Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e racconto breve “Nella clessidra del cuore”

Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e racconto breve “Nella clessidra del cuore”

Mag 30, 2018

Si è conclusa il 23 aprile 2018 a mezzanotte la possibilità di partecipare al Contest Letterario di poesia e racconto breve “Nella clessidra del cuore” promosso da noi di Oubliette Magazine e dall’autrice Giovanna Fracassi.

Contest Nella clessidra del cuore

Una competizione a suon di parole e versi che ha visto più di 80 partecipanti per le sezioni A (poesia) e B (racconto breve).

La giuria del contest (Alessia Mocci, Giovanna Fracassi, Katia Debora Melis, Altea Gardini, Carolina Colombi, Beatrice Tauro, Rebecca Mais) ha decretato i 14 finalisti.

Oggi, vi presentiamo i sei vincitori del contest che riceveranno a casa una copia della nuova raccolta poetica “Nella clessidra del cuoredi Giovanna Fracassi, edita dalla casa editrice Rupe Mutevole.

Tutte le opere partecipanti possono essere lette cliccando QUI.

FINALISTI

SEZIONE A

Melissa Alterni con “Tempesta”

Peann Tobair con “Non sei migrante”

Tania Scavolini con “Sarebbe tempo”

Anna Rossetto con “Tempus extremum diei”

Alessandra Solina con “L’inganno del tempo”

Rodolfo Vettorello con “Il tempo sta facendo il suo lavoro”

Carmelo Cossa con “Il tempo”

SEZIONE B

Tania Scavolini con “Il baule degli antichi segreti”

Paolo Lazzini con “L’albero del tempo”

Irma Gazzotti con “Dell’istante non compreso”

Marina Casali con “Prost Neujahr”

Samanta Berruti con “Assoluzione”

Angelo con “Il tempo sogna”

Tiziana Topa con “Verrà il tempo del perdono”

 

VINCITORI

SEZIONE A

Tania Scavolini con “Sarebbe tempo”

È tempo di raggiungere il tempo

dopo averlo inseguito invano

per tutto il tempo dell’esistenza.

 

Ho giocato con lui da piccola

sperando passasse in fretta,

poi l’ho visto correre veloce

verso la strada del passato.

 

Anche ora che è presente

sfugge come polvere tra le dita

oltre le lancette del mio pulsare.

 

Vorrei raggiungerlo per andare

dove sarebbe più facile il vivere

gestendo i suoi spazi

con ciò che più mi è congeniale.

 

Sarebbe tempo…

di raggiungere il mio tempo.

 

Anna Rossetto con “Tempus extremum diei” 

(Ultimi momenti del giorno)

Misterioso, solitario viandante

s’incammina all’alba della vita

rapido, nella sua inesorabile lentezza

mai guarda indietro,

non una sola volta.

Il futuro la sua unica meta.

Ricordi, tracce del suo passaggio,

inafferrabili ed eterei

quanto l’illusoria promessa

di un suo ritorno.

Impronte, a volte chiare,

a volte appena accennate

lì,

nelle pieghe dell’anima

per l’eternità.

Al tempo che fluisce.

Alla speranza che non demorde.

All’attesa che non si stanca.

Alla forza di non voler mollare.

MAI

 

Rodolfo Vettorello con “Il tempo sta facendo il suo lavoro”

Il tempo sta facendo il suo lavoro

e sa colpire dove fa più male

e lo fa piano e senza far rumore.

Colpisce al cuore dove sa che tengo

l’essenza di me stesso e il mio coraggio

e me lo brucia come un fuoco fatuo.

Percuote le mie vertebre che piangono

per non potermi far volare ancora.

Mi brucia gli occhi e mi sottrae le scene

d’albe e tramonti e rondini nel cielo.

Mi strazia la memoria e mi tormenta

con l’annebbiare i miei ricordi cari.

 

Con gli occhi della mente mi dipingo

come il ragazzo dalle vele al vento.

Mi immagino leggero e evanescente

e intanto è in questo corpo che appassisco.

La morte non mi avrà di soprassalto;

giorno per giorno mi sta già sbranando

e quando arriverà sarà nient’altro

che spegnere una fiamma quasi estinta.

