“The legal death” di Silvia Giulietti: la genesi del film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo

“The legal death” di Silvia Giulietti: la genesi del film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo

Ott 7, 2018

“Durante il processo si alzarono voci in loro difesa in tutto il mondo, ma in Italia c’era il fascismo e non se ne parlava” ‒ Giuliano Montaldo

 

La morte legale

The legal death (“La morte legale” in traduzione italiana) è una performance cinematografica che sta a metà tra il film-verità e il documentario; è corretto, quindi, definirlo un docufilm.

La regia di The legal death è stata curata da Silvia Giulietti e da Giotto Barbieri, mentre la produzione è opera di iFrame, con il contributo del MiBACT, con l’amichevole collaborazione di Archivio Enrico Appetito e Libera Università del Cinema e con il patrocinio di Amnesty International Italia.

The legal death lo si può ascrivere senza dubbio al genere drammatico e, ancora, senza alcun dubbio, si può affermare che, per il suo forte contenuto, è di impareggiabile valore testimoniale.

Tramite interventi di addetti ai lavori, il docufilm ripercorre la drammatica vicenda degli italiani Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, condannati a morte dallo stato del Massachusetts nel 1927.

“Quel che ho da dire è che sono innocente, non solo dei due delitti, ma che in tutta la mia vita non ho mai rubato, né ucciso, né versato una goccia di sangue…” ‒ Nicola Sacco

Oggi, trascorsi oltre novant’anni dai fatti, nel docufilm si dibatte dell’accaduto con l’intento di non lasciar cadere nell’oblio una verità, divenuta ormai verità storica, rimasta però adombrata per molto tempo.

Lo scopo del docufilm, inoltre, è quello di offrire al pubblico una più esaustiva conoscenza del drammatico episodio, interpretato in modo approssimativo all’epoca dei fatti, e giudicato dalle autorità in maniera del tutto superficiale.

La finalità di giudici e poliziotti, prioritaria rispetto all’oggettività degli eventi, era trovare il primo capro espiatorio a disposizione, e dare in pasto all’opinione pubblica dei colpevoli, al fine di sedare un malumore difficile da tenere sotto controllo diffuso nella società bostoniana degli anni Venti.

“Questo è ciò che voglio dire. E non è tutto. Non soltanto sono innocente, ho combattuto nella vita da quando ho avuto l’età della ragione per eliminare il delitto della terra…”

Da sempre, lo spettro del bolscevismo è stato elemento propulsore e deleterio per l’America.

La paura, che il comunismo si potesse impossessare del potere, ha fatto spesso commettere al paese d’oltre Oceano errori di giudizio, i quali si sono poi trasformati in clamorose ed erronee azioni. Così come comprovato dalla speculazione in questione, che ha trasformato persone oneste in comuni malviventi.

I due italiani non erano pericolosi sovversivi, erano entrambi simpatizzanti del movimento anarchico, senza però aver mai manifestato alcun sintomo di aggressività nei confronti del paese che li ospitava.

Sacco e Vanzetti – Giuliano Montaldo

Ma, veniamo a The legal death, il cui sviluppo avviene grazie a una serie di dichiarazioni e convinzioni, raccolte e basate sui fatti i quali hanno portato i due a essere vittime di una radicale forma di ingiustizia, un sopruso che li ha visti pagare con la vita l’appartenenza a un’ideologia politica scomoda e invisa agli Stati Uniti.

In primis, le dichiarazioni di Giuliano Montaldo che ha diretto la regia del film Sacco e Vanzetti nel 1971, nel quale ha dato conto dei fatti, assolutamente aderenti alla realtà, con una pellicola che aveva i connotati di un documentario.

Come racconta lo stesso, il film ha rappresentato per lui una sfida professionale a cui ha partecipato emotivamente, oltre che con grande umanità.

Ma, aggiunge Montaldo, non è stato così immediato realizzare un film che poteva anche essere mal interpretato, trattandosi di una vicenda controversa e, cosa ancora più complessa, non è stato per nulla facile trovare gli adeguati finanziamenti per la sua realizzazione.

È conveniente quindi, per rendere giustizia degli eventi, nei limiti ovviamente che questo scritto può esprimere, riportare brevemente il contenuto della pellicola girata a opera del regista genovese.

