Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Luca Lai

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Luca Lai

Mar 24, 2018

“Penso che questa sete di conoscenza sia anche data da un desiderio di riscatto da una situazione di marginalità e autentica povertà, che spinge a cercare nel passato la prova della possibilità che la Sardegna possa oggi, o nel prossimo futuro, essere un’isola felice. La storia purtroppo italianizzante delle scuole ancora oggi vergognosamente diffonde implicitamente l’idea di una Sardegna periferica e marginale, cosa che è vera in certi periodi, ma falsa in altri.” ‒ Luca Lai

Luca Lai

Ventitreesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Il 3 marzo abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologa Maria Grazia Melis, ha preceduto l’archeologa Stefania Bagella, l’archeologa Valentina Leonelli, ha preceduto l’archeologa Giovanna Fundoni, l’archeologo Francesco di Gennaro, l’archeologo Giandaniele Castangia, l’archeologa Luisanna Usai, l’archeologo Paolo Gull, l’archeologo Piero Bartoloni, l’archeologa Viviana Pinna, l’archeologo Giuseppe Maisola, l’archeologo Nicola Sanna, l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Luca Lai, classe 1974. Ha intrapreso studi classici, laureandosi in storia greca (1998) mentre imparava la tecnica di scavo durante diverse campagne a Nora. Si è avvicinato all’archeologia preistorica con la Specializzazione in Studi Sardi (2001), coltivando anche gli studi archivistici nella Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica di Cagliari. Con una borsa della RAS ha poi intrapreso un dottorato presso la University of South Florida (2002-2008), che gli ha aperto mondi sconosciuti: da un lato le scienze applicate all’archeologia, dall’altro l’archeologia come antropologia, con tutto il bagaglio di pensiero teorico che ne consegue, e l’approccio olistico come obiettivo costante per rendere ragione della complessità del reale, sia esso osservabile oggi, nel vivente, sia esso ricavabile dai resti materiali che l’archeologia analizza.

Tra le altre cose, ha appreso i principi degli isotopi stabili, e ha deciso di svolgere la sua ricerca sulle collezioni scheletriche umane della Sardegna del IV-III millennio a.C. Grazie ad un finanziamento della National Science Foundation, è stato possibile generare dati utili a ricostruire dieta, società, clima, con il primo studio di ampia portata realizzato nel Mediterraneo occidentale. Ha successivamente esteso ed approfondito questo filone di ricerca, con borse ed assegni di ricerca della RAS, dell’Isaac Newton Trust-Università di Cambridge, e dell’Università di Cagliari (2010-2014), interessando maggiormente l’età neolitica, l’età del bronzo-primo ferro – tra cui si segnala il gruppo umano di Mont’e Prama – con brevi incursioni anche nella preistoria maltese e nell’età romana-medievale in Sardegna.

Tra le novità degli ultimi anni, è emerso l’interesse delle analisi isotopiche sugli animali domestici, che diventano autentiche finestre aperte sull’ecologia e la gestione del territorio, con le diverse specie che occupano nicchie del paesaggio differenziate: tra gli studi, quelli delle faune del Nuraghe Arrubiu di Orroli e di Su Coddu-Canelles di Selargius. La maggior parte delle sue pubblicazioni sono disponibili online su Academia.edu.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Luca Lai

Luca Lai: Questa è una domanda molto complessa, che andrebbe forse spezzettata, e sulla quale non mi sento particolarmente qualificato a rispondere. La leggenda è in un certo senso uno dei modi in cui nasce la storia, come spiegazione di una situazione, in diversi casi anche sulla base di fatti o situazioni passate, ma trasfigurata e plasmata dalle esigenze e dalle visioni del mondo di chi la racconta, ogni volta. L’astrazione è frutto ugualmente dell’esigenza di semplificazione, e in un certo senso forse sublimazione, di realtà più complesse. In questo senso si tratta di fenomeni che hanno accompagnato la storia umana, sin dalla nascita del linguaggio. E in questo senso sono tra le tante manifestazioni della mente e dell’animo umano che contribuiscono a plasmare gli eventi; nella querelle che ha animato la storiografia moderna – contano più le idee, oppure le strutture economiche, modi di produzione etc. – io sono convinto che entrambe abbiano un effetto, espressioni eminentemente culturali come leggende e astrazione non sono soltanto una superstruttura determinata dalla struttura socio-economica, ma possono anche avere valore generativo (prendiamo ad esempio il campo dell’economia rituale: chi può negare che le religioni e le ideologie hanno un effetto sulle pratiche quotidiane, e quindi sulle economie etc.?)

