“Ho dovuto uccidere” di Nima Zamar: un’agente del Mossad infiltrata tra i combattenti palestinesi

“Ho dovuto uccidere” di Nima Zamar: un’agente del Mossad infiltrata tra i combattenti palestinesi

Lug 9, 2018

Nima Zamar è uno pseudonimo, un nome di fantasia scelto dall’autrice per narrare la sua storia nel libro, edito in Italia da Sperling & Kupfer, Ho dovuto uccidere il cui sottotitolo recita “Un’agente del Mossad infiltrata tra i combattenti palestinesi”.

Ho dovuto uccidere

È una storia vera, una spy story che all’apparenza potrebbe essere la sceneggiatura di un action movie, ma che invece racconta la cruda, e per molti versi incomprensibile, realtà degli agenti segreti, della loro terribile vita da infiltrati, del valore nullo delle vite altrui.

Nima è una giovane francese di origini ebraiche. Vive a Parigi con l’anziana madre che fino alla fine rifiuta l’invito della figlia a tornare in Israele.

Ho accettato un lavoro, il primo che mi si è presentato e per un po’ mi sono sforzata semplicemente di guadagnarmi da vivere e di prendermi cura di mia madre. Era contenta, saremmo rimaste in Francia, come voleva lei. Avevo un buon posto come ingegnere. Durante le due ore di viaggio quotidiane per raggiungere l’ufficio, in macchina ascoltavo musica israeliana a tutto volume. Era il mio unico momento di evasione.”

Quando la madre muore, Nima non ha più legami in Francia e decide di fare l’aliyah, letteralmente “salita”, termine con cui si indica l’immigrazione in Terra di Israele.

La notte del mio ritorno in Israele, nel novembre 1993, mi ha lasciato un ricordo magico, come pure la vista dal finestrino dell’aereo di quella Terra tanto cara, tanto idealizzata, tanto desiderata, costellata di luci, bagnata dal mare scuro. L’atterraggio e il sentimento meraviglioso di aver raggiunto la fine di un lungo percorso, di trovarmi finalmente nel posto giusto, di essere a casa”.

Sono queste le emozioni che prova Nima al suo arrivo in Israele, nella Terra dei suoi avi, una terra che presto si rivelerà irta di ostacoli e difficoltà nella vita quotidiana. Ma sarà la frase pronunciata dal suo amico Eldad che cambierà per sempre la vita di Nima “Non si diventa veramente israeliani finché non si fa il servizio militare”.

È così che Nima si arruola volontaria per il servizio di leva della durata di tre anni con il quale è sicura di meritare a pieno titolo la cittadinanza israeliana. Ma le sue spiccate capacità la mettono in luce agli occhi dei suoi superiori che la precetteranno per reclutarla fra le fila degli agenti segreti del Mossad. Inizialmente lusingata da questo che per lei è un riconoscimento, ben presto Nima si renderà conto della durezza degli addestramenti, della crudeltà di cui dovrà nutrirsi per sopravvivere.

L’interesse supremo della nazione richiede curiosi sacrifici. Forse il più difficile è quello di aumentare al massimo la propria sensibilità psicologica. Vedere tutto, sentire tutto, capire tutto e indovinare il resto. L’allenamento fisico richiede solo tempo ed energia, oltre a una forma mentis predisposta a concedere entrambe le cose senza fare storie. Investire le proprie risorse nella sensibilità è più complicato perché genera un dolore quasi costante”.

E con questo dolore Nima dovrà imparare a convivere, notte e giorno. Gli estenuanti addestramenti, soprattutto per la resistenza psicologica a eventuali situazioni di prigionia con il nemico, diventano la sua sfida quotidiana, rendendola presto pronta per la sua missione di infiltrata in un gruppo di combattenti palestinesi.

Nima passa quindi la linea di confine fra il bene e il male, per come glielo hanno insegnato e per come lo percepisce in quanto agente segreto israeliano. Ma ben presto si renderà conto che i fedayn come i potenziali martiri di Allah non sono altro che la copia dei militari israeliani.

Nima Zamar

La medesima manipolazione di uomini e notizie, la stessa follia omicida e suicida, l’annullamento della propria personalità per combattere una causa folle e disperata. Infiltrarsi fra le fila degli hezbollah porterà Nima a capire che il confine fra il bene e il male è molto più labile di quanto inizialmente pensasse. Che da un lato e dall’altro della barricata ci sono comunque esseri umani che lottano per la propria sopravvivenza.

Nonostante ciò Nima continua per dieci anni a comportarsi come una macchina programmata per uccidere. Uno in meno di loro, è la frase che si ripete ogni volta che ammazza un palestinese.

Continua la sua spola fra i campi degli hezbollah e Tel Aviv, subendo torture indicibili e reclusioni ripetute dalle quali riuscirà sempre a liberarsi. Tutto questo fino a quando qualcosa si spezza dentro di lei, fino a quando l’incontro con Erez lo yemenita le porterà il dono di una figlia, una bambina che crescerà senza conoscere suo padre, morto ammazzato quando lei aveva solo sei mesi.

Nima matura la decisione di abbandonare quella vita fatta solo di sofferenza, violenza, sangue, morte. Una vita dove non sa più dov’è la verità e dove la menzogna. Vuole vivere, per lei e per sua figlia, una vita normale.

Ma scegliere di lasciare non è così facile: “Non sono la prima a voler abbandonare questo mestiere. Altri ci hanno provato prima di me. La risposta classica dei capetti è un soggiorno in prigione per qualche anno. Di solito venticinque, gran parte dei quali in isolamento… Ne ho incontrato uno quando è stato rimesso in libertà… aveva appena scontato diciassette anni di prigione… era un uomo di quarant’anni, distrutto, fuori di testa, prigioniero di un mondo di deliri dal quale non poteva più uscire. Non voglio diventare come lui”.

Nima paga ogni giorno con la limitazione alla propria libertà e con il costante pericolo di vita, la decisione di aver abbandonato i servizi segreti e di aver in qualche modo tradito i suoi compagni.

 

Written by Beatrice Tauro

 

 

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