Le métier de la critique: Siddharta Gautama ed il rapimento di Panchen Lama, fra leggenda e vita reale

Le métier de la critique: Siddharta Gautama ed il rapimento di Panchen Lama, fra leggenda e vita reale

Apr 17, 2018

“Per conseguire l’Illuminazione io sono nato, per il bene degli esseri senzienti; questa è la mia ultima esistenza nel mondo”.

 

Siddharta Gautama

Buddha. Semplicemente Buddha. Così è conosciuto il fondatore del Buddhismo, il cui nome originale, in sanscrito, è Siddharta Gautama.

Religione fra le più antiche e diffuse al mondo, col termine Buddhismo si disegna un insieme di tradizioni, attività di pensiero e pratiche spirituali. Principi, che si sono poi evoluti e differenziati nei modi più disparati, a seconda delle interpretazioni attribuite alla dottrina buddhista.

Dapprima, il pensiero di Buddha si diffonde nel Sud – Est asiatico e in Estremo Oriente, in seguito anche in Occidente, adattandosi alle diverse culture dei paesi con cui entra in relazione.

“L’unione con quel che non si ama è dolore, la separazione da quel che si ama è dolore, il non ottenere ciò che si desidera è dolore…”

Mistico, asceta, monaco buddista, Siddharta è una delle figure spirituali più rappresentative dell’Asia. Nato da una famiglia di origine nobile e di stirpe guerriera, il cui capostipite era un re, avrebbe dovuto anch’egli ricoprire il ruolo del monarca, ruolo già appartenuto a suo padre, re del regno Sakya, uno degli stati oggi appartenenti alla regione del Nepal.

La data di nascita di Siddharta non è certa, semmai piuttosto approssimativa. Fonti raccontano che lui sarebbe venuto al mondo tra il 566 a.C. e il 486 a.C. a Lumbini, città al confine con l’India, sita nel sud dell’attuale Nepal.

Al momento della sua nascita i festeggiamenti sono ampi ed estesi ad autorevoli personalità, quale segno di buon auspicio. L’oroscopo tracciato per il piccolo, come era in uso all’epoca, sembra a lui favorevole, e il suo promettente destino va in una direzione precisa: diventare un monarca o, in alternativa, un asceta. Un illuminato, insomma. Anche perché, nella tradizione buddhista, il termine Buddha ha il significato di ‘colui che è illuminato’.

A crescere Siddharta è la seconda moglie del padre: quella naturale muore nell’immediatezza del parto.

Fin da giovinetto manifesta una tendenza alla meditazione, un’inclinazione che lo porta a far suoi principi che non appartengono ai suoi coetanei. Il padre però non vede aspetti positivi nell’atteggiamento del figlio e, colto da una singolare forma di premonizione cerca di ostacolare questa sua tendenza, anche perché il suo scopo ultimo è trattenerlo presso di sé. È un rifiuto categorico alla vita ascetica il suo, così determinato a non permettere al figlio di abbandonare il regno e diventare sovrano, anziché un uomo dedito alla contemplazione. Tentativo alquanto vano, perché Siddharta acquisterà consapevolezza del suo ascendente mistico e lo farà proprio per tutta l’esistenza.

Sono molte le domande che Gautama, non accontentandosi delle spiegazioni che gli vengono dai suoi maestri, si pone. Sul vivere umano, per esempio, in quanto volto a conoscere le cause della miseria presente nel mondo.

La sofferenza patita dagli uomini è assegnata per volere di un Dio? Si domanda il giovane.

E ancora, da cosa è causato il dolore? Come è possibile affrancarsi dall’infelicità che la miserevole condizione umana porta con sé?

Sono questi e molti altri gli interrogativi che Siddharta si pone, non ultimo, l’infelicità che la vita, in ogni suo diverso aspetto, spesso custodisce in sé.

