Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Giuseppe Maisola

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Giuseppe Maisola

Nov 25, 2017

“Questo è l’unico modo che conosco per contrastare la fantarcheologia: fare bene l’archeologia, comunicarla bene, in modo semplice, accattivante, senza per questo banalizzarla. Al contempo credo che il confronto, spesso violentemente polemico, con i sostenitori delle pseudo-teorie fantarcheologiche, non porti a buoni risultati perché in fin dei conti consente loro di avere visibilità, proprio quella che cercano con tanta insistenza.” – Giuseppe Maisola

Giuseppe Maisola

Dodicesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologo Nicola Sanna, ha preceduto l’archeologo Matteo Tatti, l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Ognuno di loro si è espresso mostrando il proprio pensiero, ed ognuno di noi lettori potrà considerare la posizione che essi hanno preso nei confronti delle tematiche esposte perché sono distinte e mostrano lo spirito con cui ci si approccia all’archeologia.

L’archeologo Giuseppe Maisola si è laureato all’Università di Sassari con una tesi in Archeologia tardoantica e medievale, è Dottore di ricerca presso la stessa università con una tesi di dottorato in Archeologia dei Paesaggi.

Attualmente assegnista di ricerca e cultore della materia Archeologia cristiana e medievale presso il Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’Università degli Studi di Sassari. Dal 2013 coordina iI progetto di ricerca “Paesaggi del Montiferru meridionale e del Campidano di Milis. Archeologia e territorio tra ricerca, tutela e valorizzazione” e dal 2014 coordina le ricerche (con P. G. Spanu) nell’insediamento di Cobulas/Cuccuru de is zanas a Milis (Oristano – Sardegna). Dal 2016 è tra i coordinatori del progetto finanziato dall’Unione dei Comuni della bassa valle del Tirso e Grighine “Paesaggi della Bassa Valle del Tirso e Grighine – Storia e archeologia del territorio, attività di ricerca e divulgazione”.

È tra i fondatori, oltre ad esserne il coordinatore scientifico, dell’Associazione Tocoele – Associazione per la tutela e la valorizzazione dei paesaggi del Montiferru meridionale. I suoi ambiti di ricerca privilegiati sono costituiti dall’archeologia dei paesaggi, dall’archeologia tardoantica e dall’archeologia medievale, con particolare riguardo per la ricostruzione dell’habitat rurale tardoantico, altomedievale e bassomedievale, villaggi, strutture insediative, luoghi di culto, viabilità. Inoltre si interessa di divulgazione, attività didattiche a vari livelli e di problematiche relative alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Oltre che nelle attività di ricerca è anche costantemente impegnato come archeologo libero professionista, in particolare con collaborazioni con enti pubblici e privati, soprattutto nel settore della pianificazione territoriale.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Giuseppe Maisola: Direi che per gli uomini del passato è stata fondamentale. Il mito, ce lo insegnano i grandi dell’Antropologia culturale, è fortemente radicato nella mente dell’uomo, è essenziale per lo sviluppo e l’evoluzione di qualsiasi forma di comunità ed è una forza culturale che si rigenera continuamente. Fino a qualche secolo fa ancora era facile confondere Storia e Mito. La leggenda stessa assumeva valore di Storia.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Giuseppe Maisola

