorre.

L’alta pressione iniziava ad affermarsi sull’Europa, in particolare sul Mediterraneo, e caratterizzava le estati con un periodo di stabilità metereologica, frammentata solo dal passaggio di qualche veloce fronte proveniente dal nord Atlantico.

L’estate si mostrava gradevole, con temperature che si portavano di poco oltre i 30°C al nord Italia e qualche grado in più al centro sud.

L’alta pressione delle Azzorre non raggiungeva mai alti valori di pressione, e solo sui monti e occasionalmente in pianura si manifestavano temporali termici di breve durata e mai violenti salvo casi molto rari.

Alta pressione delle Azzorre

Quando qualche fronte freddo penetrava dal nord Atlantico, questo si manifestava associato a piogge che spezzavano il caldo al nord e parte del centro Italia, mentre al sud arrivava solo qualche fronte di aria instabile, rimescolata e la cui forza si era ormai esaurita.

L’estate terminava solitamente a fine agosto con la cosiddetta “tempesta equinoziale”, causata da un fronte freddo molto più intenso dei precedenti che giungendo dal nord est europeo, faceva breccia nella propaggine nord orientale dell’anticiclone, portando i temporali sull’intera penisola. A settembre la situazione poteva recuperare stabilità, e si poteva verificare un seguito dell’estate con temperature più miti.

Da una ventina di anni, questa ciclicità e queste situazioni meteorologiche non si verificano più, e molti capitoli della meteorologia del Mediterraneo andrebbero aggiornati.

L’alta pressione che rimane in Atlantico non esercita più la sua funzione di cuscinetto fra masse d’aria con caratteristiche molto diverse, in primis temperatura e umidità. Il tempo meteorologico non “ragiona” più lungo correnti che seguono i paralleli, o per dirla come al-Idrīsī, i climi, bensì queste correnti, scendono o salgono “seguendo” i meridiani, con il risultato che possono facilmente incontrarsi o più precisamente scontrarsi masse di aria fredda e secca, con aria calda e umida.

Questo ci spiega perché l’anticiclone delle Azzorre ha smesso di insinuarsi sul Mediterraneo, rimanendo in Atlantico o puntando sulla Groenlandia secondo un asse sud-nord, e l’estate mediterranea ha cambiato aspetto lasciando campo libero ad altre situazioni meteorologiche, in particolare alla bassa pressione nord africana, e in misura minore alle correnti fredde provenienti dal nord Europa oppure dal nord Atlantico.

Dagli anni ’80 ai primi anni 2000 abbiamo assistito ad un continuo alternarsi di estati in cui l’aria calda africana si dirigeva verso il centro sud europeo, e nell’estate 2018 si è spinta fin sulla penisola scandinava, sommandosi all’anticiclone delle Azzorre, che, spintosi sino all’Inghilterra e sommatosi alle correnti calde, ha contribuito a generare i fenomeni di siccità e numerosi incendi nel nord Europa.

Mentre in Mediterraneo cosa accade? Come abbiamo visto, le grandi aree di instabilità proliferano i fenomeni estremi. Correnti fredde di origine sub polare vengono a contatto con altre calde di origine sub tropicale con conseguenti manifestazioni temporalesche molto intese e in alcuni casi devastanti. Nelle ultime settimane ne son state un esempio la bassa pressione e l’aria calda africana che ha generato il Medicane.

La Sicilia orientale sta registrando un aumento degli episodi alluvionali, che comunque hanno sempre rappresentato un fattore di normalità del clima di queste zone, ed una intensificazione della loro forza.

Mussomeli – Caltanissetta – febbraio 2005

I comuni del messinese hanno avuto un maggior numero di episodi piovosi intensi, e anche la Sicilia meridionale ha visto aumentare le piogge, ci sono stati protratti periodi temporaleschi nella stagione calda: non dimentichiamo il mese di giugno del 2005, quando la Sicilia centrale e, in particolare Caltanissetta, fu alluvionata da una serie infinita e ripetuta di temporali e in cui anche il palermitano ha visto aumentare la frequenza dei temporali estivi.

