Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Giovanna Fundoni

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa Giovanna Fundoni

Gen 27, 2018

“La cosa che ha fatto nascere gli scontri tra archeologi e fantarcheologi è sicuramente l’attacco, sia personale che alla categoria, così come la svalutazione di titoli ed esperienza. Inoltre il fatto che alcune teorie abbiano grande seguito popolare (complice il far leva su sentimenti come la poca considerazione dell’isola da parte dell’Italia, una storia di sfruttamento e passaggi da un “padrone” all’altro) e vengano accettate più del vero dato storico, ha creato una sorta di allarmismo generale.” – Giovanna Fundoni

Giovanna Fundoni

Diciannovesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologo Francesco di Gennaro, ha preceduto Giandaniele CastangiaLuisanna Usai, l’archeologo Paolo Gull, l’archeologo Piero Bartoloni, l’archeologa Viviana Pinna, l’archeologo Giuseppe Maisola, l’archeologo Nicola Sanna, l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Giovanna Fundoni si è laureata in Conservazione dei Beni Culturali ad indirizzo beni archeologici nel 2004 presso l’Università di Sassari. Tesi di laurea “Gli approdi della costa Nord-orientale della Sardegna in età nuragica”, relatrice Prof.ssa A. Depalmas. Nel 2005 ha conseguito un Master di II livello in “Tecniche geoarcheologiche per la gestione del territorio e la tutela del patrimonio culturale” presso l’Università di Roma Tre.

Nel 2012 è stata nominata Cultore della Materia di Protostoria Europea presso l’Università di Sassari.

Nel 2013 ha conseguito un dottorato in ricerca in Archeologia presso l’università di Cordoba (Spagna), con una tesi su “Le relazioni tra la Sardegna e la Penisola Iberica tra il Bronzo Finale e la prima età del Ferro attraverso le testimonianze archeologiche (secoli XI-VII a.C.).

Ha preso parte e collaborato a diversi progetti di ricerche e scavi in Sardegna, in particolare nella tomba di giganti di Iscrallotze-Aidomaggiore, nel santuario nuragico di Abini-Teti, nel villaggio nuragico di S. Imbenia-Alghero, nell’insediamento nuragico di Sa Osa-Cabras. Ha fatto parte di progetti di ricerca internazionali e all’estero, in particolare in Spagna. Tra questi i progetti mirati a individuare relazioni tra la Sardegna e le isole Baleari, con ricerche e scavi pluriennali nel sito archeologico di Cap de Forma-Mahon (Minorca).

Si occupa principalmente di Protostoria del Mediterraneo, i suoi ambiti di ricerca spaziano dai rapporti tra la Sardegna nuragica e il resto del Mediterraneo (in particolare con la Penisola Iberica), al tema dei santuari nuragici.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Giovanna Fundoni: Domanda più da antropologi che da archeologi. La leggenda è stato uno dei primi modi di ricordare, celebrare, spiegare e tramandare fatti realmente avvenuti, seppur in parte trasformati con la fantasia. Col tempo l’uomo, acquisendo una maggiore coscienza di sé e delle sue azioni, ha sentito una maggiore esigenza di registrare e tramandare gli avvenimenti in modo sempre più razionale, arrivando alla creazione della storia vera e propria. Quindi astrazione e leggenda sono stati i primi passi verso la creazione della storia.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Giovanna Fundoni

Giovanna Fundoni: I nuraghi sconosciuti? Non scherziamo, non sapremo proprio tutto sui nuraghi, ma credo che oggi si conoscano abbastanza! Le ricerche sulla civiltà nuragica hanno raggiunto risultati importanti e si hanno tanti nuovi dati e conoscenze sui suoi principali aspetti e persino sui suoi contatti col resto del Mediterraneo. Ci sono diverse culture che mostrano costruzioni apparentemente simili o con caratteri comuni ai nostri nuraghi, più o meno distanti sia fisicamente che a livello cronologico. Qui nel Mediterraneo ci sono i talayots delle Baleari, le torri corse, le tholoi micenee, ma non mancano esempi anche in Gran Bretagna, in Africa e altre parti del mondo. Tuttavia si tratta di similitudini che riguardano solo qualche aspetto architettonico (forma, altezza, copertura), ma finora non si conoscono edifici che abbiano le stesse caratteristiche dei nuraghi dal punto di vista strutturale e funzionale.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Giovanna Fundoni: Quando si tratta di edifici lontani nello spazio e nel tempo dai nostri nuraghi è più logico pensare a fenomeni di convergenza, ossia all’adozione di soluzioni simili per simili necessità. Ma anche nei casi più vicini, è difficile stabilire derivazioni. Se prendiamo il caso dei talayots delle Baleari, vicini sia a livello geografico che cronologico, non solo i confronti non sono così precisi (la concezione dello spazio e i sistemi di copertura sono molto differenti), ma non si hanno neppure tracce evidenti di contatti col mondo nuragico, o dati a supporto di possibili derivazioni o influenze, quindi si pensa più a uno sviluppo indipendente.  Certo si deve considerare che il Mediterraneo antico era un crogiolo di contatti, attraverso i quali si muovevano anche idee e modelli, magari poi acquisiti ed elaborati in modo diverso a seconda della zona, ma parlare di derivazione, culture madri o superiori, presuppone l’avere testimonianze e conoscenze chiare per poterlo affermare e per ora non le abbiamo.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Giovanna Fundoni: Non mi intendo di linguistica, quindi non posso fare considerazioni approfondite, ma vedo sicuramente più probabile un sostrato mediterraneo.  

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Giovanna Fundoni: Alle diverse vie di interpretazione, secondo me, non si arriva a causa di mancanza di dati certi o per il cannibalismo di edifici, le ragioni sono molteplici. In archeologia i dati certi ci sono, ma molto spesso è difficile far capire che lo sono. Per ricostruire la storia non servono per forza nuovi dati, ma una maggiore analisi e comprensione di quelli che abbiamo. Non abbiamo pubblicazioni di tantissimi scavi, molti materiali giacciono nei musei o nei magazzini senza essere mai stati studiati e ci sono tanti studi e ricerche fatti in passato i cui dati dovrebbero essere rivisti. Certo sarebbe bello e utile poter avviare nuove ricerche avanzate, ottenere nuovi dati, ma sarebbe altrettanto utile poter lavorare su quelli già noti. I finanziamenti servono sicuramente, sono fondamentali per permetterci di lavorare, di fare ricerca anche se non per forza su dati nuovi. Noi giovani ricercatori purtroppo siamo sempre appesi ad un filo e spesso questo, per le varie esigenze della vita, ci porta a lasciare, a malincuore, l’archeologia e la ricerca per fare qualcosa di più stabile e redditizio. La ricerca in sé però da tempo va avanti anche su pochi fondi, i sempre maggiori tagli hanno costretto a fare tanto con pochi spiccioli: tanto fanno le tesi di laurea, i pochi soldi investiti da piccoli comuni virtuosi, la capacità dei gruppi di ricerca di sfruttare bene le poche risorse.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Giovanna Fundoni: Allo stato attuale delle conoscenze la stele di Nora è la più antica testimonianza in cui compare la parola SRDN, identificata come il nome della Sardegna. Tuttavia non sappiamo se il nome indicasse davvero l’intera isola o solo una sua parte, né se i Nuragici condividessero la stessa denominazione.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Giovanna Fundoni: A mio parere la questione è ben lontana. La scrittura non nasce per scrivere la storia, nasce principalmente per motivi economico-amministrativi. Di fatto compare prima nelle organizzazioni statali che avevano un’esigenza di registrazione economica, che nel mondo nuragico, come presso altri popoli contemporanei, probabilmente non esisteva. In archeologia non si può mai escludere nulla fino a prova contraria, ma finora tutto ciò che è stato presentato come testimonianza di scrittura nuragica si è rivelato quasi sempre tutt’altro (stampi medievali, falsi clamorosi, iscrizioni moderne lette in modi alternativi, solchi di aratro o di zappa, ecc.). Ci sono sicuramente segni interpretabili come possibili unità di misura, ponderali o marcature, mentre per il primo millennio a.C. si hanno casi in cui compaiono segni o caratteri presi in prestito da altri alfabeti, ma tutto questo non può finora considerarsi come una vera scrittura nuragica. La civiltà nuragica non ebbe probabilmente bisogno di una forma di scrittura, pur avendo raggiunto un importante sviluppo culturale ed essendo in contatto con il resto del Mediterraneo, compresi popoli che invece la utilizzavano.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Giovanna Fundoni

