Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Valentina Leonelli

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Valentina Leonelli

Feb 3, 2018

“Con l’avvento di internet intorno alla comunità scientifica si è creata una vasta “comunità” pseudoscientifica, formata da coloro che “si interessano” di archeologia, più spesso in maniera superficiale, a volte spinti dall’esibizionismo, dall’attrazione della facile notorietà e dal guadagno facile. Ed è un pullulare di blog, profili, comunità, commenti sul web, spesso dispregiativi degli archeologi.” – Valentina Leonelli

Valentina Leonelli

Ventesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologa Giovanna Fundoni, ha preceduto l’archeologo Francesco di Gennaro, l’archeologo Giandaniele Castangia, l’archeologa Luisanna Usai, l’archeologo Paolo Gull, l’archeologo Piero Bartoloni, l’archeologa Viviana Pinna, l’archeologo Giuseppe Maisola, l’archeologo Nicola Sanna, l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Valentina Leonelli è archeologa libera professionista, si è laureata e specializzata in Protostoria Europea alla Sapienza Università di Roma, è allieva di Renato Peroni. In Sardegna da 20 anni si occupa principalmente dell’età nuragica, le sue ricerche sono incentrate sulla classificazione tipologica della ceramica, sulla cronologia, sullo sviluppo insediativo e territoriale. È autrice di numerosi contributi scientifici, di monografie e curatele, tra cui “La tipologia della ceramica nuragica” del 2000, e “Simbolo di un simbolo. I modelli di nuraghe” del 2012 con Franco Campus.

Si occupa di archeologia preventiva, fuori dalla Sardegna ha partecipato a campagne di scavo in siti protostorici della Basilicata, Puglia, Lazio, per 5 anni ha collaborato alla direzione scientifica dello scavo di Broglio di Trebisacce (CS); in Sardegna ha condotto scavi per conto della Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro nel nuraghe Oes di Giave, nel villaggio del nuraghe La Prisgiona di Arzachena, nell’area archeologica di Sant’Andrea Priu di Bonorva, coordina dal 2004 l’area archeologica del nuraghe Adoni di Villanova Tulo, dove ha intrapreso numerose campagne di scavo. Ha partecipato alla progettazione e all’allestimento dei musei civici di Orroli e di Torralba, è stata responsabile dei servizi educativi e della promozione del museo di Ittireddu, dal 2000 realizza progetti didattici nelle scuole, ha partecipato a campagne di catalogazione scientifica informatizzata dei reperti pre e protostorici.

Incaricata dalla Soprintendenza Archeologica delle province di Sassari e Nuoro, ha seguito dal 2007 al 2012 il restauro delle sculture di Mont’e Prama presso il Centro di Restauro di Li Punti di Sassari, collaborando all’allestimento della mostra “La Pietra e gli Eroi” e all’edizione dei risultati scientifici.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Valentina Leonelli: L’immaginazione è parte del pensiero dell’uomo, un avvenimento può essere raccontato in maniera differente rispetto alla realtà, e più viene diffuso, trasmesso e si conserva, più viene deformato. Con il tempo gli avvenimenti e i racconti più antichi vengono modificati, ampliati, o soppiantati da altri nuovi, in stratificazioni successive. Nella leggenda il fatto storico viene modificato con l’aggiunta di elementi non reali, e fatti storici avvenuti in periodi diversi, anche distanti, possono essere collegati tra loro in un unico insieme. Avvenimenti isolati pertinenti ad un determinato gruppo sociale, una volta raccolti in un unico insieme possono essere collegati ad una figura mitica. Il mito è utile alla comunità, perché fornisce una spiegazione alle proprie origini, ai fenomeni naturali, alle pratiche rituali, ai ruoli sociali e politici. Più in generale, miti isolati vengono collegati tra loro in modo da ottenere un quadro di insieme dell’origine degli uomini, del mondo, della sfera divina. La storia è un insieme di fatti realmente accaduti, e la storiografia è la descrizione di quei fatti. La storia è oggettiva, la storiografia è soggettiva. Alla base della storiografia sono l’esigenza di selezionare i fatti importanti, l’imparzialità, la ricostruzione fedele degli eventi, la documentazione. Alla base della conoscenza della storia sono le fonti, che possono essere scritte, o sotto forma di oggetti, resti, tracce. L’archeologo ha il compito di ricostruire il passato come in un grande puzzle attraverso le fonti archeologiche, che sono insiemi di materiali e di dati che ci arrivano dall’antichità, è un viaggio affascinante quello che intraprende l’archeologo quando rinviene un oggetto: risalire agli uomini che lo hanno realizzato, alla comunità in cui quegli uomini vivevano.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Valentina Leonelli