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Luca Lai: Tra gli esempi classici da manuale vi sono ovviamente le torri corse, i talayot balearici, le tholoi micenee; tutte queste condividono una o più caratteristiche costruttive. Aggiungerei le chullpas della zona del Titicaca preincaico, i brochs scozzesi e sono sicuro che a cercarle col lanternino ce ne sono altre nel mondo. Di certo, più si rimane in ambito mediterraneo e più c’è la possibilità di esperienze costruttive basate sugli equilibri costruttivi delle pietre, che hanno fatto da sostrato alle varie tradizioni costruttive. Oltre a questo, però, c’è ben poco: le funzioni – in base a quanto ne sappiamo – sono piuttosto diverse: tombe, luoghi per attività più o meno quotidiane etc. Le datazioni in qualche caso sono anch’esse diverse etc. L’unicità dei nuraghi è non tanto in singole soluzioni architettoniche – la tholos, le porte, le nicchie, i corridoi – ma nella coerenza, pur senza totale omogeneità, con cui queste soluzioni si trovano insieme in edifici che dimostrano una canonizzazione notevole, e soprattutto nelle attività e nella storia che li accompagna, come unità concettuale e funzionale parte di un’intera tradizione culturale, ben definita, che guarda anche al proprio passato e si identifica nelle tracce lasciate dai propri antenati. Su tutti questi aspetti abbiamo ancora molta strada da fare. La comprensione del nuraghe al di là del fatto che vi si abitasse (o almeno lo si frequentasse con una certa intensità), che vi si mangiasse, cucinasse e conservasse cibo e altri oggetti, è ancora sfuggente, e la considerazione dell’importanza della ritualità è stata severamente inibita dal peso e dall’invadenza della visione di Lilliu – innegabilmente ancora oggi la più completa e profonda, insieme a quella in inglese di Webster, per quanto non necessariamente condivisibile in alcuni aspetti.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Luca Lai: Come accennavo, senza dubbio si tratta di convergenze, spesso puramente impressionistiche (tranne forse le torri corse: il legame tra Sardegna e Corsica del sud nel bronzo medio è riflesso anche nella cultura materiale) basate su principi costruttivi elementari. Nel caso del Mediterraneo, questi principi sono generati da simili ambienti, risorse e contatti secolari, ma le funzioni sono diverse. Ovviamente ancor di più nel caso di culture lontane nel tempo e nello spazio. Quindi non si tratta di esigenze simili – o meglio: l’esigenza di avere un ambiente riparato e protetto è talmente generica che si può applicare agli usi più svariati: religiosi, abitativi, tombali etc. Quindi, nessuna cultura madre, tantomeno niente di necessariamente ‘superiore’, ma capacità umana di adattarsi alle esigenze – ambientali ma anche culturali, frutto della propria identità – utilizzando ciò che si ha a disposizione, nel senso materiale e tecnologico del termine.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Luca Lai: Anche qui premetto la mia franca professione di ignoranza: la linguistica è una mia passione, ma da puro amatore; quella delle lingue non scritte e ricostruibili soltanto da fossili toponomastici come il cosiddetto ‘paleosardo’, poi, è decisamente una disciplina complessa. Detto questo, la mia opinione è che decisamente non scomoderei i sumeri o popolazioni semitiche lontane. I toponimi fenici esistono, ma non raggiungono la densità di quelli paleosardi in Barbagia, probabilmente perché le aree punicizzate sono poi state anche romanizzate, e pesanti influssi di altre lingue hanno cancellato i toponimi fenici. Mi pare plausibile, quindi, che una radice come NUR diffusa così capillarmente possa attribuirsi alla lingua nuragica piuttosto che alla fenicia (ma stiamo attenti: i brochs hanno un nome di origine vichinga!). C’è moltissimo da fare per espandere le nostre conoscenze sulla lingua nuragica, e qualcuno in ambito sia linguistico che archeologico ha fatto timidi tentativi di mettere insieme i dati di diverse discipline, anche se i risultati non li conosco in profondità. Già Hubschmidt riconosceva diversi ‘strati’ nel generico sostrato ‘paleosardo’, e sono convinto che si possa arrivare, sulla strada pur densa di trabocchetti e problemi intrapresa dal compianto Blasco Ferrer, a una conoscenza più significativa della lingua Nuragica, ma senza cadere in facili associazioni “ad orecchio”, di cui purtroppo la stampa e il web sono strapieni!