Giovanna Fundoni: Gli Shardana, o meglio Sherdana, dovevano essere uno dei cosiddetti Popoli del mare, nome che designa in generale una serie di gruppi umani che si muovevano per il Mediterraneo orientale nella seconda metà del II millennio a.C. compiendo assalti, invasioni, offrendosi come mercenari. Sono famosi per i loro rapporti con l’Egitto, dove compaiono come mercenari, ma anche come assalitori. Da tempo si discute se possano o meno identificarsi coi sardi nuragici, con posizioni molto contrastanti e forti polemiche tra studiosi e appassionati. L’ipotesi si basa su interpretazione di fonti orientali, analogie tra rappresentazioni egizie e iconografia dei bronzetti nuragici, presenza della parola SRDN nella stele di Nora e tutta una serie di argomentazioni che gli esperti possono elencare meglio di me. Pur non essendo molto addentro nella questione, non ho finora visto prove convincenti che identifichino Sherdana e Nuragici.  Sono convinta che i Nuragici possano aver avuto contatti con l’Egitto, dato che le loro tracce sono sempre più evidenti in tutto il Mediterraneo da Oriente a Occidente, non voglio neppure escludere la possibilità a priori, ma finora non abbiamo alcuna testimonianza materiale che possa costituire una prova evidente. E gli stessi studiosi hanno posizioni molto differenti sulla questione. Data l’importanza raggiunta dal dibattito e il successo avuto dalle conferenze sul tema, è chiaro che il discorso debba essere affrontato in maniera approfondita e risolto una volta per tutte. Serve un serio convegno internazionale, coi principali esperti dell’argomento e dei cosiddetti popoli del mare in genere, magari da fare proprio in Sardegna. Sarebbe una grande occasione di confronto e conoscenza e un modo per limitare le fortissime polemiche, che spesso raggiungono livelli di tifoserie da stadio.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Giovanna Fundoni: L’era di internet, con Blog, Forum e Social, ha creato una fitta schiera di tuttologi, appassionati opinionisti, specialisti improvvisati anche in archeologia. La garanzia dell’anonimato ha dato fiato a quelli che prima parlavano delle loro teorie solo al bar, il consenso di altri utenti gli ha dato il coraggio di scrivere libri. Così sono nati i cosiddetti fantarcheologi. Non farei di tutta l’erba un fascio, c’è sicuramente da dividere tra veri fantarcheologi e appassionati, ci sono persone che studiano l’archeologia per passione e cercano un sano confronto, ma ci sono anche quelli che si pongono come depositari della verità, contrapponendosi ad una presunta casta di studiosi il cui obiettivo sembra essere mantenere una certa teoria nascondendo tutti i dati a sfavore. Piena libertà di pensiero e opinione per tutti, ma credo che ognuno di noi dovrebbe avere un minimo di coscienza dei propri limiti. La cosa che ha fatto nascere gli scontri tra archeologi e fantarcheologi è sicuramente l’attacco, sia personale che alla categoria, così come la svalutazione di titoli ed esperienza. Inoltre il fatto che alcune teorie abbiano grande seguito popolare (complice il far leva su sentimenti come la poca considerazione dell’isola da parte dell’Italia, una storia di sfruttamento e passaggi da un “padrone” all’altro) e vengano accettate più del vero dato storico, ha creato una sorta di allarmismo generale. Io ho visto che più combatti le teorie astruse, anche con dati alla mano, più vieni accusato di negazionismo, di manipolare la storia o di appoggiare chi lo fa. Prima di combattere dovremmo riuscire a capire perché la situazione è precipitata in questo modo, perché non c’è fiducia nelle istituzioni della ricerca, nel metodo scientifico, chiederci se l’archeologia stessa può avere qualche responsabilità in merito. Non è sufficiente dire che il racconto fantastico piace più della storia vera, è più comprensibile e vicino ai desideri di chi legge/ascolta. Credo che la storia e l’archeologia possano essere affascinanti se spiegate e raccontate bene, tante volte lo abbiamo dimostrato!  