Le métier de la critique: Joséphine Baker, una donna oltre il mito

Le métier de la critique: Joséphine Baker, una donna oltre il mito

Dic 4, 2017

“È dunque questo ciò che chiamiamo vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”

 

Joséphine Baker

Non è facile raccontare e celebrare, senza cadere nella retorica, una donna, emblema di sensualità ed erotismo, ma anche figura di notevole portata umana.

È il 1975 quando Freda Joséphine Baker, dopo aver calcato il palcoscenico di questo mondo, se ne va per sempre, lasciando orme importanti del suo passaggio.

Nata nel 1906 a Saint Louis, nel Missouri, nei primi anni del Novecento abbandona la sua casa e il suo luogo d’origine: il suo futuro è alquanto incerto e non pare offrirle alcuna prospettiva di vita.

A spingerla in questa direzione non è il solo desiderio di esibirsi altrove, ma un fatto grave che la tocca nel profondo: il massacro del 1° ottobre 1917, durante il quale un’auto guidata da bianchi si dirige verso East Saint Louis sparando all’impazzata contro gente di colore, provocando la morte di oltre 100 innocenti.

La sua prima destinazione è New York, dove ad Harlem ha modo di esprimere il proprio modo di sentire, così simile a quello degli afro americani, lì residenti.

D’altra parte la cantante è di origine meticcia e il colore della sua pelle è scuro, è quindi un fatto naturale nutrire un tale trasporto emotivo per questa gente.

Grazie al suo innato senso del ritmo, che scorre incessante nelle sue vene, assegnandole un dinamismo inarrestabile e manifesto, Joséphine si esibisce con spontanea disinvoltura sui palcoscenici d’America.

Insieme ad una voce ben modulata possiede una rara fisicità, che le dà l’opportunità di stare in scena con effervescente noncuranza, facendo sfoggio anche di abiti succinti.

Nonostante il calore che il pubblico non le nega, anzi, glielo elargisce a volontà, il successo ottenuto fin dalle sue prime apparizioni pare non appagarla a sufficienza. Spinta da un’intensa carica umana, forse alla ricerca di risposte che soddisfino la sua voglia di vita, fugge ancora; questa volta si trasferisce a Parigi, metropoli, in quegli anni, dalle mille promesse.

In compagnia della bella moglie di un diplomatico americano raggiunge Parigi, con l’intenzione di espatriare il black soul in Europa.

Joséphine Baker

Ma il suo più vivo desiderio è esprimere il proprio talento, senza essere sottoposta ad una discriminazione, ancora molto in auge sul territorio americano.

La giustezza della sua scelta le viene confermata con un tripudio di applausi in una sera del 1925.

Ma, a consacrarla a simbolo de Le Folies Bergères è un gonnellino composto da 16 banane che, accostato alla perfezione del suo corpo scultoreo riempie il vuoto del palcoscenico.

Joséphine canta e balla con naturale predisposizione: una dote che madre natura le ha donato e di cui saprà fare un buon uso.

“Mi piacciono molto i francesi, perchè quando ti insultano lo fanno in maniera molto graziosa.”

Ed è forse a questo punto della sua vita che la sua sensibilità, coniugata a una forte empatia nei confronti degli ultimi, prende il sopravvento sulla sua voglia di successo.

Questo suo sentire lo manifesta tornando negli Stati Uniti, lì dove la segregazione razziale ha ancora un peso rilevante sulla società dell’epoca. D’altra parte gli anni delle marce, volute e partecipate dal reverendo Martin Luther King, affinché alle minoranze nere fossero riconosciuti gli stessi diritti dei bianchi, sono ancora di là da venire.

Per dare la misura della condizione di inferiorità in cui la gente di colore è costretta, è opportuno far memoria di un episodio accaduto alla Baker. Dopo una serata di successo, che conferma le sue capacità artistiche, la Baker si reca in un ristorante. Ma, il momento di servirle il pasto ordinato pare protrarsi all’infinito: è infatti, pressoché ignorata dal personale di servizio della sala.

Nonostante sia un personaggio pubblico e dotato di grande notorietà, è il colore della sua pelle a parlare per lei, e a renderla perciò oggetto di discriminazione.

Alla squallida sceneggiata assiste la allora giovane attrice Grace Kelly, che si schiera apertamente a favore della cantante con accese rimostranze nei confronti degli addetti del locale; sarà un episodio questo che dà il via a una lunga e fruttuosa amicizia fra le due attrici.

