Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Nicola Sanna

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Nicola Sanna

Nov 18, 2017

“Si è detto spesso che, anche se non fosse vero, raccontare la Sardegna come Atlantide è utile come marketing turistico ma in realtà è autolesionista la tentazione della scorciatoia: fregare il prossimo, voler essere non intelligenti e colti tramite lo studio, ma furbi (o credersi erroneamente tali). Come se poi ne avessimo bisogno, con lo spettacolare patrimonio culturale che abbiamo.” – Nicola Sanna

Nicola Sanna

Undicesima intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta su alcuni argomenti che animano gli appassionati di archeologia. Si è scelto di dar voce agli archeologi che, da svariati anni, continuano a ricevere ingiustificabili accuse sul loro eccelso e gravoso operato quale il riportare alla luce un passato non scritto ma da scrivere ed, in taluni casi, da riscrivere.

La nota “fantarcheologia (“fantamania” od “archeomania”) ha prodotto il disagio di intralciare la divulgazione archeologica “teorizzando” con il sensazionalismo, figlio di quest’epoca di neoliberalismo, veri e propri libri di fantasia senza alcun riscontro con le fonti, con la realtà e con l’investigazione della metodologia scientifica. E se è pur vero che, talune volte, un testo di fantascienza è stato precursore di conoscenze future, in questo caso ci troviamo di fronte a “tesi” che si librano nei territori dell’immaginazione con ambizione di storica realtà; tali e quali a quell’Icaro che, con ali di cera, tentò di avvicinarsi al Sole ed in un primo momento sentì la gloria della sua impresa.

Neon Ghènesis Sandàlion“, da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita”, è quell’attimo che viene dopo la caduta di Icaro, è quel padre, il grande architetto Dedalo, che soccorre il figlio dal mare in cui è sprofondato, cura le ferite e perdona ogni suo azzardo.

Perché il peccato è un nostro dovere di figli, ma ancor più il riconoscerlo per un miglioramento personale e sociale. Citando Jean Jacques Rousseau: “Si deve arrossire per il peccato commesso e non per la sua riparazione.”

Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le riflessioni dell’archeologo Matteo Tatti, ha preceduto l’archeologa Anna Depalmas, l’archeologo Mauro Perra, l’archeologo Nicola Dessì, l’archeologo Roberto Sirigu, l’archeologo Alessandro Usai, l’archeologo Carlo Tronchetti, l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, e l’archeologo Rubens D’Oriano.

Ognuno di loro si è espresso mostrando il proprio pensiero, ed ognuno di noi lettori potrà considerare la posizione che essi hanno preso nei confronti delle tematiche esposte perché sono distinte e mostrano lo spirito con cui ci si approccia all’archeologia.

Nicola Sanna è laureato e specializzato in archeologia preistorica e protostorica presso l’Università di Cagliari. Ha preso parte a cantieri di scavo e di restauro in Sardegna e all’estero.

Nelle sue pubblicazioni si è occupato di architettura (principalmente sacra) nuragica e di materiali ceramici pre e protostorici.