“Mi accadde di attraversare questo fiume su una navicella; oggi non conviene che col mezzo medesimo torni a passarlo. Il Buddha è ormai maestro nel trasportar gli uomini all’altra riva; perché insegna a tutto il mondo di traversar l’oceano delle esistenze…”

Siddharta Gautama

A soli sedici anni, secondo la consuetudine dell’epoca, Gautama va in sposo a una cugina che gli dà un figlio.

Ma, invece di trarre felicità dall’evento, per lui ha inizio un lungo travaglio interiore in cui acquista coscienza, che il mondo sfarzoso della reggia in cui vive, non gli appartiene. Gli incontri successivi, particolarmente significativi per lui, forgeranno ulteriormente la sua personalità dotata di una sensibilità non comune.

Saranno quelli con un malato, un anziano e un morto a spalancargli le porte di un universo fino ad allora poco conosciuto, rafforzandolo nell’idea che la ricchezza, i gesti eroici e la cultura sono valori effimeri, perché tutto è vittima della caducità della vita.

Ed è a questo punto che sceglie di abbandonare ciò che possiede. Abbandona potere, fama e denaro e scappa dalla prigione dorata in cui il padre vorrebbe costringerlo. Fuga che gli destina un percorso di introspezione critica e gli apre la strada verso la meditazione, che diventerà suo scopo di vita.

“Tutti i viventi moriranno; come in pari modo tutti i Buddha, dai tempi passati fino al presente sono ormai nel Nirvana: e oggi a me, fatto Buddha, spetta la stessa sorte…”

Raggiunta la regione del Kosala, con il sostegno del mistico Alara Kalama, si dedica all’ascesi e alla contemplazione, per pervenire allo scopo finale: quello della liberazione dalle cose terrene. Ma cosa si intende quando ci si riferisce a un esclusivo stato di contemplazione?

È utile precisare che tale concetto include in sé un assoluto raccoglimento interiore volto a raggiungere una liberazione spirituale e fisica, stati strettamente connessi fra loro. È un processo interiore indirizzato all’emancipazione della vera essenza dell’uomo, ed è condizione della mente indotta da un insieme di comportamenti fra i quali una vita aliena dalle responsabilità quotidiane, attributo indispensabile per raggiungere il Sé interiore.

È, inoltre, una condotta che comprende un particolare stile di vita che, indirizzato proprio all’ascesi, non è da confondersi con il semplice meditare.

Per meditazione, infatti, si intende una pratica utilizzata per raggiungere una maggior padronanza delle attività della mente, affinché quest’ultima ne tragga una sorta di pacificazione. Ma, a dare un importante contributo al processo contemplativo intervengono anche le asana.

Le asana sono un insieme di esercizi e posizioni del corpo che riguardano la fisicità dell’individuo: senza l’attenzione per quest’aspetto, prettamente fisico, non è possibile raggiungere una disposizione d’animo che sia soddisfacente. Il controllo della respirazione, il Pranayama, che induce a profondi stati contemplativi, per cui si intraprende un importante percorso mistico, è uno di questi.

Non appagato a sufficienza dal cammino spirituale abbracciato, per approdare a una totale liberazione dai vincoli terreni, Siddharta si dirige verso il regno di Magadha, al fine di seguire gli insegnamenti di Uddaka Ramaputta.

Alla ricerca di un metodo contemplativo assoluto, Gautama si stabilisce in un villaggio vicino al fiume Neranjara, dove vive a stretto contatto con alcuni discepoli brahmanici che lo eleggono a loro capo spirituale; pronti però ad abbandonarlo perché ritenuto poco energico. Ma Gautama non è un debole, quale gli si imputa essere: è soltanto un asceta più illuminato di altri che considera dannose e inutili alcune delle pratiche mistiche portate all’estremo.

A causa dell’assenza di una letteratura cronologica atta a testimoniare gli spostamenti di Gautama, la scansione temporale della sua predicazione non può essere precisa e puntuale, in quanto annotata soltanto molto tempo dopo i fatti accaduti.

