iSole aMare: Emma Fenu intervista Maria Antonietta Macciocu fra orgoglio e contraddizioni

iSole aMare: Emma Fenu intervista Maria Antonietta Macciocu fra orgoglio e contraddizioni

Mag 9, 2018

La rubrica “iSole aMare si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi?

Maria Antonietta Macciocu

Sono l’Isola. Ma sono magica e infinita: non mi puoi cingere tutta.

Non mi puoi spostare, non mi puoi unire alla terraferma, non puoi possedermi. Puoi solo essere accolto, sederti alla mensa del mio corpo di sabbia e granito, mangiare dalla mia bocca le bacche del piacere e della nostalgia, fino a inebriarti, fino ad essere anche tu me. Ed allora ti fermerai per sempre, mi guarderai nelle pupille di basalto immerse nel cielo degli occhi e diverrai pietra.

Sarò la tua Medusa, con filamenti trasparenti danzerò per te negli abissi, ti brucerò di passione e non sarai più libero, nemmeno quando te ne sarai andato lontano, remando fino allo sfinimento, e il mare fra noi sarà un siero diluito con sangue di memoria e con lacrime di speranza.

Tu mi hai toccato, ora ti tendo le mani io.

Tu mi hai baciato, ora cerco il tuo sapore su di me.

Tu mi hai guardato: ora scruto l’orizzonte come una Didone abbandonata.

Tu mi hai annusato: ora raccolgo dalle fauci del maestrale il tuo polline per i miei favi.

Tu mi hai seguito: ora calo un ponte levatoio solo per te.

Tu mi hai atteso, ora ti attendo io.”  Emma Fenu ‒ “L’isola della passione”

Isole Amare.

Terre Femmine dispensatrici di miele e fiele, con un cuore di granito e basalto e capelli bianchi di sabbia che si spandono nel mare come le serpi di Medusa che, secondo la leggenda, un tempo della Sardegna fu sovrana.

Isole da Amare.

Terre Madri e Spose che squarciano il cuore di nostalgia, tirando il ventre dei propri figli con un cordone ombelicale intrecciato di mito, memoria e identità.

iSole aMare.

Sole che scalda e dà vita oppure che brucia e secca, negando l’acqua.

Mare che culla e nutre oppure che disperde e inghiotte, imponendo l’acqua.

La rubrica “iSole aMare” si propone di intervistare isolani che della propria condizione reale e metaforica abbiano fatto cultura, arte e storia ponendosi in comunicazione con il mondo: nessun uomo è un’isola o forse lo siamo tutti, usando ponti levatoi? A questa domanda implicita i nostri ospiti, attraverso parole, note e colori, saranno invitati a rispondere.

La rubrica è stata inaugurata da Paolo Fresu, hanno seguito Claudia Zedda, le fondatrici di Libriamoci, Pier Bruno Cosso, Grazia Fresu e Cristina Caboni.

Oggi è il turno di Maria Antonietta Macciocu, scrittrice e poetessa nata e cresciuta a Sassari, residente da anni a Torino, dove ha lavorato come insegnante presso il Conservatorio. Attiva nella politica e nell’impegno sociale, ha pubblicato sillogi poetiche e romanzi, questi ultimi in collaborazione con Donatella Moreschi, di cui l’ultimo è il giallo “Con le migliori intenzioni”. Appena edito il suo romanzo “Tango rosso”.

 

Identità 

Emma Fenu – Maria Antonietta Macciocu

A Sassari, quand’ero bambina, se mandavi una cartolina o una lettera in continente, sotto la località di destinazione, fosse pure Roma, mettevi tra parentesi: Italia. E quando a Genova sbarcavi dalla nave, dovevi far contrassegnare il bagaglio alla dogana, perché avevi attraversato acque francesi e potevi esserti fatta complice di pericolosi contrabbandieri. Eppure non mi sentii mai diversa. Perché crescevo in una famiglia di borghesia cittadina che si sentiva parte della Storia d’Italia, che mi raccontava della partecipazione della città alle lotte risorgimentali, di Sassari che aveva sostenuto, col quotidiano La Nuova Sardegna, l’interventismo alla Prima Guerra Mondiale, che si era opposta al fascismo, che aveva fatto, col giovane Enrico Berlinguer, l’assalto ai mulini e ai frantoi, che ora aveva perfino un Presidente della Repubblica (Segni, più avanti ne avrà anche un altro, Cossiga).  Si parlava solo l’italiano e quando si vedeva un uomo in costume lo si definiva Un Sardo, quasi fosse un’entità diversa. La mia identità era di italiana e dopo, con i rivolgimenti degli anni ’60 e ’70, di cittadina del mondo. C’erano sì i racconti di luoghi mitici di continenti sommersi, matriarcati, faide, banditi, ma era come appartenessero alla leggenda più che alla Storia. Fu vivendo in continente che recuperai, come spesso succede, una specificità sarda che era soprattutto insularità, contatto con la terra e con le sue tradizioni, una Sardegna altra più appartata e negletta, fu allora che lessi attentamente Grazia Deledda, Dessì, Satta, come ora faccio con Fois e Murgia. Prima avevo letto in prevalenza classici. Ma per me rimane comunque una specificità, una differenza presente in tutte le regioni, che non esclude un contesto comune. Sono favorevole al recupero affettivo e storico della lingua, senza però l’utilizzo prioritario, non potrei mai essere separatista. Di separato rimane l’amore: la Sardegna la amo di più, quando mi incontro con le amiche sarde, nell’isola o in continente, ci capiamo alla prima sillaba, e mi prende un senso di ritorno a casa che non sento con nessun altro.