Giuseppe Maisola: Premetto che, avendo una formazione tardoantichista e medievista, la preistoria e la protostoria non sono tra i miei ambiti di ricerca specifici, pertanto ritengo che a questa domanda possano rispondere in modo più appropriato i tanti validi colleghi specialisti nei suddetti settori. Da archeologo dei paesaggi posso dire che mi occupo di come i nuraghi e le comunità nuragiche hanno interagito con il territorio, di come lo hanno modificato e del ruolo giocato dai nuraghi, dai villaggi, dalle tombe dei giganti sugli assetti territoriali e sulla formazione dei paesaggi delle epoche successive, dall’età arcaica, all’età romana, al medioevo e fino ai giorni nostri. Non considero mai i nuraghi, così come le altre testimonianze nuragiche, come singoli oggetti, ma come elementi di un sistema, un sistema insediativo, economico, di gestione di un determinato ambito territoriale. Nel mondo vi sono certamente culture che hanno caratteristiche in comune con quella nuragica, soprattutto in ambito mediterraneo (Baleari, Corsica), ma i caratteri essenziali della Civiltà Nuragica sono esclusivamente sardi. Il nuraghe ha in sé caratteristiche che, considerate nell’insieme, troviamo solo in Sardegna.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Giuseppe Maisola: La seconda senza ombra di dubbio, non c’è bisogno di aggiungere altro.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Giuseppe Maisola: Non sono un linguista e non ritengo di avere una formazione adatta per dare una risposta a tale quesito.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Giuseppe Maisola: Continuare le ricerche è di importanza vitale. Quando dico ricerche intendo nuovi scavi, ma anche nuovi progetti di tipo territoriale, con lo studio sistematico di aree ingiustamente ritenute marginali e ancora non considerate in maniera adeguata. Secondo qualcuno, e tra questi anche diversi colleghi, ai giorni nostri è inutile fare nuovi scavi quando invece ci si dovrebbe concentrare sulle centinaia di reperti custoditi nei magazzini dei musei e mai adeguatamente studiati e valorizzati. Ritengo che affermazioni del genere siano fuorvianti e prive di ogni logica perché, pur concordando sulla necessità di studiare e di prendersi cura dei reperti custoditi nei magazzini, come anche di (ri)studiare molti reperti editi rileggendoli alla luce delle conoscenze attuali, non si può prescindere dal continuare a scavare. Perché molti reperti presenti nei depositi e nei musei sono privi di contesto (ritrovamenti causali, recuperi fortunosi ecc.) oppure provengono da ricerche effettuate molto tempo fa, con metodologie antiquate, quando il metodo stratigrafico era ben lungi dall’affermarsi come imprescindibile. Molti di essi sono, in poche parole, degli oggetti quasi muti, in molti casi belli, di pregio, ma avari di informazioni. Continuare a fare scavi è quindi basilare per poter ottenere contesti, oggetti in grado di raccontare qualcosa, dati utili ad una ricostruzione di tipo storico. L’archeologo, va ricordato, si muove alla ricerca di dati. Fondamentale è che queste ricerche vengano effettuate con adeguato rigore metodologico e che mirino a prospettive che vadano anche al di la dell’ambito puramente conoscitivo, cioè che nascano già con l’idea di apportare qualcosa di positivo e di concreto (anche in termini di sviluppo economico) ai territori dove vengono svolte. Credo, infatti, che la ricerca archeologica debba essere concepita come un qualcosa in grado di dare un contributo per la crescita e il miglioramento della società.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Giuseppe Maisola: Anche su questo argomento non credo di poter aggiungere nulla di particolarmente interessante rispetto a quanto già noto.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Giuseppe Maisola: Idem come sopra. Posso solo dire che i nuragici non sarebbero certo l’unico popolo a non aver lasciato testimonianze scritte. E questo non toglie né aggiunge nulla ai nuragici e alla Sardegna. I dati in nostro possesso sino ad oggi dicono questo e quelle che da alcuni vengono spacciate come testimonianze scritte di ambito nuragico in realtà non hanno un minimo di credibilità scientifica. Poi le ricerche proseguono e, chissà, un domani potremmo raccontare cose diverse. Solo trent’anni fa potevamo solo immaginare cose che oggi sono di dominio pubblico.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Giuseppe Maisola: Gli Shardana, così come i Popoli del Mare in generale, rappresentano una tematica molto affascinante, ma al contempo molto distante dai miei ambiti di ricerca. Certamente giocano un ruolo importantissimo ai nostri giorni, tra coloro che vanno alla ricerca di un passato mitico, o tra gli appassionati di misteri più o meno archeologici. Un ruolo tanto importante che in Sardegna può essere ormai definito come fenomeno di massa. Tutti parlano e scrivono di Shardana. Oggi ad ogni passo si incontra qualcosa che si chiama Shardana: aziende di vario tipo, ristoranti, pizzerie, alberghi, persino autoscuole. Un po’ lo stesso ruolo giocato, per spostarmi in ambiti a me più congeniali, dai Templari quando si parla di medioevo. In entrambi i casi, e mi riferisco in particolare ai Templari perché conosco meglio l’argomento, al successo di massa corrisponde una pressoché totale mistificazione della realtà storicamente accertata e accertabile.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Giuseppe Maisola

Giuseppe Maisola: Partiamo da questo presupposto: la divulgazione per noi archeologi è un dovere. Come quello di scavare con la metodologia adeguata, di documentare a regola d’arte tutto quello che facciamo, di presentare i nostri lavori ai convegni e di pubblicare i risultati delle nostre ricerche sulle riviste specializzate. Abbiamo l’obbligo morale ed etico di comunicare alla società ciò che stiamo facendo, come e perché lo stiamo facendo e quali risultati stiamo ottenendo. Quando parlo di società intendo tutta la società, a tutti i livelli, dall’appassionato e colto lettore di saggi di argomento storico all’anziano semianalfabeta, dal bambino di prima elementare, all’operaio edile, al pastore, al meccanico. Questo in primo luogo per spiegare cosa facciamo e a cosa serve il nostro lavoro. In secondo luogo per fare della società intera il nostro pubblico. Per questo occorre “far parlare” le pietre e i cocci, raccontare che le quattro pietre allineate a formare quel misero muretto appartennero un tempo ad una chiesa che faceva parte di un villaggio, dove vivevano persone che lavoravano, mangiavano, fabbricavano oggetti, li vendevano e li acquistavano, che percorrevano quella strada per raggiungere quell’altro villaggio e via dicendo. Anche facendo in modo che si rafforzi quel sano senso di identità che funge da cemento per le comunità. Che è cosa ben distante da quella sorta di revanscismo che spesso accompagna le teorie fantarcheologiche circolanti in Sardegna. Questo è l’unico modo che conosco per contrastare la fantarcheologia: fare bene l’archeologia, comunicarla bene, in modo semplice, accattivante, senza per questo banalizzarla. Al contempo credo che il confronto, spesso violentemente polemico, con i sostenitori delle pseudo-teorie fantarcheologiche, non porti a buoni risultati perché in fin dei conti consente loro di avere visibilità, proprio quella che cercano con tanta insistenza.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamati nuraghi?

