Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Stefania Bagella

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Stefania Bagella

Feb 10, 2018

“I toni accesi e il sarcasmo rischiano di alimentare un divario di incomprensione e un fenomeno di formazione di “tribù” ormai ben noto, simile a quello a tratti aggressivo che contrappone vaccinisti e no-vax. Ad esempio, i termini fantarcheologia e fantarcheologi, con il loro portato ironico, non mi sembrano i più adatti per impostare un dialogo.” – Stefania Bagella

Stefania Bagella

Ventunesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologa Valentina Leonelli, ha preceduto l’archeologa Giovanna Fundoni, l’archeologo Francesco di Gennaro, l’archeologo Giandaniele Castangia, l’archeologa Luisanna Usai, l’archeologo Paolo Gull, l’archeologo Piero Bartoloni, l’archeologa Viviana Pinna, l’archeologo Giuseppe Maisola, l’archeologo Nicola Sanna, l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Stefania Bagella è curatrice del MUNISS, il Museo scientifico dell’Università di Sassari. Laureata in Protostoria europea, specializzata in Paletnologia all’Università La Sapienza di Roma, Master in Mediazione culturale nei musei e in Giornalismo e Comunicazione istituzionale della Scienza; Segretaria del Circolo Aristeo di Sassari. Si occupa di archeologia, storia della scienza e delle università, rapporti tra società e scienza.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Stefania Bagella: Ogni popolo, in maniera più o meno strutturata, ha archetipi e miti fondativi utili a spiegare a posteriori le proprie origini, e a darsi un’identità. Attinge a un patrimonio di memorie collettive, leggende, invenzioni funzionali, credenze religiose e molto altro, in strutture pluristratificate. È un processo ricco di significati profondi ma sostanzialmente diverso dalla ricostruzione storiografica che come è noto è basata su fonti concrete.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Stefania Bagella: C’è senz’altro ancora tanto da scoprire ‒ e tanto di inconoscibile ‒ ma credo che i nuraghi e la Civiltà nuragica si possano considerare relativamente ben conosciuti. Nel quadro di civiltà del Mediterraneo contemporaneo hanno rivelato molto, grazie all’ottimo stato di conservazione e alle ricerche e agli studi ininterrotti ormai da ben oltre un secolo. Non ci sono evidenze scientifiche che il nuraghe sia stato esportato come modello architettonico se non per tentativi limitati nel tempo e nello spazio, come in pochi casi nella Corsica del sud (si veda l’intervento di Anna Depalmas).

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Stefania Bagella

Stefania Bagella: Soluzioni visivamente simili non devono automaticamente portare a credere che siamo di fronte ad ampi fenomeni di diffusione o influenza culturale. È un ragionamento prescientifico. La disponibilità di materiali, il sostrato geologico, l’evoluzione tecnologica, la funzionalità, possono concorrere alla nascita di suggestioni che, in assenza di prove relative a concrete relazioni (dai commerci alle invasioni), e quindi a una significativa associazione di fattori dimostrabili, sono destinate a restare tali. E quindi siamo davanti a un caso parzialmente determinato da fattori simili, ossia a “un fenomeno di convergenza”.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci? 

Stefania Bagella: Direi che è più accreditato il significato di “mucchio di pietre cavo”. Non è affatto banale ricondurre la radice –nur a questa espressione descrittiva e quasi tautologica. La toponomastica è il riscontro logico del fenomeno monumentale. Come non è certo banale dare un nome alle cose, tutt’altro! Trovo viceversa forzato e ideologico il riferimento alla luce.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Stefania Bagella: È chiaro che una ricerca ben fatta sia di grandissima utilità e meriti ogni attenzione e adeguati finanziamenti. Avere disponibilità economica ed averla continuativamente e non episodicamente cambia completamente le prospettive e la possibilità di programmare ricerche e interventi sui Beni culturali, come spesso si sottolinea anche in relazione al fatto che il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa per investimenti nella cultura. Ci sono tanti modi per fare ricerca, dalle ricognizioni territoriali agli “scavi” nei depositi, dagli studi sui pubblici a quelli sui metodi. Potrà sembrare una provocazione, ma l’unico ambito nel quale propenderei per una sorta di moratoria è quello dei nuovi scavi. Lo scavo come sappiamo è distruzione di un contesto irripetibile che a mio parere se non ben motivato da esigenze di ricerca o per motivi d’emergenza si dovrebbe immaginare e pianificare anche in proiezione futura. I posteri avranno certamente metodi più avanzati dei nostri per l’interpretazione dei contesti, così come succede oggi rispetto a cinquanta o cent’anni fa. Le strutture messe in luce dagli scavi vengono private dalla loro millenaria protezione e risultano maggiormente esposte al rischio antropico e ambientale, senza che si possa sempre assicurare una tutela adeguata e protratta nel tempo. Penso che il problema della conservazione e della manutenzione costituisca uno dei grandi temi anche etici per chi opera nei Beni culturali ma che in questo momento non trovi abbastanza simpatia e risorse nel nostro Paese.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Stefania Bagella: Se il termine identifica la Sardegna, si tratterebbe della più antica attestazione, in lingua fenicia. Non sappiamo se e come i sardi dell’epoca nuragica si autodefinissero. La Civiltà nuragica si presenta ai nostri occhi culturalmente omogenea, ma dal punto di vista sociopolitico trasmette l’idea di un’organizzazione frammentata in limitate sub regioni, “cantonale”, non unitaria e tantomeno statale, come ben spiega nel suo contributo Piero Bartoloni.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Stefania Bagella: La scrittura nasce in risposta a necessità di registrazione e gestione amministrativa in società centralizzate e gerarchizzate con una stratificazione complessa, molto prima della diffusione in ambito storico o letterario. Il popolo dei nuraghi appartiene alla Protostoria e non ha utilizzato la scrittura – così risulta almeno allo stato attuale delle ricerche – perché probabilmente la sua struttura organizzativa non lo esigeva. Era una competenza elitaria, lontana dalle esigenze generali della gran parte delle persone. La trasmissione storico-culturale avveniva per via orale, con narrazioni in buona parte standardizzate e il ricorso ad ausili mnemonici (canto, formule fisse). Pensiamo ad esempio in Grecia alla figura dell’aedo o ai nostri giorni a un’opera come Le vie dei canti di Chatwin. I confronti storici ed etnologici servono comunque solo per mostrare l’infinità potenziale dei punti di vista, e non per assimilare situazioni completamente diverse. La scrittura ha cambiato il mondo, ma questa è una constatazione a posteriori. Penso che dobbiamo sforzarci di uscire da un’ottica moderna su questo aspetto.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?                               

Stefania Bagella: Gli Shardana, SRDN o Sherdana, furono gruppi umani descritti nelle fonti egizie e mesopotamiche contemporanee alla nostra età del bronzo, dalle caratteristiche suggestive e con alcune affinità con i sardi nuragici. Le somiglianze tuttavia non sono esclusive o così marcate da poter scientificamente propendere per una concreta ipotesi di identificazione. Aggiungo che questi discorsi non sono mai stati un tabù per l’archeologia “ufficiale”, ne sento parlare fin dai tempi dell’università, ma laicamente e senza voli pindarici.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Stefania Bagella

Stefania Bagella: Penso che bisognerebbe concentrarsi sugli aspetti positivi di una nuova sensibilità, una richiesta evidente e diffusa di partecipazione nell’ambito dei Beni culturali. Il coinvolgimento pubblico e la cittadinanza scientifica sono obiettivi primari dell’Unione Europea, anche nel superamento di un tipo di comunicazione direttiva, dall’alto in basso, a favore di un modello più dialogico. Va bene informare il cittadino, ma bisogna anche favorirne la partecipazione ai processi decisionali, accettando le domande e anche le eventuali contrapposizioni che provengono dalla società. Non si tratta per il mondo dell’archeologia di stare sulla difensiva o combattere contro qualcosa o peggio qualcuno, ma di offrire una comunicazione efficace, di qualità e rivolta a tutti in una varietà di approcci e linguaggi. Non trovo consigliabile arroccarsi in una riserva autoreferenziale o dietro discorsi del tipo “la scienza non è democratica”. Una cosa è la scienza, e diversa è la comunicazione della scienza. La scienza non è eterna e immutabile, ma ha sempre bisogno di prove e dimostrazioni. I toni accesi e il sarcasmo rischiano di alimentare un divario di incomprensione e un fenomeno di formazione di “tribù” ormai ben noto, simile a quello a tratti aggressivo che contrappone vaccinisti e no-vax. Ad esempio, i termini fantarcheologia e fantarcheologi, con il loro portato ironico, non mi sembrano i più adatti per impostare un dialogo.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Stefania Bagella: Scrittura, predominio sui mari e Shardana, Atlantide, trovano terreno fertile in una tendenza neo-identitaria volta a enfatizzare il ruolo della Sardegna, restituire un passato glorioso che si presume negato alla Civiltà nuragica, portarla fuori dalla protostoria e farla entrare di diritto nella storia. Ma cercare conferme ai propri desiderata – sia pur spinti da un grande amore per la propria terra – non risponde purtroppo al metodo scientifico. Riguardo all’identificazione della Sardegna con Atlantide ha contribuito in effetti una congiuntura favorevole ai proponenti, nell’ampia possibilità di accesso al sistema mediatico nazionale, con una buona dose di spregiudicatezza intellettuale. La nostra Atlantide, “quella sacra isola chiara di sole” – citando l’immortale testo di Platone – in fondo l’abbiamo sempre avuta.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Stefania Bagella: “[…] Quante cose,/ atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,/ ci servono come taciti schiavi,/ senza sguardo, stranamente segrete!/ Dureranno più in là del nostro oblio;/ non sapran mai che ce ne siamo andati.Jorge Luis Borges (traduzione di Francesco Tentori Montalto) Le cose”, da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971

 

A.M.: Stefania ti ringrazio per la partecipazione alla rubrica Neon Ghènesis Sandàlion e ti saluto con le parole di Friedrich NietzscheCredete, dunque, voi che le scienze sarebbero nate e progredite, se non le avessero precedute maghi, alchimisti, astrologi e streghe, in quanto dovettero essere stati questi a creare per la prima volta, con le loro promesse e millanterie, la sete, la fame e il gusto delle potenze occulte e proibite? Non si dovette, anzi, promettere infinitamente più di quel che può essere mantenuto, perché qualche cosa si adempisse nel regno della conoscenza?

 

Written by Alessia Mocci

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

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