Valentina Leonelli: I nuraghi non sono proprio degli sconosciuti. Certo, su un totale di oltre 8.000 nuraghi solo una piccola percentuale è stata oggetto di indagini archeologiche, ma sono determinanti i recenti sviluppi nelle ricerche territoriali, negli studi sulla cronologia e sulla cultura materiale. È possibile creare una classificazione solo a maglie larghe della tipologia architettonica, perché ogni nuraghe è praticamente un unicum, per la straordinaria capacità dei nuragici di adattarsi al territorio, ma sappiamo che ogni nuraghe era parte integrante di una rete di micro e macro sistemi territoriali dalla costa all’interno, ed erano dei formidabili luoghi di avvistamento e di controllo del territorio circostante e delle risorse, ed insieme di immagazzinamento dei beni. Sappiamo inquadrare cronologicamente le prime strutture architettoniche riconosciute come nuragiche, i periodi di affermazione, di sviluppo e di crisi della civiltà nuragica in un arco cronologico rilevante, almeno dal XVII al IX sec. a.C. Le classificazioni tipologiche, l’analisi dei contesti di provenienza e di quelli di confronto ci permettono di avere dati esaurienti sulla cultura materiale: ceramica, bronzi d’uso, armi, oggetti di ornamento. Stiamo approfondendo le fasi dei rifacimenti, dei cambi di destinazione d’uso, e le frequentazioni e le occupazioni di un nuraghe in epoche successive. E non conosciamo solo i nuraghi, ma anche i luoghi dove si seppelliva, conosciamo sempre meglio i complessi cultuali, che racchiudono diverse tipologie di strutture architettoniche e che a partire da un certo periodo diventano i centri catalizzatori delle comunità del territorio. E non dimentichiamo i risultati che ci stanno offrendo gli studi nelle discipline afferenti, la paleobotanica, l’archeozoologia, l’antropologia fisica.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Valentina Leonelli: Altrove non esistono edifici così articolati come i nuraghi complessi. Senz’altro culture diverse anche distanti fra loro hanno interpretato il proprio bisogno di costruire proponendo soluzioni che ci appaiono simili, ma va sempre presa in considerazione la diacronia dei processi culturali, e per fare parallelismi è determinante la cultura materiale, ossia ciò che una comunità produce in un determinato periodo. Basti pensare alle soluzioni prodotte nella Corsica meridionale con le Torri e nelle Baleari con i talaiot; le gallerie delle cinte murarie della cittadella fortificata di Tirinto e della capitale degli Hittiti Hattusa presentano analogie con le ogive dei corridoi del nuraghe Santu Antine. Nel sito di Ahwat, nel nord-est dell’attuale stato di Israele, alcuni edifici che risalgono tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro avrebbero secondo alcuni archeologi analogia architettonica con i nuraghi, ancora una volta è la datazione e la cultura materiale a rivelarne le differenze. Per non parlare della volta con elementi aggettanti che troviamo con la diffusione del megalitismo anche già fin dal IV millennio in Irlanda, nella grande tomba con tumulo e corridoio di Newgrange, fino ad arrivare ai tempi moderni in Puglia con i trulli, con funzione abitativa, costruiti fino a pochi decenni fa. Al di là della diversa destinazione d’uso la tholos del nuraghe è completamente subaerea, e si basa su principi costruttivi e di staticità diversi ad esempio da quella delle tombe micenee, che sono in parte ipogeiche, o dalla tholos di alcune tombe dell’VIII sec. a.C. dell’Etruria settentrionale, in particolare a Populonia, realizzate con o senza pilastro centrale che sostiene la lastra di chiusura.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Valentina Leonelli: Non sono una linguista, né una glottologa, ma la radice di nuraghe nur, che potrebbe avere il significato di “cumulo di pietre/cavità” per assonanza è vicina anche al latino murus, non escludo quindi una deformazione del termine latino.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Valentina Leonelli: L’Italia investe ancora molto poco in ricerca e sviluppo. E la fuga dei cervelli continua, gli studiosi italiani di discipline come la medicina e la fisica, nella maggior parte dei casi, sono costretti ad andare via dall’Italia per portare avanti le proprie ricerche, e quando i loro risultati negli altri paesi arrivano alla ribalta, in Italia si plaude al loro lavoro, perché danno lustro al nostro paese, troppo facile. L’Italia possiede la più alta concentrazione di Beni culturali al mondo, gli stranieri arrivano da noi come turisti, come studiosi, come finanziatori. Sarebbe il caso che i politici italiani iniziassero un processo di controtendenza rispetto al passato: occuparsi della ricerca e dello sviluppo. I Comuni anche in Sardegna sono interessati a ad avere siti archeologici valorizzati e gestiti per la fruizione, ma per portare avanti la realizzazione di un progetto di scavo pluriennale di un nuraghe sono necessari finanziamenti anch’essi pluriennali, se si vuole arrivare alla sua valorizzazione, e una volta portato alla luce e pubblicati i risultati scientifici, il bene va mantenuto e tutelato con campagne periodiche di restauro e consolidamento. Certamente molto resta ancora da scavare sotto terra, ma molto resta anche da “scavare” nei depositi e da pubblicare.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Valentina Leonelli

