2 giugno: la Festa della Repubblica ed il ruolo delle donne

2 giugno: la Festa della Repubblica ed il ruolo delle donne

Giu 2, 2018

“Questa Repubblica si può salvare. Ma, per questo, deve diventare la Repubblica della Costituzione” – Nilde Jotti

 

Festa della Repubblica

È forse retorico domandarsi se, in questi tempi di disorientamento politico e sociale, il 2 giugno è ancora da celebrarsi come festa della Repubblica.

Certo è, che tale ricorrenza, qualunque sia l’opinione di ciascuno, è motivo per far memoria di un passaggio fondamentale per la nascente Repubblica italiana.

Il percorso che ha visto precedere l’evento è stato difficile e travagliato, soprattutto perchè disseminato di numerose vittime.

Il 2 giugno è quindi l’occasione per una breve riflessione su ciò che ha rappresentato, e ancora rappresenta, la cerimonia per commemorare la giornata dedicata alla Repubblica.

“È una cosa che si è sempre vista, che buone leggi, che hanno fatto sì che una piccola repubblica diventasse grande, una volta che si è ingrandita le diventano di peso” ‒ Montesquieu 

Era appunto il 2 giugno del 1946 quando il popolo italiano fu chiamato a decidere per una nuova forma di governo. Si trattava di scegliere fra due opzioni: mantenere in piedi la monarchia, fino ad allora presente in Italia, o favorire la realizzazione di una Repubblica democratica.

La guerra, da poco terminata, si era lasciata dietro macerie ben visibili, sia nelle città come nei volti della gente, smarrita e dagli sguardi segnati da una guerra che aveva fatto oltre 50 milioni di morti, oltre a un ampio numero di vittime collaterali.

Nonostante la lotta armata si fosse conclusa da oltre un anno, focolai di odio erano ancora vivi in alcune zone del paese; erano molti coloro che pensavano di saldare i conti lasciati in sospeso con una giustizia sommaria.

Tuttavia, la voglia di ricominciare c’era. Era nei gesti delle persone e nel desiderio di dare ai giovani un futuro diverso dal passato che tutti volevano lasciarsi alle spalle.

Ma la ricostruzione del paese non appariva di così facile attuazione: l’economia era devastata, la produzione industriale praticamente inesistente, così come l’agricoltura. Per non parlare poi dell’approvvigionamento alimentare, del sistema dei trasporti distrutto, della gravissima situazione abitativa, dell’inflazione che aveva assunto ritmi paurosi.

Fame, disoccupazione e mancanza di alloggi erano dunque l’imperativo con cui la maggior parte della gente si doveva confrontare. Danni materiali pesantissimi in una nazione che faceva fatica a risollevarsi, e necessitava perciò di urgenti interventi di un rinnovamento sociale e politico.

Ma, per comprendere meglio le dinamiche che animavano la vita del paese, è opportuno un breve excursus storico, al fine di evidenziare la situazione italiana dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Benito Mussolini.

Benito Mussolini

Era il luglio del 1943 quando il capo del fascismo venne destituito, arrestato e condotto sul Gran Sasso; mentre il re Vittorio Emanuele III affidava al maresciallo Badoglio i pieni poteri: dopo vent’anni di dittatura si compiva l’epilogo di uno dei totalitarismi che aveva investito l’Europa del XX secolo.

“Uno squilibrio fra il ricco ed il povero è il più vecchio e mortale alimento per tutte le repubbliche” ‒ Plutarco

Soltanto pochi giorni prima gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia, mentre i massicci bombardamenti sulle città minavano quel poco di fiducia che ancora nutrivano gli italiani.

Nel frattempo, in gran segreto, il nuovo governo firmava l’armistizio con gli Alleati, un armistizio che costava caro all’Italia: si prevedeva infatti una resa incondizionata delle armi senza alcuna possibilità di trattativa; in quanto paese militarmente sconfitto.

Ma la presenza tedesca sul suolo italiano era ancora diffusa capillarmente, in virtù della stretta alleanza fra Hitler e Mussolini stabilita tempo prima.

A quel punto, così raccontano i dati storici che ci sono pervenuti, Badoglio dichiarava guerra alla Germania, e al nord veniva fondata la repubblica di Salò, stato fantoccio guidato da un Mussolini che sembrava risorto: liberato dai tedeschi diventava leader della repubblica sociale, il cui comando militare veniva stanziato sul lago di Garda. Repubblica che sarà elemento propulsore per avviare il paese verso una sanguinosa guerra civile.

L’esercito italiano, rimasto senza alcuna direttiva era a pezzi: molti tornavano a casa per rifugiarsi sulle montagne con l’unico scopo di dare battaglia all’invasore.

Alcuni reparti dell’esercito si comportarono valorosamente contro le truppe tedesche, considerate adesso non più un alleato ma un nemico da combattere.

Nell’isola di Cefalonia, per esempio, la divisione Acqui rifiutò di cedere le armi ai tedeschi che, dopo aspri combattimenti, fucilarono oltre 5000 soldati italiani.

