Selfie & Told: la band Enjoy the Void racconta l’album omonimo

Selfie & Told: la band Enjoy the Void racconta l’album omonimo

Giu 17, 2018

 “Ti conosco bene, piaga intellettuale/ Tu, ignota alle menti incancrenite/ Ho sognato di essere un usignolo/ Per eluderti attraverso i pini” – “The Most Sublime”

Enjoy the Void – live

Mi presento, sono Sergio Bertolino, autore, cantante e tastierista degli Enjoy the Void, band alternative rock (con base a Sapri, SA) che di recente ha pubblicato il primo, omonimo album, disponibile sui principali digital store (ITunes, Spotify, Amazon, ecc.). Volete farvi un’idea della nostra musica? Su YouTube potete trovare il videoclip del singolo Our Garden.

Credo che un cappello introduttivo sia necessario, ma non è semplice descrivere in breve il progetto. Ci provo: allora… suoniamo un rock molto contaminato, con un’impronta pop, in cui cerchiamo di far convergere gli stili e le influenze più disparate (dall’elettronica al blues, dal funky al jazz).

L’ecletticità è un po’ il nostro marchio di fabbrica. Potete star certi che, ascoltando una canzone del disco, non riuscirete a prevedere l’atmosfera del pezzo successivo, e tuttavia non avrete l’impressione di un calderone caotico. C’è infatti una coerenza di fondo. Abbiamo tentato di creare un sound personale, riconoscibile in tutti i brani.

La nascita degli Enjoy the Void è piuttosto insolita. Inizialmente si configura come un progetto solista: ho composto ed arrangiato l’intero album. La BAM! (bottega artistico-musicale) di Sapri mi ha proposto di registrarlo, collaborando con i suoi musicisti. Ebbene, con quei musicisti, nel corso delle registrazioni, si è creato un feeling artistico, una bella amicizia da cui poi è scaturita l’idea di formare una band.

Io sono di Reggio Calabria. Il resto del gruppo è saprese. È stato Tony Guerrieri (l’attuale bassista degli Enjoy the Void) a introdurmi a Sapri e all’ambiente della Bottega. Con lui avevo già suonato quando entrambi vivevamo a Torino. Da allora siamo sempre rimasti in contatto.

Spesso sono io a rispondere alle interviste. Oggi, invece, vestirò i panni dell’intervistatore e a dialogare con me ci sarà proprio Tony Guerrieri.

Ed ora beccatevi la nostra Selfie & Told!

 

E.T.V.: Ok Tony, cominciamo. Ho già anticipato che Enjoy the Void è nato come progetto solista, ma qual è stato il momento in cui tu, personalmente, hai visto nascere la band?

Enjoy the Void: Quando, ultimate le registrazioni dell’album, ci siamo organizzati per provare tutti assieme con l’obiettivo di proporre quel materiale dal vivo. Lì ho percepito per la prima volta un’identità di band.

 

E.T.V.: C’è una canzone che esemplifica meglio lo stile degli Enjoy the Void?

Enjoy the Void: Io direi Stay Away. A mio parere è il brano dal sound più ricercato. Lo trovo innovativo e stimolante, anche da un punto di vista bassistico. La componente elettronica è più presente rispetto ad altri pezzi, dove invece è prevalente un approccio rock chitarristico. Ecco, Stay Away se ne discosta totalmente e questo mi piace.

 

E.T.V.: Quale pensi debba essere il naturale percorso artistico della band?

Enjoy the Void – Album

Enjoy the Void: Vorrei esplorare più a fondo il linguaggio dell’elettronica. In quest’album funziona soprattutto da supporto alle canzoni; non gioca un ruolo da protagonista. Ritengo e spero che questa sia la naturale evoluzione della nostra musica. In tal senso, Stay Away può fare da apripista (insieme a Song for the Forgotten One). Mi piacerebbe che ci addentrassimo in nuovi territori, ancora più “elettronici”, senza però snaturare le nostre inclinazioni compositive, molto orientate alla forma canzone, all’essenzialità delle strutture e ad una melodicità marcata.  

 

E.T.V.: Non credi che, ricorrendo ampiamente all’elettronica, ci sia un rischio di “disumanizzazione”? Mi spiego meglio: il particolare feeling del musicista, il tocco, le imperfezioni in grado di donare realtà e calore… Tutto questo non è minacciato dalla freddezza delle macchine?

Enjoy the Void: Se ci riferiamo ad attività come la composizione e la registrazione, il rischio non lo vedo. Il musicista deve essere capace di offrire un contributo artistico anche al di là del suo strumento. La creatività si esprime a prescindere dal mezzo, ed è sempre un fattore umano. Le difficoltà possono manifestarsi nel momento in cui si ha l’intenzione di proporre quella musica dal vivo; ci sono sonorità tipicamente elettroniche che vivono di combinazioni sottilissime, che è quasi impossibile riprodurre in un live. Allora va tutto ripensato: si può ricorrere alle sequenze; è una formula molto usata oggi, basti pensare che le one-man band stanno diventando nettamente più diffuse dei classici gruppi rock (intendo la classica formazione rock)… Ma anche le sequenze possono essere gestite dal vivo, “performate”. Stiamo assistendo a un’evoluzione, a un cambiamento che, secondo me, chiede al musicista di sperimentare una nuova dimensione sul palco, sia a livello strumentale che scenico. La trasversalità rappresenta la principale sfida della contemporaneità: bisogna sviluppare la capacità di pensare e pensarsi oltre il proprio strumento.        