Giuseppe Maisola: Logiche di mercato squallide e tristi che partono dal presupposto di guadagnare molto facendo poco. Cioè non facendo nulla, se non dando sfogo alla propria fantasia spacciandola per ricerca storica. Poi, per carità, se uno volesse scrivere di Sardegna-Atlantide, di Shardana conquistatori del mondo, di nuragici alla conquista dello spazio o di chissà cos’altro in dichiarati termini romanzeschi, ci starebbe tutto e potrebbe essere anche interessante, lo dico da appassionato lettore di fantasy e fantascienza. Purché sia chiaro che si tratta di fantasia e non la si venda facendo finta che sia altro. Quando si opera, invece, seguendo quest’ultima direzione, come troppo spesso accade, si imbocca una strada che è ben lungi dall’accrescere il prestigio dell’isola, ma al contrario la umilia, la svende in modo immorale. Pur di vendere e di guadagnare si è disposti a mascherarsi da altro, a far finta, consapevolmente, di essere ciò che non si è. Un deprimente baraccone carnevalesco. Non credo che la Sardegna abbia bisogno di questo e la ricerca archeologica, man mano che procedono gli scavi, ci sta confermando il fascino e l’originalità della Civiltà Nuragica, ma non solo. La Sardegna infatti non è solo nuragico. Pensiamo alla particolare esperienza dei Regni Giudicali o al lungo periodo in cui la Sardegna ha fatto parte dell’Impero Romano e poi dell’Impero Bizantino (periodo fondamentale per la genesi delle istituzioni giudicali). La nostra identità di Sardi, di cui facciamo bene ad essere orgogliosi, è così peculiare proprio perché formata da diverse componenti; è, per dirla in termini archeologici, stratificata, frutto di diversi apporti che la collocano appieno nell’ambito europeo e mediterraneo. Parlare solo di nuragico, tacendo di tutto ciò che viene dopo o prima, a seconda dei casi, significa mutilare la nostra identità, lacerarla irrimediabilmente, renderla meno interessante. Quello di cui la Sardegna ha bisogno è di una politica culturale lungimirante, fatta di investimenti razionali e costanti, indirizzati su progetti di ampio respiro scientifico-accademico, con iniziative rivolte al pubblico più ampio in modo che questo non sia solo spettatore, ma venga coinvolto a sua volta come protagonista. Noi, da archeologi, abbiamo il dovere, e per fortuna molti già lo stanno facendo, di operare a stretto contatto con la società, in mezzo ad essa, facendo bene il nostro lavoro e sforzandoci di comunicarlo al meglio, ma anche facendoci promotori di buone pratiche per fare in modo che l’archeologia e la cultura in generale possano diventare motori di sviluppo e di crescita sociale ed economica. Anche iniziando da piccoli territori e da piccole comunità.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Giuseppe Maisola: “L’eticità dell’archeologia sta anche in quella sua capacità intrinseca di calarsi negli aspetti più grevemente materiali e umani della realtà e al tempo stesso di guardarla da lontano nello spazio e nel tempo, per quella sua invidiabile prerogativa di poter viaggiare nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, come solo la fisica sembra saper fare. Per quella sua affascinante capacità di sporcarsi le mani mantenendo la mente e l’anima pulite; e forse per quel vizio suo necessario di mettere il naso nei fatti altrui, nelle discipline altrui, senza negare la necessità dello specialismo, ma riconoscendo l’urgenza di una comprensione più globale e più colta del mondo in cui operiamo, di quello passato che studiamo, di quello presente per il quale studiamo” Daniele Manacorda

 

A.M.: Giuseppe ti ringrazio per il tempo che hai dedicato alla rubrica, il tuo pensiero è di aiuto per svelare le “logiche di mercato squallide e tristi” che hanno invaso la Sardegna. Ti saluto con Albert Camus: “Un uomo senza etica è una bestia selvaggia che vaga libera in questo mondo.

 

Written by Alessia Mocci

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

One comment

  1. Piero /

    Anche questa intervista presenta ottime osservazioni di sicuro da ampliare in conferenze.
    Ringrazio vivamente per questa rubrica che sto seguendo da fine agosto.

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