“Questo è un fatto e i fatti sono ostinati” di Sergio Gentili: Lenin e l’Ottobre ’17, una lettura politica

“Questo è un fatto e i fatti sono ostinati” di Sergio Gentili: Lenin e l’Ottobre ’17, una lettura politica

Gen 19, 2018

“La struttura politica dello stato zarista era autocratica e centralizzata, cioè la persona dello zar disponeva a piacimento di tutti i poteri in quanto, così dicono tutti gli autocrati, il potere lo aveva ricevuto direttamente da Dio. Non c’era la possibilità del popolo di essere rappresentato nelle istituzioni, per il semplice fatto che istituzioni rappresentative non esistevano…”

Questo è un fatto e i fatti sono ostinati

Il 1917 non soltanto è stato uno dei terribili anni della Prima guerra mondiale, ma anche un tempo, impresso nella memoria storica, ricordato come “i dieci giorni che sconvolsero il mondo”.

Dieci giorni, durante i quali si è consumata una delle rivoluzioni più devastanti e dalle conseguenze politiche ed economiche notevoli, di cui si abbia ricordo.

Trascorsi cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre, i fatti che hanno portato al suo compimento suscitano ancora molte domande; domande a cui, con una ricostruzione puntuale e dettagliata, ma al contempo sintetica, Sergio Gentili risponde nel suo saggio Questo è un fatto e i fatti sono ostinati”, edito da Bordeaux Edizioni nel 2017.

Sviscerando eventi e testimonianze, quasi a mo’ di indagine, al fine di esplicitare in quale contesto economico e sociale ebbe modo di affermarsi il potere sovietico, Sergio Gentili prende in considerazione ogni elemento utile per precisare le motivazioni che hanno portato la Russia a un cambiamento tanto radicale quanto travagliato.

Ma, per apprezzare il saggio, esaustivo, e corredato da un’appendice contenente scritti di Lenin, l’autore delinea, innanzitutto, la situazione geografica e geopolitica della Russia dell’epoca.

Correva l’anno 1917, e l’Impero russo copriva un territorio di ampie dimensioni e popolato da molte etnie, diverse fra loro per lingua, cultura, tratti somatici e religione.

Una moltitudine di gente, immersa in un patrimonio naturalistico ricco di una flora e fauna variegata, il quale avrebbe potuto essere patrimonio dell’umanità; ma che, invece, era proprietà di pochi privilegiati: coloro che appoggiavano il grande latifondista, lo zar Nicola II.

Nonostante la servitù della gleba fosse stata abolita nel 1861 dallo zar Alessandro II, i contadini non fruivano dei beni che la terra avrebbe potuto offrirgli: la loro esistenza, infatti, si svolgeva in condizioni molto prossime all’indigenza.

Arretratezza e analfabetismo, a eccezione di qualche zona situata nella parte europea, affiancavano un profondo e diffuso disagio, senza alcun stato di diritto; perché lo zar era detentore assoluto di ogni potere.

Di quello autocratico, centralizzato e poliziesco.

Fin dalla seconda metà dell’Ottocento l’Impero, quindi, si reggeva su rapporti economici e sociali di tipo feudale, in sinergia con la borghesia industriale, allora in crescita.

“Per ‘liberarsi’, però, i contadini russi dovevano pagare un forte riscatto ai feudatari, cosa che peggiorò la loro condizione e favorì l’accaparramento di terre da parte dei contadini ricchi, i ‘kulaki’…”

La privazione di libertà e di ogni minima forma di democrazia portò, fin da allora, la lotta politica a far uso di metodi estremi, al fine di mettere in atto sommosse dei contadini, cui si aggiunsero, in seguito, le forze operaie. Manifestazioni tutte, represse dal regime zarista con inaudita violenza.

“Anche le campagne, perennemente in fermento, furono protagoniste di manifestazioni contadine e di scioperi di braccianti…”

Quindi, come si evince dal saggio di Gentili, l’Impero russo basava le sue fondamenta su enormi disuguaglianze: il mondo contadino povero, sottosviluppato e ignorante, affiancato dalla classe operaia, senza alcun diritto e sfruttata con massacranti turni di lavoro; in contrapposizione a una nobiltà finanziaria e industriale, detentrice di favoritismi ed enormi ricchezze.

Le richieste dei lavoratori erano semplici rivendicazioni, rivolte soltanto a ottenere una forma di equità, che permettesse loro una meno precaria qualità della vita, oltre che condizioni di lavoro più umane.

“Le forze politiche di sinistra, quindi, erano illegali, sparse tra carceri, confino ed esilio. Erano poco numerose, fragili e pressoché sconosciute alle grandi masse popolari…”

Ma, per tracciare il filo cronologico che portò alla rivoluzione del 1917, occorre fare un passo indietro, e tornare al 1905, anno in cui si accesero, in un momento rivoluzionario iniziale, gli animi di contadini e operai. Tuttavia, l’esito di questa protesta fu insufficiente a ribaltare la drammatica situazione del paese: troppo frammentate fra loro le componenti del movimento, al fine di conseguire un risultato importante.