 

E.T.V.: Secondo te che periodo sta vivendo il rock attualmente, non solo in Italia?

Enjoy the Void: A volte ho come la sensazione che si sia un po’ persa l’anima del rock. Il rock è un genere cazzuto, che vuole il sangue sulle corde e le vene del collo gonfie. Ha una potenza viscerale, che attinge parecchio dalla carnalità, oltrepassando i contenuti esclusivamente cerebrali. Forse il tipo di rock che oggi va per la maggiore è un’evoluzione di quel linguaggio che in futuro potrebbe non essere classificata come rock in senso stretto. D’altro canto penso che il rock non morirà mai; vive solo una fase di transizione, di riconfigurazione, ma resta comunque uno dei pilastri su cui si fondano molte attuali forme musicali.

 

E.T.V.: Modernità, attualità… Come giudichi, a tal proposito, il lavoro degli Enjoy the Void?

Enjoy the Void: La modernità è un concetto troppo vago, declinabile in vari modi. Per capirci, posso definire moderni anche i Royal Blood e i Tame Impala. Io non so se gli Enjoy the Void siano moderni, ma laddove non lo fossero, secondo me sono sulla buona strada per diventarlo. Modernità a parte, di certo considero gli Enjoy the Void una novità: si possono collocare in una zona ibrida, tra il rock e l’elettronica, senza affondare le proprie radici né nell’uno né nell’altra, con un’ecletticità notevole, a tratti imprevedibile, aperta a una moltitudine di possibilità. Ho ascoltato tanta musica che mi ha dato sì un’impressione di modernità, ma che non ho reputato nuova. Credo che un po’ di quell’anima rock sia contenuta nell’album degli Enjoy the Void. 

 

E.T.V.: Hai parlato di ecletticità: la consideri un valore aggiunto o un pericolo? Pensi che la pluralità stilistica possa spiazzare gli ascoltatori e rendere meno efficace la comunicazione?

Enjoy the Void: La considero un vantaggio, ma per gestirla bene bisogna avere grande sensibilità, essere artisti, oltre che musicisti. La presenza di molti stili e influenze non impedisce la creazione di un sound che sia in grado di arrivare in modo compatto, diretto e pungente. È però necessario un orientamento alla ricerca, all’elaborazione artistica del materiale che si ha a disposizione. Tutto va messo al servizio della musica. Alla fine è come se fossero tanti colori su una tavolozza; idealmente più se ne hanno meglio è. Ciò che viene fuori da quei colori dipende dalla creatività e dalla visione dell’artista.

 

E.T.V.: Riguardo a questo primo disco degli Enjoy the Void, c’è una cosa di cui vai particolarmente fiero?

Enjoy the Void

Enjoy the Void: Ce sono tante. Innanzitutto vado fiero dell’amalgama che abbiamo trovato nonostante il percorso atipico (prima la registrazione dell’album, poi la nascita della band e le esibizioni dal vivo); vado anche fiero del contesto indipendente in cui è stato realizzato il disco, del fatto che sia autoprodotto ma sembra che non lo sia, della qualità inaspettata e fortemente ricercata in ogni fase della registrazione e della post-produzione, della novità del sound che si accompagna all’essenzialità strutturale e all’orecchiabilità melodica.

 

E.T.V.: Quale pensi sia, invece, la principale lacuna, l’aspetto su cui bisogna lavorare di più?

Enjoy the Void: Si tratta di una lacuna potenziale, legata alla nostra evoluzione. Non voglio dire che il percorso sia nebuloso, poco chiaro, anzi… Però quando verrà il momento di passare dalle idee ai fatti, dalla visione evolutiva alla sua manifestazione, allora bisognerà essere capaci di reinventarsi, di approcciarsi alla musica in maniera diversa. È un po’ il discorso di prima: oggi, secondo me, le band e i musicisti devono collocarsi in una nuova dimensione.

 

E.T.V.: Grazie. Vuoi aggiungere qualcosa?

Enjoy the Void: Ho detto così tante cose che temo non si capisca un cazzo, soprattutto se non si conosce l’album. Quindi accattatv’ o’ disc!

 

“Siamo solo rondini di passaggio/ Ali come petali ancora in fiore/ Incolpevoli di ciò che scegliamo/ Nel bel mezzo del nulla/ Con un bicchiere di vino in mano/ Non fantasticare di tornare sui tuoi passi” – “Song for the Forgotten One”

 

Written by Enjoy the Void

 

 

 

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