L’archeologia sarda per anni ha avuto una grande colpa, trascurare la divulgazione pubblica. Ci son state tantissime ricerche e grandi conoscenze che son rimaste limitate a convegni e pubblicazioni scientifiche, ma che la gente comune ignora perché non ha modo di saperle, perché le pubblicazioni divulgative sulla preistoria e protostoria della Sardegna sono poche e quasi mai aggiornate. Per fortuna le cose stanno cambiando, oggi ci sono tanti colleghi impegnati nella divulgazione, che riescono a trasmettere il dato storico con interesse e passione, attraverso conferenze, laboratori, mostre, eventi. Dobbiamo sicuramente fare leva sull’educazione e sensibilizzazione di bambini e ragazzi, che imparino a scuola la nostra storia, che vedano i monumenti archeologici, che li sentano spiegare in modo a loro comprensibile e interessante. La scuola deve però discernere ciò che è scientificamente valido da ciò che non lo è, inutile fargli fare lezione di archeologia da chi archeologo non è. Per il resto noi archeologi dovremmo dare meno peso alle teorie alternative, non sentirci minacciati, ma piuttosto puntare a fare più comunicazione e divulgazione possibile, solo il sapere può combattere l’ignoranza.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Giovanna Fundoni: Non mi piace la parola “ridicolizzare”, mi sembra piuttosto esagerato. Possibile che l’immagine della Sardegna sia così fragile da poter essere minacciata o addirittura ridicolizzata dall’identificazione con un luogo mitico? Io non credo proprio. Sai cosa davvero ridicolizza l’immagine della nostra isola? I servizi mal funzionanti, inesistenti o carissimi, gli operatori turistici poco professionali, i trasporti che costano prezzi astronomici, la presunzione di avere sempre i posti e prodotti migliori del mondo. Io continuo a non vedere legami tra l’archeologia e la questione Atlantide e non credo che il tema possa togliere spazio allo studio e alla valorizzazione del patrimonio archeologico sardo. Certo non fa piacere che si spendano soldi pubblici per provare o pubblicizzare una simile questione, quando magari per la vera ricerca archeologica è difficile ottenere finanziamenti, ma non ha alcun senso farne un capro espiatorio. La promozione e valorizzazione del nostro patrimonio archeologico infatti è indipendente dal discorso Atlantide e forse dovremmo impegnarci di più su questo tema. La teoria piace perché c’è la magia del mito, c’è l’idea di un passato glorioso (il primato come ho detto sopra), è semplice da capire e ha mercato perché effettivamente si avvale di buone strategie di marketing. Ma alla fine dei conti lascia il tempo che trova.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Giovanna Fundoni: “Esistono soltanto due cose: scienza ed opinione. La prima genera conoscenza, la seconda ignoranza.” – Ippocrate

 

A.M.: Giovanna ti ringrazio per il tuo contributo alla rubrica e ti saluto con le parole di Steve Jobs: “Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

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