Comunque, tale sollevazione ebbe una conseguenza positiva: la formazione della Duma, un’assemblea parlamentare, la cui influenza nei confronti del potere esecutivo fu di scarso rilievo, ma rappresentò una fase embrionale di rilievo da cui partire. Questa rivolta, inoltre, diede un’ulteriore prova del volto violento della repressione, che si mostrò con rinnovata virulenza, e mise in luce la crisi in cui lo zarismo stava precipitando.

La causa del tracollo fu la sconfitta subita dalla Russia nella guerra col Giappone, iniziata con l’intento, da entrambe le parti, di espandersi in Corea. Cui si aggiunsero, in seguito, i drammatici eventi portati dalla Prima guerra mondiale.

Guerre entrambe, che destabilizzarono la vita delle campagne: milioni di giovani furono chiamati alle armi e costretti ad abbandonare il lavoro dei campi; in conseguenza dei quali la produzione agricola subì un degrado non quantificabile, anche per il cospicuo numero di cavalli requisiti, mezzo fondamentale sia per il lavoro agricolo come per i trasporti.

“Il prolungarsi della guerra non era stato previsto e ciò mise in crisi la produzione agricola, che si ridusse, e di conseguenza ne risentì la disponibilità alimentare generale e dell’esercito…”

Lenin

Le forze rivoluzionarie, frazionate dai diversi orientamenti, si suddividevano in bolscevichi, guidati da Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio conosciuto come Vladimir Lenin, la cui componente era maggioritaria rispetto alle altre fazioni. Quindi, i menscevichi, minoritari, e fautori di una fase intermedia definita da Gentili come ‘rivoluzione borghese’, e i ‘Cadetti’ che chiedevano soltanto riforme costituzionali.

Mentre i socialisti rivoluzionari avevano un forte radicamento nelle campagne.

Nonostante le forti e numerose reazioni di malcontento, la situazione continuò a essere più che critica, tanto da non far intravedere all’orizzonte alcuna prospettiva di cambiamento; almeno fino al febbraio del 1917, anno in cui da Pietrogrado partì una nuova rivolta, il cui risultato fu la creazione dei primi ‘soviet’, organismi assembleari espressione del popolo: rappresentavano un passo in avanti per dare il via alla formazione di un governo provvisorio, con a capo fu Georgij L’vov, mentre lo zar fu costretto ad abdicare.

“I liberali, fino a poche ore dalla nascita del governo provvisorio, avevano cercato caparbiamente di salvare la corona chiedendo allo zar Nicola II di abdicare a favore del figlio Alessandro, con la speranza poi di realizzare quel governo dei responsabili, diretto da loro che lo zar si era sempre rifiutato di concedere.”

Ma, la situazione di instabilità e ristrettezze in cui la Russia si dibatteva non sembrava volgere a una soluzione rapida e indolore; nei soviet si faceva spazio la corrente menscevica che, insieme a quella socialrivoluzionaria rappresentavano sì il movimento operaio, ma il loro orientamento era indirizzato a ottenere blande riforme democratiche. La situazione era quindi caotica e in fase di continua evoluzione.

Fino a quando Lenin, dopo ampie e dure vicissitudini, tornò in Russia, occupando un ruolo di primo piano sulla scena politica.

È inevitabile, a questo punto, che l’attenzione di Sergio Gentili, autore di “Questo è un fatto e i fatti sono ostinati” sia concentrata sulla figura di Lenin, dalla clandestinità fino al suo rientro a Pietrogrado nell’aprile del 1917, comprendendo l’attentato che, nell’agosto del 1918, lo vide protagonista.

Aspetto questo, essenziale del saggio, per approfondire la conoscenza di un leader di rilevante statura politica.

Senza l’efficace intervento di Lenin, sostiene Gentili, non ci sarebbe stato l’attacco frontale al potere e la presa del Palazzo d’Inverno.

Furono in molti, all’interno del suo stesso partito, a osteggiarlo e a obiettare al suo principio, che vedeva nell’attacco armato l’unico modo possibile per risollevare la sorte del popolo oppresso e dilaniato da fame e povertà.

“La nuova posizione politica proposta da Lenin fu un altro scossone per il gruppo dirigente bolscevico che dal compromesso ritornava alla via insurrezionale nel giro di pochi giorni…”

Lenin dichiarò fin da subito la sua intenzione di formare una repubblica a guida popolare che partisse dalla confisca dei beni ai nobili.

Nel frattempo, le redini del governo passarono al socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij, il quale decise di proseguire la guerra, in completo divergenza con Lenin che, invece, ne avrebbe voluto l’epilogo.

L’autore del saggio considera tale gesto come un errore da parte del governo provvisorio, errore, sfruttato sapientemente da Lenin che sensibilizzò la folla mettendo insieme una massa di contadini e operai, pronti a darsi alla rivoluzione.

