Le métier de la critique: Fabrizio De André, un cantante, un uomo oltre il mito

Le métier de la critique: Fabrizio De André, un cantante, un uomo oltre il mito

Feb 18, 2018

“Pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo cominciare una chitarra”.

 

Fabrizio De André

Faber è l’appellativo che gli ha assegnato il comico genovese Paolo Villaggio, suo grande amico.  

E, chiaro è il riferimento sia a pastelli e matite della Faber Castell, sia a Fabrizio, il suo nome di battesimo.

Considerato uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi, Fabrizio De André era nato il 18 febbraio a Genova nel 1940 da una famiglia della buona società.

Ed è all’inizio degli anni Sessanta che Faber compare sulla scena musicale, condividendo l’esperienza della cosiddetta Scuola Genovese; insieme a lui, a consumare giorni e notti fumose, ci sono artisti considerati innovatori della musica leggera italiana. Fra cui Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Gino Paoli, Luigi Tenco, giovani, tutti uniti dal comune interesse per il jazz.

Nonostante appartenesse a una famiglia di chiara impronta borghese, le simpatie di De André vanno agli ‘ultimi’, quelli che il prete genovese Don Andrea Gallo, amante ed estimatore di Faber, consacrerà a suoi fratelli, salvandone molti da un crudele destino.

Agli ultimi, quelli avvezzi a vivere ai margini della società, De André dedica molti dei suoi testi poetici che si vanno a declinare poi in intramontabili successi musicali.

Le sue canzoni sono struggenti, colpiscono direttamente al cuore, o meglio, colpiscono come un pugno in pieno petto, soprattutto per il contenuto custodito fra le parole.

Faber racconta di emarginati, di ribelli, di prostitute e del loro mondo, mettendo in evidenza, con intense parole ben modulate la loro umanità; sempre accompagnato dalle note della sua inseparabile chitarra.

La sua attività artistica è durata quarant’anni, fino a che, in un triste giorno di gennaio del 1998 ha abbandonato per sempre questo mondo, lasciando un’ampia eredità musicale nelle mani del figlio Cristiano.

Sono 14 gli album incisi in studio dal cantautore genovese, arricchiti poi da alcune canzoni singole.

Fabrizio De André

Testi, tutti, a denotare una rara vena poetica; colmi di una sorta di irriverenza, dietro cui denunciare una società che non presta abbastanza attenzione ai diseredati di tutto il mondo.

L’atmosfera di cui sono intrisi i suoi testi ricorda quella dei cantautori francesi in cui, tematiche di carattere sociale si coniugano con metafore poetiche.

Uomo dall’animo inquieto e tormentato, Faber manifesta una forma di trasgressione educata, nonostante l’inserimento di alcune espressioni dal contenuto forte nelle sue canzoni.

Ma, per rendere merito a un grande poeta, non sarebbe corretto definirlo un uomo volgare, semmai è più giusto etichettarlo semplicemente come una persona al di fuori degli schemi, che ha avuto il coraggio, prima di molti altri, di dichiararsi vicino agli esclusi di una società perbenista.

“Lessi Croce, l’Estetica, dove si dice che tutti gli uomini fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero, non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto di essere cantante”.

Grazie a letture di impronta filosofica, una delle quali è L’unico e la sua proprietà di Max Stirner, De André si dichiara anarchico, di lui, in realtà, si può affermare che è un agnostico che non ha avuto timore di affrontare temi religiosi, sottolineando l’aspetto umano della figura di Gesù Cristo.

Con il suo linguaggio inconfondibile ha trasmesso sensazioni particolarissime al suo pubblico, che comincia ad amarlo da subito; raggiunge da prima la platea genovese, poi quella nazionale, che lo consacra a mito della musica.

Al suo luogo d’origine, De André è rimasto legato da un affetto viscerale, come pure alla parlata genovese, sebbene si sia poi allontanato da Genova per trasferire affetti e vita professionale in Sardegna.

Di idee libertarie e pacifiste, senza dubbio figura controcorrente e, in certi casi, anche scomoda, rispetto agli standard tradizionali della canzone italiana, è stato un uomo che ha dato lustro alla sua città.

Fabrizio De André

Con un carattere riservato, simile a quello di molti liguri, intimidito dal palcoscenico ha avuto difficoltà ad affrontare il pubblico; nonostante ciò ha raggiunto ampi livelli di popolarità, grazie anche la collaborazione di musicisti di notevole caratura: Nicola Piovani, Mauro Pagani, Francesco de Gregori, solo per citarne alcuni.

Del 1960 è la sua prima canzone, dal titolo quanto mai significativo e dalla chiara influenza esistenzialista, La ballata del Miché.

Del 1964, invece, la più nota La canzone di Marinella, ispirata da un fatto di cronaca, e arrivata al grande pubblico grazie anche all’interpretazione di Mina.

‘Preghiera in gennaio’ è un testo scritto in una tristissima occasione che tocca De André nel profondo: la morte dell’amico Luigi Tenco, nel 1967, durante il Festival di Sanremo.

È il 1972 quando pubblica un singolo con due canzoni tradotte da Leonard Cohen, mentre nell’anno immediatamente successivo, il 1973, scrive Storia di un impiegato, canzone di forte inclinazione politica, nella quale si raccontano le vicende di un impiegato durante un periodo difficile e controverso come è stato quello del 1968.

Attaccato con eccessiva durezza dalla stampa, soprattutto da quella di sinistra, Fabrizio non risponde alle accuse che gli vengono lanciate da più parti, e continua a produrre testi dal contenuto umano e sentimentale che vanno al di là dello spazio e del tempo in cui è vissuto.

“Storia di un impiegato è un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto politico a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico: la canzone il bombarolo è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica”.

Fabrizio De André

Superata infine la timidezza del palcoscenico De André comincia e esibirsi in concerti e serate che ne faranno conoscere maggiormente il talento. Il suo primo appuntamento è un concerto alla Bussola di Viareggio.

Molto ci sarebbe da dire di un grande rappresentante della musica, ma l’autrice si ferma qui. Un nodo alla gola le impedisce di raccontare altro di un grande genovese che ha accompagnato parte della sua giovinezza.

 

 Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

 

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