Life After Death: l’intervista al grande poeta epico Omero

Life After Death: l’intervista al grande poeta epico Omero

Ott 13, 2018

Amici ascoltatori bentornati all’appuntamento con queste interviste speciali a personaggi storici.

 

Omero

Questa volta siamo tornati indietro nel tempo per incontrare uno dei più grandi poeti epici del passato, le cui opere sono giunte fino a noi e tutt’ora sono oggetti di studio.

Lo stiamo attendendo qui, poco fuori dal tempio con questo splendido tramonto sul mare. Oggi incontreremo…

 

Omero: Chiedo indulgenza mio buon amico… vorrebbe altresì farmi cortesia e condurre li passi miei verso l’attiguo pozzo?

A.T.: Ehm… sì certo. Dunque il pozzo… ah eccolo. Prego si appoggi a me.

Omero: La mia eterna riconoscenza. Se non attanaglio la cortesia vostra, potrebbe anche porgermi un sorso d’acqua?

A.T.: Naturalmente. (Rumore della carrucola e di acqua versata) Prego.

Omero: Pregerò gli dei perché codesta cortesia possa portare gaudio nella sua vita. Denoto dal suo passo che lei è in attesa. Auspico di non aver arrecato troppo disturbo o di aver rovinato in altresì modo un incontro voluto da Afrodite, mio buon signore.

A.T.: Voluto da Afrodite? Oh lei intende un qualche incontro amoroso! No, no, nulla di questo genere signore. In realtà sto attendendo si una persona ma mi creda, non per motivi affettivi. Sembra che visiti spesso questo luogo al calar del sole.

Omero: Un posto come pochi è questo. Il mio errare mi ci porta sovente, sia con la mente che con queste stanche gambe. Riesco a percepire molto bene il calore del sole sulla pelle, l’odore del mare e volte, se Eolo è favorevole, anche i profumi dell’attiguo villaggio che sino a quest’altura si spingono.

A.T.: Ah, lei è di queste parti! Forse allora lei conosce la persona che devo incontrare. Sto aspettando il poeta Omero.

Omero: Ah, un altro alla ricerca dell’aedo. Non è il primo sa? Molti si sono spinti sino a queste spiagge per ottenere udienza od un fugace attimo con il vate, ma sento in me lo dover arrecare forse delusione a questa sua richiesta. Il poeta infatti non visita questi luoghi da molti anni.

A.T.: Questo è un vero peccato. Ero curioso d’intervistarlo, di porgli delle domande sulle sue opere massime come l’Iliade. Senza contare il fatto che incontrandolo avrei fugato ogni dubbio sulla sua reale esistenza.

Omero: Lei dunque è venuto sino a qui per rincorrere un’ombra? Anche in questo non è certo il primo. Gli uomini di ogni ceto inseguono da sempre i sogni. E cosa sono i sogni se non ombre fugaci che per poco tempo appaiono nelle nostre vite per volere degli dei?

A.T.: Bè non era proprio un sogno, ma io vengo da un… luogo che, per così dire, ha molto sentito le sue grandi opere ma l’autore resta ancora un mistero. C’è chi ha fatto oggetto di studio più l’esistenza di Omero che non delle sue opere. Se oggi l’avessi incontrato avrei potuto dire con certezza che il grande poeta in realtà esiste!

Omero: È dunque tanto importante? Io non credo che sia desiderio di Omero di varcare i confini della storia. Le sue opere aprono semplicemente una finestra sul mondo del passato, perché non venga dimenticato. Ma che importa chi abbia aperto davvero questa finestra? Nella sua terra, mio signore, ciò che viene riportato dalla parola scritta, ha forse meno importanza della mano che ha scritto quelle parole? Se le avesse scritte anche un Re, sul piatto di una bilancia un tomo avrebbe lo medesimo peso, non peserebbe certo oltre il su valore solo per il suo autore. Non le sembra?

A.T.: Insomma secondo lei è più importante il messaggio del messaggero.

Omero: Parole curiose le sue. Ma ben si approntano alla mia dissertazione. Un buon modo di riassumerla. Certo non è lo stile di Omero.

A.T.: Senta, visto che sono qui… non è esattamente quello che intendevo fare ma, forse la testimonianza di uomo dello stesso periodo del poeta potrebbe comunque servire al mio scopo. Se non altro come appagamento personale. Mi dica, lei lo ha conosciuto? Dico il poeta, Omero.

