“Harrison’s flowers” film di Elie Chouraqui: la guerra degli anni ’90 nei Balcani

“Harrison’s flowers” film di Elie Chouraqui: la guerra degli anni ’90 nei Balcani

Mar 9, 2018

Ci sono due tipi di persone, quelli che hanno visto la guerra da vicino e quelli che non la conoscono. Sono animali diversi…”

 

Harrison’s flowers

Harrison’s flowers, ispirato al romanzo di Isabel Elisen, è un film diretto e realizzato nel 2000 da Elie Chouraqui.

Da ascrivere al genere drammatico-sentimentale, è pellicola testimone della guerra che si è consumata negli anni ’90, nei Balcani.

Le sequenze hanno inizio nella New York del 1991 durante un ricevimento per consegnare il premio Pulitzer al fotoreporter Harrison Lloyd (David Strathaim).

Desideroso di abbandonare la professione, per dedicarsi alla famiglia e alla cura dei suoi fiori, Lloyd riceve dal direttore del Newsweek, giornale con cui ha collaborato a lungo, un ultimo incarico. L’incarico di realizzare un reportage nelle zone della ex-Jugoslavia, di cui si ha sentore di guerra.

“Non possiamo mandare tutto all’aria, resisti ancora un po’…”

Sono soltanto avvisaglie quelle che raggiungono l’America, e che inizialmente non destano preoccupazione: le ostilità fra le diverse etnie non appaiono di così ampie dimensioni come in seguito si riveleranno essere.

 “Lo faccio, ma non per molto tempo…”

E a pagare un pesante scotto della drammatica situazione, oltre alla martoriata popolazione, sarà proprio Harrison che rimarrà intrappolato nella città di Osijek.

Di lui si perderà ogni traccia, tanto da essere considerato morto nel crollo di un edificio.

Ma Sarah, la moglie di Harrison, (Andie Mac Dowell) rifiuta di credere alla terribile verità che le viene comunicata: assolutamente non accetta che il marito venga dato per disperso in un paese lontano.

Spinta anche da un’immagine televisiva, in cui le pare di intravedere Harrison, la donna parte alla ricerca del compagno, con la ferrea certezza che sia sopravvissuto al crollo dell’edificio e si trovi nella città di Vukovar.

Caparbia, vincendo l’opposizione di parenti e amici, Sarah parte per i Balcani, convinta di riportare a casa il marito, confortata anche da un’anomala telefonata ricevuta quando, secondo i primi accertamenti, Harrison avrebbe già dovuto essere morto.

Il suo sarà un viaggio all’inferno: dovrà affrontare una realtà che la lacera nel fisico e nell’anima.

Ma Sarah persevera nel suo intento, non rinuncia a mettere in atto quello che può sembrare un folle progetto. E, in compagnia di fotografi di guerra e reporter, raggiunge i luoghi che hanno visto il marito soccombere in quel paese polveriera che la ex- Jugoslavia è diventata.

“Semplici schermaglie, l’Europa non si è mossa e ce l’hanno in casa…”

Il paese, protagonista di quei terribili eventi, era un coacervo etnico, in seno al quale la dignità umana, e prima ancora la vita stessa, era stata violata senza il benché minimo dei ripensamenti.

Mentre, nella popolazione, si era radicata l’amara consapevolezza che l’antico istinto tribale dell’uomo era riaffiorato, dopo essere stato sopito in un luogo dove l’odio e la barbarie erano comunque annidati.

Harrison’s flowers

La causa scatenante del conflitto fu l’eterogeneità etnica e culturale di quella gente, elemento di antico retaggio storico, a causa anche della particolare conformazione geografica del territorio: troppo frazionata e diversificata.

A fianco della lingua nazionale coabitavano vari idiomi, a sottolineare maggiormente le diversità etnico-culturali della popolazione, elemento che ne impedì l’amalgama del territorio, e così pure l’orografia, altro aspetto che fu ostacolo per le comunicazioni e proibì di superare squilibri sociali ed economici.

Accecate da un inflessibile nazionalismo, alcune etnie, più di altre, accesero così la miccia di un paese già pronto a prender fuoco, prestandosi a dare seguito a una delle più sanguinose guerre del Novecento.

