La sindrome dell’impostore: fare il musicista oppure essere musicista?

La sindrome dell’impostore: fare il musicista oppure essere musicista?

Dic 30, 2017

Vi è mai capitato di non riuscire a darvi credito per un risultato ottenuto? 

 

Mente – Cuore

Magari avete appena superato un esame difficile all’Università e vi siete detti: “Beh, è stata una bella botta di fortuna.” Oppure avete ricevuto dei complimenti sinceri per un lavoro che avete svolto e avete pensato: “Mi stanno semplicemente leccando il didietro.” E la lista di esempi potrebbe essere lunga.

Se vi siete ritrovati nelle situazioni descritte, congratulazioni! Siete affetti dalla sindrome dell’impostore.

Certo, se siete musicisti e, in modo particolare, se siete dei musicisti indipendenti, vi sarà capitato di avere una gran confusione in testa: da un lato avete una mandria di conoscenti che muore dalla voglia di sapere quanto guadagna (se guadagna) uno come voi, poi ci sono i criticoni (che la sanno sempre meglio di voi), i provoloni delusi che all’improvviso ti insultano online (questo capita perlopiù a noi donne, ma non escludo che possa verificarsi anche il contrario), i gestori dei locali che non rispondono alla tua proposta e le recensioni online scritte in italiano stentato.

Però ci sono anche i passanti che si fermano ad ascoltarti con il sorriso sulle labbra mentre suoni per strada, i fidanzati o le fidanzate che ti supportano e ti tirano su nei momenti di sconforto, la possibilità di viaggiare e conoscere sconosciuti interessanti, i maledetti social media che, a volte, ti portano il commento di un estraneo che la pensa come te.

Forse, in mezzo a questo caos di parole e giudizi, vi siete ritrovati su un treno, in una domenica di sole, a ripassare mentalmente le parti di chitarra da registrare il giorno successivo. Sapevate che il tempo non sarebbe stato dalla vostra parte (le giornate in studio costano e voi non avete finanziatori) e che sarebbe stato necessario dare più del meglio subito.

Forse, a registrazione terminata, siete tornati a casa con un altro treno, dividendo il vagone con un coetaneo esultante dopo essere stato scelto per uno stage in una grande azienda, e vi siete chiesti: “Avrò scritto delle canzoni decenti? Avrò suonato bene? Sarò abbastanza preparato per questa vita? Dove sto andando?

Nicole Stella

Il dubbio mi accompagna dalla più tenera età: sono sempre stata un’inquisitrice, soprattutto nei confronti di me stessa. Metto in discussione tutto, tutti i giorni.

Crescendo, ho imparato che cercare di risolvere i dubbi affibbiando responsabilità all’esterno, non porta da nessuna parte, ma ti rende semplicemente una precoce acida simil-zitella che ce l’ha col mondo intero.

Quindi, negli ultimi tempi, ogni volta in cui sento dire: “Come fai a campare? I locali continuano a chiudere, non ci sono soldi, la scena musicale fa schifo,” tiro un respiro profondo e inizio la mia riflessione.

Da qualche parte, molto nel profondo, sono convinta che l’esito della scelta di vita che ho fatto dipenda unicamente da me. Certo, l’ambiente non è dei migliori, ci sono problematiche oggettive che possono rendere difficile il percorso, ma oggi, in questo momento, scelgo di non scaricare la responsabilità su qualcun altro. 

Così come ho scelto di essere libera nel produrre e proporre la mia musica, scelgo di essere libera dai giudizi inutili. Sì, ovvio: anch’io mi arrabbio alle volte, quando vedo un’ingiustizia o quando subisco gli effetti della scarsa professionalità altrui, e critico e giudico e mi sfogo. Poi, però, torno in me stessa e, soprattutto, torno a chiedermi quale sarà la mia prossima mossa.

Troppo spesso sento persone, anche molto vicine a me e che, sono sicura, vogliono unicamente il mio bene, tirare in ballo i grandi produttori, i talent show, i pubblicitari strafighi e chi più ne ha più ne metta. Tutti mi parlano del salto di qualità, di passare al livello successivo e io sono d’accordo con loro: è quello che voglio, ma come?

Per me la musica non è una gara, non è una maratona, non è una sfida. La musica, insieme ad ogni altra attività artistica in cui mi butto a capofitto, è una scelta di vita e, soprattutto, una scelta di libertà.

Non ve lo nascondo: trovo offensivo sporcare questa idea di libertà con la misura del successo o la curiosità sulla dimensione del mio conto in banca. Al tempo stesso, però, trovo offensivo che la mia scelta di vita sia considerata un hobby, un mero passatempo.

Qualsiasi attività imprenditoriale, anche se e quando fatica a produrre un reddito stabile, è considerata un lavoro; eppure sembra che un artista, almeno in questo Paese, non abbia il lusso di potersi considerare un lavoratore.

Escher, Mano con sfera riflettente, 1935

A ben pensarci, però, arte e impresa non sono due mondi così distanti e, se solo superassimo il pregiudizio iniziale in base a cui un musicista è al novanta percento un cazzeggiatore professionista, capiremmo che il suo percorso è in parte accostabile a quello di un ristoratore che apre un locale, o di un informatico che crea una start-up, eccetera eccetera.

La consapevolezza, ahimè, spesso difetta e troppo sovente l’apparenza viene confusa con l’essenza, il pregiudizio con la realtà.

Ti vengono proposte opinioni su che cosa significhi fare il musicista e mai nessuno si pone il problema di che cosa voglia dire essere un musicista.

Non c’è speranza: ti obbligano a convivere con la sindrome dell’impostore, che ti sussurra costantemente all’orecchio: “Torna a cazzeggiare con la chitarra e lascia agli adulti responsabili la gestione di questo pazzo mondo.”

E allora ci torni, a cazzeggiare con la chitarra, butti per un attimo la sindrome dell’impostore dalla finestra, dimentichi il risultato e ti concentri sul processo, e ritrovi la forza di pensare che l’artefice del tuo destino sarai sempre e solo tu.

 

Written by Nicole Stella

 

 

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Sito Nicole Stella

 

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