“Mandela: la lunga strada verso la libertà” di Justin Chadwick: film tratto dall’autobiografia dell’attivista sudafricano

“Mandela: la lunga strada verso la libertà” di Justin Chadwick: film tratto dall’autobiografia dell’attivista sudafricano

Lug 24, 2018

“Faccio sempre lo stesso sogno, notte dopo notte. Sto tornando nella mia casa, ogni cosa è rimasta uguale, vi sono tutte le persone che ho più amato al mondo, non mi vedono, non mi vedono mai…” ‒ Nelson Mandela

Mandela: la lunga strada verso la libertà

È il 18 luglio 1918 quando, a Mzevo, in Sudafrica, nasce un uomo che diventerà leggenda.

Mercoledì 18 luglio, per celebrare i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela, la TV italiana ha trasmesso in prima visione un film del 2013 dedicato a lui, e dal titolo quanto mai emblematico, Mandela: la lunga strada verso la libertà.

Pellicola, nata con lo scopo di ricordare la figura di un eroe dei nostri tempi, è ritratto di un paese sconvolto dalle tensioni sociali causate dall’egemonia dei bianchi sui neri.

Diretto dal regista Justin Chadwick e raccontato come un fatto di cronaca, affatto romanzato, data l’essenzialità delle sequenze sceniche, è film tratto dall’autobiografia dello stesso Mandela, stesa durante la sua lunga detenzione.

Long walk to freedom è il titolo originale del libro, in italiano La lunga strada verso la libertà.

Le prime scene che scorrono sullo schermo mostrano un Nelson Mandela ragazzino, che corre libero fra il suggestivo paesaggio dei luoghi in cui ha visto la luce.

Di spirito ribelle, Mandela è simile al proprio padre che, capo del suo villaggio, gli viene tolta la carica di re della sua tribù, gli Xosha, oltre a tutti i possedimenti terreni, per aver “osato” resistere ai coloni inglesi. Rimasto orfano in giovane età, Nelson cresce con un tutore, di cui assimila le tradizionali usanze sudafricane.

“Mio padre mi aveva dato il nome di combina guai ma io non volevo combinare guai, volevo vedere la mia famiglia piena di amore…” ‒ Nelson Mandela

Lo troviamo poi giovinetto partecipare alla causa dei suoi simili, spinto da un forte sentimento di giustizia. Perché la parola giustizia, nel Sudafrica dell’apartheid, non è proprio contemplata in coloro che detengono il potere; e ciò pur essendo i bianchi in minoranza: un pugno di bianchi rispetto a un cospicuo numero di neri.

In tale contesto sociale e politico i bianchi mettono in atto un vero e proprio regime repressivo, con vessazioni che vanno a ledere anche i più innocenti diritti degli autoctoni. Diritti civili e politici, oltre che sociali ed economici.

Fuggito dalla sua città natale, Mandela raggiunge Johannesburg, anche per non sottostare alla scelta che altri fanno per lui, ovvero farlo sposare con una giovane appartenente alla sua stessa tribù, ma di cui non è innamorato.

In un primo tempo il metodo di lotta che il giovane leader intende portare avanti è quello della non violenza, secondo il principio proprio di Gandhi, di cui segue l’operato.  Sono gli anni in cui il Mahatma, altra figura mitica impegnata a sollevare le sorti degli indiani residenti in Sudafrica, e trattati dal regime alla stregua dei neri, promulga il credo della non violenza quale sistema di lotta.

“Siete un sistema di giustizia o gangster in uniforme?” ‒ Nelson Mandela

È il 1942 quando Nelson Mandela, spinto da un alto senso di responsabilità nei confronti della sua gente, entra a far parte dell’ANC, African National Congress, diventandone un acceso attivista. Poco dopo dovrà ricredersi circa il modo di trattare con i governanti: intuisce che solo attraverso un rapporto di forza con l’avversario è possibile ottenere pari diritti.

Mandela: la lunga strada verso la libertà

Accade quando, in seguito alle elezioni, sale al potere un nuovo capo di governo che promulga leggi razziali ancora più dure di quelle esistenti: i contatti fra i cittadini bianchi e quelli neri sono proibiti, e questi ultimi sono relegati in ghetti dalle abitazioni fatiscenti, e sottoposti all’autorità del regime sudafricano.

