Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Gianfranca Salis

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Gianfranca Salis

Apr 7, 2018

“È interessante come la questione “scrittura” associata alla civiltà nuragica susciti la curiosità di molti. Come se non avere una scrittura fosse un punto di demerito o rendesse meno interessante un popolo.  La scrittura non è altro che un codice, anzi uno dei codici che possono essere utilizzati per trasmettere o registrare informazioni.” ‒ Gianfranca Salis

Gianfranca Salis

Ventiquattresima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Il 24 marzo abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologo Luca Lai, ha preceduto l’archeologa Maria Grazia Melis, l’archeologa Stefania Bagella, l’archeologa Valentina Leonelli, ha preceduto l’archeologa Giovanna Fundoni, l’archeologo Francesco di Gennaro, l’archeologo Giandaniele Castangia, l’archeologa Luisanna Usai, l’archeologo Paolo Gull, l’archeologo Piero Bartoloni, l’archeologa Viviana Pinna, l’archeologo Giuseppe Maisola, l’archeologo Nicola Sanna, l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Gianfranca Salis attualmente è coordinatore dell’area funzionale patrimonio archeologico per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna.

È stata cocuratrice della mostra L’isola delle torri, la mostra dedicata alla civiltà nuragica che dal 2014 al 2016 è stata esposta a Cagliari, Roma, Milano e Zurigo. Ha co-curato e contribuito alla realizzazione di altre mostre, come “La memoria ritrovata”, tenutasi a Cagliari nel 2015, che ha esposto importanti reperti sequestrati dai Carabinieri del nucleo tutela in tutto il mondo, o la mostra “Eurasia. Alle soglie della storia”, che si è tenuta a Cagliari nel 2015 e che è nata da una collaborazione tra il Ministero, l’Ermitage di San Pietroburgo e il comune di Cagliari.

È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative sulla Sardegna nuragica e prenuragica. Ha lavorato in importanti siti archeologici della Sardegna, come a Sa Sedda ‘e sos Carros -Oliena, Tiscali, S’arcu ‘e is forros-Villagrande, il nuraghe Ruinas di Arzana, San Basilio di Ollolai, Gennaccili di Lanusei, Ardasai di Seui. Come archeologo della Soprintendenza, ha diretto e dirige numerosi progetti di scavi e restauri di varie zone della Sardegna.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Gianfranca Salis: La storia come disciplina è il risultato di un lungo processo formativo che l’ha portata a distaccarsi progressivamente dalla fantasia, nella ricerca di dati sempre più oggettivi, reali e contestualizzati da porre a fondamento del discorso storico. Con questi presupposti, storia e leggenda non possono che essere ben distinte. Entrambe hanno, comunque, un comune denominatore alla base: l’esigenza di dare una spiegazione più o meno razionale a oggetti, monumenti, toponimi non perfettamente decifrabili in quanto arrivano da un passato che non riusciamo a capire completamente. In Sardegna, dove nuraghi, tombe dei giganti, domus de janas, rovine popolano le nostre campagne e fanno parte del vissuto quotidiano, questa esigenza è stata particolarmente sentita. Infatti, ha dato vita, nei secoli, a una ricca tradizione di leggende, racconti magici e credenze in cui si intrecciano realtà e fantasia. In seguito, è arrivata l’archeologia, con il suo bagaglio metodologico, che ha cercato di indagare razionalmente e scientificamente quelle testimonianze del passato.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Gianfranca Salis

