“Come uccidere il padre” di Eva Cantarella: le famiglie infelici sono sempre esistite

“Come uccidere il padre” di Eva Cantarella: le famiglie infelici sono sempre esistite

Mar 23, 2018

“Essere o non essere, questo è il dilemma:/ se sia più nobile nella mente soffrire/ i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna/ o prendere le armi contro un mare di affanni/ e, contrastandoli, porre loro fine.” ‒Amleto, Shakespeare

Come uccidere il padre

Come uccidere il padre” di Eva Cantarella, edito Feltrinelli nel 2017, è un libro che nasce per cercare di dare una spiegazione ai conflitti generazionali.

Questo volume è il secondo di un progetto duale che si prefigge il compito di analizzare, attraverso le fonti, quella che era la sfera familiare a Roma e i rapporti che intercorrevano in essa.

Eva Cantarella ha pubblicato saggi sul diritto e su aspetti sociali del mondo greco e romano. Dal 1990 al 2010 è stata professore ordinario di istituzioni di diritto romano e di diritto greco antico all’Università statale di Milano.

A differenza di quanto succedeva in Grecia, in cui il parricidio non era una pratica di cui le fonti testimonino un uso frequente, a Roma la storia cambia.

La casistica è così ampia che non deve sorprendere il fatto che siano arrivati a regolamentarla nei testi giuridici o a menzionarla nelle opere letterarie.

“A Roma il parricidio era una vera e propria nevrosi nazionale” ‒ Paul Veyne

Se partiamo dalla legislazione prevista dalle XII tavole, scopriamo che era previsto, in una sorta di ritualizzazione, una rottamazione delle generazioni più anziane. Ora, senza entrare nel merito del come fosse effettuata, questa “necessità” provata dalle generazioni più giovani era esasperata dalla problematica che riguardava il regime della patria potestà.

In Grecia, la patria potestà sui figli terminava al raggiungimento della maggiore età anche se, come abbiamo visto, non era legata all’indipendenza economica.

A Roma la situazione è molto diversa: la patria potestà sui figli termina alla morte del patriarca e questo, soprattutto nelle famiglie agiate, alla lunga ha creato non pochi problemi.

Quanti imperatori sono deceduti per mano dei loro figli?

Molti più di quelli che hanno potuto godere della loro vita fino alla vecchiaia.

Un’altra problematica della famiglia romana riguarda la sua composizione. Lo abbiamo già visto in Grecia, il concetto di famiglia comprendeva anche le proprietà, ma la struttura clientelare romana contemplava anche non consanguinei che venivano adottati da altre famiglie.

In tutto questo deve essere chiara una cosa: il nome della famiglia era tramandato unicamente dalla parte maschile, le femmine non erano così fortunate. Una figlia era già fortunata a non essere esposta nella pubblica piazza o ad essere nata in una famiglia agiata.

Ed è per questa ragione che una famiglia ricorreva alla pratica dell’adozione di qualcuno che potesse assumere i doveri della famiglia.

La legge regolamenta i diritti dei padri sui figli e tra questi, oltre alla possibilità di non riconoscerli come figli propri, vi erano anche le possibilità di venderli come schiavi o metterli a morte.

Una delle particolarità del diritto familiare romano consisteva nel fatto che davanti alla parola del padre anche la legge civile non poteva nulla.

Ma, per fortuna, si può immaginare che non tutti i padri fossero così severi da essere insensibili di fronte ad un figlio che avesse commesso un errore.

Anche per le punizioni sui figli, sappiate che alle donne era richiesta fedeltà assoluta e anche solo essere sorprese a bere vino poteva essere fatale: morire sepolte vive non è di sicuro un’esperienza da raccomandare.

Oltre a quanto già detto i padri possedevano anche dei diritti personali sui figli. Era il patriarca a scegliere il coniuge e nel caso provvedere al divorzio quando il contratto non era più conveniente. I due sposi non avevano voce in capitolo, non importa se fosse un matrimonio felice.

“Un matrimonio è legittimo se vi è il consenso dei due che contraggono le nozze, se sono di ‘diritto proprio’, e anche dei genitori di questi, se [gli sposi] sono di ‘diritto altrui’” ‒ Digesto, Giustiniano. D.23.2.2

Eva Cantarella

Dobbiamo pensare che questo modo di agire fosse diffuso nella società romana ma era così stringente solo in determinati ambienti. Antropologicamente è del tutto possibile che, nelle province dell’impero e nelle situazioni rurali, esistessero anche delle famiglie nucleari che non si comportavano in maniera diversa da quelle a cui siamo abituati nell’era moderna.

Fatto il quadro della situazione, è molto comprensibile che con dei padri famiglia e un regime così asfissiante i figli abbiano trovato un modo feroce di rispondere alle loro necessità.

Pur di ereditare erano disposti a uccidere, pur di essere indipendenti, alcuni, arrivavano ad essere talmente indebitati con gli strozzini che l’unico modo di venirne fuori era promettere un’eredità da ottenere con la forza.

Ovviamente la situazione è molto più intrigata per noi, e non era la stessa in ogni ambiente. Molti figli rispettavano la loro posizione senza contravvenire alle leggi divine dettate da un sistema più che centenario.

Sappiamo che la crisi di questo sistema è iniziata con l’avvento dell’influsso cristiano e la conseguente metamorfosi dell’etica pagana, oltre alla corrente dello stoicismo e allo sviluppo dello studio della medicina.

La morsa dei padri sui figli si deve essere allentata man mano che l’impero si cristianizzava ma è difficile addentrarsi in un sistema intricato come quello romano, in cui le tradizioni sono più forti della legge.

Vi lascio con la stessa frase che la Cantarella ci lascia in copertina:

“Le famiglie infelici sono sempre esistite”.

 

Written by Altea Gardini

 

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