iSole aMare: Emma Fenu intervista Anna Santoro fra le parole essenziali del linguaggio e della ricerca femminista

iSole aMare: Emma Fenu intervista Anna Santoro fra le parole essenziali del linguaggio e della ricerca femminista

Lug 11, 2018

La rubrica “iSole aMare si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi?

Anna Santoro

Sono l’Isola. Ma sono magica e infinita: non mi puoi cingere tutta.

Non mi puoi spostare, non mi puoi unire alla terraferma, non puoi possedermi. Puoi solo essere accolto, sederti alla mensa del mio corpo di sabbia e granito, mangiare dalla mia bocca le bacche del piacere e della nostalgia, fino a inebriarti, fino ad essere anche tu me. Ed allora ti fermerai per sempre, mi guarderai nelle pupille di basalto immerse nel cielo degli occhi e diverrai pietra.

Sarò la tua Medusa, con filamenti trasparenti danzerò per te negli abissi, ti brucerò di passione e non sarai più libero, nemmeno quando te ne sarai andato lontano, remando fino allo sfinimento, e il mare fra noi sarà un siero diluito con sangue di memoria e con lacrime di speranza.

Tu mi hai toccato, ora ti tendo le mani io.

Tu mi hai baciato, ora cerco il tuo sapore su di me.

Tu mi hai guardato: ora scruto l’orizzonte come una Didone abbandonata.

Tu mi hai annusato: ora raccolgo dalle fauci del maestrale il tuo polline per i miei favi.

Tu mi hai seguito: ora calo un ponte levatoio solo per te.

Tu mi hai atteso, ora ti attendo io.”  Emma Fenu ‒ “L’isola della passione”

 

Isole Amare.

Terre Femmine dispensatrici di miele e fiele, con un cuore di granito e basalto e capelli bianchi di sabbia che si spandono nel mare come le serpi di Medusa che, secondo la leggenda, un tempo della Sardegna fu sovrana.

Isole da Amare.

Terre Madri e Spose che squarciano il cuore di nostalgia, tirando il ventre dei propri figli con un cordone ombelicale intrecciato di mito, memoria e identità.

iSole aMare.

Sole che scalda e dà vita oppure che brucia e secca, negando l’acqua.

Mare che culla e nutre oppure che disperde e inghiotte, imponendo l’acqua.

 

La rubrica “iSole aMare” si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi? A questa domanda implicita i nostri ospiti, attraverso parole, note e colori, saranno invitati a rispondere.

La rubrica è stata inaugurata da Paolo Fresu, hanno seguito Claudia Zedda, le fondatrici di LibriamociPier Bruno CossoGrazia FresuCristina Caboni, Maria Antonietta Macciocu, le sorelle Francesca e Marcella BongiornoFranca Adelaide Amico, Anna Marceddu, Silvestra Sorbera e Nadia Imperio.

 

Oggi è il turno di Anna Santoro, scrittrice, poetessa e saggista, che, pur non essendo isolana di nascita, ha molto da raccontare sull’isola e sulle isole in senso metaforico e culturale. Nata a Napoli, ha vissuto per qualche anno ad Arezzo e Procida e ora vive a Roma. Studiosa di letteratura italiana, dagli anni ’80 si è occupata soprattutto delle scritture delle donne in Italia; per circa venti anni è stata Presidente dell’associazione culturale L’Araba Felice, da lei fondata; è stata socia fondatrice della Società delle Letterate; è impegnata da sempre in battaglie civili e politiche e, in particolare, nel movimento femminista.

 

Identità

Anna Santoro

A parte isola, su cui tornerò dopo, le altre parole sono state (e sono tuttora) parole essenziali del linguaggio e della ricerca femminista, e, per intenderle nella loro essenza profonda, vanno tenute collegate, ciascuna a chiarire il senso della altre. Tutte insieme sono parte del lessico politico che guidò le ricerche, i lavori, le riflessioni delle donne a partire dagli anni 70 in Italia. L’identità, a mio avviso, è il centro, il nucleo, del proprio io, dell’unità corpo/intelletto, è l’essere della coscienza di ciascuna e ciascuno di noi. Eppure la nozione di identità non va intesa in modo neutro, generale, come vorrebbe la cultura patriarcale (che ama far passare per neutri significati che invece hanno bisogno di una dichiarazione di “posizionamento”: libertà, giovani, anziani, lettura, scrittura…), ma varia a seconda del genere cui lo riferiamo, del soggetto che lo ricerca. E varia anche nel tempo e nelle culture. Per esempio, oggi, c’è un uso banditesco da parte di tanti del termine identitario. Ma torniamo al punto. Anche molti uomini, certo, (quanti nella nostra letteratura!) hanno avvertito (e avvertono) la “perdita d’identità”, lo smarrimento individuale di fronte al mondo, ai ruoli accettati o imposti, a comportamenti inappropriati, ma in ogni caso essa era ed è presente nel “canone” culturale cui essi appartenevano e appartengono. Era, appunto, smarrita. Invece, per affrontare la questione dell’identità, le donne hanno dovuto innanzi tutto riscoprire, reinventarsi, i propri desideri. Interrogarsi se quelli che avvertivano, i modelli a cui cercavano di ispirarsi, fossero davvero i propri. Hanno dovuto imparare a, e decidere di, partire da sé, mettendo in discussione l’immaginario che del femminile la cultura tradizionale, maschile, patriarcale, aveva costruito. Ed è stato chiaro abbastanza presto, in seguito all’inizio del Movimento delle donne, come il primo traguardo (e lo scopo finale) fosse quello della liberazione, grazie alla pratica del relazionarsi il più possibile tra donne. Del resto Virginia Woolf, maestra inimitabile alla quale faccio sempre riferimento, dimostrò come le donne, partendo dai propri desideri, avessero il compito di “rivoltare il mondo come un guanto”. Il che, lo segnalo per inciso, significa anche rivedere ogni aspetto del potere del patriarcato, dei “fratelli”, che aveva costruito un mondo di ingiustizie e oppressioni. Tornando al rapporto stretto tra identità, liberazione, cultura, memoria, e al fatto che queste questioni fossero le prime ad essere affrontate dal Movimento, mi viene in mente il Convegno I modi e le tematiche del femminismo a Napoli, del 1980 (Atti a cura del comune di Napoli, 1982), e la mia relazione: Il problema dell’identità. Il punto da cui partivo e che sottolineavo già da allora (pur se con qualche ingenuità e semplificazione) era che “il problema dell’identità per le donne coincide con quello della liberazione che, sia pure avvertito a livello individuale, non può essere affrontato e risolto che in modo collettivo, sulla base di una riconosciuta differenza sessuale (perché su di essa è basata l’oppressione maschile). In questo modo è evidente che il problema dell’identità era (ed è) indissolubilmente collegato a ogni altro tema portato avanti dalle nostre lotte e ricerche (potere, autonomia, memoria, linguaggio, cultura, rapporto tra emancipazione e liberazione…), e dunque, per giungere al riconoscimento di una propria identità, bisogna(va) iniziare un lungo lavoro culturale e di pratica politica”.