 

Il tempo sta facendo il suo lavoro

su me e su tutto quello che ho più caro

ed io non so accettare il mio degrado

e mi ribello al tempo e al suo passare.

Socchiudo gli occhi e ascolto da lontano

il rumore del traffico che scorre

e i gridi dei bambini nei giardini.

Ascolto il vento che va mescolando

le nubi che si addensano al tramonto

ed i profumi della primavera.

Dimentico il mio corpo,

una prigione,

apro le porte e libero il pensiero

di un altro luogo, d’un sognato altrove.

 

SEZIONE B

Paolo Lazzini con “L’albero del tempo”

Un giorno fatto di giorni… la mia vita, un tempo dove tutto inizia, un tempo dove tutto finisce e, dentro al tempo sorseggia un respiro, d’alabastro e sandalo, incenso e fiato e l’alba rossa partorisce il sogno… mastico i ricordi con un cuore che tutto digerisce, tranne le lacrime dei mediocri amori. Soffia il vento grigio dell’autunno, ascolto il ticchettio del rosso orologio, sento il respiro della paura, mentre corro nel buio braccato dalla pantera… l’alba di un nuovo giorno, ad altri giorni uguale, nelle strade la nebbia avvolge i respiri, le avare parole assonnate, i passi frettolosi, i freddolosi fiati… uuuee… l’urlo meccanico strapazza un pallido sole…la fabbrica apre i cancelli, …

… un ingorgo, di anime e lamiere.

… Ho impaginato il tempo nel libro dei ricordi, le pagine ingiallite racchiudono l’autunno dei miei disingannati anni, ho mascherato i giorni fra gioie e delusioni, ho ingannato la vita, nascondendomi… fuggito gli amori, deludendoli… ho imparato a difendermi, annoiandomi. C’è una foglia nel bosco ingiallita, sciupata, sgualcita dal tempo, sfibrata… è la mia età ingannata, la coscienza impallidita, l’anima stuprata… troppe volte dalla vita. Quando ero ragazzino, amavo il primaverile sole, mi entusiasmava nell’estivo oziare il ronzante volo del calabrone… ora mi addentro nelle stagioni uggiose, dove cadono le foglie e il giorno si fa breve… e nel rilevare un’assenza, mi accorgo come a cambiarci non sia il tempo trascorso, ma il non averlo vissuto per tempo. Prendi un giorno, una data di un calendario inventato, riempilo di ricordi, immaginari dettagli, poi lascia libero il cuore d’innamorarsi ancora, siediti in un prato nevoso e aspetta in silenzio la prima rondine in primavera… spoglia un fiore per conoscere ad ogni petalo lasciato cadere, se il suo è vero amore… osserva la vita attorno a te, i piccoli insetti, la loro frenetica esistenza… ascolta il vento nel suo rincorrersi fra colline e pianure, scandisci un nome quando la brezza ti sfiorerà la pelle, così che per sempre possa volare il tuo sogno d’amore.

Il camuso naso della notte imbavaglia gli sguardi della vita, rassomiglia delle voci il sussurrare, intorpidisce l’anima, quiescenza sottile del tempo sulle cose.

Sai dirmi dove inizia la finzione di vivere ogni giorno per il giorno che viene? Noi siamo ricchi di vecchie falsità e poveri di ciò che non sarà… Questa vita ci consuma lentamente tutti i giorni un poco, per malinconia di un sogno, un viso, un bacio, un sorriso, una canzone, un cielo, un prato… ricordi… ricordi… ricordi… Ricordo la biancheria stesa ad asciugare, l’odore dei pomodorini sotto il sole ad essiccare… ricordo mia madre intonare sussurrando una strofa di chissà quale canzone d’amore… ricordo mio padre parlarmi della vita, per regalarmi giocando la profonda saggezza del suo cuore operaio… ricordo un treno fermo, ad una piccola stazione e noi giovani alunni di paese sempre assonnati, infreddoliti e svogliati in quei mattini di brina e prime sigarette… una birra, una stecca, un bigliardo, ecco la vita che si perde nel ricordo di uno sguardo… poi ricordo un treno che ora… ora non sbuffa più, nella caldaia ha la ruggine al posto del carbone… i viaggiatori stanchi vorrebbero partire, senza andare, vorrebbero restare e intanto viaggiare. Così è la vita, ferma nel suo fluire… compare una ruga dentro lo specchio e ti fa più vecchio… piccolo mio, un vecchio acrobata fra le mestizie del tempo immobile, geometria astratta, impalpabile come i ricordi, piccoli sogni che ci portiamo dentro.