Valentina Leonelli: Nella stele di Nora, databile tra la fine del IX e l’VIII sec. a.C., compare il termine ShRND che è stato associato al nome con cui i “Fenici” di Cipro chiamavano l’isola, ed è il più antico documento. È possibile che i navigatori del Mediterraneo che conoscevano bene la Sardegna nell’età del bronzo chiamassero con un nome unico le comunità nuragiche dell’isola, nome che però a noi sfugge. D’altronde i popoli potevano essere chiamati in maniera diversa rispetto al nome con cui essi si identificavano, sappiamo ad esempio che il termine greco Phonikes racchiude ètnie diverse tra loro, Aramei, Filistei, Ciprioti, Euboici, e i Phoinikes delle città della Fenicia.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Valentina Leonelli: Qualsiasi segno grafico, quando privo di contesto attendibile, è indatabile. Su alcuni reperti si riscontrano segni grafici, riconoscibili come singole lettere, che al momento non sono risalibili a una scrittura nuragica, per di più sono databili tra fine IX e VIII sec. a.C., periodo per il quale abbiamo le prime testimonianze della trasmissione nel Mediterraneo occidentale degli alfabeti fenici e greci. È pertanto un processo che la Sardegna condivide con la penisola italiana; un esempio in Sardegna è la sequenza di motivi decorativi, di simboli, tra cui quello del pugnaletto ad elsa gammata, e segni grafici su una lucerna fittile a navicella da Teti, databile appunto a questo periodo. Spesso questi segni corrispondono a informazioni sul possesso di quel bene o sul realizzatore “appartengo a…” ,“sono stato fatto da…”. Non chiamerei nuragiche le comunità dell’isola inquadrabili nell’età del ferro, piuttosto protosarde. La civiltà nuragica incentrata sul nuraghe è una civiltà dell’età del Bronzo, nella piena età del Ferro il processo di profonda e radicale trasformazione nella società è già in atto da un po’. Nella penisola italiana gli archeologi chiamano protovillanoviani dell’età del bronzo finale e villanoviani della prima età del ferro gli stessi che poi dalle iscrizioni a noi pervenute conosciamo con il nome di Etruschi.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Valentina Leonelli: Gli ShRND noti da fonti egizie e del Vicino Oriente sarebbero gruppi umani al servizio di re come militari o mercenari, sono rappresentati nel rilievo di Medinet Habu che “racconta” la loro sconfitta ad opera del faraone Ramses III. Quanto all’analogia tra ShRND di Medinet Abu e ShRND della stele di Nora, stiamo parlando di secoli differenti, Medinet Abu inquadra un evento del XII sec. a.C., la stele di Nora è databile tra il IX e l’VIII sec.a.C. Non è per nulla assodato che il termine ShRND attestato nelle fonti documentarie dell’Egitto del XII sec.a.C. corrisponda al ShRND dell’VIII sec.a.C. Non conosciamo l’identità degli ShRND di Medinet Habu, la loro cultura materiale, il territorio o i territori di provenienza, si tratta di un singolo gruppo etnico, o di un’aggregazione di più etnie?

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Valentina Leonelli: Non ho una mia ricetta, se non quella di continuare a fare ricerca con metodo, pubblicare con rigore scientifico, continuare a comunicare l’archeologia, attraverso progetti didattici nelle scuole, allestimenti di mostre e musei didattici, e da qualche tempo l’archeologia pubblica. E fare più rete tra noi archeologi, strutturati e non, cioè gli archeologi delle Università e delle Soprintendenze e i liberi professionisti. Con l’avvento di internet intorno alla comunità scientifica si è creata una vasta “comunità” pseudoscientifica, formata da coloro che “si interessano” di archeologia, più spesso in maniera superficiale, a volte spinti dall’esibizionismo, dall’attrazione della facile notorietà e dal guadagno facile. Ed è un pullulare di blog, profili, comunità, commenti sul web, spesso dispregiativi degli archeologi. Gli archeologi hanno una deontologia professionale: si cita tra virgolette e in bibliografia quanto dichiarato da un altro archeologo. Sul web è facile fare proprie le interpretazioni degli studiosi senza alcun tipo di citazione, deformandole anche. Addirittura si stampano libri, che si vendono più di quelli scientifici, i quali non superano mai le 1.000 copie, perché stampare ha un costo e l’autore quando non riceve finanziamenti deve provvedere personalmente all’acquisto dei testi da lui stesso scritti. Mentre i libri pseudo-archeologici sono appetibili nel loro miscuglio di romanzo, leggenda, mistero e ogni tanto un pizzico di archeologia. Fortunatamente sono sempre più numerose le riviste scientifiche on line, e una grande mano agli studiosi è data dal sito web Academia.edu per la condivisione delle pubblicazioni scientifiche di tutto il mondo, che ha l’obiettivo di una distribuzione immediata degli studi e delle ricerche, favorendo in questo modo la circolazione delle idee, il confronto e il dibattito. Nel resto del web è grande la confusione tra studiosi e pseudo, tutti si possono occupare di tutto, ed ormai anche il turismo culturale è sdoganato. Certo gli archeologi italiani possono avere le loro colpe, come quello di non riuscire a comunicare ai più, o di ritardare l’edizione dei risultati dei propri studi, o di vedere a volte il bene archeologico come proprietà personale. La politica ha provveduto a normalizzare visioni distorte del bene culturale come prodotto da vendere e dal quale ricevere profitti. E intanto la comunità scientifica continua ad essere accusata di isolamento.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamati nuraghi?