Omero

Omero: In fede posso dire di conoscerlo… ma non quanto vorrei. Dopotutto non si può conoscere nessuno fino in fondo.

A.T.: E cosa sa?

Omero: Quello che in molti già conoscono. Non ama particolarmente la vita di società. Forse è per questo che è considerato quasi alla stregua di uno spirito. Si sa molto poco di lui. Io stesso, posso dire in tutta onestà, di non averlo ma visto.

A.T.: E mi dica, ha avuto occasione di poter leggere le sue opere? L’Iliade, l’Odissea?

Omero: Leggerle no. Ma parmi d’aver udito spesso il primo che lei ha tosto citato ma del secondo… non ho memoria. Certo è che, in questo tempo, è molto difficile trovare un testo che possa rappresentare appieno ciò che lei ha testé nominato Iliade.

A.T.: Non credo di capire.

Omero: Vede, a quanto ho potuto udire, non è stato facile affrontare il tema della scrittura da parte dell’aedo. S’immagini lei, raccogliere tante e tante testimonianze orali, racconti fantastici e religiosi di dei e uomini, e poi riunire il tutto formando un sentiero che onore renda a Chronos.

A.T.: Ehm…Chrono? Ah! Intende una giusta successone degli eventi.

Omero: Naturalmente. Chronos è dio e padrone del tempo. A ogni modo, per il poeta non stato affatto facile. Provi lei a raccontare di fatti che non le appartengono, senza avere prove o alcunché di scritto che testimoni ciò che lei vuole disperatamente far vedere al mondo.

A.T.: Non è per nulla semplice, posso capirlo. Ma credo che Omero in fondo abbia racconto molto materiale. Insomma i testi che raccontano l’Iliade sono raccolti in più di venti volumi. E ha raccontato solo fatti che accaddero negli ultimi mesi della grande guerra di Troia.

Omero: In realtà… da alcune voci sparse nella nostra piccola agorà, sembra che le testimonianze raccolte siano state così poche e cosi sparse nel tempo che il poeta è stato praticamente costretto a questo genere di, mi permetta, trucco. I fatti riportati dalla sua mano si snodano per diversi anni, ma se avesse raccontato di ogni giorno, non avrebbe avuto molto da dire. Ci pensi un attimo, dieci anni di guerra ed ogni giorno raccontando sempre la medesima dinamica dei fatti: i greci che attaccano le mura, i troiani che si difendono dentro le mura, i grechi sconfitti e i troiani che vincono, fine del primo giorno. I greci che attaccano le mura, i troiani che si difendono dentro le mura, i grechi sconfitti e i troiani che vincono, fine del secondo giorno. I greci che attaccano, i troiani si difendono, i grechi sconfitti e i troiani vincitori, fine del terzo giorno. Immagino capirà che non c’era molto altro da scrivere se non un misero elenco di nomi dei caduti.

A.T.: Quindi lei sta dicendo che in realtà i fatti accaduti nell’Iliade non sono avvenuti poco prima della fine, ma durante tutto l’arco della guerra.

Omero: Non so dirle se questo sia vero oppure no. Come potrei saperlo per certo? Ma ammetterà anche lei che sarebbe stata tediosa come lettura, se il poeta non avesse, per così dire, infiorettato qui e là. Raccontare gli eventi e citarli storicamente sono due cose molto diverse e Omero non credo volesse limitarsi ad un semplice compendio storico. No lui voleva che il passato potesse tornare a vivere, vivido e pulsante! E poi in fondo diciamolo, forse la gente non sarebbe stata tanto entusiasta della storia narrata. Non è solo un racconto di guerra. È un racconto di passioni umane. Lo sdegno di Menelao per il tradimento della moglie Elena, l’ira di Achille per la schiava Briseide e poi per la morte di Patroclo, la pusillanimità di Paride, il coraggio di Ettore e l’amore per la sua famiglia.

A.T.: Cantami o diva de Pelide Achille, l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei.

Omero: Conosce il prologo vedo…

A.T.: Solo poche righe. A scuola è consuetudine conoscerlo. E trovo che abbia ragione. Quest’opera è incentrata più sulla realtà umana.

Omero: Non proprio. La gente non vuole leggere di realtà, vuole qualcosa per fuggire da essa, qualcosa che non si limiti a rimandare al tedioso ripetersi degli eventi, ma qualcosa che vi sfugga. Almeno, questo è il mio personale pensiero. Credo sia meglio questa, come l’ha definita lei poc’anzi, successione di eventi, uno più straordinario dell’altro in un breve lasso di tempo. Un qualcosa che trattiene il lettore sulla pagina, che lo faccia palesare in quei luoghi e perché no… persino nei personaggi stessi, come fosse un attore che temporaneamente interpreta una parte in un teatro.

A.T.: E cosa può far fuggire un lettore dalla realtà meglio di battaglie epiche, eroi e dei?

Omero: E pur tuttavia… questa volta non vi è stato nessun Deus Ex Machina pronto a risolvere la situazione. Dopotutto, nell’epicità di quanto accaduto, gli dei nostri compaiono in pochissimi canti ed i loro interventi sono più delle battaglie personali tra loro. Mostrano in un certo senso, caratteristiche tali da definirli pari ai mortali. La passione, l’ira, chi parteggiava per i greci, chi parteggiava per i troiani, chi aiuta e chi disprezza, ci ama e chi odia. Gli dei nell’epica, non sono diversi dai comuni mortali. Questo però a molti non è piaciuto.

A.T.: Vuol dire che hanno criticato il manoscritto?

Omero: Alcuni l’hanno definita un’opera non etica! Come possono gli dei essere abbassati al rango di mortali? Come può un mortale, concepire una vita senza gli dei? L’uomo che non crede negli dei, non è nulla.

A.T.: Lei dunque crede negli dei?

Omero

Omero: Certo che ci credo! Come ogni mortale io credo nelle divine forze. Ma penso che il punto non sia il credere negli dei, quanto l’atto stesso del “credere”. L’uomo non è nulla, se non crede in nulla. Quei mortali che dicono di non credere in nulla fanno una vita piuttosto vuota. E quelli che dicono di non credere in altri se non in se stessi? Bè, in fondo non credono anche loro in qualcosa? Io credo negli dei, gli eroi citati nell’Iliade credono negli dei. Ed è proprio perché credono, che hanno la loro forza e benevolenza. Questo però non vuol dire che Omero volesse scrivere di divinità che guidano eroi. Per quello ci sono già le tragedie greche e Omero non è certo un commediografo.

A.T.: Però io ricordo che la radice della guerra di Troia, sia stata Paride che donando la mela d’oro ad Afrodite ebbe in cambio l’amore di Elena. Fu dunque un incantesimo divino a rendere Elena schiava d’amore di Paride e a far cominciare il tutto.

Omero: E crede che ai lettori sarebbe interessato sapere che una guerra, durata una decade, sia stata scatenata da un semplice rapporto extra coniugale? L’amore stesso che ha scatenato il conflitto sarebbe stato minimizzato e oltraggiato, e questo avrebbe portato una spaccatura nella edo.

A.T.: Una spaccatura?

Omero: Certo. Una spaccatura che c’è in ogni poema, tragedia o commedia. Il bene contro il male. I troiani avrebbero rivestito la parte dei cattivi e i greci quella dei buoni. Invece, così com’è stata scritta, ogni personaggio può essere analizzato in termini di libero arbitrio e ogni lettore può seguire la sua coscienza, dando ragione ad una parte o all’altra senza che il suo giudizio influisca come quello degli dei. Prendiamo ad esempio il personaggio principe: Achille. La sua “ira funesta” per citare il vate, può essere giustificata? Anche quando si muta in furia omicida?

A.T.: Bè, Ettore ha ucciso Patroclo e inoltre gli era stata sottratta la schiava Briseide per un, chiamiamolo, vizio di forma.

Omero: Dunque lei lo giustifica. Giustifica anche che abbia abbandonato il campo ed i suoi compagni? È stato il suo orgoglio a far morire Patroclo se vogliamo intendere che le azioni di un uomo sono collegate ad altri. E quando ha fatto scempio del corpo di Ettore? Anche li la sua ira è giustificabile? Oppure prendiamo Paride. Il suo amore per Elena, anche se corrisposto, valeva davvero una guerra? Il suo coraggio di amante si è poi spento quando ha affrontato Menelao ed è fuggito. Chi è davvero colpevole? Chi è innocente? Si può condannare un uomo perché ha amato? Si può condannare un uomo perché vuole vendicare la morte di qualcuno? La linea di distinzione non è mai così netta. Come ho detto, Omero ha dovuto abbellire qui e là altrimenti chi mai avrebbe letto un simile racconto? È stato più interessante vederla come è stata raccontata, con una mela d’oro e la difficile scelta di un mortale che ha scelto l’amore sopra la fama e la gloria. La passione umana ha mosso la storia. Che gli dei non centrassero nulla può essere vero, ma la benedizione della dea dell’amore su un amore impossibile, ha reso immortale questo loro un sentimento.

A.T.: Quindi Omero si è, diciamo, servito degli dei. È un concetto strano per quest’epoca in cui si crede che solo gli dei possano servirsi degli uomini. Questo infatti non accade nell’Odissea.

Omero: Come ho detto, non ne ho mai sentito parlare. Vuole raccontarmi lei qualcosa di quest’altro poema? Dal nome mi sembra di capire che riguardi l’omonimo re d’Itaca, Odisseo.

A.T.: Esattamente. L’Odissea è un racconto epico, di pari valore dell’Iliade, che racconta della fine della guerra di Troia ad opera proprio dello stesso Ulisse.

Omero: Ulisse? Chi è mai costui? Non ricordo questo nome nell’Iliade.

A.T.: No, vede dalle mie parti Odisseo e più conosciuto con il nome di Ulisse. Sono la stessa persona. Ebbene l’Odissea non si limita a citare nuovamente Troia e la sua caduta, ma anche il terribile viaggio del re di Itaca per tornare a casa, un viaggio che dura ben dieci anni!

Omero: Dieci anni? Un’altra decade?

A.T.: Sì! Vede Ulisse… mi perdoni, Odisseo, facendo uno sgarbo al dio Poseidone, se lo inimica e lui impedirà all’eroe di tornare a casa in ogni modo. Durante questi dieci anni, l’eroe protagonista ed i suoi uomini attraverseranno i mari, incontreranno mostri, streghe, mangiatori d’uomini, ninfe e dei, sino a quando non giungerà a casa da sua moglie Penelope e dal figlio Telemaco.

Omero: Storia interessante devo dire. Mi racconti la prego.

A.T.: In realtà non conosco molto bene la successione dei fatti, ma cercherò di farle un breve riassunto. Dunque cominciamo dal cavallo di Troia.

Omero: Il cavallo?

A.T.: Sì esatto. Odisseo, famoso per la sua astuzia, decide di costruire un cavallo di legno da dare in tributo ai troiani come segno di resa. I troiani che non sospettano nulla, portano il cavallo in città senza immaginare che all’interno ci sono Odisseo e alcuni altri. Durante la notte Odisseo e i compagni escono e aprono le porte di Troia portandola alla caduta.

Omero: E dunque la città di Troia cade per un semplice tranello?

A.T.: Bè ci sono molti altri piccoli dettagli, ma vorrei farle una sintesi. Purtroppo il mio tempo qui è limitato. Dicevo, Odisseo riesce ad espugnare la città ma non rende omaggio a Poseidone per il suo aiuto. Laoconte infatti, si oppose a portare il cavallo in città, ma Poseidone che parteggiava per i greci invio un mostro marino che uccise Laoconte e spianò la strada al cavallo. Odisseo non ringraziò il dio del mare per il suo aiuto e per questo il dio lo condannò a vagare per i mari.

Omero: L’intreccio sembra molto interessante.

A.T.: Ma questo è niente! La vera avventura di Odisseo comincia ora. La maledizione imposta da Poseidone infatti lo porta su diverse isole. Dunque vediamo se mi ricordo… per prima cosa raggiunge le terre dei Ciconi dove fa bottino, poi la terra dei mangiatori di loto che fa dimenticare ogni cosa, sino a raggiungere la grotta di Polifemo.

Omero

Omero: Polifemo?

A.T.: Un ciclope figlio del dio Poseidone. Per fuggire dalla sua furia, Odisseo lo fa ubriacare e poi lo acceca. È il momento in cui l’astuzia di Odisseo si fa nuovamente sentire perché quando il ciclope gli chiede chi è, lui risponde “Io sono Nessuno”. Così quando viene accecato, il ciclope urla “nessuno mi ha accecato!” e Odisseo e compagni riescono a salvarsi. Ma l’ira del dio del mare si fa sempre più forte.

Omero: Di nuovo il dilemma. Poseidone è oltraggiato dalla maleducazione di un mortale e in più il medesimo mortale acceca suo figlio. Chi ha ragione in questo caso?

A.T.: Dopo Polifemo, raggiunge la casa di Eolo che gli dona un otre dentro cui ha chiuso tutti i venti sfavorevoli al suo ritorno a casa, ma i suoi uomini troppo curiosi, aprono l’otre e liberano i venti facendo deviare nuovamente la nave e portandoli su un’isola popolata da mangiatori di uomini. Riuscendo a fuggire, Odisseo raggiunge poi l’isola della Maga Circe.

Omero: Anche le maghe ci sono in codesta epica? Non si è fatto mancare niente, come se dei ed eroi non bastassero. E su quest’isola che accadde mai?

A.T.: Circe muta gli uomini di Odisseo in maiali. Solo lui riesce a salvarsi ad opera del dio Ermes che gli fornisce un antidoto contro i poteri della strega.

Omero: E il protagonista salva la situazione.

A.T.: Poi vediamo… raggiunge gli scogli delle sirene, dove si fa legare al palo maestro della nave per sentire il dolce canto delle creature.

Omero: E i suoi uomini? Il canto delle sirene è noto che faccia impazzire.

A.T.: Gli tappa le orecchie con della cera. Lui però, che è sempre stato un uomo che vuole conoscere ogni cosa, decide di ascoltarle comunque anche se dovesse costargli caro. Superato quest’altro ostacolo raggiunge il terribile stretto di Scilla e Cariddi, due mostruose creature che fanno scempio dei suoi compagni. Raggiunge in seguito l’isola delle vacche di Apollo e a causa della fame uccidono le vacche sacre del dio del sole. Per tale atto la sua nave viene distrutta e Odisseo solo fa naufragio sull’isola di Ogigia…

Omero: L’isola della ninfa Calipso. Sembra che quest’uomo abbia in odio quasi tutti gli dei dell’Olimpo.

A.T.: Atena era la sua protettrice. Lo prese sotto la sua ala proprio per il suo desiderio di conoscenza e per le sue capacità di usare la mente oltre alla mera forza bruta.

Omero: L’ha protetto ben poco vedo.

A.T.: In realtà… se memoria non m’inganna, fu Zeus proprio come nell’Iliade a sancire che nessun dio avrebbe dovuto interferire. Comunque sia, Ermes per ordine dello stesso Zeus infatti ordina la liberazione di Odisseo a Calipso che lo lascia andare. Poseidone però non l’ha ancora perdonato e lo fa naufragare nuovamente ma stavolta è giunto in un luogo pacifico: la terra dei Feaci dove incontra il re Alcinoo e sua figlia Nausicaa. Questi, non appena scopre l’identità del suo ospite, appronta una nave che lo riporta finalmente in patria.

Omero: E dopo tanto navigare, l’eroe torna finalmente a casa per vivere la sua vecchiaia.

A.T.: Non esattamente. Vede mentre Odisseo era assente, la sua casa è stata presa d’assalto dai principi proci che insidiano sua moglie Penelope per farsi sposare, credendo che Odisseo sia morto. Penelope li tiene a bada con alcuni trucchi, il più famoso è quello della tela.

Omero: La tela? Quale tela?

A.T.: Ma Odisseo ritorna e mascherato da vecchio mercante entra nel palazzo e uccide tutti i pretendenti. Certo c’è la faccenda della prova dell’arco che solo Odisseo può tendere ma…

Omero: Come ha detto prego?

A.T.: Oh no, mi scusi. Il sole ormai è tramontato e il mio tempo qui purtroppo è scaduto. Mi spiace ma devo lasciarla adesso. Spero comunque di non averla annoiata!

Omero: Ma al contrario ragazzo mio… al contrario. Che gli dei la assistano! (alcuni attimo di silenzio)

Ragazzo: Mi scusi maestro Omero se l’ho fatta attendere.

Omero: Oh non preoccuparti ragazzo mio. Su ora guidami a casa. C’è qualcosa che devo assolutamente iniziare a scrivere.

Ragazzo: Una nuova edo maestro? E cosa riguarderà stavolta?

Omero: Il solito. Dei, mostri, eroi… ho già qualche piccola idea che potrebbe rimpolpare un po’ le cose. Potrei anche scriverla come se fosse l’eroe stesso ha ricordare i suoi passi.

Ragazzo: E come pensa d’intitolarla?

Omero: Uhm… che ne pensi di… l’Odissea?

 

Written by Alister Tinker

 

Voce intervistatrice: Adriana Baroni

Voce Omero: Alister Tinker

 

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