Ed è a questo punto che Mandela rafforza una presa di coscienza critica che lo porterà a dare un diverso orientamento al suo concetto di lotta; una trasformazione che lo incita ad abbracciare le armi, quale unica via d’uscita dal tunnel della prevaricazione.

Nel frattempo diventa avvocato e, in collaborazione con Sisulu, l’amico di sempre e compagno di lotta, negli anni Cinquanta apre uno studio legale: per assistere la sua gente che non ha l’opportunità di essere rappresentata legalmente.

Da un’ala del ANC nasce la Lega giovanile con un programma d’azione duro, che prevede boicottaggi, scioperi, resistenza passiva, principi tutti che danno la misura dello stato di coercizione vigente in Sudafrica.

La risposta delle istituzioni a tali provvedimenti è ancora più dura: vengono emanate nuove leggi repressive, al fine di annientare qualsiasi forma di opposizione popolare.

A fare da spartiacque alle vicende che vedono Mandela leader indiscusso del movimento anti apartheid è il massacro di Sharpeville del 1960, durante il quale 69 persone perdono la vita: da quel momento il conflitto fra bianchi e neri subirà un’accelerazione che darà il via a scontri sempre più accesi.

Arrestato, con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo, Mandela viene processato. Un lungo processo che lo vede imputato insieme ai suoi compagni di lotta.

E che alla fine decreta una durissima condanna: la pena di morte, convertita poi in carcere a vita. La sua detenzione sarà lunga e sofferta, anche per la lontananza da Winnie, la giovane moglie, sposata soltanto 4 anni pima.

Mandela, comunque non abbandonerà la lotta, neppure dall’interno del carcere dove è rinchiuso con i suoi compagni.

Stessa cosa la farà anche Winnie, che darà vita a una frangia di estremisti che non esiteranno a compiere attentati e a mettere in atto episodi di violenza, che vedono i bianchi reattivi: più di quanto lo siano stati fino a quel momento.

È del 1976 la rivolta di Soweto, in cui esplodono episodi da vera e propria guerra civile. Non solo i bianchi infieriscono su neri, ma anche i neri attaccano gente dello stesso colore in un confronto che non conosce ragione né motivo di esistere.

Mandela: la lunga strada verso la libertà

Ed è questo forse il nuovo elemento discriminante che apre in Mandela nuove riflessioni portandolo a una graduale evoluzione. Una trasformazione che lo induce a valutare da una prospettiva diversa il concetto di lotta. Ed è questa sua lungimiranza a fare di Mandela un visionario attento e capace.

La sua non è una posizione di comodo, come qualcuno gli imputa, ma un cambiamento frutto di attente riflessioni, un coacervo di pensieri e considerazioni che gli aprono un differente scenario di confronto con il presidente De Klerk, detentore del potere e presidente del Sudafrica.

Sono gli anni Ottanta quando fra Mandela e De Klerk si aprono incontri segreti, seguiti poi da negoziati ufficiali. Su posizioni politiche ovviamente diverse, Mandela e De Klerk si incontreranno con un unico fine: cancellare l’apartheid e fare del Sudafrica un territorio emancipato dal potere dei bianchi, e libero di scegliere i suoi rappresentanti politici.

Il cammino da percorrere sarà tutto in salita ma, aiutato dalla forza dei suoi ideali, Mandela otterrà infine dei risultati straordinari, inimmaginabili durante la lotta a cui ha dedicato la quasi totalità della sua esistenza.

Dopo aver trascorso lunghissimi anni in carcere, a Nelson Mandela viene data l’opportunità di trascorrere il resto della sua pena in un alloggio più confortevole, che non Robben Island, l’isola dove era situato l’istituto di detenzione. Purtroppo, in questo frangente, la moglie non è più in sintonia con lui, in quanto non condivide l’approccio pacifico che il marito imprime al suo percorso per l’abolizione dell’apartheid. Winnie crede ancora nell’uso delle armi come unico deterrente per sconfiggere il male rappresentato dai bianchi.