Valentina Leonelli

Valentina Leonelli: L’archeologo dell’800 e dei primi del ‘900 era ancora legato alla scoperta clamorosa, da destinare al museo. Sembra che il tempo non sia passato, siamo in pieno ritorno al sensazionalismo. Per me, archeologa da campo da 30 anni, ogni giornata di scavo è una scoperta, anzi una riscoperta, e mi meraviglio ogni volta come una bambina per la grande fortuna che continuo ad avere, quella di continuare la professione che ho scelto, quella di ricostruire pezzo per pezzo, dal vaso in frammenti, al contesto di una capanna, al villaggio, alla vita quotidiana di una comunità. Pertanto lascio ai dispensatori di scoperte eccezionali e del sensazionalismo l’identificazione della Sardegna con Atlantide, o quella dei nuragici con gli ShRDN. Ma queste “scoperte” cosa aggiungerebbero a quello che già conosciamo dei nuragici? Sappiamo già che i nuragici erano in stretto contatto con altri popoli del Mediterraneo, come i Micenei e i Ciprioti, e non solo perché nei nuraghi troviamo ceramica micenea o bronzi di tradizione cipriota. Sappiamo che, una volta importato in Sardegna l’oggetto, i nuragici non si fermano passivamente a possederlo, un particolare da non trascurare è che fatta propria la tecnica con la quale un oggetto viene realizzato, i nuragici lo riproducono fino a rielaborarlo secondo il loro gusto. Ma questo è un processo che, soprattutto per la ceramica avviene anche in altri contesti, nell’Italia meridionale e tra i villanoviani. Per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, la Sardegna è diventata vettore del commercio del rame di Cipro, ma forse anche del proprio, sia sotto forma di lingotti a pelle di bue (“oxide ingots”), sia sotto forma di focaccia (pianella a sezione piano-convessa). Il traffico del rame di Cipro non è solo prova dei rapporti economici dei nuragici con gli altri popoli del Mediterraneo, ma anche, importantissimi, di quelli politici. Sappiamo già che gruppi di nuragici nel Bronzo recente (parliamo del XIV sec. a.C.) vivevano in luoghi strategici come il sito portuale di Kommos a Creta, o a Cipro. Troviamo ceramica nuragica nel sito di Cannitello in Sicilia, o nell’importante abitato dell’isola di Lipari nelle Eolie, nella futura Cartagine e in Spagna. Cosa aggiungerebbe a tutto questo identificare gli ShRND con i nuragici, deformati ormai dai fantarcheologi come guerrieri invincibili dominatori del Mediterraneo? Così come la riscoperta di Mont’e Prama. Quello che è scaturito dal restauro del complesso scultoreo più importante del Mediterraneo occidentale, è qualcosa che sta riscrivendo l’archeologia sarda, e continuerà ancora a riscriverla, ed è una riscoperta. I frammenti di teste, di braccia, di torsi, di modelli di nuraghe erano esposti da anni nel Museo Archeologico di Cagliari, ma come spesso avviene, i visitatori erano consapevoli dell’importanza di quei frammenti scultorei? Abbiamo dovuto aspettare il restauro al Centro di Li Punti di Sassari conclusosi nel 2012 con una grande mostra in cui erano esposte tutte le sculture restaurate, per riacquistare, visitatori e archeologi, la percezione di quanto unico sia il contesto di Mont’e Prama, e gli scavi in corso lo dimostrano. Ora il sensazionalismo misto, al marketing e a certa propaganda politica hanno prodotto il termine “giganti”, rispetto a cosa non ho ancora capito, rispetto all’altezza media dei sardi, o forse delle statuine di bronzo denominate comunemente bronzetti? Cosa dovremmo dire allora del Davide di Michelangelo, un gigante di oltre 5 metri che riproduce un ragazzo che ha sconfitto un gigante? Per me i “bronzetti” e i “giganti” sono rappresentazioni a figura umana in bronzo e in pietra, espressione di un medesimo linguaggio figurativo, e pertanto coevi. Quanto ad Atlantide, era nella mente di Platone, e a mio avviso il giornalista Sergio Frau, autore de “Le colonne d’Ercole”, ha anche fatto il grave errore di identificare la Sardegna con Atlantide motivandolo con il verificarsi di un apocalittico evento naturale, come lo tzunami, che avrebbe provocato la distruzione dei nuraghi e di conseguenza il collasso della civiltà nuragica. I motivi dei primi crolli delle sommità dei nuraghi sono senz’altro strutturali, ed è uno degli aspetti ancora in corso di studio da parte degli archeologi, come d’altronde quello delle modalità con cui sono stati costruiti. Dall’analisi dei crolli possiamo riconoscere più fasi, spalmate nel tempo. I primi crolli sono avvenuti proprio in età nuragica, e hanno certamente interessato la sommità delle torri con il collasso dei mensoloni che reggevano il terrazzo, la parte più vulnerabile di tutta la struttura, la più esposta agli agenti atmosferici, forse per l’incapacità di saper ristrutturare proprio le tholoi, d’altronde erano trascorse alcune centinaia di anni dall’inizio della loro costruzione. Gli altri crolli, più o meno imponenti, anche con l’asporto di materiale già pronto per nuove costruzioni, si sono susseguiti nel tempo fino all’età moderna. Ecco perché nei nuraghi troviamo già nei crolli labili tracce di frequentazione dei “Phoinikes” nell’ età del Ferro, mentre all’interno dei villaggi intorno al nuraghe dove la vita quotidiana è proseguita, le tracce possono risultare più evidenti. Più consistenti all’interno del nuraghe sono le tracce in età punica, e occupazione e costruzione di ambienti direttamente sui crolli del nuraghe in età romana.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Valentina Leonelli: La scienza misura il tempo a milioni di anni e prolunga lo spazio all’infinito; però questa più vasta visuale non diminuisce affatto il nostro interesse per le cose dell’oggi e del domani e sembra interferire assai poco nella nostra attività pratica; eppure questa nuova visuale esiste, elemento della nostra stessa coscienza; e quanto più ampia è l’esplorazione del reale tanto più profonda è la comprensione di noi stessi. L’archeologia, se pure in un campo più limitato, sta facendo la stessa cosa: essa si occupa di un periodo di tempo che non va oltre alcune migliaia di anni e il suo oggetto non è l’universo e neppure la razza umana, ma l’uomo moderno”.
Chiunque può scavare oggetti, ma solo attraverso l’osservazione e l’interpretazione si può disseppellire il passato”. ‒ Charles Leonard Wolley, “Il mestiere dell’archeologo”, 1957

Chiunque si occupi anche in modo superficiale di archeologia sa fin troppo bene quanto poco realtà archeologica (quella con cui in concreto ci confrontiamo) e realtà antica (quella che ci piacerebbe conoscere) abbiano a che fare l’una con l’altra. Misurare questo divario e comprenderne i motivi è ciò che la lettura critica delle fonti archeologiche si sforza di fare”. ‒ Renato Peroni, “Introduzione alla protostoria italiana”, 1994.

 

A.M.: Valentina ti ringrazio per la tua partecipazione e per aver preso a cuore la lettura filosofica dell’Atlantide di Platone, tema a me caro. Ti saluto con le parole di Plotino: “Tre sono le strade di ritornare al Cielo: l’una per via della Bellezza, o dell’Amore; la seconda della Musica; la terza della Filosofia.

 

Written by Alessia Mocci

 

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