“Ricordate, o monaci, queste mie parole: tutte le cose sono destinate a disintegrarsi! Dedicatevi con diligenza alla propria salvezza…”

Siddharta Gautama

Le fonti a disposizione raccontano che a Sarnath Buddha si riunirà nuovamente con i discepoli che in precedenza l’avevano biasimato, e adesso lo eleggono nuovamente a loro maestro. A dargli la tanto bramata illuminazione sarà il Nirvana, stato di beatitudine in cui si raggiunge la liberazione da ogni sofferenza terrena e dal dolore.

Ed è proprio grazie all’illuminazione che giunge alla conoscenza dell’Ottuplice Sentiero, base del comportamento etico quale strada necessaria per conseguire il ‘risveglio’, e mezzo per ottenere livelli di consapevolezza sempre più importanti, i quali dischiudono al Buddha ulteriori orizzonti.

Orizzonti che gli permettono di percepire il fine ultimo della sua contemplazione: diffondere i dettami della dottrina di cui si è fatto detentore e raggiungere un’ampia platea umana.

E, per raggiungere questo scopo mette in pratica il suo credo dedicandosi alla predicazione sulle rive del Gange. Luogo in cui dà vita a comunità monastiche pronte ad ospitare qualsiasi persona, al di là della casta o della condizione sociale di appartenenza di ciascuno.

Yasa sarà il primo non asceta a far parte della comunità monastica; presto seguito da altri, tutti appartenenti a famiglie benestanti.

È un fenomeno che dà il via a nuove e future conversioni. Che sono numerose in questo periodo, circa un migliaio, ed hanno luogo nello stesso posto dove Gautama ha avuto l’illuminazione. Conversioni che includono componenti della nobiltà, come membri delle caste più infime.

In seguito a tale evento viene stabilito un precetto, ovvero che l’ordine di rispetto tra i monaci si fondi sull’anzianità calcolata dal giorno in cui ogni monaco ha preso i voti.

In un passaggio successivo Siddharta si dirige verso Rajgir, dove espone il Sutra del Fuoco, occasione in cui perfino il sovrano Bimbisara, uno dei più potenti re di tutta l’India settentrionale, si converte. A dimostrazione della propria devozione regala a Gautama un monastero sito nel Bosco di Bambù.

Tornato al suo luogo natale, Siddharta fa visita al proprio padre convertendo anch’esso e la propria moglie; si dirige quindi nel Kosala, regione governata dal re Prasenadi e luogo dove, in un appezzamento di terreno donatogli da un ricco mercante, verrà eretto il monastero Jatavana.

Anche il medico personale del re rende omaggio al Buddha, e con l’intenzione di manifestargli la propria devozione gli regala un monastero, luogo dove espone il Jivaka Sutta, insieme di regole con il quale viene impedito ai monaci di mangiare la carne di animali uccisi.

Qui, Gautama deve affrontare momenti difficili, anche tentativi di omicidio rivolti alla sua persona: alcuni arcieri di Devadatta tentano di ucciderlo, cosa che ripete lo stesso lanciandogli addosso non solo un masso, ma anche un elefante, con l’evidente obiettivo di eliminarlo per sempre. Comunque, seppur ferito seriamente Siddharta, sopravvive.

In seguito al suo continuo peregrinare torna a Rajgir dove gli viene chiesta una profezia a proposito della guerra che il sovrano Ajatashatru intende muovere. Dopo aver suggerito un saggio rimedio, ovvero che se fossero stati osservanti della tradizione assembleare, il popolo non sarebbe stato vinto. Quindi, dopo essere salito sul picco dell’Avvoltoio comunica ai monaci le regole monastiche da rispettare per mantenere in vita il Sangha, la comunità dei monaci.

Il suo desiderio di predicazione sembra non esaurirsi e, dirigendosi a nord fino a Vaisali, va in sostegno alla popolazione locale che deve affrontare una pesante carestia.

Raggiunta la veneranda età di 80 anni, nel 486 a. C., Siddharta torna verso la pianura gangetica, qui, sopraffatto da un malore, consapevole della sua fine ormai prossima, dà disposizioni per la sua morte. Lascia infine questo mondo dopo averlo calpestato con orme indelebili del suo passaggio. Da allora il buddhismo avrà una vasta diffusione su tutto il pianeta.

Gedhun Choekyi Nyima

Strettamente legata al buddhismo è la figura di Gedhun Choekyi. Nato nel 1998 a Lhari, città situata in prossimità di Lhasa, in Tibet, è un giovane profetizzato come successore del Dalai Lama.

Ma qual è la motivazione che spinge l’attenzione di molti a soffermarsi su Gedhun Choekyi?

La scomparsa, o più giusto dire, la sua ‘misteriosa scomparsa’, avvenuta sempre a Lhari nel 1995. Elevato allo stato di Panchen Lama dall’attuale Dalai Lama, fu rapito, sempre nello stesso anno, e sostituito dalla Repubblica Popolare Cinese con un altro giovane: il cinese Gyancain Norbu…

A questo punto una domanda è d’obbligo: perché la Cina si è sentita in dovere di interferire in decisioni interne al Tibet di così ampia valenza spirituale?

Per dare una risposta esaustiva e molto prossima alla realtà, che sia di contributo a conoscere come si è arrivati a questo stato di cose, è inevitabile fare una breve premessa. Solo un accenno all’antefatto che ha portato a stabilire rapporti assolutamente conflittuali fra Cina e Tibet.

Per secoli il popolo tibetano ha vissuto in completa armonia con il suo territorio, in un’atmosfera carica di libertà e spiritualità autentica, così diviso fra il lavoro della terra e la devozione verso il Dalai Lama che, al vertice della piramide sociale, ha sempre guidato con saggezza il popolo tibetano.

Un clima di pace vera, quindi, quello che si respira sul ‘tetto del mondo’, interrotto purtroppo dalle mire espansionistiche della Cina e dai conseguenti propositi di assoggettamento, risalenti alla fine del secondo conflitto mondiale.

È il 1 ottobre del 1949 quando il neo presidente Mao Zedong annuncia la volontà di acquisire alcuni territori siti in prossimità del Tibet, tra cui l’altopiano asiatico. Progetto che si concretizza l’anno successivo, nel 1950 nella fattispecie, anno in cui la Cina dà inizio all’occupazione del Tibet. Il motivo, alquanto pretestuoso, è la guerra di Corea, elemento ad hoc per distrarre dalle vicende tibetane l’opinione pubblica.

Sono 40mila i soldati cinesi che invadono i territori d’influenza tibetana; ad affrontare le truppe cinesi, l’esiguo esercito tibetano, del tutto inadeguato a difendersi, perché non sufficientemente armato.

Colonizzazione pacifica’, così viene definita dai cinesi l’invasione del Tibet ma, da come si sviluppano gli eventi, l’invasione è tutto, fuorché pacifica.

Sono migliaia i cinesi che si insediano in Tibet, mentre dal governo cinese vengono varati pesanti provvedimenti, quali per esempio la ridistribuzione delle terre e una pesante tassazione sui monasteri, che vanno a gravare sulle spalle di un popolo dedito ad attività agricole appena sufficienti al sostentamento.

Intanto, l’opera di persuasione nei confronti del clero buddista, per annientarne il culto, si fa sempre più palese. Tutto ciò fra gli sguardi indifferenti della comunità internazionale, la quale afferma che i fatti riguardano un affare interno alla Cina. Soltanto l’India si mostra sensibile al dramma dal popolo tibetano.

Quando la popolazione locale tenta un moto di ribellione all’evidente sopruso, la protesta si conclude con un tragico epilogo: una repressione feroce e il dissenso, soffocati nel sangue. A decretare la fine dell’indipendenza del Tibet.

A questo punto il Dalai Lama non può far altro che andare in esilio, mentre i profughi, costretti a fuggire dal loro paese si rifugiano nella vicinia India.

Ma, la protesta dei monaci non si arresta, anzi la loro reazione si fa sentire con gesti estremi, di cui il più eclatante è quello di darsi fuoco per strada. Al Dalai Lama ormai in esilio non rimane alto che diffondere il proprio messaggio, al fine di sensibilizzare un’opinione pubblica del tutto indifferente agli eventi tibetani.

Infine, a mo’ di beffa, nel 2009 il governo cinese dà un annuncio quanto mai ambiguo e offensivo per il popolo tibetano: viene celebrato il giorno dell’emancipazione dalla schiavitù. I tibetani sarebbero ormai liberi dal giogo dei monaci.

La risposta a tale dichiarazione sono proteste e indignazione, sempre fra i monaci buddhisti, messi agli arresti dagli occupanti, che si appalesano con forza.

Ma, la drammatica sopraffazione del governo cinese sul popolo tibetano non si limita all’occupazione dei territori, va oltre a quello che è il dominio esercitato ingiustamente.

Siddharta Gautama – Gedhun Choekyi Nyima

Accade, che nel 1998, alla morte del Dalai Lama, quale fatto necessario e improrogabile è da nominarsi il suo successore. Non prima però di aver fatto una ricerca capillare per individuarne l’erede.

Quasi nell’immediato la ricerca dà un nome ben preciso: Gedhun Choekyi Nyima.

Ma, in seguito all’annuncio della scoperta dell’incarnazione del Panchen Lama, da parte dell’incaricato della ricerca, le autorità cinesi intervengono ad arrestare Chadrel Rinpoche, l’incaricato del Dalai Lama, appunto.

Con la ‘giustificazione’, alquanto inverosimile, che il primo giovane designato, che avrebbe dovuto di autorità prendere il posto del Dalai Lama defunto, viene considerato un ‘candidato illegale e non valido’.

A seguito di tale affermazione, i cinesi compiono un gesto quanto mai ‘scorretto’: al suo posto venne insediato un giovane cinese, senza alcun diritto e autorevolezza a ricoprire quel ruolo.

Ma, perché questa mistificazione?

Come è possibile che la Repubblica Popolare Cinese sia intervenuta in faccende così delicate riguardanti la sfera spirituale del popolo tibetano?

Episodio anomalo, da spiegarsi soltanto con la voglia di supremazia politica della Cina sul Tibet, che ancora oggi pare non conoscere un momento di arresto.

Dunque, egemonia della Cina sul Tibet, questa è la scusante, semmai è possibile trovare una scusante della sparizione del giovane Panchen Lama. Ancora oggi, nel 2018, a oltre vent’anni dal rapimento e dalla sparizione dell’autentico Panchen Lama (scomparso da Lhari il 17 aprile 1995), nulla è dato sapere del legittimo successore del Dalai Lama.

A discolpa del fatto sono molte le voci divulgate, spesso discordanti.

Secondo le autorità cinesi sarebbe sotto la protezione del governo su richiesta dei suoi genitori, che non vorrebbero essere disturbati.

Nel 1996 l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite ha dichiarato sfacciatamente che Gedhun è sotto la protezione del governo cinese su richiesta dei suoi genitori, e che questi ultimi sono d’accordo sulla loro permanenza in Cina.

In definitiva, qualsiasi riferimento affinché si possa ritrovare il giovinetto non è stato mai diffuso.

Comunque, sta di fatto che viene considerato il più giovane detenuto politico dei nostri tempi. La questione è stata attenzionata dalla stampa internazionale, tanto che un’informazione utile viene nel 2009 da un giornalista giapponese che ha rivelato che il Panchen Lama sarebbe deceduto.

Mentre, in una tavola rotonda sulla questione tibetana, tenutasi a Pechino, è stata rivelata una verità del tutto diversa, si è affermato che il Panchen Lama sarebbe in buone condizioni.

Perché credere a questa versione dei fatti?

È impossibile, data la scarsità di informazioni filtrate dopo la scomparsa in Cina del Panchen Lama, unico  titolare del diritto di essere così appellato.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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