È il 1920 quando, in seguito ad un attentato dinamitardo che colpisce la città di Boston, vengono radunati e perquisiti numerosi italiani. Fra questi Sacco e Vanzetti, che vengono immediatamente accusati di rapina a mano armata e di omicidio, e classificati come due elementi malavitosi. Fin dalle prime sedute processuali si evince la loro estraneità ai fatti; nonostante ciò, è nella volontà delle autorità trovare un capro espiatorio, onde dare un forte esempio per scoraggiare altri a compiere atti delittuosi.

La mobilitazione a favore dei due italiani è tempestiva, anche se a nulla serviranno manifestazioni e cortei di protesta per evitare le accuse che gli vengono rivolte.

Vanzetti inoltrerà domanda di grazia, a differenza del suo compagno che, dimostrando un notevole coraggio, non chiederà clemenza; atteggiamento che darà ulteriore prova della sua innocenza.

Sacco e Vanzetti è film che ha fatto da spartiacque fra un prima e un dopo.

La morte legale

Un prima, di cui si aveva sì consapevolezza degli accadimenti americani che hanno visto i due perseguitati dalla giustizia, e un dopo che rappresenta il momento in cui la vicenda ha avuto un’ampia diffusione. Film diventato pietra miliare della cinematografia non solo italiana, la pellicola ha ottenuto un grande successo di pubblico e di critica.

Da allora la visibilità è andata oltre ogni aspettativa, tale da mobilitare una folla oceanica che a gran voce chiedeva la riabilitazione per i due italiani.

Ed è stato anche grazie al film se c’è stata un’opera in questa direzione, doverosa, onde non oltraggiare la memoria dei due, che non avevano colpa alcuna se non quella di credere in un tipo di ideologia sgradita agli Stati Uniti.

E la riabilitazione c’è stata, nel 1977, nel cinquantesimo anniversario della loro morte, grazie al governatore del Massachusetts Michael Dukakis, che ha ufficialmente e pubblicamente riconosciuto l’errore giudiziario e proclamato l’estraneità ai fatti di Sacco e Vanzetti.

È questa, dunque, la tristissima vicenda dei due italiani, così come Montaldo l’ha ricostruita nella finzione cinematografica, film che ha poco della finzione, in quanto la narrazione è del tutto prossima a come si sono svolti realmente gli eventi.

Nel docufilm The legal dealth, inoltre, attraverso la sua testimonianza, Montaldo fa partecipe lo spettatore di come occasionalmente gli è nata l’idea di illustrare, attraverso il suo film, la storia di Sacco e Vanzetti. Dà poi conto delle motivazioni che l’hanno spinto a fare una scelta ben precisa a proposito degli attori che hanno prestato voci e volti per interpretare il film.

A offrire poi un importante contributo nella realizzazione del film è stata la cantante Joan Baez, che ha partecipato alla sceneggiatura, il cui incontro è raccontato da Montaldo con un simpatico aneddoto.

Nel docufilm non è solo il cineasta a raccontare delle sue esigenze di regista: anche altri autorevoli addetti ai lavori hanno dato il loro apporto.

Uno storico, Lorenzo Tibaldo, per illustrare il contesto storico-sociale in cui si consumavano le esistenze degli immigrati italiani in America. Condizioni tristi, dove la povertà e le difficoltà ad ambientarsi in un paese straniero condizionavano inevitabilmente il loro presente.

La morte legale

Perché l’America, che ha accolto gli immigrati italiani nei primi decenni del Novecento, non è la terra promessa che molti si aspettavano di trovare. Lo è stata per alcuni, coloro che hanno saputo ricavare da una situazione difficile opportunità che l’Italia, per svariati motivi, non poteva offrir loro.

Non era il paese dalle mille promesse, come ventilato ai tanti poveretti che fra mille incertezze raggiungevano il paese d’oltreoceano, pensando di trovare condizioni di vita nettamente migliori di quelle abbandonate. Nonostante fosse stato assicurato a molti un futuro diverso da quello in cui si trovavano i loro paesi d’origine. Sistema adottato probabilmente per avere manodopera a basso costo. Spesso, infatti, agli immigrati venivano anche inviati i biglietti per la traversata atlantica.

“Possono bruciare i nostri corpi, ma non possono distruggere le nostre idee. Esse rimangono per i giovani del futuro…” ‒ Dal film Sacco e Vanzetti

A seguire, altri intervenenti, fra cui quello di Vera Pescarolo Montaldo, collaboratrice e compagna di vita del regista; anch’essa pronta a commentare la realizzazione del film Sacco e Vanzetti di cui, nel 2017 è stata realizzata una versione restaurata; per raccontare, ancora, delle problematiche affrontate per vederlo rappresentato nelle sale cinematografiche.

