Cinema: i registi dalla carriera più longeva #8 – Il mondo di ieri: parte 2

Cinema: i registi dalla carriera più longeva #8 – Il mondo di ieri: parte 2

Dic 26, 2017

Siamo alla puntata conclusiva di questa speciale ricerca con cui ci siamo proposti di scandagliare l’intero pianeta seguendo l’intento di scorgere i numerosi cineasti che han saputo raggiungere e superare la soglia dei 50 anni di carriera dietro la macchina da presa, a partire lo ricordiamo da un illustre connazionale, l’irriducibile Ermanno Olmi.

Cinema Il Mondo di ieri 2

Riprendiamo come consueto da dove ci eravamo salutati non più di una settimana fa: per completare il quadro d’indagine resta da passare in rassegna una serie di Paesi extraeuropei cui sono legati nomi di artisti che hanno tutti sigillato, con la loro dipartita, curricula più o meno luminosi.

Affidandoci al puro ordine alfabetico muoviamo dal Brasile, dove sono sorti due directors che han raggiunto entrambi i 51 anni di servizio tra le fila della settima arte: il talento Alberto Cavalcanti, nato a Rio de Janeiro ma di fatto adottato dalla Francia, è legato specialmente alla documentarista, sotto il cui segno ha infatti preso avvio il suo percorso nel 1926, grazie al mediometraggio “Rien que les heures”, ben meno ignoto dell’ultimo “Um Homen e o Cinema” (1977); più sottile la filmografia di Paulo César Saraceni, autore di 12 lungometraggi (l’ultimo nel 2011, “O Gerente”) e 2 corti documentari, col primo dei quali, “Arraial do Cabo”, s’è fatto conoscere nel 1960.

Il Canada è la patria di Daniel Petrie, attivo soprattutto in tv dai tempi della serie “Studs’ Place” (1949) fino a quelli del film “Wild Iris” (2001), ma approdato sul grande schermo in più d’un occasione, su tutte quella per cui concorse a Cannes con “Un grappolo di sole” (1961); e di Allan Dwan, firma di oltre 400 fra cortometraggi e lungometraggi, rintracciabile al 6263 Hollywood Boulevard lungo la Hollywood Walk of Fame: probabilmente l’esordio è da ricondurre al corto “Strategy” (1911), ai cui antipodi si colloca “Most Dangerous Man Alive” (1961). Sarebbe morto 20 anni più tardi, 96enne; il capitolo più importante della produzione muta è senza dubbio il “Robin Hood” del 1922.

Cambiamo continente per far tappa nel Nordafrica: Youssef Chahine, il “Fellini egiziano”, uno dei maestri maggiori del Paese, esordì nel 1950 con “Baba Amin” e ha abbandonato le sale nel 2007 con “Heya fawda”: incluso 5 volte nelle selezioni ufficiali a Cannes (cui vanno aggiunte due corse per l’Un Certain Regard), ivi ha ricevuto un Premio alla carriera nel 1997; da segnalare anche le quattro partecipazioni in totale accumulate fra Berlino e Venezia.

Nelle Filippine è decano indimenticato Eddie Romero, oltre 60 gli anni di militanza e oltre 60 le pellicole dirette fra il 1947 di “Ang kamay ng Diyos” e il 2008 di “Teach Me to Love”.

Kon Ichikawa

Approdiamo a questo segno in una terra dall’infrangibile tradizione cinematografica: guida la classifica il “Frank Capra” giapponese, Kon Ichikawa, il quale ha debuttato col corto d’animazione “Musume Dôjôji” nel 1946, ritirandosi dal panorama mediatico solo nel 2006 con “Inugami-ke no ichizoku”. Venne ammesso alle selezioni ufficiali per 3 volte a Cannes e Venezia, 2 a Berlino: fra i titoli imprescindibili per comprenderne la portata si distinguono “L’arpa birmana” (1956, nominato all’Oscar), “Fuochi nella pianura” (1959) e “Le olimpiadi di Tokio” (1965).

Lo segue a breve distanza Kaneto Shindô, 45 lungometraggi a carico fra il 1951 di “Aisai Monogatari” e il 2010 di “Ichimai no hagaki”, in concorso una volta a Cannes e una a Venezia.

È il turno quindi di un altro gigante, Akira Kurosawa, Leone d’oro alla carriera nel 1982, Oscar onorario nel 1990, 5 candidature al principale riconoscimento veneziano accanto a quello vinto per “Rashômon” (1950), 2 all’Orso d’oro, una alla Palma accanto a quella vinta nel 1980 per “Kagemusha, l’ombra del guerriero”. Per citare solo le prove più famosi, non possiamo scavalcare “Vivere” (1952), “I sette samurai” (1954), “Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure” (1975) e “Ran” (1985); il Maestro esordì nel 1941 dirigendo alcune sequenze di “Uma” e si congedò dal mondo dello spettacolo con “Madadayo – Il compleanno” (1993).

Al Messico spetta la figura di Ismael Rodríguez, debuttante con “¡Qué lindo es Michoacán!” (1943) e ritiratosi dopo “Reclusorio III” (1999): il suo “Sobra las olas” (1950) venne ammesso in concorso a Venezia, mentre “I fratelli di ferro” (1961), in Italia tutt’altro che apprezzato, come del resto le altre sue prove, gli regalò addirittura la candidatura al Golden Globe in qualità di regista.

In Russia (o Unione Sovietica, a seconda del periodo) si distingue un trio composto da Julij Rajzman, Ėl’dar Rjazanov e Mark Donskoj. Del primo la produzione è cinta dai drammi “Krug” (1927) e “Vremya zhelaniy” (1984), ospita nel 1951 “Il cavaliere della stella d’oro”, in concorso a Cannes, e nel 1983 “Vita privata”, in competizione per il Leone d’oro e l’anno seguente entrato nella cinquina dei film stranieri candidati all’Oscar.

Akira Kurosawa

Il secondo ha debuttato col corto documentario “Na pervenstvo mira po shakhmatam” (1951) e ha salutato il suo pubblico con la commedia musicale “Karnavalnaya noch 2, ili 50 let spustya” (2007); “Vokzal dlya dvoikh”, pure nominato alla Palma d’oro, s’è conquistato il titolo di campione d’incassi dell’anno 1983 in patria.

Il terzo tende la propria filmografia dal corto “Zhizn” (1927) a “Suprugi Orlovy” (1978), comprendendo in particolare “Mat” (1956), in concorso a Cannes, “Gli indomiti” (1947), menzione speciale a Venezia, e soprattutto “L’infanzia di Gorki” (1938), che resta probabilmente la sua opera migliore.

L’ultimo Paese che visitiamo è la Turchia di Atif Yilmaz, oltre 100 pellicole realizzate in 54 anni, fra il 1951 di “Mezarimi tastan oyun” e il 2005 di “Egreti gelin”.

Ringraziamo tutti coloro che nel corso dei mesi han scelto di seguire con costanza questa lunga traversata, ci auguriamo ricca di piacevoli scoperte. Sottostante nelle info, al solito, si trova un piccolo assaggio accuratamente selezionato delle produzioni più remote e più recenti nate dalla mente dei virtuosi che sin qui abbiamo incontrato.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Link utili

“Arraial do Cabo” (Paulo César Saraceni, 1960)

“O Gerente” (Paulo César Saraceni, 2011)

“Baba Amin” (Youssef Chahine, 1950)

“Heya fawda” (Youssef Chahine, 2007)

 

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