Nel sud Italia, invece, già in mano agli Alleati, si costituì un governo guidato dal re e da Badoglio, rifugiatisi nel frattempo a Brindisi, che firmò il già citato armistizio con gli alleati, reso poi pubblico l’8 settembre 1943.

“Dietro a ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi” Sandro Pertini

La cospirazione clandestina antifascista aveva agito con destrezza: da tempo aveva fatto un lavoro di scardinamento del regime, grazie al lavorio degli appartenenti alla Resistenza.

Festa della Repubblica

Non soltanto in Italia erano presenti i movimenti antifascisti; ma in tutta Europa, seppur in forma diversa, con interventi che ostacolavano con forza gli autoritarismi. In seguito, protagonisti anch’essi della sconfitta di fascismo e nazismo.

Tornando però agli accadimenti italiani, le azioni messe in atto dai partigiani si compirono soprattutto in alta Italia, anche se per la totale liberazione di queste zone si dovrà attendere ancora: le operazioni belliche si erano cristallizzate per quasi un anno, nonostante Roma fosse stata già liberata.

Da qui l’esigenza, per i partiti antifascisti, di costituire il CLN, comitato di liberazione nazionale, sotto la cui ala si riunivano gruppi di diversa ideologia, seppur guidati dal comune obiettivo di liberare l’Italia dai nazifascisti.

Il CLN diventerà l’organo fondamentale per dare al regime una serie di contraccolpi tali da contribuire a farlo crollare; e ciò in collaborazione con il vigente governo Badoglio per abbattere la RSI, che non sarà annientata così presto come si era previsto.

Ma, nonostante l’intento condiviso, all’interno del comitato di liberazione coesistevano una serie di dissapori, soprattutto in merito al ruolo che la monarchia avrebbe dovuto ricoprire nel dopoguerra.

Per i partiti di sinistra l’abdicazione del re era un elemento imprescindibile, gli altri, invece, la fazione formata da democristiani e liberali, ritenevano opportuno confermare la fiducia alla monarchia.

Fu Togliatti, politico di chiara fama, a sbloccare una situazione per nulla facile: propose di accantonare provvisoriamente la questione e progettare di formare una coalizione con le forze antifasciste, in modo da poter proseguire la lotta conto i tedeschi ancora presenti sul territorio italiano.

Nominato un nuovo governo, guidato dall’antifascista Bonomi, la questione istituzionale fu dunque rinviata a guerra conclusa; mentre il re, consapevole della piega presa dagli eventi, abdicò a favore del figlio Umberto II.

Mente al nord la guerra proseguiva aspramente per oltre un anno, periodo durante il quale i tedeschi reagirono con crudeli rappresaglie alla lotta clandestina e all’incalzare degli Alleati, ormai prossimi a raggiungere l’alta Italia. Superata la linea gotica, con l’aiuto determinante dei partigiani, i lì a poco gli Alleati sgominarono le residue forze tedesche liberando l’Italia del nord.

Era il 27 aprile 1945 quando a Dongo, sul lago di Como, lì dove si era rifugiato protetto dai tedeschi, Mussolini venne e catturato giustiziato dalle forze partigiane.

Palmiro Togliatti

Si chiudeva così un’amara pagina della storia italiana, dove crudeltà e vendetta segnavano l’epilogo del dramma di un popolo sottomesso a forze reazionarie, ma anche capace di risollevarsi e reagire agli eventi negativi che avevano devastato un intero paese e fiaccato lo spirito di un’intera popolazione.

A quel punto, la necessità di dare una svolta democratica a un paese in sofferenza si faceva sempre più impellente. Da qui l’urgenza di un referendum per sancire se l’Italia sarebbe stato un paese a guida monarchica o repubblicana.

Referendum, il cui risultato non era per nulla scontato, come dimostrato dallo scarto dei numeri, ma sufficiente a decretare la fine della monarchia e l’esilio dei Savoia.

Oltre al referendum, il 2 giugno 1946, contemplata nell’evento politico in questione, fu stabilito di istituire l’Assemblea Costituente, per redigere la stesura della Carta Costituzionale ed eleggere un capo dello stato provvisorio. Decisione, in conseguenza della quale riprendeva la ricostruzione del paese, grazie anche al sostegno degli Alleati, che prendeva forma nel cosiddetto piano Marshall.

Le sorti dell’Italia erano quindi risollevate, e il paese si preparava a vivere una stagione di grande trasformazione con il cosiddetto ‘miracolo economico’, che prendeva vita negli anni ’60, trasformando profondamente l’economia e la società italiana.

“Il bilancio deve essere equilibrato, il tesoro ripianato, il debito pubblico ridotto, l’arroganza della burocrazia moderata e controllata, e l’assistenza alle nazioni estere tagliata, per far sì che Roma non vada in bancarotta.” Marco Tullio Cicerone

Nel contesto elettorale del 1946 ci fu un altro fatto, determinante, a fare del 2 giugno una data di cui far memoria: l’occasione per le donne, per la prima volta, di partecipare a una consultazione elettorale per decidere della vita politica del paese.