 

Tradizione

Qui il discorso diventa contraddittorio. Sono cittadina del mondo di tradizioni sarde. Me le porto dietro come un tesoro ovunque vada. La tavola apparecchiata della notte dei morti, i motti filastrocca ai miei figli, quelli della sera dell’Epifania, quando i ragazzini andavano a recitarli nelle case e ne avevano in cambio noci e fichi secchi; le frittelle lunghe di Carnevale, fatte con l’imbuto di stagno col manico lungo, ben in vista nella mia cucina; il ricordo delle processioni della settimana santa e i pani ricamati con le uova a Pasqua, la Cavalcata a maggio, i Candelieri ad agosto e il cibo, ravioli, seadas, papassini, tiricche, bottariga, pecorini di cui mi riempio il frigo dopo ogni viaggio. I cesti, i cuscini, il bottone e la fede sarda, le maschere dei Mamuntones, quella cassapanca autentica intarsiata d’uccelli che cerco da anni senza trovarla. Le pietre di Stintino sul mio terrazzo. I vagabondaggi per paesi dell’interno, alla ricerca di tracce non contaminate dall’omologazione. E perfino le poche parole in lingua che conosco, col dispiacere di non conoscerne di più. E quei tratti del comportamento, senso della giustizia e della liberta, fierezza, silenzi, ma anche cocciutaggine, ritrosia, polemica e purtroppo, a volte, rissosità, che mi piace attribuire alla tradizione sarda, invece di farci i conti come persona. Tutte cose che rafforzo, investendone certi personaggi dei miei libri. Un filo che mi tiene su come un salvagente, quasi dovessi altrimenti affogare nel mare della vita.

 

Innovazione 

Emma Fenu – Maria Antonietta Macciocu

“… loro incontrano gli altri…/ via vai dal continente per eventi e raduni,/ il mare è un’autostrada, non più barriera, ormai/ è scompenso metropolitano dalla Nurra a Shanghai…”

Così scrivo in una mia poesia (Rigantanti), perché il progresso e la globalizzazione hanno tolto i nostri giovani e noi stessi dalla difficoltà di muoverci, di entrare e uscire più facilmente nel mondo e dal mondo. Eppure… vedo che l’innovazione, in Sardegna, è un ambiguo Giano bifronte. Più omologazione che reale progresso. I comportamenti si sono adeguati, talvolta spazzando via tesori di specificità, ma il progresso, quello vero che porta benessere, giustizia per le persone e l’ambiente si è arenato nelle secche di scelte sbagliate o di comodo. Non voglio mettere in discussione le eccellenze sarde che operano sul territorio e altrove, che Giacomo Mameli racconta bene in un suo libro. Ma il piano di sviluppo che, a partire dalla Ricostruzione, ha visto la Sardegna più come riserva coloniale che come territorio da valorizzare nelle sue specificità. Così un luogo di pastorizia, che andava resa competitiva con la modernizzazione industriale, ha visto virare verso un’industria petrolchimica che ha alterato l’ambiente, ha fallito l’obiettivo collettivo e lasciato rovine economiche e ambientali. Così il turismo, che da utilizzo armonioso delle coste e del mare, unico al mondo, ha visto proliferare cementificazione, prati inglesi, villaggi hawaiani, spiagge private, riserve per miliardari, una Coney Island concentrata in pochissimi mesi, invece di favorire un utilizzo del territorio diffuso e più differenziato per tutto l’anno. Così la cessione servile di luoghi incantevoli per basi militari. L’innovazione e la modernità, sono, per la Sardegna, una mela avvelenata: scintillanti al sole estivo, spariscono al primo autunno. E allora arrivare, sia pure con l’aereo, è ancora un’avventura verso la terra promessa, le navi sono carissime, ti devi accontentare di servizi frettolosi, perché quello che conta è il “mordi e fuggi” di quei pochi mesi estivi, e chi viene è da sfruttare subito e tanto, senza una visione del domani. La burocrazia è farraginosa. Molti abitanti puntano su un’indipendenza che ha sapore di autarchia. Quale imprenditore può correre il rischio di investire davanti a queste incognite? Senza specializzazioni, la disoccupazione è molto alta, andare via è una scelta obbligata. Più che ai nostri tempi, quando almeno si veniva assorbiti dal pubblico.

 

Isola

Un’isola, soprattutto con tanto mare intorno, è per sempre. Perché prima che luogo geografico è luogo dell’anima e della mente. È un posto dove ti formi in maniera diversa da chi ha la terraferma a portata di mano. Sai da subito che ogni spostamento verso il mondo richiede desiderio, progetto, determinazione e fatica. Quella nave che chissà che mare troverai, e se soffrirai, è già l’inizio di un’avventura affascinante e paurosa. Quell’aereo che, se all’ultimo minuto non parte, ti costringe prigioniera. Ma il mondo è lì, oltre quel mare, e tu lo sogni e lo vedi e lo vivi con l’immaginazione, e nei fai parte senza farne parte, e per farne parte devi attraversare le colonne d’Ercole delle Bocche di Bonifacio, e magari decidere di fermarti per sempre. Eppure quella terra galleggiante ti manca, e ne cerchi tracce dentro di te, e ne rianimi cose disperse, profumi, tradizioni, racconti, pezzi di lingua, in una nostalgia di falso paradiso perduto. Perché quando ritorni, dopo la commozione del primo momento, ti accorgi che l’appartenenza è qualcosa che ti porti dentro, ma che è altro dal ritrovarti come quotidianità, dal voler ritornare a viverci. Sei scisso per sempre da emozioni contrastanti.

“… eterno dilemma, restare o andare via e non/ tornare più, Sardinia sound per sempre” ‒ da Rigantanti

 

Written by Emma Fenu

 

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Rubrica iSole aMare

 

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