I giorni della pioggia sui vetri, malinconici come un addio, riposano assopiti, nel fluttuare dei sogni… gli arcaici dubbi gli arenosi sentimenti dell’argivo uomo di teatro…”essere o non essere”… Resta la notte con le sue voci, silenzi fragili, rumori acuti, leggeri passi di felina natura, uomini soli avvolti dall’ombra della loro sconosciuta paura… a volte vorrei essere il vento, quel suo turbinare che ogni cosa travolge, lasciandola uguale. Credi che sia facile invecchiare così, coi dubbi e le inquietudini di un giovane bohemié, tra sogni spesso inutili e sfortunati amori, complicati e stupidi che l’anima scompensano prima ancora del cuore, nel gioco caleidoscopico di luci e di colori, fra l’ombra densa della notte e dell’alba il fragore, nell’annunciare un giorno nuovo non c‘è pietà per il giorno che muore.

L’albero su cui mi nascondevo, quando mi sentivo troppo solo e il mondo attorno a me era cattivo…l’albero su cui ho scritto “ti amo” ferendo la sua pelle di castagno… col piccolo coltello incidevo il tatuaggio di un cuore già sfibrato. L’albero che poi hanno tagliato e per un inverno intero ci ha riscaldato e, fra le tante legne, quel cuore ha bruciato…

 

Nel cerchio dei concili

lungo le ruote magiche

nell’alba del sole d’Inverno

l’uomo di Penokee ascolta

la mutevole voce del vento

oltrepassare il valico, guarda

zampillare la luce del giorno

 

Non evitarmi se le mie mani ti cercano, se i miei occhi ti chiedono parole che non hai, se i miei passi ti seguono senza fretta… non disprezzarmi senza conoscermi, non odiarmi se prima non mi hai almeno amato un po’… chi non ha lacrime non ha cuore. I fiori e le foglie si stringono e s’intendono, una scarpa di seta corre nella pioggia… come un richiamo dal cielo i miei pensieri raggiungono l’orizzonte… altri pensieri verranno a sedere qui su questa sedia di paglia e ferro, altri occhi vedranno, quando la luce serale scorderà quelli come me che tanto l’amarono… nessun singhiozzo farà echeggiare il nostro amore e le nostre finestre saranno spente… in altri occhi si specchierà questo cielo d’autunno… le soffici nuvole, le voci… altre voci canteranno, altri cuori piangeranno lacrime di rabbia e d’amore… tutto sarà consumato, tutto sarà perdonato… mentre il bosco e i suoi silenzi, la campagna e i suoi rumori, la pioggia, il vento, il sole, la linea dell’orizzonte… attraverseranno altri sogni dentro gli infiniti attimi polverizzati fra le pieghe del tempo…forse un giorno per nuovi amici manterrà Dio, quella sua promessa di felicità.

 

Irma Gazzotti con “Dell’istante non compreso”

Amalia ed Oscar erano due bambini che vivevano in una prateria di colori danzanti. La loro conoscenza del mondo non prevedeva la suddivisione della settimana in sette giorni, nulla era stato loro insegnato se non la bellezza della natura e della vita. Era sempre Sole ed era sempre Luna. Erano stelle la notte quando puntavano le dita verso l’alto cercando di comprendere cosa ci facevano quelle luci là in alto e come si potessero accendere.

Una mattina, accanto alla loro tenuta, arrivò uno straniero in groppa ad un cavallo, con sé portava una sacca di libri polverosi e dalle molte pagine. Uno di questi libri aveva come titolo: “Dell’istante non compreso”. L’uomo si fermò nei pressi del cancelletto della loro modesta casa e chiese di poter entrare, aveva sete e fame, si sarebbe accontentato di acqua e pane.