Era già accaduto tre mesi prima che le donne fossero state chiamate ad esprimere la loro opinione in una consultazione amministrativa. Ma il voto per il referendum aveva un significato politico e sociale molto più ampio: era l’occasione per il genere femminile di contribuire a riscrivere la Storia d’Italia.

Il cammino delle donne per ottenere il diritto al voto non è stato un cammino facile, semmai un percorso irto di ostacoli. Quindi, le donne e il voto.

Per comprendere questo passaggio, fondamentale nelle rivendicazioni femminili, occorre ripercorrere le tappe che hanno portato la categoria femminile a far proprio un così importante risultato, il quale dava alle donne la prerogativa di essere parte attiva nelle decisioni del paese.

Il percorso, alquanto sofferto, costato un cospicuo numero di vittime, prese il via dai primi movimenti femministi che, a partire dalla fine dell’800 e per tutto il ‘900, fecero sentire con forza la loro voce. Soprattutto in America e in Inghilterra.

Da tempo le donne lottavano con i mezzi a loro disposizione: stampa, circoli, conferenze, il tutto al fine di eleggere ed essere elette. Alcuni nomi fra tutte: Silvia Pankhurst, e le scrittrici Charlotte Bronte e George Eliot.

In Italia il cammino è stato più lungo e difficile che altrove, in quanto proposte di legge ne sono state fatte, ma per svariati motivi sono sempre state rifiutate o rinviate. Ha quindi radici antiche l’imprescindibile esigenza delle donne di mettersi al servizio della propria nazione, principio questo che dà la cifra della tenacia e della forza d’animo che appartiene al cosiddetto ‘sesso debole’.

È stato infatti fin dalla Prima guerra mondiale che le donne hanno occupato con determinazione l’importante ruolo di mogli e madri nella società dell’epoca: nelle fabbriche avevano sostituito gli uomini impegnati al fronte, in famiglia avevano assunto la funzione di capofamiglia.

E, sarà proprio grazie a tali mansioni che in esse nascerà la volontà di ritagliarsi un ruolo nelle decisioni che riguardavano la loro vita e il futuro dei figli: la partecipazione al voto era un atto che spettava loro di diritto.

Festa della Repubblica

Era il 1895 quando la legge vietava espressamente la partecipazione femminile alle consultazioni elettorali. In seguito, il movimento per il suffragio femminile si arricchì di un nome eccellente, quello di Maria Montessori, presenza importante che, nel 1906, portò le donne a proporre un testo di legge, appoggiato dalla stessa Montessori, che però non venne preso in considerazione. Per arrivare quindi al 1912, quando il Suffragio Universale fu riservato soltanto ad alcuni aventi diritto; anche in questo caso le donne ne furono escluse. Nel 1922 ci fu un nuovo tentativo, ma Mussolini, impegnato con la marcia su Roma, non diede l’approvazione affinché la proposta diventasse legge.

Nel 1925 venne presentata un’ulteriore mozione di voto, ma solo per le consultazioni amministrative; l’iter venne però interrotto e la legge si arenò in Senato. Poi, con il fascismo, neppure più gli uomini andarono a votare. Finito il secondo conflitto, forti della loro partecipazione alla Resistenza, durante la quale avevano anche imbracciato il fucile accanto agli uomini, le donne avvertirono forte l’esigenza di esprimere il loro parere attraverso il suffragio; evento sollecitato anche dai movimenti femministi che in quegli anni assunsero maggior consapevolezza.

Quindi, in quel difficile dopoguerra le donne avocarono a sé un diritto ormai inalienabile: quello di far parte attiva della vita politica di un paese da ricostruirsi.

Ma sarà soltanto al termine del ventennio fascista, il 10 marzo del 1946, che le donne saranno chiamate per la prima volta a esprimere la loro opinione sulla politica italiana. Anche se tale evento, rivoluzionario, non suscitò l’eco che avrebbe meritato: la discussione sul voto si ridusse a un mero dibattito politico fra cattolici e partiti di sinistra. Inoltre, con un decreto legislativo, proposto da Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi il 2 febbraio 1945, le donne entrarono a far parte dell’Assemblea Costituente.

Tuttavia, nonostante i notevoli passi in avanti, alcune fondamentali conquiste arrivarono soltanto in un momento successivo. Fino al 1950 non esisteva una legge sul congedo per maternità; e sarà nel 1960 che le donne vennero ammesse a tutte le professioni. Mentre, soltanto nel 1963 poterono ricoprire l’incarico di magistrato.

Comunque, oggi, anche se ancora irto di ostacoli, il percorso intrapreso dalle donne ha dato buoni risultati: al Senato della Repubblica c’è un presidente donna, così come altre rappresentanti della politica sono di sesso femminile.

 

Written by Carolina Colombi

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: