Life After Death: la lettera del Tevere, il vero re silente che ha conquistato Roma

Life After Death: la lettera del Tevere, il vero re silente che ha conquistato Roma

Nov 24, 2017

“Narra la tradizione che le acque, ristagnando, lasciarono in secco il cestello in cui i bambini erano stati deposti, e che una lupa accorse ai loro vagiti. Il guardiano degli armenti del re, il cui nome si tramanda fosse Faustolo, la trovò che li allattava con grande mansuetudine. Allora raccolse i due fanciullini e li diede da allattare alla propria moglie, Larenzia. […] I due gemelli, venuti a conoscenza delle loro vicende e delle malefatte del re Amulio, diedero l’assalto alla reggia e lo uccisero; la loro azione fu approvata dai pastori, che riconobbero a Numitore il titolo di re.” Tito Livio, Annali dalla fondazione della città

Romolo e Remo – Peter Paul Rubens – 1615/1616

Tito Livio (Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) lo sapeva bene, il celebre storico di Roma ci racconta le gesta del fiume Tevere.

Perché non è solo il Piave ad aver avuto e avere ancora il diritto di mormorare. Perché ogni spirito acquatico ha molto da raccontare, da divulgare e da insegnare.

Anche il padre dei sette colli più famosi del mondo dice la sua sul ruolo avuto nell’ascesa di Romolo e Remo in questa lettera scritta di suo flusso che ci è pervenuta in redazione per la rubrica Life After Death.

 

Non so quando sono venuto al mondo, forse sono stato una pennellata tra le nubi o un presagio tra i quadranti degli aruspici.

Quando mi venne data la vita, fui forte: non è facile quando i miei pensieri sono poco più che secondi tra i flutti e le rive. Sono stato padre e madre di animali, uomini straordinari e di un unico vero sogno.

Ho cullato sette fratelli e baciato sette sorelle, l’ho fatto perché era mio destino e, quando ebbi tra le braccia l’esito di tale gesto, seppi che era arrivato il momento.

Era tutto molto diverso prima, nessuno pensava che i miei eccessi andassero controllati. Sono stato un padre buono, sono stato un genitore severo ma, se non lo avessi fatto, loro non avrebbero creato lo splendore che fu e che è. Non importa cosa è cambiato, importa che io sia qui; seduto sul mio trono, vivo e millenario.

Ho avuto tanti figli, molti non sono sopravvissuti.

Ho avuto molti abbracci, non li ricordo, sono fuggiti via tra le acque.

Ricordo una cesta, solo quella, mi fu donata perché usassi quei due fagottini come corona per la mia gloria.

Erano figli di dei ma fui io a farli conoscere al mondo, fui io a permettere che rimanessero in vita.

Io diedi loro il nome di cui si fregiarono.

C’è chi nega, ma sono un dio, esattamente come gli altri. Un dio in terra con un corpo immortale di acqua.

L’arrivo del sale a Roma di Gaspar Van Wittel

Ventotto secoli fa, ho dato al mondo il faro più grande che potessero desiderare, ma ho dovuto costringerlo a guardare, così esondai.

Quando arrivò il primo messaggero del dio loro padre lo accolsi. Quella lupa e io eravamo vecchi conoscenti, portava da me i suoi cuccioli: io e Marte la obbligammo a nutrirne altri. Poi arrivò il picchio che regalò loro la forza e condusse Faustolo e sua moglie.

Mormorai loro i nomi dei due gemelli e, con i piedi nel fango e le mani tra i flutti, li consacrarono a me.

Quando Remo perì, lo riaccolsi e lo cullai fino a portarlo nella sua culla eterna.

I miei figli crearono il mio universo come io creai il loro.

Diedero alla città il mio nome perduto, diedero a quella stirpe la mia forza.

Perchè lo fecero?

L’Urbe è mia. Appartiene a me perché io gli diedi il primo alito di vita e sono ancora io a dettare le regole.

I gemelli sono stati le mie braccia e la mia mente: è così che io, il Tevere, ho conquistato Roma.”

Tevere

 

Written by Altea Gardini

 

 

Info

Il dipinto “Romolo e Remo” di Peter Paul Rubens raffigura la leggenda dell’origine di Roma con i mitici Romolo e Remo che vengono nutriti dalla lupa nei pressi del Tevere. Il fiume romano è personificato nel vecchio di spalle, mentre l’albero che fa da fondale della scena è il fico ruminale sotto il quale avviene l’allattamento secondo i testi di Tito Livio e di Tacito.

 

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