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Luca Lai: Con la consapevolezza di affermare cose che saranno impopolari per alcuni archeologi, sono convinto che la mancanza di fondi dovrebbe indurre alla riduzione responsabile degli scavi – oltre a quella imposta dalla carenza stessa. Il problema della dipendenza da fondi degli enti locali è serio, perché tendenzialmente le esigenze di ricerca generali sono subordinate al singolo comune che vuole un monumento fruibile – spesso il più grande e meglio conservato del territorio. Con i fondi in diminuzione e i costi della manutenzione, la Sardegna comincia ad essere punteggiata di nuraghi scavati, abbandonati, e in rovina, non più protetti dal cuscinetto dei depositi di terra che nei millenni si erano formati. Per rendere l’idea: nella prossima conferenza dell’European Association of Archaeologists ci sarà una sessione dedicata allo “scavo nei musei”: magazzini pieni di materiali da studiare, che spesso, soprattutto con nuove tecnologie di indagine che si rendono disponibili, possono riaprire fronti di ricerca straordinari. Un esempio personale: uno scavo ormai vecchio di diversi anni, quello di Scaba ‘e Arriu di Siddi, dagli anni 2003-2004 ha ripreso a produrre conoscenza, grazie al mio interesse per le analisi isotopiche, che hanno prodotto importanti dati quantitativi su dieta, economia e gestione degli animali. Questo poi ha stimolato la ripresa dello studio osteologico da parte di altri specialisti, e portato alla documentazione di una delle concentrazioni più alte di casi di chirurgia preistorica. Quindi sì, scavi nuovi sono utili, necessari, ma dovrebbero essere ridotti al minimo indispensabile, guidati da domande di ricerca possibilmente condivise da più ricercatori, e con programmi seri di studio e analisi dei reperti secondo gli standard più moderni, e soprattutto con fondi già previsti per la conservazione. I comuni, con programmi di partecipazione popolare, potrebbero entrare a far parte delle decisioni, ma privilegiando l’aspetto della valorizzazione e conservazione e con molta cura di come si sceglie di investire in cultura. Pagare un archeologo per studiare i reperti del territorio, magari giacenti da decenni in depositi dimenticati, potrebbe essere meglio, per un’amministrazione comunale, che scavare un altro nuraghe… ma andrebbe fatto a prescindere dalla ricaduta turistica: è un riappropriarsi del proprio passato collettivo.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Stele di Nora

Luca Lai: Ancora una volta, non è il mio campo specifico di conoscenze. Mi risulta che sia ancora la più antica attestazione di quella serie di consonanti in Sardegna. Penso possibile, ma difficile da dimostrare, che in età nuragica ci si identificasse con quella denominazione – quindi NO, non lo sappiamo – e presumo che la questione potrebbe essere legata a una successiva, quella dei Shardana.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Luca Lai: Nelle precedenti interviste altri hanno risposto con ben maggiore competenza alla questione. Mi pare ovvio che un sistema di scrittura diffuso e ampiamente utilizzato in ambito nuragico NON esista. Per quanto si possa pensare a materiali deperibili andati distrutti, qualche iscrizione in più su pietra, ceramica etc. sarebbe rimasta. Non penso sia da escludere che qualche sperimentatore, in qualche periodo, presumibilmente tardo, abbia utilizzato per scopi molto limitati, segni appresi da altre culture. Ma il discorso fondamentale qui è, come spesso accade, relativo alla antropologia dei sardi moderni. Ovvero, come Lilliu con ben altro spessore parlava di civiltà e vedeva nell’architettura il sintomo più chiaro di quanto fosse degna e sofisticata la società e la cultura dell’età dei nuraghi, così oggi a livello di ampio pubblico e amatori qualcuno tende a voler vedere i segni tradizionalmente connessi alle “grandi civiltà”: eserciti, burocrazie, ritualità complessa e legata al potere, gerarchie e personaggi potenti, e, tra le altre cose, città e scrittura. A parte che società complesse e altamente gerarchizzate possono avere sistemi di calcolo e aiuti mnemonici pur senza autentica scrittura (vedi l’impero Inca), il nodo del problema è un altro: che le conquiste di una “civiltà”, o meglio di una cultura (perché già il termine civiltà implica tutte le cose dette sopra) non sono necessariamente quelle tecnologiche, né le disparità sociali. Probabilmente ai Nuragici la scrittura non serviva, perché per le loro esigenze – incluso il contatto e commercio di lunga distanza nel Mediterraneo – non era necessaria. Sistemi ponderali e unità dimensionali erano sufficienti. Le conquiste dei Nuragici sono forse proprio da ricercarsi nella complessità rituale, sociale, artistica e anche architettonica, come frutto di comunità non gerarchizzate (vedi recenti proposte di Araque Gonzalez sul progresso senza élites). Questa potrebbe essere una conquista autentica, originale, e un esempio dei Sardi per il resto del mondo (di allora, e forse anche di oggi). Stessa cosa rispetto alla caratteristica urbana da alcuni proposta per alcuni villaggi: la dignità di una società non è data dall’essere urbana; la qualità della vita, la gratificazione nei ruoli sociali, i valori di uguaglianza e rispetto tra pari non dipendono dalla gerarchia, o dal PIL, per dirla in termini attuali. Ma non voglio dilungarmi…

