Le métier de la critique: Dorothy Thompson, una donna oltre il mito

Le métier de la critique: Dorothy Thompson, una donna oltre il mito

Feb 6, 2018

“First lady of American Journalism”.

 

Dorothy Thompson

Così fu definita la giornalista americana Dorothy Thompson.

Nata nel 1893 a Lancaster, New York, la Thompson fu non solo redattrice della carta stampata, ma anche conduttrice di programmi radiofonici; ruolo che le valse il riconoscimento, da parte della rivista Time, di seconda donna più influente d’America. Accanto a lei, in questa graduatoria, soltanto Eleanor Roosevelt.

Rimasta orfana di madre in giovanissima età fu affidata alle cure del padre, predicatore metodista, la cui vedovanza ebbe però breve durata: l’uomo, ben presto, si risposò con Elizabeth Abbott.

Evento questo che creò un profondo conflitto interiore nella piccola Dorothy, che non riuscì mai a stabilire una vera sintonia con la moglie del padre.

Nel 1908, quindi, per scongiurare ulteriori turbamenti, il padre la mandò altrove, a Chicago nello specifico, città che vide Dorothy allieva dell’Istituto Lewis.

In seguito raggiungerà Syracuse per seguire i corsi universitari di politica e di economia, sostenendo nel 1914 la tesi di laurea, evento eccezionale in quei tempi difficili per una donna, tempi in cui la carriera universitaria era preclusa al genere femminile.

“Solo quando non siamo più paurosi iniziamo a vivere.”

Persona sensibile, nonostante un’apparente durezza, la Thompson avvertì un obbligo morale nei confronti delle altre donne che, a differenza sua, non erano state educata allo studio.

E in conseguenza di ciò sentì quasi un dovere sociale battersi per la causa femminista e, nel particolare, per ottenere il suffragio femminile negli Stati Uniti. Causa che abbraccerà in toto, spendendosi molto per vederla realizzata.

Poco dopo la laurea raggiunse Buffalo, dove rimase fino al 1920, località in cui continuerà a partecipare alle lotte del femminismo.

“La pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di alternative creative per rispondere al conflitto.”

Per ampliare le sue conoscenze e arricchire la sua professione di giornalista, cui dedicherà l’intera esistenza, si trasferì in Europa. Qui, avrà l’occasione di raccogliere la testimonianza, durante un viaggio in Irlanda, di Terence Mac Sweeney, capo del movimento Sinn Fèin. Sarà l’ultima intervista rilasciata dal leader, e la Thompson sarà l’ultima a entrare in contatto con lui, perché dopo pochi giorni Mac Sweeney verrà arrestato, circostanza determinante che decreterà la fine della sua esistenza.

Dorothy Thompson

Grazie alla sua abilità professionale, che ne sancì il successo in veste di inviata, la donna venne nominata corrispondente a Vienna per il Public Ledger di Philadelphia, lavorando fianco a fianco con corrispondenti del suo stesso calibro. Ma lei aveva un qualcosa in più, un quid, in conseguenza del quale, nel 1925, verrà promossa a capo del servizio centrale europeo. Prima donna a ricevere tale riconoscimento.

Nel 1927, però, si dimise dall’incarico, e qualche tempo dopo il New York Post la nomina capo servizio della sede di Berlino. Sarà la circostanza per assistere, in prima persona, all’avanzamento del partito nazionalsocialista.

“La Thompson era la regina indiscussa del corpo stampa d’oltremare, la prima donna incaricata di dirigere la redazione di notizie straniere.”

Così si pronunciò Pete Kuth, il suo biografo.

Nonostante i drammatici eventi che portarono all’ascesa del nazismo, il suo soggiorno berlinese fu culturalmente ricco, grazie anche alle frequentazioni di molti letterati in esilio. In particolare alcuni autori tedeschi, Thomas Mann, Odon von Horvath, Bertolt Brecht, Stefan Zweig e Fritz Kortner, fra questi.

Sarà un tempo, inoltre, in cui la Thompson si vedrà consolidare la fama di grande giornalista.

Nel frattempo, da più parti le vennero lanciate illazioni, che avevano forse un contenuto di verità.

Si parlò, infatti, di una sua ambigua relazione con l’autrice tedesca Christa Winsloe, mentre era ancora legata in matrimonio negli Stati Uniti.

Ma lei, donna emancipata e disinvolta, a coloro che avevano da obiettare a questa sua inclinazione, rispose rivendicando “il suo diritto di amare”.

Nel 1931, durante un suo soggiorno a Monaco, la Thompson ebbe l’occasione di intervistare, cosa alquanto inusuale, Adolf Hitler. L’incontrò le darà l’ispirazione per scrivere un libro, I saw Hitler, in cui denunciava, fin da allora, la pericolosità della realtà tedesca, semmai il Fuhrer avesse preso il potere in Germania.

Dalla figura del Fuhrer, uno dei più feroci dittatori del xx secolo, gliene venne una pessima impressione, che dava la misura di ciò che sarebbe accaduto in Germania, di lì a poco.