“Sorridete, siate felici, questo è il grande servizio reso al popolo…” ‒ Nelson Mandela

Mandela, invece, nel suo lungo cammino di sofferenza ha maturato riflessioni diverse da quello che l’hanno visto agire impulsivamente nei suoi anni giovanili: ottenere giustizia con lo scontro armato.

Adesso è un uomo diverso, che vuole la pacificazione del suo paese con la sola forze delle idee, in un confronto civile e ragionato che contempla anche l’idea del perdono, quale via d’uscita alla drammatica condizione in cui versa il paese.

Nonostante le trattative iniziali fra Mandela e De Klerk, la violenza è ancora protagonista degli scontri fra manifestanti e polizia.

Le accuse che le opposte fazioni si rivolgono sono tremende, ovvero di fomentare reciprocamente la brutalità con lo scopo di influenzare il corso degli eventi.

Mandela: la lunga strada verso la libertà

Mandela, da leader intuitivo e lungimirante, attraverso un attento e ponderato ragionamento, comprende che uno solo è lo sbocco naturale per scrivere la parola fine alla segregazione.

E fa delle richieste chiare e nette che hanno il sapore di un aut aut: il governo che nascerà in seguito a elezioni indette democraticamente, deve essere appannaggio soltanto dei neri; i bianchi devono essere completamente estromessi dalla gestione della cosa pubblica. Altrimenti, la situazione, altamente in fibrillazione, si potrebbe trasformare in una guerra civile che vedrebbe scorrere sangue in abbondanza fra le strade di Johannesburg.

Nel frattempo, la metamorfosi che si sta compiendo in Sudafrica si propaga a livello mondiale. Nelle parole della gente, nell’informazione che adesso raggiunge un gran numero di persone.

Siamo ormai alla soglia degli anni Novanta e l’opinione pubblica internazionale si solleva a favore di Mandela, di cui si conoscono le gesta, e di cui molti premono affinché gli venga concessa la libertà.

Dimostrazioni che contribuiscono, affinché nel 1990, il grande leader torni a essere un uomo libero, dopo aver trascorso ben 27 anni in carcere.

Ma le trattative per un radicale cambiamento della situazione politica del Sudafrica non sono di così facile e immediata soluzione come si potrebbe pensare: è un lavorio lungo e capillare quello che vede Mandela impegnato a far sì che vengano indette elezioni democratiche. Il leader sente come un proprio bisogno personale la necessità di dare al paese un’identità nazionale, tralasciando l’odio che in passato l’ha spinto ad abbracciare le armi contro i suoi persecutori, e rifiutando la vendetta in nome della rinascita del Sudafrica.

Rinascita miracolosa, non c’è che dire, grazie alla transizione pacifica con cui si compie. Ed è in un clima di pacata intesa che si completa il processo di riconciliazione nazionale, al fine di rimarginare ferite allora ancora aperte. Si arriva così al 1993, anno in cui vengono indette elezioni democratiche, di cui Mandela risulta essere eletto presidente. Presidente scelto dalla sua gente, in virtù degli ideali di giustizia e libertà che non ha mai abbandonato.

“Ho coltivato l’idea di una società libera e democratica. Se sarà necessario è un ideale per il quale sono pronto a morire…” ‒ Nelson Mandela

Celebrato come un’icona di pace e di pensiero, il film è testimonianza della sofferta evoluzione dell’uomo Mandela. Il regista si sofferma a lungo sull’aspetto umano del leader, di straordinaria levatura, ma soprattutto sul pesante prezzo che ha dovuto pagare, in termini personali, per vedere realizzati i principi in cui credeva.

L’obiettivo del film è quello di raccontare soprattutto le vicissitudini dell’uomo, celate dietro alle importanti battaglie politiche intraprese per sconfiggere le disuguaglianze razziali e la difesa della dignità umana. Il suo rapporto con Winnie, che non ha potuto abbracciare per 21 anni e quello con i figli, è stato evidenziato come meritava.

“Devo dire alle figlie che le amo… mie figlie la vostra cara mamma è stata arrestata, per me è dura perché sono io la causa di tutto, quando sarete grandi capirete come abbia sacrificato la sua vita per la libertà…” Nelson Mandela

Mandela: la lunga strada verso la libertà

Come viene mostrato nelle sequenze conclusive del film, Mandela affronta il passato analizzandolo positivamente, attraverso il concetto di perdono, che libera l’anima e cancella la paura. Ed è proprio l’elemento paura, a un certo punto della narrazione filmica, che Mandela prende in considerazione in un dialogo unico e significativo.