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Luca Lai: Rimando alle precedenti interviste, ribadendo che ancora non sappiamo con certezza. Mi pare ci sia una buona probabilità che quei popoli del mare chiamati Shrdn possano essere Nuragici, per via del nome ma anche di alcuni riscontri nelle raffigurazioni egizie. Non necessariamente tutti i Nuragici dovrebbero identificarsi con i Shrdn, tuttavia: potrebbero essere soltanto alcuni gruppi. Mi pare comunque finora non supportato da alcuna evidenza significativa l’ipotesi che il movimento sia stato inverso; per dare il nome a un’intera isola, una migrazione sostanziale precedente a quella fenicia sarebbe dovuta accadere, ma non ve ne sono tracce. Contatti intensi, traffici, ma non autentiche colonizzazioni. Ci sono tuttavia prospettive ancora inesplorate, che a mio parere possono dare delle risposte; gli isotopi stabili, ad esempio, e ovviamente il DNA, potranno dare in futuro risposte anche in questo senso; molto dipende da come si vuole investire: a Mont’e Prama, ad esempio, promettenti collaborazioni con la Soprintendenza hanno consentito di fornire i primi punti fermi sulla datazione di alcune tombe, e di documentare dinamiche leggibili come variazioni nell’alimentazione ma potenzialmente anche di residenza, le quali però necessitano di ulteriori approfondimenti. Si potrebbero dare risposte a proposito della possibile mobilità degli individui sepolti nei pozzetti (soprattutto l’allineamento Tronchetti), evidenziata dagli studi fatti finora, e arrivare a verificare ipotesi del coinvolgimento o meno dei nuragici nella navigazione verso lidi lontani…