Amalia ed Oscar, che di persone ne vedevano assai poche, corsero in casa a chiedere il permesso al padre. Il viandante fu accolto con le dovute precauzioni e lasciò loro in cambio il libro. I due bambini non avevano mai visto un libro e chiesero al padre cosa fosse quell’oggetto. Il padre si stranii, ma ormai doveva proprio raccontare ai suoi due figli qualcosa del mondo al di fuori della tenuta ed iniziò a leggere il contenuto del libro, totalmente ignaro della pericolosità di quelle pagine.

“C’era una volta il tempo, c’era una volta l’uomo e la donna, c’era una volta Dio e la Natura. C’ero una volta io che spezzai il Mondo in quattro parti così da dividere gli elementi in ampolle riflettenti mercurio. C’era una volta un saggio che mi aiutò di domenica a rammentare tutto ciò che mi accadde poi…”

Amalia incuriosita chiese subito al padre: cos’è domenica?

Ma il padre chiuse il libro e lo ripose sopra il caminetto: Amalia, tesoro, sono cose da grandi, lo saprai più avanti, ora vai a guardare la rosa fiorire.

Ma Amalia non smetteva di pensare a quelle parole di cui non aveva conoscenza e dopo alcuni giorni prese il libro scoprendone anche delle illustrazioni.

Non capii il significato di domenica ma iniziò a fantasticare sul mondo degli altri al di là della prateria e così decise di iniziare un cammino che la portò lontana dalla famiglia.

Non tornò mai più a casa.

 

Marina Casali con “Prost Neujahr”

Poi succedeva che, di botto, si passava dalla silenziosa intimità del Natale, festeggiato secondo la tradizione tedesca, ai botti della notte di San Silvestro.

Improvvisamente era finito l’anno, finito per sempre, non si sarebbe ripetuto mai e poi mai più, e noi piccolette ci ritrovavamo a correre per casa come a concludere in fretta le ultime cose prima della mezzanotte, come se il tempo dovesse finire di lì a pochi minuti, come se, affacciate sull’oceano dalle terre dell’ultimo mondo conosciuto, ancora credessimo che questo finisse all’orizzonte, in una caduta a picco nel vuoto….

Il conto alla rovescia, qualche botto di prova, sparso tra i tetti, o colpi sfuggiti da mani ansiose, e noi sorelline eccitate e spaventate, mamma vicino ai bicchieri di cristallo, lucidi e brillanti, papà che traffica col tappo dello spumante, lo spinge, lo trattiene, e la nonna con la sua piccola pistola a salve sporta alla finestra, il dito sul grilletto, gli occhi emozionati per il regalo di tanta vita.

Nel televisore il presentatore conta i numeri al contrario in un coro di ospiti d’onore; le nostre voci fanno eco, ogni numero a scalare è un addio ineluttabile al passato e davanti c’è il mistero del futuro, la nuova avventura.

Mancano pochi secondi, come la pallina di un flipper mi sposto per trovarmi vicino ai miei cari nel momento fatidico, ma la nonna è alla finestra e griderà “Prost Neujahr!” sparando al cielo i suoi colpi loffi nel frastuono generale, mamma tampina mio padre, due bicchieri in mano e il terrore che lo spumante schiumi fuori macchiando il parquet, mia sorella è rintanata in un angolo con le mani sulle orecchie per la paura del tappo che, se ti prende, pare porti fortuna.

Cinque… quattro… tre… due…

Ci siamo: l’anno è finito e mi dispiace proprio tanto… Sono piccola, è vero, ma capisco già che la corsa verso il futuro non sarà del tutto indolore.

La nonna anticipa tutti, spara e grida con voce tremula i suoi auguri alla sorella gemella nella patria lontana, parte il tappo, rimbalza sul soffitto, non colpisce nessuno, qualcuno intona la prima canzone del nuovo anno dal televisore in bianco e nero.

Evviva il 1967, addio vecchio anno usato e sfinito, domani cambierà tutto, domani sarà tutto nuovo.

 

I vincitori saranno contattati via email per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

Per gli autori, esordienti e non, se si è interessati a conoscere le modalità per accedere alla creazione di un contest su Oubliette Magazine contattateci su email: oubliettemagazine@hotmail.it scrivendo sull’oggetto: Info Contest Letterario.

 

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