Le métier de la critique: incontrare Anaïs Nin – appunti di un viaggio nell’anima

Le métier de la critique: incontrare Anaïs Nin – appunti di un viaggio nell’anima

Mag 5, 2018

Ricordo la prima volta che mi parlarono di lei: “Devi conoscerla, ti piacerebbe molto” disse M., amica di letture e di esplorazioni identitarie. Io ero una ragazzina affamata di ‘parole guida’, una ricercatrice di libri indimenticabili. Volevo ascoltare voci che mi penetrassero l’anima.

Anaïs Nin

Cominciai a osservarla tra le righe di “Uccellini[1] creandomi di lei un’impressione parziale ma sufficiente perché potessi accoglierne intimamente le suggestioni. Non completamente soddisfatta, mi dedicai a “Il delta di Venere[2] snocciolando così le ore di un giorno d’estate, gustando uno dopo l’altro i quindici racconti che mi spalancarono le porte del suo mondo.

Esplorai quei paesaggi disegnati tra i sensi e i significati, tracciati sulla carta dalla pioniera che fu Anaïs Nin. Un intreccio di mani e di gambe per una geografia di corpi sotto le costellazioni del desiderio.

Ne uscii con una domanda: quanto dista una donna come Anaïs dalla propria scrittura, se le parole che partorisce anche solo per gioco e su commissione sono poetica d’Eros, al di là del suo aver vissuto realmente le esperienze che descrive nel testo? Di favole erotiche ne avevo già lette, ma in questo caso ho riconosciuto le trame di un percorso di vita concreto e pulsante.

La scrittura come corpo vivo: l’ho potuto scorgere, il corpo s-velato, in quei racconti, per poi scoprire un’ancor più intima connessione tra la vita e carne nel corpus (!) dei “Diari”, un’avventura letteraria durata più di quarant’anni. “L’eroe di questo libro” scrive la Nin “potrebbe essere l’anima, ma è un’odissea dal mondo interno al mondo esterno”.

La rivelazione (…) risiede essenzialmente nel fatto che qui, per la prima volta, abbiamo una descrizione appassionata, articolata, del viaggio di una donna moderna alla scoperta di sé.[3]

Autobiografia che si snoda in un cammino di quindicimila pagine. Esplorazione di sé che prende avvio sotto forma di appunti nel 1914 (la scrittrice ha undici anni), come una lettera senza fine indirizzata al padre assente, al genitore che ha abbandonato la famiglia e che diventa Padre idealizzato, amore inquieto e magistralmente descritto in “Incesto” (l’inedito senza censure del 1932-34), passione ritrovata nel tempo e nello spazio attraverso altri amori, mai paghi. È un percorso esposto al pubblico e tradotto in più lingue nelle tappe che dal 1932 arrivano al 1977, dall’adolescenza all’ultimo respiro.

I “Diari” della Nin sono la mappa di un mondo individuale eppure archetipico, riconoscibile da tutte le donne che cercano di raggiungere il centro di se stesse. Il tragitto di Anaïs è un sentiero ramificato, è un labirinto di specchi che catturano volti di donna – ed è sempre la stessa donna che scrive se stessa in proprie molteplici sfumature ma quella donna è anche il riflesso di tante donne, delle Anaïs che siamo noi lettrici, tutte indagatrici del sentimento e del territorio variegato nel quale ci riconosciamo mogli, amanti, individui fuori e dentro lo spazio delle relazioni con l’altro. Con l’uomo.

Anaïs è poliedrica come la sua scrittura – lettere, saggi, pensieri, ricerca letteraria, racconti, romanzi, prosa poetica – ed è sfaccettata nella propria sfacciataggine del ruotare sempre intorno a se stessa; è una donna unica nella propria complessità, una che guarda “con occhi di camaleonte la mutevole faccia del mondo.”[4]

Henry Miller – Anaïs Nin

Nelle fotografie in bianco e nero lei ha occhi enormi; due iridi notturne che chiamano i miei occhi con la stessa forza delle lettere nere incise sulla pagina del libro. La immagino ancora a Louveciennes, agghindata da sposa perfetta per il marito bancario.

La vedo svestita da amante appassionata tra le braccia di Henry Miller e poi nuda di fronte allo specchio con la moglie di lui, June Mansfield.

