“L’autunno negli occhi” di Luana Fabiano: una silloge stratificata

“L’autunno negli occhi” di Luana Fabiano: una silloge stratificata

Ago 17, 2018

L’autunno negli occhi è il nuovo libro della poetessa calabrese Luana Fabiano uscito in queste settimane per i tipi di Lebeg Edizioni di Roma. Curioso ed eloquente il titolo che si riferisce a un’età di decadenza e letargia, qual è appunto l’autunno, che connota e condiziona la visione delle cose.

L’autunno negli occhi

Il volume è sapientemente prefato dalla docente universitaria Caterina Verbaro, figlia di Giusi Verbaro Cipollina, indimenticata poetessa di Soverato, saggista e scrittrice di livello riconosciuta ampiamente dalla critica che recentemente ci ha lasciato ad abitare questo mondo desolato e negligente. Luana Fabiano ha in precedenza dato alle stampe il volume poetico Respiri violati (Puntoacapo, Pasturana, 2014 – con prefazione di Antonio Spagnuolo) da me recensito su “Blog Letteratura” che, a sua volta, faceva seguito all’opera prima I covoni della speranza (Lepisma, Roma, 2013 – con prefazione di Dante Maffia).

Catturano, della puntuale nota della Verbaro, le considerazioni secondo le quali, pur trovandoci dinanzi a una silloge tripartita, non è possibile in maniera asettica e inderogabile mappare in forma rigorosa le tematiche o ciò che potremmo definire come elementi contenutistici caratteristici della silloge. La Verbaro, che rifugge, dunque, dalla distinzione di quella “modalità doppia” (V) che consentirebbe di divaricare i canti lirici dalle poesie di denuncia, preferisce parlare di topoi disforici dove per disforia siamo a intendere una sorta d’incompatibilità o di “mal sopportazione” tra le varie componenti: una non felice omologazione.

La sezione Di uomini, alberi e foglie ci trasporta in un universo floreale, arboricolo e campestre con una forte capacità di fissare immagini colorate, pregne di vita, che hanno contraddistinto giornate felici e ancor più i giorni dell’infanzia. Il lettore percepisce l’aroma misto di piante da frutto, intravede le pieghe dolci del tessuto orografico, s’introduce in un percorso dove la natura, nelle sue varie forme e derivazioni, è la protagonista principale.

I versi si fanno verdi, stillano rugiada, sembra quasi di divincolarsi tra rami zeppi di foglie che dobbiamo cautamente scostare dal nostro viso, nel percorso, per farci strada. È un itinerario piacevole, umido, pregno di vissuto: se ne percepisce l’afflato negli ammicchi dell’ambiente, nelle sue rigogliosità, nel suo sapersi donare in maniera indistinta. Eppure, in tanta beltà, s’annida il pensiero fastidioso, la fobia, il sentore della pesantezza di azioni spregiudicate. Ce ne rendiamo bene conto in L’hanno svuotata la bellezza dove la floridità di un prima – intuibile – è stata soppiantata da uno scenario ossuto, deforme, che ha perso armonia e impoverito lo stato di salute. “L’hanno setacciata la bellezza/ privandola delle sue mille forme” (9), scrive.

L’azione malevola, che la Nostra non esplicita ma che possiamo intendere in maniera ampia tanto nelle malefatte dettate da una condotta incivile quanto, a livello psicologico, da attitudini verso l’altro che hanno una componente tossica, inquinante e mortifera, si è compiuta: da un ideale stato edenico – un principio di natura – si è piombati nell’età dell’assenza della forma, della sgorbiatura della natura, della deformazione, della degenerazione fisica, finanche morale.

Prevalgono immagini e costrutti che tendono a far emergere una società divisa, scissa nelle intenzioni o distante per cause di altra natura: disparità ideologiche, rigurgiti della storia, invidie e sostrati di rancori. Più volte e in varie liriche la poetessa tende a evidenziare la gravità che si realizza attorno a contesti e situazioni dove la disparità, l’emarginazione, la ghettizzazione e la mancanza di inclusione sociale si realizzano. Ciò è ben evidente nella lirica Libertà il cui incipit così recita: “Non basta a separarci/ un banco isolato/ un angolo della classe” (16). Una delle potenzialità della Nostra sta nel trasmettere un messaggio senza esplicitare in maniera eclatante le variabili contestuali, gli ambienti di riferimento, al punto tale che l’oggetto delle liriche – la motivazione che, nel profondo, ha spinto la poetessa a scrivere – si universalizza e ha una vasta possibilità di applicazioni e dunque una validità condivisa, plurale e potenzialmente corale.

La Natura viene richiamata quale locus pacifico e solidale, ambiente col quale l’uomo sperimenta (e può preservare) uno stato di pace interiore (“[la] natura è incontro”, 22); di contro si staglia quella confusione e sragionevolezza diffusa che sono prodotti indiscussi dell’attività umana: “Su questo esile lembo/ più semplice sarà difendersi:/ resistere agli strappi/ dividere la luce e l’ombra di ogni giorno/ sentire meno crudeli/ i fiori che ci adombrano” (22). Sono effettivamente i fiori ad essere crudeli o è l’uomo, nella sua nefandezza e sconsiderazione, a rendere infida anche la creatura più luminosa? Accerchiano la superficie creando zone d’ombra oppure è lo sguardo dell’uomo, allucinato e viziato, a non intravedere le tonalità di luce che emanano?