“È senza forma, quasi senza volto, un uomo il cui viso è una caricatura, un uomo la cui struttura sembra cartilaginea, senza ossa, è insignificante e volubile, mal stabilizzato e insicuro, un piccolo uomo”.

Ovviamente, la risposta del nazismo, sia al libro sia all’articolo che la Thompson scrisse su Hitler, vennero giudicati fuorvianti e non corrispondenti di fatto alla realtà tedesca.

Ma, quando la Germania stava per precipitare nel baratro dal regime nazista fu chiesto alla Thompson di rettificare i suoi giudizi sul ‘grande leader’, definito da lei, invece, un ‘piccolo uomo’.

Dorothy Thompson

Nella sua dichiarazione, la donna avrebbe dovuto ammettere di aver sottovalutato un personaggio di così ‘elevata statura’, come Hitler manifestava essere. Sempre secondo il regime.

Ma, poiché la giornalista non volle cambiare il suo giudizio, nel 1934 venne espulsa dalla Germania.

Gesto che le valse il fatto di essere stata la prima giornalista a essere cacciata dal paese.

Tornata nel frattempo negli Stati Uniti, nel 1936 iniziò la sua attività presso il New York Tribune.

“On the record” sarà il titolo della rubrica che curò per un lungo periodo.

Una rubrica mensile per signore in cui trattava temi quali il giardinaggio, l’educazione dei piccoli e altre amenità, argomenti tutti, facenti parte della quotidianità femminile, microcosmo colmo di tradizione in cui molte donne all’epoca si riconoscevano. Tematiche molto lontane allora dalla guerra e dalla politica, questioni che affronterà ancora nei periodi successivi.

Dal 1936 al 1938 la Thompson prestò servizio alla NBC come commentatrice radiofonica, il cui incarico le darà grande notorietà; le sue trasmissioni, infatti, raggiunsero un pubblico molto vasto rendendola popolare, oltre che a darle la connotazione di giornalista più amata dal pubblico americano.

Attraverso una sua trasmissione, nel 1938, sostenne la causa di un giovinetto ebreo polacco, accusato di aver assassinato un diplomatico tedesco, tale Ernst von Rath. Da più parti si affermò che il tragico episodio fu usato quale metodo di propaganda nazista in Germania, al fine di infiammare gli animi durante l’evento noto come la Notte dei cristalli.

Ascoltata da milioni di ascoltatori la trasmissione della Thompson giocò un ruolo importante nella vicenda dell’uccisione del diplomatico, suscitando simpatia nei confronti dell’adolescente accusato di essere responsabile dell’omicidio.

Era il 1939, data di drammatica memoria storica, l’anno in cui la Germania invase la Polonia: sarà in quell’occasione che la Thompson andrà in onda consecutivamente giorno e notte.

Ma perché la Thompson era tanto amata?

Fu in un articolo del Time, in cui si tracciò un profilo della giornalista, che si tentò di spiegare le ragioni che la rendevano popolare, la più manifesta delle quali era quella di essere dotata di un grande carisma.

“Dorothy Thompson è la donna della club woman statunitense, viene letta, creduta e citata da milioni di donne che confidano soltanto nelle opinioni politiche dai loro mariti e in lei trovano un’amica…”

Nel 1941, la Thompson, ancora a proposito dell’ascesa di Adolf Hitler, scriverà un articolo per Harper’s Magazine dal titolo quanto mai intrigante e provocatorio: “Who goes nazi?”

Articolo che accese interesse e polemiche nell’opinione pubblica, facendo di lei un’icona dell’informazione, un modello di donna intellettualmente impegnata a cui dare credito, in quanto aveva il merito di essere lungimirante.

Alla conferenza di Baltimora la Thompson, nel ruolo di principale oratrice, sostenne in toto la causa del sionismo: da sempre, infatti, ne veniva considerata la principale portavoce.

Dorothy Thompson

In seguito, il suo giudizio su tale dibattito subirà un capovolgimento totale.

A farle cambiare opinione sarà un suo viaggio in Palestina nel 1945, dopo aver visto e toccato con mano le tristi condizioni in cui versavano i coloni arabi. La sua posizione le procurerà accuse di acceso antisemitismo.

Respinte dalla Thompson, le critiche vennero definite dalla stampa americana come un ‘suicidio professionale’. Infine, per mettere a tacere le polemiche, la giornalista ne concluse che il sionismo era motivo di una guerra perpetua fra ebrei e palestinesi.

Dopo essersi unita in matrimonio per ben tre volte, nel 1961, all’età di 67 anni, la Thompson chiuse la sua parabola esistenziale.

Dorothy Thompson è stato un personaggio molto amato dal suo pubblico, tanto che la sua figura ha ispirato attori e registi in più di una rappresentazione scenica, sia in teatro sia al cinema, trasposizioni interpretate da attrici di grande capacità espressiva.

In teatro, a Broadway, è stato realizzato un musical basato proprio sulla vita della Thompson e interpretato da Lauren Bacall; mentre al cinema il ruolo della protagonista, in relazione sempre alla vita della giornalista, è stato espresso nel 1942 da Catherine Hepburn, in ‘Woman of the year’.

“L’elemento più distintivo nella mente umana è la paura. La paura crea aggressività.”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

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