Elemento che percorre lo sviluppo del film in modo sottile, e che avviene per bocca dello stesso Mandela. Aspetto questo da sottolineare e che è valore aggiunto della pellicola.

Paura presente e persistente nei neri con giusta ragione, perché sottoposti a soprusi d’ogni genere in casa propria, e perciò non liberi di decidere del loro destino e di quello del paese dove sono nati.

La stessa cosa si può affermare dei bianchi, anch’essi governati dalla paura del diverso, paura di gente dagli usi e i costumi agli antipodi rispetto alla cosiddetta società “civilizzata” appartenente ai bianchi.

Che vedono nei neri un avversario da sconfiggere, anche perché testimone delle razzie in territorio sudafricano. Infine, e non meno importante, la paura che 30 milioni di gente arrabbiata possa rivalersi dei torti subiti ed agire secondo una logica vendicativa.

Spesso è la paura che fa assumere atteggiamenti non convenzionali e pericolosi a danno gli uni degli altri.

Questa sottolineatura non vuole essere affatto motivo di giustificazione delle ingiustizie subite dai nativi del Sudafrica. Tutt’altro! È soltanto un elemento in più per comprendere come nascono certe situazioni vessatorie. Elemento che nasce da un’osservazione attenta di episodi similari che sono verificati in altre infelici occasioni.

Gli scontri fra Hutu e Tutsi, per esempio, dove gente d’identica pigmentazione e stanziati sullo stesso territorio si è accusata vicendevolmente, e scontrata con inaudita ferocia, causando un elevatissimo numero di vittime innocenti, senza alcun plausibile ragione.

Ancora, i violenti scontri di Soweto, trattati proprio nel film Mandela: la lunga strada verso la libertà, dove senza alcun motivo convincente, gente appartenente alla stessa etnia e di uguale colore si è fronteggiata con impeto, senza che alla fine si possano distinguere le vittime dai carnefici.

La paura, ancora, è condizione umana che fa agire stupidamente e in maniera pericolosa e, se preda di essa, ciascuno può diventare artefice di brutalità.

Inoltre il concetto di libertà, elemento imprescindibile della personalità di Nelson Mandela, di cui lo stesso disquisisce in una sequenza del film.

Secondo il suo sentire, la libertà non appartiene neppure agli oppressori, perché prigionieri dell’odio e serrati dietro alle sbarre del pregiudizio sono derubati della loro umanità, così come gli oppressi.

Per completezza, a proposito dei personaggi che hanno prestato i loro volti agli interpreti di Mandela: la lunga strada verso la libertà, bisogna ricordare che hanno contribuito a sviluppare un film a cui si può attribuire la connotazione di pellicola importante, non un Kolossal, inteso in senso Hollywoodiano, ma un film dai contenuti sociali e politici notevoli.

Da aggiunge inoltre un fatto determinante per l’ottimo risultato del film. Il produttore indiano, Anant Singh, è stato in parte l’artefice del successo di Mandela: la lunga strada verso la libertà. Singh ha creduto fermamente nella realizzazione della pellicola, vivendo la storia di Mandela come una storia personale che l’ha coinvolto profondamente, in quanto ha provato sulla propria pelle il significato della parola apartheid.

Nelson Mandela

Singh ha incontrato, grazie all’attivista Fatima Mee, Nelson Mandela, ed è stato uno dei primi a entrare in possesso dell’autobiografia del leader, accaparrandosi i diritti per l’adattamento filmico.

“Mio popolo resta a casa, mantieni la pace e vota quando giungerà il giorno delle elezioni…”

Per concludere, a proposito della colonna sonora, è presente un brano degli U2, Ordinary love, che ha vinto il Golden Globe come miglior canzone originale, ed è stata anche proposta nella nomination agli Oscar, sempre nell’anno 2014.

 “Ho percorso un lungo cammino che ancora non si è concluso. Nessuno nasce per odiare… bisogna insegnare agli uomini ad amare, perché l’amore è il sentimento più naturale per il cuore umano…”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

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