Dal 2017 è curatore e direttore del Civico museo archeologico di Santadi.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Nicola Sanna: Direi tantissimo, anche se la risposta ad una domanda così enorme richiederebbe di andare ben oltre le competenze specifiche dell’archeologo. Ogni comunità umana si fa popolo anche nella misura in cui sviluppa un patrimonio di miti o di astrazioni condivisi. Anche la storia, pur costruita a partire da fonti fisicamente esistenti, è un’astrazione, una costruzione intellettuale che cerca di sintetizzare e interpretare il percorso che dalle nostre origini (personali o collettive, a seconda del tipo di comunità in cui ci si riconosce: sappiamo davvero cosa vuol dire essere sardi o italiani o altro ancora?) ha condotto alla formazione della nostra identità, individuale e collettiva (quale che sia la comunità in oggetto). E l’identità, a dispetto di certe narrazioni fin troppo diffuse, è un processo fatto di numerosissimi fattori in costante rinegoziazione reciproca: non è mai, in un organismo biologico e sociale vivo, una monade immutabile costituita da un solo tratto preso arbitrariamente, sia esso una religione, una fase della nostra storia o peggio ancora un tratto somatico. Ogni discorso interpretativo si nutre anche di astrazioni e il mito è una forma del discorso e del pensiero che probabilmente accompagna la nostra specie dalle epoche più remote, così come la facoltà di coltivare un approccio razionale alla realtà che ci circonda. Il mito in genere intende fondare e spiegare la realtà dalle sue origini. Oggi la spieghiamo tramite procedure scientifiche acquisite dalla ricerca storica e archeologica ma nella cultura di massa l’archeologo è ancora oggi un personaggio avventuroso o viceversa un polveroso ed eccentrico hobbysta che blocca ottusamente la realizzazione di opere importanti in nome di quattro cocci inutili. Raramente viene visto come un professionista con la sua specifica formazione, come uno scienziato e un operatore culturale. Raramente si comprende che quei cocci entrano in dialogo con scampoli di mito e sono la nostra unica prevenzione contro una sorta di Alzheimer sociale che sarebbe l’oblio della nostra storia. Nell’età contemporanea il logos ha sottratto ampi spazi al mythos (per usare la contrapposizione ripresa dalla cultura classica), ma sarebbe molto pericoloso trascurare la potenza e la natura intrinsecamente umana del discorso mitico. C’è tutto un filone irrazionalistico della contemporaneità che sta riprendendo piede negli ultimi tempi, complice la crisi di qualsiasi autorità. È un fenomeno che si riscontra in campo politico (e forse per sfiducia nel futuro ci si rifugia nel passato: qualcuno ha coniato il termine “retrotopia” per questo trasferimento regressivo dell’utopia in un tempo andato) ma anche nella sfera delle conoscenze, se molti credono di poter ridicolizzare il sapere accademico grazie all’accesso alla conoscenza offerto da Internet, senza però verificare se si dispone personalmente degli strumenti culturali per filtrare criticamente e ordinare i dati, distinguendo ciò che è attendibile da ciò che non lo è, avendo coscienza che un metodo è uno strumento di verifica per evitare gli errori e non una creazione arbitraria: arbitrario è rifiutarlo senza confutarlo e senza proporre procedure dimostrabilmente migliori. Chi non ha coscienza di questo, generalmente, rivendica una falsa equivalenza tra un’opinione informata ed una fantasia arbitraria, presumendo che le ricostruzioni del passato non possano essere dimostrate: “Perché, tu forse c’eri?”, ci chiedono con fare provocatorio. In questo senso mi pare degno di approfondimento il discorso, che Roberto Sirigu ha introdotto nella sua intervista di questo ciclo, sulla necessità che l’archeologia sviluppi un discorso anche miticamente vitale, tenendo conto che i metodi scientifici dell’archeologia ricostruiscono solo una porzione di quanto è stato. L’archeologia anche per questo, pur essendo una disciplina ibrida e multiforme nel suo nutrirsi del contributo – di dati e metodologico – delle scienze “dure”, resta una disciplina umanistica non solo perché si nutre anche di discipline umanistiche (dalla linguistica alla storia della letteratura a quella delle religioni all’antropologia) ma soprattutto perché deve contribuire a produrre ricostruzioni storiche, per le quali non esistono leggi come quelle delle scienze “esatte”. Su questo terreno l’archeologia – che fa parlare i morti attraverso l’unico linguaggio comune residuo, quello delle tracce materiali – può spiegare il mito e dialogare con esso, rispettandone l’autonomia ma senza mescolare i piani. L’archeologia seria, scientifica, che si confronta col mito può produrre narrazioni, a saperle fare, spesso più coinvolgenti di certi abusi del mito nella letteratura fantarcheologica, piegato a quello che Furio Jesi avrebbe definito “mito tecnicizzato”: privato cioè del suo valore universale, brandito come arma impropria a sostegno di istanze strumentalmente contemporanee. Una cosa è il mito antico e una cosa è la costruzione arbitraria di un autore contemporaneo.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Nicola Sanna

Nicola Sanna: Sconosciuti no. Certo, troppo poco noti al grande pubblico. Riprenderemo questo discorso. Sono state segnalate strutture più o meno simili in mezzo mondo ma uno dei princìpi dell’archeologia è quello che queste comparazioni hanno senso se non sono totalmente slegate dall’ambito cronologico e geografico del primo termine di paragone e se il confronto è corroborato da altri indizi che suggeriscano l’esistenza e le modalità di un possibile contatto. Ha quindi molto senso fare confronti con l’ambito mediterraneo nelle età del Bronzo e del Ferro: non ne ha molto, o proprio niente, andare molto più in là e rilevare una episodica o parziale somiglianza architettonica quando magari le due culture che hanno espresso più o meno quella forma non hanno nient’altro in comune. Quindi l’analogia con i talajot balearici e ancor più con le torri corse appare rilevante; possono essere interessanti, e probabilmente frutto di scambi culturali, le singole particolarità architettoniche in comune con la civiltà micenea (con cui è dimostrato che i nuragici avevano contatti) eccetera. In altri casi, come i più tardi e solo apparentemente simili Broch scozzesi o addirittura certe strutture di età moderna nell’isola di Pasqua, è un fenomeno di convergenza, per cui comunità diverse a un analogo stadio tecnologico sviluppano soluzioni simili per soddisfare esigenze analoghe, come per esempio quella di creare strutture imponenti senza l’uso di vere e proprie malte cementizie.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Nicola Sanna: Il criterio fondamentale è quello che cercavo di enunciare prima: oggi in archeologia, sul piano dei confronti puramente formali tra A e B, una sola rondine non fa primavera, per cui eventuali filiazioni o derivazioni da altre culture ‒ per contatti commerciali o conquiste ‒ possono essere ipotizzate se ci sono indizi o meglio ancora affermate se ci sono prove in questo senso. In caso contrario, è più ragionevole presupporre una analoga soluzione tecnica ‒ nell’ambito di quello stadio di evoluzione tecnologica ‒ per rispondere alle medesime esigenze pratiche. Bisogna poi vedere se c’è rispondenza anche nella struttura interna oltre che nell’aspetto esteriore, se ci sono analogie nei modelli di distribuzione sul territorio e di ubicazione degli edifici.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero parteggi o hai una strada alternativa da mostrarci? 