Ne ammiro la danza dei mille veli di fronte al pubblico di innamorati: è un ballo che durerà fino agli Anni Settanta, quello di Anaïs – la morte è un varco, non una fine, se i libri oltrepassano il tempo e ancora oggi, nel 2018, attualizzano un’esperienza ricca e arricchente, il pellegrinaggio amoroso di Psiche per Eros, un messaggio in onore della libertà di spirito proiettato dal passato verso il futuro e ancora a disposizione delle donne di oggi.

Passo dopo passo, tra le pagine dei “Diari” fanno capolino volti e voci della letteratura e della psicoanalisi, gli amori folli, gli amici e gli analisti: ancora Henry e June, ma anche Antonin Artaud, Rene Allendy, Otto Rank e molti altri esponenti della cultura del Novecento.

Incontrare la Nin adesso, con la pioggia che cade sulla mia città, ritrovarla mentre scrivo questo articolo seduta sul letto, riconoscerla al di là delle differenze di tempo e di spazio, oltre le distanze e anche oltre le diffidenze è per me inevitabile come lo è il riflettere sulle radici dell’essere. Sarà deformazione professionale; sarà che non ne posso fare a meno, come donna e come psicoterapeuta.

Gli scrittori e le scrittrici che abbiamo amato sono certamente rami di albero ‘animico’, una pianta del nostro ‘giardino genealogico’. Siamo diventati grandi anche grazie a loro, i nostri miti letterari.

Per Anaïs ho provato certamente amore ma anche un senso di fastidio nel momento in cui, alla fine degli anni Novanta, nella mia giovinezza infiammata dal pensiero femminista, ravvisai in lei quella dipendenza dall’amore, quell’ossessione del maschio umano – intellettuale o sensuale che fosse – e la dedizione di questa scrittrice agli schermi proiettivi – l’uomo come ladro di un’immagine perduta.

Come se ogni donna, per cercare se stessa e per incontrarsi dentro, fosse condannata alla deprivazione, alla mancanza, e incontrasse l’altro al fine di recuperare i propri frammenti e i brani, gli scorci della storia.

Ma è davvero una condanna la relazione?

O non è piuttosto un’opportunità per riscoprirsi ogni volta libere, individui sempre più completi in se stessi anche grazie al gioco di riconoscimento e differenziazione con l’altro?

Anaïs Nin

Non è forse questo segreto – o forse è meglio dire mistero che resta celato solo se non lo si considera – il messaggio trasmesso dalla storia di vita della Nin? La ricerca interiore non ha confini e transita anche attraverso il mondo del diverso da sé.

La scoperta dell’anima è un diario che può durare anni e anni e si nutre volentieri di rapporti umani e di relazioni appassionate, di pezzetti di verità da ricostruire. Un po’ come nel mito di Iside. Conoscete la trama? La dea egizia è impegnata a navigare senza sosta e senza limiti per rimettere insieme il suo sposo Osiride, il dio smembrato, e dare vita al nuovo sole, una luce che è il simbolo della nostra coscienza.

Devo parlare per tutte le donne”, scrive ancora la Nin mentre ci descrive la possibilità di tenere insieme ed esprimere più aspetti di noi stesse. La strada è lunga e il viaggio può durare una vita, per poter dire, finalmente: “Come è sbagliato che le donne si aspettino che sia l’uomo a costruire il mondo che vogliono, invece che darsi da fare per crearlo esse stesse. Queste sono le fonti delle ribellioni della donna, la sua vulnerabilità e la sua dipendenza. Io mi accingo a creare il mio mondo, non ad aspettare che sia l’uomo a crearlo per me.”[5]

Sei corsa come il vento, ti sei sparpagliata e disciolta. Io ti sono corsa dietro come la tua ombra raccogliendo quello che avevi sparso in capaci forzieri.

 

Written by Valeria Bianchi Mian

 

 

Note

[1] testo scritto negli anni ’40 ma edito soltanto nel 1979

[2] anche in questo caso, i racconti furono scritti su commissione negli anni ’40 e pubblicati nel 1977

[3] Vol I, Introduzione – Bompiani, 2001

[4] La casa dell’incesto, pag.13 – ES, 1994

[5] Diari, vol.V  (pag.94)

 

3 comments

  1. Luciano Tanto /

    Minuzie… Anais, perchè con i due inutili puntini alla francese se in italiano non sono nemmeno utili?

  2. Gentile Luciano
    immagino che se qualcuno decidesse di scrivere un articolo su di lei e questo qualcuno scrivesse in Francia le piacerebbe essere chiamato Luciano e non Lucien. Per dire. Insomma. È una scelta. Ho letto alcuni suoi testi in francese.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: