“Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista” di Renzo Zambello: le difficoltà per nascere veramente

“Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista” di Renzo Zambello: le difficoltà per nascere veramente

Lug 19, 2018

“In casa mia non si è mai detta una parola in italiano. Il dialetto veneto era la lingua madre e pertanto andava rispettato. Un dialetto un po’ imbastardito perché abbiamo abitato, fin da quando avevo compiuto quindici anni, sulle rive del Po. Sulla riva opposta c’era Ferrara e così qualcosa di bastardo filtrava…”

Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista

Racconta e si racconta Renzo Zambello, autore del testo autobiografico Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista, edito dalla Casa Editrice Kimerik nel 2018. E lo fa in collaborazione con la giornalista Paola Cerana, offrendo al lettore un’importante testimonianza di vita e professionale.

Già la premessa che introduce il testo, scritta per mano della giornalista, è molto esplicativa, in quanto, oltre a dare conto del rapporto che l’ha legata all’autore, riferisce delle difficoltà con cui il medico si è dovuto confrontare per ‘nascere veramente’.

Il legame che ha unito i due, come sottolinea la giornalista, è stato un fatto imprescindibile per lei, al fine di raccogliere l’intima deposizione che il dottor Zambello le ha affidato.

Inizialmente, quindi, il lettore viene messo al corrente su come e perché è nata l’idea del libro.

Seguono poi ricordi, riflessioni, aneddoti, una commistione di emozioni da mettere su carta con l’orgoglio e l’opportunità, da parte della Cerana, di essere testimone di un’esperienza unica. Perché, come afferma la giornalista, tradurre in parole le immagini emotive che l’autore le ha trasmesso è stato motivo per accrescere il loro rapporto, già consolidato in precedenza.

“Mi pareva di essere un naufrago alla deriva che navigava a vista. In fin dei conti, per tutta la vita mi ero sempre barcamenato aggrappandomi alle poche cose a mia disposizione, avrei dovuto essere abituato…”

Raccontato a tratti con vena ironica, nel libro Ricordi e riflessioni di uno psicanalista Renzo Zambello si è messo a nudo: atto di grande coraggio, secondo il mio parere, che gli ha permesso di svelare non solo le proprie peculiarità professionali, ma anche quelle umane.

Il racconto prende il via dai tempi della primissima infanzia dell’autore, che si è originata in quel di Villanova Marchesana, in provincia di Rovigo. Paese che elegge l’argine del Po a suo orizzonte, ed è presenza vincolante per la quotidianità degli abitanti della zona.

Polesine, quindi, luogo che segna fin dai tempi più remoti la vita di coloro che stanziano lì e che, in qualche misura, ha segnato anche la vita del medico.

“Quindi potevo tranquillamente fare qualsiasi cosa, ma nessuna mi apparteneva veramente così come io non appartenevo ad alcuno di quei ruoli. Niente e nessuno mi umiliava perché l’unica necessità alla quale dovevo rispondere era la sopravvivenza…”

Suddiviso in tre capitoli e sviluppato a mo’ di diario, nel testo, l’autore rievoca i suoi trascorsi infantili, periodo non propriamente facile: disseminato soprattutto dalle incomprensioni con la propria madre, dovute anche alla ruvidità del luogo in cui si è consumata la fase iniziale della sua vita.

Affamato d’affetto, il giovane suscitava nella donna un sentimento di gelosia, in ragione del fatto che molti dei suoi atteggiamenti le risultavano incomprensibili. Ed ecco, nascere da qui una sorta di incomunicabilità, almeno in quella fase della vita, situazione che lo ha portato, fin da giovanissimo, a trasferirsi altrove munito solo delle proprie forze.

Dunque, periodo difficile quello adolescenziale, per tutti; ma per Zambello più che per altri, perché stretto fra le molte sue paure, soprattutto quella della morte, ha vissuto un disagio di non facile identificazione.

Ma, circa il prosieguo dei propri studi Zambello aveva le idee chiare, anche se avversato da molte difficoltà dovute anche al ristretto ambiente familiare con cui doveva confrontarsi. E che non vedeva di buon occhio progetti ambiziosi come quelli cui aspirava il ragazzo.

Eppure io volevo volare. E volevo volare più in alto di un albero. Ma, soprattutto, avevo imparato a non volere essere più una gallina, né tantomeno un maiale. Perciò decisi che, più di ogni altra cosa, volevo volare via da quel mondo così povero e triste…”

Aiutato da una notevole forza di volontà, il giovane si dedicherà spasmodicamente alla lettura, per migliorare il proprio universo culturale. Con vivace caparbietà si adopererà per realizzare il suo grande sogno: diventare un medico e in seguito uno psicanalista, obiettivo che realizzerà a pieno, nonostante le difficoltà, anche di ordine materiale, che si frappongono nel suo cammino.

La testimonianza dell’autore prosegue quindi, nel secondo capitolo, raccontando del suo percorso di studi.

Renzo Zambello

Una volta terminato il ciclo per diventare medico, dovette affermarsi come analista, con le varie fasi che questo percorso specialistico prevede, ovvero, entrare a sua volta in analisi per dimostrare di essere in grado di poter esercitare una professione socialmente utile, anche se non di così facile fruizione.

Ed è stato fra molte difficoltà e ostacoli, rivolgendosi a uno o ad un altro psichiatra che Zambello ha conseguito il suo nobile obiettivo. Nonostante la confusione in cui la sua vita continuava a dibattersi.

Con una spontaneità e sincerità quasi infantile il medico prosegue a raccontare delle sue esperienze di vita come di quelle professionali: il bisogno assoluto d’affetto, spesso non corrisposto, che dà la misura della sua personalissima sensibilità.

A un certo punto della narrazione riflette sul suo rapporto con Dio. Rapporto anche contraddittorio per certi aspetti, così combattuto fra il bisogno d’amore, e la difficoltà di realizzare un rapporto affettivo stabile e duraturo.

Infine, nel terzo capitolo, Zambello rivolge la sua attenzione al mondo della psicanalisi con l’intento di partecipare il lettore alla disciplina diventata suo primario scopo di vita. E lo fa citando sia Freud come Jung, di cui il medico è stato attento osservatore, e che l’ha potato ad aderire alla corrente psicanalitica junghiana. Con vari riferimenti alla realtà della psicanalisi ed esempi esaustivi, l’autore racconta del mondo dell’inconscio in un parallelismo interessante, ovvero in relazione al modo di esercitare la professione e di confrontarsi con i pazienti.

Aspetto assolutamente avvincente questo, che offre al lettore una chiave d’interpretazione del libro secondo i canoni dell’esplorazione psichica.

L’ultima parte, quella conclusiva, a parer mio, è quella che merita maggior attenzione per la profondità emotiva di cui è testimone.

Ancora una volta il medico si mette a nudo, affermando che è il ricordo dei suoi pazienti a dargli quella quiete a lungo cercata. Sono i suoi pazienti la risposta ai molti dubbi accumulati durante la sua esistenza.

Aggiunge poi, che il rapporto stabilito con loro è un qualcosa di indelebile, l’unico metro di giudizio per quantificare il suo risultato professionale e dare un senso al compito che si era prefisso, e che ha portato a termine. Egregiamente, aggiungo io, secondo quanto emerso dalla lettura di Ricordi e riflessioni di uno psicoanalista.

Infine, affronta il tema della morte; ma adesso, in età matura, rispetto alle fasi iniziali del libro in cui racconta del suo tempo giovanile, guarda a quell’evento con una sorta di serenità, un qualcosa di inevitabile da cui nessuno può affrancarsi. Cita poi alcuni dei suoi pazienti, che hanno giocato un ruolo importante nel corso della sua professione.

E poi, una mesta e affettuosa riflessione su colei che l’ha partorito, e ai suoi ultimi sorrisi di vecchia. Adesso, che risentimento e amarezza si sono andati via via stemperando, su di lei cade un sereno e amorevole pensiero.

Infine, un ricordo del suo mentore, Eugenio Borgna, figura particolarmente cara a Zambello, da cui prende in prestito una bellissima poesia di Emily Dickinson, custodita nel libro Il tempo e la vita, scritto appunto da Eugenio Borgna.

“Se io potrò impedire/ a un cuore di spezzarsi/ non avrò vissuto invano/ Se allevierò il dolore di una vita/ o guarirò una pena// o aiuterò un pettirosso caduto/ a rientrare nel suo nido/ non avrò vissuto invano.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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