Nicola Sanna: Non ho competenze da linguista e temo di non poter dirimere la questione. Oggi in ambito accademico l’etimologia fenicia non ha più sostenitori. C’è da dire che non mi pare che, dal punto di vista archeologico, i nuraghi siano poi tanto specificamente legati al fuoco.  A parte che queste costruzioni si chiamano nuraghi – con piccole varianti fonetiche – in tutto il territorio isolano, mentre tanti altri lemmi di origine semitica sono limitati agli areali davvero raggiunti da queste popolazioni.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Nicola Sanna: I finanziamenti sono fondamentali e sono purtroppo in diminuzione. Ci sono poi altre minacce al nostro patrimonio: anche gli scavi clandestini distruggono per sempre informazioni preziose. Gli scavi scientifici oggi sono più accurati e quindi più lunghi e costosi di un tempo, tanto che oggi a volte ci si affida più a prospezioni per conoscere il territorio. Anche per gli scavi c’è poi una certa dispersione delle risorse: ci sono siti appena iniziati e mai più ripresi, per intoppi burocratici o carenza di fondi e/o di volontà politica delle amministrazioni. Ci sono molte situazioni davvero complesse e non è possibile imporre un dirigismo dall’alto, conculcando il diritto delle amministrazioni locali a valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale: pressoché ogni comune ha monumenti e siti di grande interesse e spesso a rischio. Ugualmente gli studiosi devono poter scegliere quali siti sono scientificamente più promettenti o offrono più garanzie di progetti possibilmente di ampio respiro, multidisciplinari e basati anche sui rapporti tra sito e territorio. D’altra parte sarebbe fondamentale poter proseguire le ricerche nei siti già parzialmente indagati, per avere un quadro più completo e organico tra le singole parti di questi. E un tema ancor più grande su cui concentrare le energie è quello di incoraggiare lo studio e la pubblicazione dei tanti materiali ancora inediti provenienti dagli scavi e il loro restauro. A Mont’e Prama è stato proficuo; certo, è un caso limite e in genere i materiali che rimangono inediti per più tempo costringono ad una fatica umile: non di rado i ritrovamenti più significativi sono pubblicati abbastanza velocemente (com’è successo anche per Mont’e Prama, tanto per smentire l’altro luogo comune delle statue “nascoste”). Ma anche la fatica umile mette a disposizione tasselli preziosi, ne impedisce il degrado e forse a volte può essere producente anche presso il grande pubblico. La cultura richiede forti investimenti subito ma a medio e lungo termine è proficua dal punto di vista economico e – non dimentichiamolo – culturale. Una volta qualcuno ha detto: se credete che la cultura costi, provate quanto costa l’ignoranza… Non so bene come si possa fare ma credo che sarebbe lungimirante coordinare questi aspetti in un circolo virtuoso.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Nicola Sanna