Ballerina, cantante e molto altro, la Baker viene definita la Venere nera, anche per il suo singolare modo di muoversi in scena che, con le sue performance, manda in visibilio moltissimi uomini.

Osannata e omaggiata da un pubblico, che grazie alla cultura afro americana diffusa intorno agli anni ’20 negli ambienti parigini, le manifesta grandi apprezzamenti, la Baker continuerà a calcare a lungo i palcoscenici d’Europa e d’America.

Joséphine Baker

Protagonista assoluta a Le folies Bergeres, negli anni ’30, Joséphine non ha successo solo in veste di cantante e ballerina: grazie alla sua esuberanza scenica è anche interprete di numerosi film.

Il successo, ormai consolidato, si accompagna ad un suo stile di vita libero, che ben si confà alla disinvoltura delle sue esibizioni. Esibizioni che prevedono anche passeggiate lungo le Champees Elisee con un leopardo che intimorisce i passanti.

Ma, la fama conquistata non va ad alimentare la sua smania di ambizione, come il suo comportamento disinibito lascerebbe supporre, perché l’aspetto che più caratterizza l’artista è la sensibilità.

Seppur latente, in Joséphine cova un forte istinto materno, che la porta ad adottare un numero considerevoli di ragazzini di diverse etnie, un gruppo di giovanissimi che la stessa definirà Rainbow Tripe.

Dei suoi ragazzi non è madre biologica, ma lo diventa tramite la consapevolezza con cui ricopre il ruolo di genitore. Saranno non 1 o 2 i bimbi accolti nel suo castello, ma ben 12, motivo questo di un altruismo non comune. E non proprio in sintonia col modo di essere della gente di spettacolo, la quale annovera persone incentrate soprattutto sul proprio ego.

Personaggio dalle numerose sfaccettature, altro ruolo ricoperto da Joséphine, è quello di agente segreto.

Si dice, infatti, abbia fatto parte della rete spionistica francese, nello specifico del controspionaggio.

In Francia la Baker ha stabilito la sua residenza ed è stata naturalizzata quale cittadina francese.

Ed è proprio per contrastare la presenza nazista sul suolo francese che si sente in dovere di partecipare in maniera attiva alla Resistenza.

La sua attività spionistica si consuma soprattutto durante la Seconda guerra mondiale, nascondendo fra gli spartiti musicali in uso durante le sue esibizioni, importanti messaggi in codice.

Aspetto questo che dà la misura del generoso coraggio di cui l’animo di Joséphine è permeato.

È il 1956 quando la Baker si ritira dalle scene per dedicarsi alla sua numerosa figliolanza.

Purtroppo, negli anni la sua disponibilità economica è andata scemando, e deve ricorrere all’aiuto anche di Grace Kelly, divenuta intanto principessa di Monaco, con cui ha mantenuto ottimi rapporti, e la quale manifesta anch’essa un altruismo non comune. La sostiene infatti in concretezza, anche in modo consistente, lì dove Joséphine non è in grado di provvedere al mantenimento del Rainbow Tripe.

Joséphine Baker

Che aggiungere di un personaggio, il cui comportamento può essere considerato anomalo, ma sicuramente è figura dotata di un temperamento con caratteristiche umane singolari?

Di lei molto si è detto: eccellente cantante, ballerina, combattente, attivista per affermare i diritti civili dei neri, a fianco di M. L. King. In realtà Joséphine Baker è stata molto di più, ritagliandosi uno spazio importante fra i personaggi più significativi e intensi del ‘900.

Nonostante la sua vita sentimentale turbolenta, che da alcuni può essere considerata forse discutibile, ha dato tuttavia esempio di enorme generosità, non solo materiale, ma innanzitutto sentimentale.

Le si può quindi attribuire l’appellativo sì di Venere nera, ma anche di eroina dei nostri giorni.

E a dimostrazione di ciò è stata la numerosa folla che ha partecipato al suo funerale, nel lontano 1975.

Un’ultima considerazione, per ricordare le gesta di una donna nata in condizioni di estrema povertà, e che con la forza del suo carattere ha raggiunto il culmine della fama. Soltanto per evidenziare quanto a volte la memoria collettiva sia corta, dovendo celebrare un personaggio forse scomodo, ma dall’enorme caratura umana.

“Giungerà sicuramente il giorno in cui il colore non significherà nulla più del tono della pelle, quando la religione verrà vista unicamente come il modo di parlare all’anima di qualcuno, quando i luoghi di nascita avranno il peso di un lancio di dadi e tutti gli uomini nasceranno liberi, quando la comprensione nutrirà l’amore e la fratellanza.”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

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