Quindi, Mario Sesti, critico cinematografico; anche in questo caso una preziosa testimonianza a confermare competenze e impressioni che riguardano l’aspetto filmico della pellicola del 1971.

Dichiarazioni, dunque, inframezzate da sequenze sceniche del film in cui i protagonisti, Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, interpretano in maniera eccellente il loro ruolo.

È con grande pathos, che Volonté descrive la sua esperienza cinematografica, partecipando lo spettatore a proposito del suo impegno di coprotagonista nei panni di Bartolomeo Vanzetti; attore e vittima dei fatti erano entrambi piemontesi, identità etnica che ha permesso a Volontè di calarsi nel personaggio con uno stato d’animo viscerale, e assoluta condivisione della vicenda toccata in sorte allo sfortunato Vanzetti.

Infine, struggenti sono i momenti in cui, sul finire del docufilm, vengono menzionate e lette da una voce fuori campo le lettere scritte da Sacco alla moglie e al figlio; scritti in cui l’anarchico esorta il figlioletto a comportarsi onestamente, secondo i principi che lui stesso gli ha trasmesso. Di emanciparsi dalla paura, ostacolo per vedere realizzate le proprie aspirazioni.

Ma, il messaggio che più di altri il padre gli lascia in eredità è di non nutrire odio, che il suo cuore non sia abitato da sentimenti di animosità verso alcuno. Lettere colme di una profonda umanità in cui traspare anche un sentimento di speranza.

“Ricorda, figlio mio che la felicità dei giochi non devi tenerla tutta per te. Cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole, aiuta quelli che piangono, aiuta il perseguitato, l’oppresso, loro sono i tuoi migliori amici…” ‒ Nicola Sacco al figlio Dante

La morte legale – Giuliano Montaldo

Un lieve e delicato contributo è venuto anche dalle parole di Rosanna Fratello, cantante italiana degli anni ’70, che ha partecipato al film nel ruolo della moglie di Sacco, con un’interpretazione toccante e di ottimo livello. La Fratello racconta quanto sia stata lusingata dell’opportunità di cimentarsi come attrice, ruolo per lei inedito.

L’interpretazione della Fratello è stata premiata al 24° Festival di Cannes con un importante riconoscimento: il Nastro d’argento. Mentre a Riccardo Cucciolla è andato il Premio per la miglior interpretazione maschile.

Infine, un intervento di Ennio Morricone che con la sua colonna sonora Here’s to you, cantata da Joan Baez, ha contribuito a fare del film un successo. Brano musicale diventato un inno generazionale.

A commento del docufilm, realizzato con grande perizia, qualche riflessione.

Sull’attualità, per esempio, che il film di Montaldo tuttora trasmette. Ancora oggi, infatti, si può dare del film una lettura che custodisce un messaggio importante.

In questi tempi di crisi dei valori, di confusione emotiva, la pellicola torna a ricordare al pubblico quanto sia importante credere e battersi per i valori di cui si ha fede, in principi che possono contribuire a cambiare la società, nel tentativo, forse, di spazzare via un egoismo economico, un individualismo che è vantaggioso solo per chi, a livello mondiale, detiene il potere economico e politico, e da cui poter trarre sicuramente notevoli profitti.

Quindi, il concetto di tolleranza per il diverso, concetto che porta a vedere nell’altro, che non è uguale ai suoi simili per infiniti motivi, un avversario; a rivolgergli uno sguardo bieco, la cui conseguenza inevitabile è l’odio in tutte le sue forme, sentimento che fatalmente porta a conflitti insanabili fra le genti.

Ancora uno spunto interessante offerto dal docufilm è l’attenzione al sociale; un punto di vista indirizzato a risvegliare un senso di appartenenza andato smarrito in questi tempi difficili, e che andrebbe associato a un sentimento di giustizia che ogni individuo dovrebbe possedere.

Ultima scena struggente e quanto mai emblematica, a conclusione del documentario, sono i funerali dei due italiani che, accompagnati da una folla oceanica, restano tutt’oggi simbolo di ciò che non dovrebbe mai accadere in un paese civile: condannare con la pena di morte.

 

Uscita al cinema il 11 ottobre 2018.

Durata 52 minuti.

Distribuito da Distribuzione Indipendente.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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