Tradizione

Riguardo poi alla tradizione, così strettamente legata al tema dell’identità, ripeto, per le donne in modo particolare essa è forza e guida, è scenario da rintracciare e apprezzare, è cultura da valorizzare e diffondere. Naturalmente assumendo un posizionamento giusto, uno sguardo di genere. Io ho lavorato dai primi anni 80 alla ricerca, visibilizzazione e diffusione delle scritture delle donne. E ho imparato quanto le nostre madri, le nostre scrittrici e intellettuali, le artiste, possano insegnarci. Quanto possano aiutarci nella ricerca dell’identità. Quanto la consapevolezza  di possedere anche nel passato una nobile storia di presenze formidabili  (successivamente cancellate, in ogni campo, artistico, intellettuale, sociale, politico, di vita), contribuisca alla nostra autostima, alla sicurezza di sé. E soprattutto quanto la conoscenza della storia e della tradizione ci supporti nel grande viaggio dell’innovazione.

Innovazione

L’innovazione è sperimentazione continua, nella vita, nel quotidiano, nel nostro lavoro. Di qualsiasi tipo. E, a saldare la riflessione su tradizione e innovazione, vorrei ricordare che Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé (1929), avverte che la “mancanza di tradizione” e “le conseguenze della tradizione”, sono entrambe pericolose per chi scrive perché, se è mortificante essere chiuse fuori (dalla Biblioteca, dal circuito della cultura dominante),  lo è anche esservi chiusi dentro. E continua: le donne hanno esperienze proprie, un proprio punto di vista che si manifesta quando scrivono, quando leggono, quando si guardano intorno, scrivere è un atto di libertà, e perché la scrittura (delle donne e degli uomini) sia tale, non solo chi scrive deve essere libera da problemi economici, ma la scrittura stessa lo deve essere e deve essere libera da odi, da tesi ideologiche, eccetera. Virginia Woolf, tra le tante cose che ci ha insegnato, ha voluto così avvertirci che, una volta acquisita identità, storia della tradizione, critica dei meccanismi di controllo, valorizzazione della cultura femminile, successivamente dobbiamo dimenticare, superare ciò che abbiamo appreso, per non rimanere catturate nel risentimento, e dobbiamo lanciarci con i nostri balbettii (nella scrittura e nel vivere) a tastare il mondo. Le grandi scrittrici furono e sono tutte innovatrici: inventarono un nuovo punto di vista, un nuovo sguardo, un suono della parola inedito, una voce nella scrittura che svelava (svela) la seconda realtà (Ortese). E questo lavoro di continua crescita e mutamento è indispensabile oggi più che mai.

Isola

E infine, l’isola. Usata spesso per rappresentare oasi di felicità, di serenità, di grazia, oppure, all’opposto, come sinonimo di solitudine, isolamento. “Gli uomini sono isole”, hanno ripetuto poeti, intellettuali, filosofi, il nostro vicino di casa (e si badi il maschile di rigore).  Io amo le isole. Procida è stata la mia casa, il mio luogo dell’anima per anni. Ho vissuto momenti e periodi fantastici. Credo che l’isola sia rappresentativa del fatto che ognuna/o di noi ha una propria identità, un proprio modo, un proprio viaggio, una propria bellezza e un proprio dolore. Eppure l’sola che vediamo (le persone che vediamo) è appunto la parte che si mostra, ma le sue radici sono profonde e la saldano a tutto il mondo. Per questo ciascuna persona, per le altre persone, è (dovrebbe essere) madre e padre, sorella, fratello, figlia, figlio.

 

Written by Emma Fenu

 

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