Gianfranca Salis: Definire i nuraghi degli sconosciuti non è assolutamente corretto. La ricerca scientifica negli ultimi anni ha fatto importantissimi passi avanti, grazie all’utilizzo di metodologie di scavo rigorose e di nuove risposte che arrivano dai laboratori delle discipline più diverse (biologia, chimica, fisica, fisica nucleare, tecnologie digitali). L’interpretazione storica sta ricostruendo un quadro che ci spiega non solo cosa erano i nuraghi, ma anche come era la vita di chi li costruiva e li abitava. Ne emerge l’immagine di una civiltà complessa, che nei secoli in cui è stata vitale non è rimasta uguale a se stessa, ma ha subito modificazioni nelle forme dell’architettura, nella struttura sociale ed economica e nelle modalità insediative. I nuraghi vanno contestualizzati in questa società dinamica e vitale, che ha saputo esprimere modelli architettonici peculiari e originali e che è stata in costante dialogo con le culture contemporanee, di cui ha rielaborato con originalità gli apporti. Gli elementi comuni e le similitudini che si ritrovano in altre culture (come per esempio il Talaiotico delle Baleari o il Torreano della Corsica) sono frutto talora di mera convergenza, talora di contatti e scambi che caratterizzarono il Mediterraneo nelle fasi di formazione della civiltà nuragica e nelle fasi precedenti.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Gianfranca Salis: Non sempre le “somiglianze” sono indice di comune origine, che si può ritenere dimostrata quando esistono dati che attestano l’esistenza di relazioni e contatti. Certamente, non ci deve meravigliare se troviamo nell’antichità analogie tra le culture che si affacciano sul Mediterraneo e la Sardegna, considerato che il mare nell’antichità ha rappresentato non una barriera, ma un veicolo di contatti tra uomini e di scambi di merci e idee. Questo è vero per l’età del Bronzo, ma anche per le fasi precedenti. Pensiamo al fenomeno del Megalitismo, dei dolmen e dei menhirs che accomuna molte zone dell’Europa Occidentale tra Neolitico ed Eneolitico.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Gianfranca Salis: La radice nur ricorre in tantissimi toponimi della Sardegna. In età romana, lo troviamo attestato sull’architrave del nuraghe Aidu Entos a Bortigali e in un diploma militare dove si cita il “nurac alb”. Tutto porta a pensare che si tratti di una radice di origine antica, del sostrato linguistico prelatino, mediterraneo, fortemente radicata localmente, vista la notevole attestazione sull’isola.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Gianfranca Salis: Oggi la ricerca archeologica non si fa più solo con pala e piccone, ma con metodologie e strumenti altamente specialistici. Quindi, i finanziamenti non sono solo importanti, sono proprio necessari. Inoltre, è da tenere presente che lo scavo archeologico porta alla luce monumenti e materiali, che, una volta liberati dalla terra, necessitano di restauri e manutenzione programmata. Pertanto, quando per ricerca si intenda indagine stratigrafica, la programmazione delle risorse da investire deve prevedere tutte quelle attività che attengono alla cura del monumento dopo lo scavo. D’altro canto, i finanziamenti dedicati all’archeologia hanno, soprattutto in Sardegna, ricadute importanti nella valorizzazione del territorio e nell’economia turistica. Pertanto, l’investimento nella ricerca archeologica non è soltanto un investimento in conoscenza, ma una prospettiva di sviluppo sostenibile che crea occupazione e genera ricchezza.   

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Gianfranca Salis: Come ritrovamento è il più antico, ma non sappiamo effettivamente con quale nome le popolazioni nuragiche definivano se stesse. In realtà non sappiamo neppure se gli abitanti dell’isola si considerassero un unico popolo e si definissero con un unico nome. Dalle testimonianze che ci sono giunte fino a noi si evidenzia una notevole omogeneità culturale, perché dal nord al sud dell’isola ritroviamo gli stessi tipi monumentali, le stesse tombe, la stessa cultura materiale.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Gianfranca Salis: È interessante come la questione “scrittura” associata alla civiltà nuragica susciti la curiosità di molti. Come se non avere una scrittura fosse un punto di demerito o rendesse meno interessante un popolo. La scrittura non è altro che un codice, anzi uno dei codici che possono essere utilizzati per trasmettere o registrare informazioni. Tra l’altro, nel passato, soprattutto quello più lontano, la scrittura aveva anche un uso ristretto ad alcuni gruppi, non riguardava l’intera popolazione e pertanto poteva non rispondere alle esigenze generali delle comunità. Oggi siamo consapevoli dell’importanza dei testi scritti nella trasmissione della memoria e nella evoluzione delle civiltà, ma non possiamo applicare al passato le nostre valutazioni.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Gianfranca Salis

Gianfranca Salis: Sono uno dei popoli del mare citato nelle fonti egiziane e nei testi di Ugarit. Le ricerche per la conoscenza di questa popolo sono in corso sia ad opera di alcuni gruppi di ricerca che si occupano di Vicino Oriente, sia ad opera di chi intende verificare l’ipotesi che li identifica con i sardi.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Gianfranca Salis: Non v’è dubbio che è necessaria una maggiore attività di divulgazione, che consenta di trasferire alla comunità gli studi e i dati che vengono elaborati dalla ricerca scientifica. La divulgazione richiede rigore nei contenuti, ma anche un registro linguistico e modalità di comunicazione differenti da quelle peculiari della scienza. Rispetto a qualche anno fa, oggi abbiamo a disposizione molti più strumenti per raggiungere una platea maggiore di interessati. Sicuramente serve uno sforzo maggiore da parte di tutti, sia di chi produce i contenuti (che deve potenziare la divulgazione anche con l’ausilio delle nuove tecnologie), sia di chi li fruisce, che deve predisporsi ad acquisire gli strumenti critici per distinguere tra la mole di informazioni che circola soprattutto in rete. Da questo punto di vista, sarebbe positivo da parte degli enti preposti un investimento importante che promuova in modo strutturato la conoscenza della storia della Sardegna, considerato che c’è l’interesse da parte del grande pubblico e che esistono le professionalità formate per adempiere a questo compito.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamati nuraghi?

Gianfranca Salis: Mi sono chiesta spesso perché, soprattutto localmente, si senta il bisogno di collegare la Sardegna a miti, come nel caso di Atlantide, o a eventi storici, come la vicenda dei popoli del mare, che facciano parte dei manuali di storia, quasi si ritenesse in questo modo di nobilitarla e darle maggiore dignità. Il quadro storico-culturale che l’archeologia in Sardegna sta ricostruendo è ricco e articolato, e può contare ancora su tangibili e concrete testimonianze materiali. Basterebbe concentrarsi su quello che abbiamo per coinvolgere il grande pubblico in un viaggio affascinante, quello nel nostro passato. Un viaggio che è ancora parziale e temporaneo, perché destinato ad essere ulteriormente sostanziato da nuove ricerche, nuovi rinvenimenti, nuove riflessioni, nuove scoperte. La consapevolezza del costante divenire di questo passato ricostruito, dove certezze e congetture si rincorrono in un delicato sforzo metodologico, è uno degli aspetti più intriganti della disciplina archeologica, che stimola gli archeologi, ma che ingenera talora l’idea di improbabili misteri da risolvere. Misteri a cui si danno le risposte più disparate. Da questo punto di vista, un’“archeologia” maggiormente condivisa da parte di tutti, sempre nel rispetto dei ruoli e delle competenze, potrebbe consentirci di cogliere le infinite potenzialità ancora inespresse che può avere il settore per la nostra isola.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Gianfranca Salis: “La coscienza dei valori supremi ed insostituibili del patrimonio storico, archeologico, artistico e paesistico deve essere presente a ciascun cittadino, come elemento della sua educazione civica e come dovere umano, costituendo un impegno di condotta che è condizione essenziale perché le leggi di tutela e, in generale, l’azione pubblica in materia conseguano efficacemente il loro fine”

“Da ciò consegue: in ordine ai doveri dello Stato, un impegno incondizionato di provvedere con tutti i mezzi necessari alla sua salvaguardia e alla sua valorizzazione; in ordine al possesso e al godimento, una concreta applicazione del concetto di bene comune, attraverso il controllo delle pubbliche autorità e la subordinazione dei diritti e degli interessi privati alle esigenze della sua conservazione, del suo incremento, del suo libero studio e del suo generale godimento; in ordine al metodo e alla struttura degli strumenti di tutela e di valorizzazione, una chiara delimitazione dei fini e dei mezzi, e pertanto una decisa priorità degli aspetti scientifici e culturali.”

Tratto dalle Dichiarazioni di principio della “Commissione Franceschini” istituita dalla L. del 26 aprile 1964, n. 310 (datata, ma più che mai attuale e imprescindibile).

 

A.M.: Gianfranca ti ringrazio per la tua partecipazione alla rubrica Neon Ghènesis Sandàlion e ti saluto con le parole di René Guénon tratte da “Crisi del mondo moderno”: “Il parere della maggioranza non può essere che l’espressione dell’incompetenza, sia che derivi dalla mancanza di intelligenza o dall’ignoranza pura e semplice; e a questo proposito si potrebbero far intervenire certe osservazioni di «psicologia collettiva», ricordando in particolare il fatto assai conosciuto che, in una folla, l’insieme delle reazioni mentali che si producono fra gli individui che la compongono, sfocia nella formazione di una sorta di risultante che non è neanche al livello della media, ma al livello degli elementi più bassi.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

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