“Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel: un ipnotico viaggio tra sfarzosi suq e donne prigioniere

“Otto mesi a Ghazzah Street” di Hilary Mantel: un ipnotico viaggio tra sfarzosi suq e donne prigioniere

Dic 16, 2017

“E il quarto appartamento è vuoto. Curioso, perché la prima mattina Frances aveva sentito dei passi sopra la testa. Li ricorda – di quel primo giorno ricorda ogni particolare – quasi fosse stato l’episodio che l’aveva scossa dal suo stato lagnoso e le aveva fatto capire che intorno c’erano delle persone e una nuova vita da vivere. Andrew però dice che deve essersi sbagliata.”

Otto mesi a Ghazzah Street

Arabia Saudita, Gedda, Ghazzah Street. Frances Shore è una giovane donna sposata, cartografa di professione. È abituata a viaggiare ma quando lei e il marito si trasferiscono, per il lavoro di lui, in Arabia Saudita, per lei è un vero e proprio trauma.

Non si era mai trovata prima in un posto del genere, un Paese in forte espansione ma poco adatto alle donne. Per Frances diventa una prigione, uscire da sola è improponibile e nonostante le finestre diano sul muro tutti sanno tutto di tutti ma nessuno racconta le cose come stanno veramente.

Lei non può lavorare e le giornate sono interminabili fino a quando un giorno non sente dei rumori nell’appartamento di sopra che dicono essere disabitato.

Un mistero che Frances tenterà di sciogliere e che la porterà a scontrarsi con le contraddizioni dell’Arabia Saudita e dei suoi abitanti.

Otto mesi a Ghazzah Street(Fazi Editore, 2017, traduzione di Giuseppina Oneto) è un romanzo magnetico, incredibilmente attuale, ancora di più visti i recenti casi di corruzione in Arabia Saudita citati in tutti i telegiornali.

Hilary Mantel, la più grande scrittrice inglese del nostro tempo, prima e unica donna a ricevere due volte il Man Booker Prize, riprende la sua esperienza personale di quattro anni circa nello stato arabo e la trasforma in una storia incredibile, una sorta di incubo che purtroppo ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, la realtà per tantissime donne.

Dopo la prima pagina è veramente difficile staccarsi dalle pagine del libro, con gli occhi della protagonista il lettore scopre un mondo del quale non si sa poi così tanto.

È incredibile la contraddizione tra i grandi e nuovi palazzi e le zone più povere della città, i suq moderni e sfarzosi e la divisione netta tra uomini e donne.

Così come colpisce la vita condotta dagli occidentali in terra araba e quella degli autoctoni che subiscono come vittime e al tempo stesso paiono assecondare usanze e leggi assurde.

Hilary Mantel

La donna è annientata, di qualunque nazionalità questa sia, e la religione con i suoi ritmi e le sue pause avvolge tutto.

Non è da meno la corruzione che ufficialmente non esiste ma che in realtà porta avanti tutte le questioni lavorative e non.

Un romanzo unico, un giallo dai sapori del reportage che si uniscono ad una sensibilità davvero particolare.

Una Hilary Mantel superba, una scrittrice da scoprire per la sua maestria nel raccontare storie cariche di fascino.

Il suq, vide Frances, era moderno e lastricato, con l’illuminazione stradale e gli stessi negozi simili a scatole di lamiera che aveva visto nella parte nord della città. Ma sopra e oltre il suq c’era la vecchia Gedda, le case addossate le une alle altre con le mura pastello sbiadite, i balconi schermati da fitti ricami per vedere senza essere visti che si sgretolavano, il legno scolorito dal sole e dall’incuria fino a diventare color cenere.

 

Written by Rebecca Mais

 

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