Le caldissime estati degli anni ‘90 sono state sostituite da nuove, con carattere decisamente autunnale dove a farla da padrone sono le correnti fredde nord atlantiche che sul Mediterraneo si scontrano e si mescolano con quelle calde africane, generando instabilità.

Il cielo è spesso grigio con forti rovesci, le temperature massime non salgono oltre i 20-23°. È successo ancora nel periodo estivo del 2002 o nell’agosto 2006.

Basti pensare ai temporali violentissimi (solitamente a causa della formazione di supercelle), che hanno interessato negli ultimi giorni l’Italia. I temporali di tipo supercella possono innescare forti raffiche di vento nelle linee di groppo (anche oltre 90 Km/h), e purtroppo anche trombe d’aria. Fra il 25 e il 26 giugno 2007 c’è stato un altro scontro di masse sub polari e sub tropicali con temporali violenti sull’Europa centrale, e pianura padana.

È ormai certo che le modiche applicate dall’uomo all’ambiente (emissione gas serra, deforestazione, moltiplicarsi di aree urbane ecc), stanno modificando il clima terrestre. La temperatura si è innalzata di quasi 2 gradi nell’ultimo secolo: Catania nelle prime due decadi del XX secolo ha registrato, rispetto all’ultima decade del XIX secolo, un calo termico successivamente superato dall’aumento delle temperature che c’ è stato tra gli anni 20 e gli anni 50, un aumento – rispetto alla media del primo ventennio – di ben 1,3°C.

Tra gli anni ’60 e ’70 le temperature in città sono tornate a diminuire registrando lo stesso raffreddamento dei primi anni 20. A questa diminuzione è seguito un nuovo aumento termico rispetto alla media degli anni ’70 di 1,5°C, aumento che viviamo tutt’oggi.

Tirando le somme il periodo 1990-2006 ha registrato una media termica annua di 18,8°C, quasi 1°C in più rispetto al trentennio 1960-1989 e, addirittura, 1,8° in più dei primi venti anni (i più freddi) del XX secolo. Se nei primi anni del secolo scorso gli anni si chiudevano con medie di 17°C, oggi siamo nell’ ordine dei 19°C.

Diventa facile comprendere che l’assenza dell’anticiclone delle Azzorre e l’aumento della temperatura siano da imputarsi agli effetti provocati dall’uomo, associati ai normali cicli naturali.

Catania – Archi della Marina 1900 e 2018

Ora però i cambiamenti si stanno verificando ad una velocità impressionante, i normali fenomeni temporaleschi che son sempre avvenuti raggiungono oggi una violenza a cui ancora non siamo preparati ed è impossibile pensare che l’uomo abbia una capacità di adattamento ai cambiamenti climatici così veloce.

Stiamo modificando l’ambiente in maniera troppo rapida e violenta, e la reazione avverrà in modo altrettanto veloce e violento, tanto da sconvolgere l’animo di chi oggi osserva questi fenomeni che ci sembrano così nuovi, ma che in realtà sono una acutizzazione di ciò che già avveniva in passato.

Per chi come me, classe 1984, ha studiato negli anni 90-2000, quel che ci è stato insegnato, è stato di rapportarci in modo diverso con la natura, ad avere un senso di responsabilità nel mondo in cui viviamo, dal politico più potente al comune cittadino.

“Prima lo faremo e meglio sarà per le generazioni venture a cui lasceremo in eredità un mondo inesorabilmente compromesso e modificato a livello ambientale e climatico.”

È uno dei tanti motti che da 20 anni sento ripetere come un mantra. Stiamo raccogliendo i frutti di un secolo di sconsideratezza.

 

Written by Claudio Fadda

 

 

 

 

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