A questo punto, l’onda d’urto bolscevica appariva inarrestabile.

Fallito il tentativo dei militari di prendere il potere, Lenin, insieme a Trotskij, suo fedele compagno di lotta, passò all’azione, e Pietrogrado venne occupata il 24 e 25 ottobre, affidando a un gruppo di militanti del suo partito il compito di mettere in atto la presa del Palazzo d’Inverno.

A quel punto, Lenin si mise alla guida della Russia.

“Il governo provvisorio è stato deposto. Il potere statale è passato nelle mani dell’organo del soviet. Viva la rivoluzione degli operai, dei soldati e dei contadini”.

Così recitava il bollettino diramato da Lenin, nell’immediatezza della presa del Palazzo d’Inverno.

Ma, a questo punto, l’autore del libro lancia una sollecitazione: come fu la risposta delle forze controrivoluzionarie?

Forte e decisa. Le forze controrivoluzionarie ancora una volta reagirono brutalmente alla spinta rivoluzionaria, grazie anche all’intervento di potenze straniere.

La conseguenza di tale presa di posizione fu devastante, perché prese l’avvio una sanguinosa guerra civile dai connotati terrificanti, tanto da costringere la Russia in uno stato di prostrazione, che non lasciava presagire alcuna speranza di un possibile recupero.

Completamente inerme, in seguito, il paese fu costretto a una pace durissima, che gli costò parte dei suoi territori, oltre a perdite umane ed economiche spaventose.

Lenin, però, sostenitore fino in fondo della sua causa, risollevò le sorti del paese attraverso una illuminante politica economica e un piano di rafforzamento delle attività industriale e agricola, attività che fu finalmente riformata.

Il 1924 fu l’anno in cui Lenin morì, lasciando dietro di sé una pesante eredità che non fu raccolta da Trotskij, suo più stretto compagno di partito.

Fra i due contendenti, Trotskij e Stalin, fu quest’ultimo ad avere la meglio.

L’altro, espulso dal partito, fu raggiunto in Messico, dove si era rifugiato, e assassinato secondo un disegno ben pianificato.

Stalin, più pragmatico di Trotskij, cercò di mettere in piedi un progetto con le altre forze della sinistra europea. All’interno del paese venne attuato un processo di assestamento della rivoluzione che, mediante metodi autoritari, fece però acquisire all’Urss un ruolo di potenza economica, militare e politica a livello internazionale. Ruolo occupato fino al 1991, quando l’unione delle Repubbliche socialiste sovietiche si disgregò per lasciare spazio a una comunità di stati indipendenti, i quali rinnegarono l’ideologia socialista.

“Col nuovo governo, quindi, iniziò la fase della post-insurrezione in cui le cose furono viste e affrontate con tesi e con metodi nuovi e differenti rispetto alla fase pre-insurrezionale…”

È con dovizia di particolari e con una penna attenta, ma fruibile anche da un lettore poco informato sui fatti, che Sergio Gentili ha raccontato i passaggi politici che hanno portato alla Rivoluzione d’ottobre. E lo ha fatto, mettendo in relazione fra loro eventi e testimonianze, in una trama storica che spesso è stata motivo di strumentalizzazioni.

In appendice, a corredo, alcuni dei testi più esplicativi di Lenin, al fine di evidenziare le complesse vicende dell’epoca e chiarire le ragioni, se mai è possibile farlo, della lotta intrapresa dalla popolazione russa, guidata da un leader carismatico e lungimirante quale il capo dei bolscevichi è stato.

Nonostante tale considerazione, l’autore ci tiene a sottolineare che una certa componente di arroganza ci fu nella leadership bolscevica. Soprattutto nella fase della formazione del governo post-rivoluzionario.

Sergio Gentili

In questo contesto ci furono unilateralismi ed errori di interpretazione, che portarono alla rottura dell’alleanza con i socialisti rivoluzionari di sinistra ed a un regime di partito.

A cento anni di distanza, l’esperienza che segnò il Novecento produsse miti, speranze, utopie e tragedie che non possono essere archiviati soltanto perché fanno parte di un bagaglio di scomodi ricordi.

Ma di cui far memoria e da tentare di interpretare nel più coretto dei modi, perché fu un cambiamento radicale ispirato da grandi ideali socialisti.

Era dunque inevitabile mettere in campo la Rivoluzione d’ottobre?

Si sono chiesti in molti, e Sergio Gentili fra questi.

A questo punto, la risposta è alquanto semplice: difficile dirlo.

“La nostra storia dei principali eventi e dei passaggi politici più significativi della rivoluzione russa finisce qui, dove John Reed fece terminare la sua opera da noi più volte citata. Finisce nel punto in cui il governo sovietico deve affrontare la nuova e gravosa fase della realizzazione delle scelte fatte, cosa che già incontrava forti opposizioni sociali e politiche; finisce là dove si avvia la costruzione di una società nuova che per loro e per il mondo intero significava la costruzione del socialismo.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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