“Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa: dagli anni della nakba fino agli albori del nuovo millennio

“Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa: dagli anni della nakba fino agli albori del nuovo millennio

Dic 4, 2017

“… Osama ha osservato che i nostri figli vivono come fratelli nella tua casa in Pennsylvania. Un’americana, un israeliano e un palestinese. Che cosa bella!”.

 

Ogni mattina a Jenin

Con questa immagine di buon auspicio si chiude il primo romanzo di Susan Abulhawa, scrittrice naturalizzata americana ma di origini palestinesi.

Già pubblicato in una prima versione dal titolo “Nel segno di David” per i tipi della Sperling & Kupfer, Ogni mattina a Jenin”, edita in Italia da Feltrinelli, è un’opera complessa che viaggia su un binario temporale che va dagli anni della nakba, ovvero la catastrofe (1948), fino agli albori del nuovo millennio, ripercorrendo attraverso la storia della famiglia Abulheja i principali accadimenti del conflitto arabo-israeliano.

La narrazione nelle prime pagine ci trasporta al tempo spensierato della pacifica esistenza dei personaggi nella loro amata terra di Palestina, l’autrice descrive le tradizioni, i costumi e le usanze tipiche della sua gente nelle occasioni importanti della vita, come la nascita, l’innamoramento, il matrimonio e la morte.

Ma l’avanzare degli anni porta i protagonisti a sperimentare la violenza, la sofferenza, la morte portate dall’invasore israeliano.

Una solitaria goccia di sudore scese lungo il volto del soldato. L’uomo batté le palpebre, più volte. Lo sguardo fisso di Amal lo metteva a disagio. Aveva già ucciso altre volte, ma mai guardando la vittima negli occhi. Amal lo capì, e avvertì la sua inquietudine in mezzo alla carneficina che li circondava”.

Il racconto si snoda attraverso la cruda realtà della sopraffazione e della violenza che Amal, la protagonista, si trova a vivere nel corso della sua esistenza. Una vita segnata dalla convivenza con una madre “a metà”, dalla quale Amal non si è mai sentita completamente amata, una madre che ha perso un figlio il cui destino si rivelerà uno dei più atroci.

Ismail, era questo il nome del bimbo, viene rapito dalle braccia della madre da un soldato israeliano, e viene destinato a colmare il vuoto d’amore di un’altra famiglia. Diventerà uno yahudi e odierà i vicini arabi, inconsapevole del vero sangue arabo-palestinese che gli scorre nelle vene.

Il tempo scandirà anche per Ismail/David la necessità di ricomporre la sua esistenza, di ritrovare la propria identità, elaborando gli oppressi sensi di colpa che lo hanno perseguitato da quando il padre “adottivo” gli ha rivelato, in punto di morte, il terribile segreto della sua provenienza.

E sarà proprio il riavvicinamento alla sorella Amal a ricomporre le profonde ferite della famiglia e a gettare i semi per la pacifica convivenza per la generazione successiva.

Lo sguardo dell’autrice si posa con pietà e durezza insieme sulle drammatiche vicende che popolano il suo racconto e che disegnano un quadro fin troppo frequente della realtà dei campi profughi palestinesi.

Susan Abulhawa

Un racconto che torna a metterci di fronte ad un conflitto senza fine, dove il tributo in vite umane cresce di giorno in giorno per addivenire al fine ultimo della conquista o del mantenimento di una terra contesa fra due popoli, fra due culture, fra due mondi diversi e distanti.

E in mezzo sta la Città Santa, quella Gerusalemme strattonata dalle tre religioni monoteiste ciascuna delle quali intenzionata a proclamarla Santa per sé.

Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla visa di Gerusalemme, anche quando la odiavo – e Dio sa quanto l’ho odiata, per il suo immenso costo di vite umane. Ma la sua visione, da lontano o da dentro il labirinto delle mura, mi trasmette sempre un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche, le cui morti e tradizioni sono impresse nelle sue viscere e nelle macerie che la circondano”.

Ogni mattina a Jenin” è un affresco drammatico della situazione dei campi profughi palestinesi, delle lacerazioni familiari, delle perdite e dei soprusi che le vittime sono costrette a subire da parte dei carnefici.

Ma è anche un grido di speranza, nell’intravedere al di là della coltre di odio la possibilità di una pacifica convivenza, nel reciproco rispetto e nella tolleranza dell’altro da sé.

 

Written by Beatrice Tauro

 

 

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