“They’re all inside…”

Affiancata dai suoi colleghi e amici del marito, Sarah si confronta con una realtà che la annichilisce, realtà dove gente innocente, senza responsabilità alcuna, viene uccisa soltanto perché appartenente ad una fazione diversa.

Ed è fra mille difficoltà che la donna raggiunge l’ospedale dove Harrison potrebbe essere ricoverato: perseguire il suo primario obiettivo, ovvero trovare una qualsiasi traccia a indicarle che suo marito è ancora vivo, è il suo unico scopo di vita. Purtroppo, durante il triste peregrinare anche la troupe di cui Sarah fa parte subirà delle perdite, mentre le bombe fanno a pezzi la popolazione inerme.

“Sara, la Croce Rossa ce lo ha appena comunicato, aspettavo la conferma per dirtelo…”

In compagnia soprattutto della sua forza di volontà e dell’amore che continua a nutrire per il marito, Sarah arriva a Vukovar, spinta nella sua ricerca anche dal proprio sentire, che le suggerisce che il marito si trova lì, in attesa di essere salvato dal suo amore.

Tornati alla loro casa e alla vita di sempre, per i due sarà difficile e arduo il cammino per ritrovare anche soltanto l’ombra della quotidianità perduta.

Ma il recupero ci sarà, nonostante Harrison abbia perso un braccio e la voglia di vivere, in seguito agli orrori cui ha assistito; ma, grazie alla passione che dedica alla cura dei suoi fiori, accolti nella serra accanto all’abitazione, che sembrano essere rimasti in sua attesa, ritroverà una sua forma di equilibrio.

Film intenso, disseminato di scene brutali, giustificate dal contesto in cui le sequenze filmiche sono state girate, Harrison’s flowers è pellicola che permette riflessioni importanti, le quali dovrebbero essere bagaglio di consapevolezza per tutti: sulla guerra e sulla sua inutilità, in primis.

Riflessioni retroattive sul significato che ha avuto quel conflitto senza regole, dove la bestialità umana è stata la vera protagonista delle circostanze in cui si è consumata la guerra dei Balcani.

Al fine di trovare punti d’incontro, nonostante le diversità che abitano in ogni luogo e in ogni uomo.

Harrison’s flowers

Le popolazioni, infatti, seppur di differenti etnie, non dovrebbero prestarsi a strumentali logiche di potere, appannaggio dei potenti, logiche, che portate all’ennesima potenza, possono dare adito a sanguinose guerre civili, così come quella che si è compiuta nella ex- Jugoslavia.

Perché, stabilire una convivenza civile e pacifica, mantenendo differenze e tradizioni, sarebbe già un importante inizio per il genere umano. Al di là della collocazione geografica di ogni popolo.

Per concludere, alcune curiosità inerenti il film.

Pur essendo ambientato nella ex Jugoslavia, le sequenze filmiche sono state girate nelle repubblica Ceca, mentre le riprese d’ambientazione newyorchese si sono svolte a Manhattan e a Long Island.

L’uscita del film, in America, in seguito ai gravi attentati del 2001, fu posticipata al 2002.

La pellicola non è stata campione di incassi e non è rientrata nelle spese; nonostante il significato importante e la valenza formativa custodita in sé.

La critica ne ha riconosciuto alcuni aspetti positivi, uno dei quali è, per esempio, il fatto che la trama non abbia banalizzato la guerra, relegandola a sfondo di una bella storia d’amore.

Perché il regista ha raccontato il conflitto con ampia onestà intellettuale.

Si può quindi catalogare Harrison’s flowers come un film documentario, con l’obiettivo di mostrare per davvero cosa sia una guerra civile in tutta la crudezza dei fatti avvenuti.

È inoltre considerata pellicola che rende omaggio a tutti i giornalisti e fotografi che operano sui fronti di guerra, molti dei quali caduti sul campo; gente che per catturare un’immagine o ottenere una testimonianza rischia la vita.

È film che “colpisce direttamente allo stomaco e non lesina stoccate di ipocrisia dei benpensanti”.

Così, è stato definito dalla critica.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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