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Luca Lai

Luca Lai: Le istituzioni hanno avuto senz’altro una responsabilità nel non venire incontro alla grande sete di conoscenze a un livello comprensibile al pubblico ampio. Le Soprintendenze per non aver sviluppato un ruolo anche educativo alla consapevolezza del patrimonio culturale del territorio che potevano avere e hanno, le università per non aver cercato di includere nei curricoli l’archeologia cosiddetta ‘pubblica’: conferenze e articoli divulgativi, o almeno articoli di ricerca sulla divulgazione e la disseminazione dei dati, non hanno avuto posto nei programmi di studio per troppo tempo, né alcun incentivo come le pubblicazioni ‘tradizionali’. Quindi nella lotta per stare a galla nella professione, non ci sono incentivi concreti provenienti dal dedicarsi alla divulgazione. Le cose stanno gradualmente migliorando, ma non al passo con il crescere dell’interesse, che a mio parere è alimentato da un grande desiderio di riscoprire, o di ricreare, la propria identità sempre in divenire, forse in tempi recenti più rapidamente. Penso che questa sete di conoscenza sia anche data da un desiderio di riscatto da una situazione di marginalità e autentica povertà, che spinge a cercare nel passato la prova della possibilità che la Sardegna possa oggi, o nel prossimo futuro, essere un’isola felice. La storia purtroppo italianizzante delle scuole ancora oggi vergognosamente diffonde implicitamente l’idea di una Sardegna periferica e marginale, cosa che è vera in certi periodi, ma falsa in altri. Quindi si cresce con una conoscenza della storia sarda prossima allo zero, e questo vuoto viene poi riempito dalla letteratura amatoriale spesso del tutto infondata. Quindi, la risposta semplice è ovvia: si affronta questo fenomeno con una divulgazione di qualità, e con l’insegnamento della storia (ma anche della cultura, e della lingua) sarda nelle scuole di ogni ordine e grado. La risposta profonda, però, quella vera, è forse: bisogna cambiare la classe dirigente! Finora anche le istituzioni regionali hanno avuto oscillazioni pericolose verso l’approvazione di fenomeni pseudoscientifici, e ancora oggi Regione e Stato lasciano la cultura severamente a corto di finanziamenti, ultima tra le priorità. Le Soprintendenze in passato hanno spesso lavorato ugualmente a fatica, a corto di personale e fondi, in regime di emergenza, e sono ora reduci di diversi anni di riforme i cui effetti non sono valutati positivamente neppure da chi vi lavora dentro. Lascia speranza, per lo meno, un forte desiderio di autenticità che riemerge dal basso, e le tante associazioni che fanno divulgazione di qualità senza contrapposizioni sterili con gli appassionati, ma con proposte culturali serie e ‘grassroot’.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Luca Lai: Mi ripeto: la logica di mercato è che la nicchia d’interesse è vasta, e chi ha capacità e determinazione vi si inserisce e la sfrutta, con mezzi più o meno onesti. Non trovo necessariamente ridicolo parlare di Sardegna come Atlantide, in contesti particolari, incluse le inserzioni promozionali di viaggi turistici; il punto è che – come ha già chiarito Nicola Sanna in una precedente intervista – non sembra necessario né utile; il problema nasce quando si fa passare questo come una ragionevole teoria scientifica, e peggio ancora si portano argomenti pseudoscientifici a supporto di un’idea, sparando fango su professionisti che mettono esperienza, competenze e capacità nella pratica dell’archeologia. Un esempio che amo fare è questo: se avessi bisogno di un parere per un’operazione chirurgica, chiederei a un medico, o a un ingegnere, o un archeologo? Così, se hai bisogno di un parere di un archeologo, perché preferire un appassionato? (senza ovviamente ignorare la natura diversa di diverse professioni). Di certo, sono convinto che l’autenticità delle storie è ricercata dal pubblico così come l’autenticità di un monumento; lo sforzo comune dovrebbe essere nel senso di cercare una narrativa che si stacchi dalla storia culturale e dai manufatti, regno degli specialisti, per andare a far rivivere le persone, i cambiamenti nella vita quotidiana, nelle strutture sociali, ma anche l’ambiente e i cambiamenti climatici, e l’indagine degli effetti di un fattore sull’altro. Tutto questo, lasciando spazio a storie e narrative al plurale, che possano esaminare diversi aspetti di una cultura così complessa come quella nuragica: piuttosto che tendenze generali, possiamo ora confrontare le storie distinte di diversi siti nuragici – soprattutto dei meglio noti: la storia della comunità di Su Nuraxi è ben diversa da quella del Santu Antine, del Su Mulinu o dell’Arrubiu, e ancor più da quella dei tanti monotorre o dei nuraghi non finiti o da quella dei villaggi senza nuraghe etc. Come per la c.d. ‘civiltà’ Maya, così per il nuragico abbiamo una cultura sofisticata, un periodo formativo, un classico e un postclassico, abbiamo condizioni ambientali ed economiche che cambiano, e episodi di cambiamenti repentini ancora da spiegare, abbandoni e ristrutturazioni, e ogni sito ha la sua piccola storia all’interno della grande Storia nuragica.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Luca Lai: “Sotto l’ombra sospiravi/ pastore di ombre e di sotterranei segreti/ parlavi di una vita trascorsa./ Come sempre le foglie cadono d’autunno./ Intona i canti dei veggenti cedi alla saggezza, alle scintille di fuochi ormai spenti,/ regolati alle temperature e alle frescure delle notti:/ lascia tutto e sèguiti./ Guarda le distese dei campi, perditi in essi e non chiedere altro./ Lasci un’orma attraverso cui tu stesso ti segui nel tempo e ti riconosci.Franco Battiato, Il mantello e la spiga (Gommalacca).

 

A.M.: Luca, ti ringrazio per il tempo che hai dedicato alla rubrica e ti saluto con le parole dell’armeno George Ivanovic Gurdjieffun “caro amico” di Battiato: Una percentuale considerevole della gente che incontriamo per via è vuota dentro, cioè, in realtà è già morta. È una fortuna per noi che non lo vediamo e non lo sappiamo. Se sapessimo quante di queste persone sono in realtà morte e quante di queste persone morte governano le nostre vite, impazziremmo dall’orrore.

 

Written by Alessia Mocci

 

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