Selfie & Told: il cantautore Kerouac racconta il disco d’esordio “Ortiche”

Selfie & Told: il cantautore Kerouac racconta il disco d’esordio “Ortiche”

Feb 11, 2018

“Lasci i tuoi capelli scompigliati dal vento,/ il cielo piange, il tuo sorriso è sempre più spento/ ballando la rivoluzione un corteo di colori/ scopri un po’ com’è il mondo fuori/ dalle tue abitudini, dai tuoi silenzi/ capire che in fondo lo sai: siamo tutti un po’ stronzi// […]” ‒ “Angie”

Kerouac

Ciao! Sono Kerouac, cioè Giovanni Zampieri.

Sono veneto, ho 21 anni e vengo dal punk.

Ortiche” è il mio disco d’esordio, un concept-album fra cantautorato acustico e elettronica urban (trap, hip-hop) dove provo a raccontare il percorso di presa di coscienza del mondo da parte di un ragazzo della mia età.

Perché Kerouac? Beh, questa è la prima domanda che mi sono fatto qui sotto!

Ed ora beccatevi questa Selfie & Told!

 

K.: Perché Kerouac? Non è un nome impegnativo?

Kerouac: Kerouac è a tutti gli effetti un nome importante, non posso nasconderlo. Forse l’ho scelto anche per questo, per restituire una dimensione di impegno e attenzione a ciò che scrivo, alla musica di questo progetto. Le opere e lo stile di Jack Kerouac mi hanno segnato in molti modi. Centrale, nel mio modo di leggerlo, è stata sicuramente la sua capacità di intersecare il vissuto personale ad una dimensione più larga e vasta che rimanda ad esperienze collettive, culturali e generazionali. La scelta del suo nome, a questo proposito, è una sorta di sfida personale. Un tentativo di ricordare a me stesso di mettere nella musica Giovanni e ciò che gli sta attorno. La parte ed il tutto.

 

K.: Nel tuo disco non c’è la spensieratezza indie dominante. Come mai?

Ortiche – Kerouac

Kerouac: Quando scrivo sono poco spensierato – come avrebbe detto qualcuno più saggio ed importante di me: “scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco”. Penso che nei miei testi venga messo in rilievo invece un groviglio di pensieri che cerca di trovare forma ed emergere attraverso delle parole, delle rime. Complice di questo è anche il fatto che ho ascoltato molto poco gli artisti indie che in questo momento hanno conquistato la scena italiana, anche se mi tengo aggiornato sulle ultime novità. Credo che questo mi abbia aiutato molto nello sviluppare uno stile di scrittura in qualche modo autonomo rispetto al loro linguaggio ed ai temi trattati.

 

K.: Che cosa sarebbe stato il tuo disco d’esordio se non avessi incontrato il tuo produttore Andrea Gallo che ha iniettato ingenti dosi di elettronica nelle tue canzoni?

Kerouac: Il mio disco d’esordio, Ortiche, sarebbe stato probabilmente meno pungente e più intimo, pieno di chitarre acustiche, sicuramente con sonorità meno ricercate. Prima di entrare nello studio di Andrea non avevo mai focalizzato la mia attenzione a tutte le sensazioni che si possono trasmettere attraverso i suoni, mi ero dedicato più alla scrittura, all’urgenza dei testi, alla melodia. Lavorare con lui mi ha costretto, in qualche modo, a concentrarmi sulle atmosfere, sulle frequenze, sulle vibrazioni veicolate dal suono. Andrea mi ha mostrato le potenzialità espressive di un mondo che altrimenti non avrei mai considerato.

 

K.: Studi sociologia ma le tue canzoni non sono molto ‘sociologiche’, sono piuttosto liriche. Nei tuoi brani c’è qualcosa di ciò che studi?

Kerouac

Kerouac: Sarei poco attento a me stesso se dicessi di no. Ciò che studio mi ha posto molte sfide rispetto a quello che sono, alla mia identità, a come mi metto in relazione con gli altri, con lo spazio, con la società, qualsiasi cosa voglia dire questa parola. Non ho mai sentito l’esigenza di trasporre il mio sentire in un brano in chiave sociologica, con termini tecnici, ma sono piuttosto sicuro che questa materia abbia ridefinito i confini di ciò che sento, aprendo nuove strade alla mia capacità di vedere il mondo: questo mi sembra che risuoni con una certa forza nelle mie canzoni – ecco, ho trovato un’altra risposta alla domanda che mi sono fatto prima sulla poca spensieratezza!



K.: Tre libri e tre dischi che sono stati per te fondamentali.

Kerouac: Non in ordine d’importanza dico, per i libri:

“On the Road” di Jack Kerouac,

Fight Club” di Chuck Palahniuk,

“La vita quotidiana come rappresentazione” di Erving Goffman

Mentre per i dischi, sempre in ordine sparso:

“I soldi sono finiti” de I Ministri

“American Idiot” dei Green Day

“Suicidol” di Nitro

 

Devo costruirmi un rifugio antiatomico/ Devo smetterla di puntare sempre al ribasso/ Devo dirvi in faccia che mi date il voltastomaco?/ Che senza bere le feste non sono poi tanto uno spasso?/ Devo costruirmi un rifugio antiatomico/ Devo per forza scegliere qualcosa per cosa vale la pena morire?/ Devo fidarmi ciecamente del mio vuoto cosmico/ Ora che ho smesso di sognare mi chiedo che senso ha dormire// […]‒ “Rifugio”

 

Written by Kerouac

 

 

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