La chiusa della lirica, un po’ come avveniva con la precedente raccolta poetica, mostra che uno spiraglio di Bene è sempre possibile e va ad ogni modo cercato, incentivando le condizioni che possano permettere la definizione del bene sociale, valorizzando l’uomo in quanto parte di una collettività partecipativa, solidale e coerente non solo con le leggi di natura, ma con quelle che si è dato. I versi liberi della poetessa si susseguono in maniera fluida; la narrazione di stati emozionali e la radiografia delle forme di coscienza sono fruite dal lettore con rapidità e profonda comunanza di intenti.

Luana Fabiano

La seconda sezione del volume, Profugo è questo mondo, apre all’amara analisi di una società che velocemente muta senza rendersene conto, improntata a fagocitare se stessa e sempre meno incline all’ascolto degli altri e all’auscultazione intima del sé. Si descrive, nei versi che compongono questo significativo comparto di testi poetici, la condizione apatica e stralunata, sospesa e letargica dell’uomo oggi vincolato a pesanti doveri e attanagliato a un sistema che lo rende pedina di un marchingegno automatico dove tutto è finalizzato alla costruzione di un processo produttivo.

Nella poesia Notti annegate si parla di un preoccupante “conto della speranza (31) mentre in D’aprile si riflette sul senso del cambiamento generazionale ritornando ai ricordi dell’infanzia che, come per miracolo, ritorna nel pensiero quasi come quelle “nuove rondini” che “lasciano i richiami/ di viaggi che non finiscono” (32).

La poetessa, ben più di quanto non fosse avvenuto nella prima parte del volume, lascia rifluire in superficie immagini e istanti di un’età che l’ha vista felice in compagnia di un ambiente accogliente e amico, quello della campagna meridionale, così ben caratterizzata nelle varie tipologie arboricole. Alcuni versi di alta intensità lirica e di meraviglia diluita in immagini cariche di dolcezza vanno senz’altro citati: in Di pane e di miele così la Fabiano serra la breve lirica: “Il cielo/ era il libro dei sogni/ che sfogliavamo dalle finestre” (38) mentre ne La via dei profumi (si noti l’attenzione all’elemento olfattivo che pervade l’opera) leggiamo: “La luna è un elastico/ su quei sentieri/ scie di formiche impercettibili al mondo” (41).

Ad anticipare la drammaticità dei testi che compongono l’ultima sezione, I figli della guerra, è la lirica È così sporco il mondo, dal titolo assertivo frutto di un’analisi empirica nella quale, dopo un procedimento di tesi e antitesi, si giunge a una risultante disperata: la sintesi è data da considerazioni frustranti.

La Fabiano abbozza un mondo stinto e liso, imbrattato di sporcizia e carico di lerciume, un contesto abitativo inospitale e invivibile, desolato e ingiusto perché ammorbato dal silenzio, dall’in-ascolto, dalla mancanza di rapporti, dall’inciviltà diffusa, dalle sperequazioni e dalle forme di violenza. Ci introduciamo così alla sezione di liriche più marcatamente dal taglio civile, atte a denunciare situazioni gravi di delirio della coscienza: migrazioni ed eccidi tra civili, distruzione di speranze, infanzia negata, lutti insormontabili e motivo di rovina.

Anche in questi contesti duri e deprimenti dove sono l’odio e le armi a dominare (la guerra in Siria), la poetessa non manca di richiamare immagini di fiori, ora anelati ed evocati come mancanza di purezza e benignità. In I fiori di Aleppo essi “hanno perso lo stelo” (46) proprio come centinaia di poveri Cristi che sono stati e continuano ad essere stroncati nel conflitto intestino. Sono uomini, donne, bambini e anziani caduti ingiustamente che la Nostra richiama quali “fiori perduti” (46). Le immagini delle macerie e dei rottami, della polvere e del rumore di armi da fuoco si fanno assordanti in queste poesie dove a farne le spese sono soprattutto i bambini che perdono i genitori, rimangono seriamente feriti e all’universo dell’infanzia che avrebbe dovuto essere contraddistinto da tranquillità e innocenza si sostituisce l’impeto del tormento, l’insaziabile morbo di un potere che fagocita tutto: “Cadono punte dall’astuccio di un bimbo/ si uniscono a trucioli di sogni e matite” (48). Queste ultime poesie restituiscono i fotogrammi di un’età drammatica dove ci “si addormenta per risparmiare la vita” (52), dove la terra, dilaniata e arresa agli accadimenti, è campo di “carcass[e] fumant[i]” (55).

La derelizione è totale; ma tra la lotta intestina, tra le ingiustizie e la logica del bavaglio, la poetessa tiene accesa la pur labile fiamma di una candela che rischiari perché si voglia credere che “si tornerà a seminare/ sui giocattoli rotti,/ sarà grano nel campo” (54). La Fabiano affida proprio all’immagine dei fiori, a lei così cari, un possibile risvolto, quali possibili testimoni di un futuro che potrà esserci qualora i semi vengano inumati nel giusto contesto e siano curati adeguatamente per permettere all’uomo di gioire, nei periodi a venire, di colori e profumi che distolgano dai ricordi amari di vicende nefaste.

“Come posso, madre, restituirti il profumo/ su questo suolo di sangue stagnante?” (53)

Da questa scena di gambi recisi alla spicciolata, di fiori bistrattati e lasciati morire, seccare al sole, deformati e avvizziti, stuprati e annullati, la domanda, come accade nella poesia civile che smuove dentro e polemizza (polemos = guerra, ad intendere un atteggiamento caparbio atto alla difesa/denuncia) si fa monito da cogliere per farne duello interiore e dibattito collettivo. La poesia – che come ogni forma letteraria non si impegna a dare risposte univoche e certe dinanzi a problematiche reali del singolo o della società – si manifesta, però, abile e congeniale ad accogliere quello strazio profondo che, da pianto, si fa canto di lotta e inno al cambiamento.

 

Written by Lorenzo Spurio

 

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