Nicola Sanna: Sembra che sia la più antica, a quanto ne sappiamo oggi. A rigore, non sappiamo con certezza se vi si identificassero. Non siamo nemmeno sicuri che le varie comunità nuragiche, nonostante la notevole omogeneità di questo periodo (ma già intravediamo piccole varianti e tendenze locali che probabilmente potremo focalizzare meglio col proseguire delle ricerche), costituissero un unico popolo e pensassero sé stessi in questi termini. Le fonti classiche ed epigrafiche, per quanto più tarde, ci tramandano diversi etnonimi spesso apparentemente indigeni e l’archeologia suggerisce fortemente una frammentazione politica. Il che di per sé non impedisce di pensare che potessero anche pensarsi come un popolo unitario ma questo dovrebbe incoraggiare una certa cautela nel sovrapporre istanze identitarie moderne (e anche oggi noi sardi ci sentiamo davvero tutti un sol popolo distinto dagli altri?) a questo passato. Ho incontrato nostri conterranei contemporanei che si proclamavano, ovviamente in lingua italiana, “nuragici”. Certo che Sardegna e sardi è il nome che è rimasto, anche presso i romani. Il tempio di Antas è dedicato al Sardus pater Babai e vuole essere un ostentato riconoscimento di un culto locale, quindi è probabile che questa parola abbia una base locale. Ovviamente su questo tema si innesta la spinosa e controversa questione del rapporto tra sardi nuragici e gli SRDN citati tra i cosiddetti “popoli del mare” e ne parleremo tra poco.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Nicola Sanna: Nelle civiltà antiche, la scrittura sembra essersi sviluppata innanzitutto per ragioni contabili e la memoria storica in forma scritta è stata un passo successivo. Già questo dovrebbe farci diffidare di presunte documentazioni scritte, basate su documenti non verificati, dal contenuto esclusivamente religioso. Della civiltà micenea conosciamo solo registri, elenchi e inventari. Certo, è una documentazione parziale selezionata dall’evento degli incendi che distrussero i loro palazzi. Ma il dato interessante è che i poemi omerici, che oggi crediamo siano (semplifico molto) rielaborazioni mitologiche di eventi storici, si sono tramandati oralmente per secoli prima di essere messi per iscritto. Quindi abbiamo una forte importanza del tema della memoria anche senza necessariamente eternarla in segni grafici. Una società che fa uso della scrittura non è una civiltà “superiore”, che è un concetto opinabile: è una società che ha superato una certa soglia di complessità sociale, uno stadio che sviluppa processi di urbanizzazione. Un processo che probabilmente si stava appena avviando nella Sardegna della prima età del Ferro, tanto che una minoranza di studiosi, pur con molta cautela, prende in considerazione l’ipotesi che in queste fasi più avanzate i nuragici possano aver sviluppato una scrittura. Ovviamente sapevano che esisteva perché vari popoli con cui commerciavano ne facevano uso. E dovevano saper leggere segni ponderali o altre indicazioni commercialmente vitali, quindi sapevano a cosa serviva. Non è detto che pensassero di averne bisogno loro. Socrate sapeva benissimo cos’era la scrittura, aveva concluso che non gli andava bene ed è stato il più importante filosofo dell’antichità. Esiste un limitato numero di pezzi nuragici che recano segni simili a lettere, quasi sempre isolate; in casi eccezionali ce ne sono alcune accostate, per esempio uno spillone bronzeo da una tomba a pozzetto di Antas. Se pure fosse scrittura nuragica, non ci sono al momento dati per decifrarla e la decifrazione ci insegnerebbe poco su questo popolo, anche se sarebbe una scoperta di per sé significativa. A meno di non trovare documenti un po’ più consistenti ma è difficile immaginare che non siano ancora venuti fuori. Naturalmente non si possono prendere in seria considerazione reperti di molto dubbia autenticità oppure antichi ma quasi sicuramente non nuragici: qualsiasi ricerca scientifica non può che partire da una acquisizione e verifica corretta dei dati.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Nicola Sanna: Il nome è una delle traslitterazioni proposte (le nostre fonti non scrivono le vocali) di uno dei cosiddetti “popoli del mare”. Anche quest’ultima denominazione è un po’ una convenzione moderna: le espressioni antiche sono cose tipo “popoli del (le isole del) Grande verde”, che sarebbe un’espressione per indicare il mare. Si tratta di fonti egizie, ugaritiche, delle “lettere di El Amarna” (una corrispondenza diplomatica internazionale tra l’Egitto e l’estero, scritta in caratteri cuneiformi). Per farla breve, sono gruppi umani che assaltano varie regioni costiere del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale in genere all’incirca tra il 1400 e il 1200 a. C. (quest’ultima è una fase di grande sconvolgimento politico e sociale che segna in quelle aree la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro). Questi popoli per noi ‒ a parte i Peleset che hanno dato il nome alla Palestina (sono i Filistei della Bibbia), che si pensa di aver ormai identificato anche a livello di tracce archeologiche ‒ per noi sono solo dei nomi la cui origine, natura e collocazione ancora ci sfuggono. Gli Shardana hanno poi una storia complessa: in certe fasi sono assalitori anche dell’Egitto, in altre passano al servizio degli egiziani, il cui stato in quelle regioni è l’unica grande potenza dell’epoca che, pur fortemente indebolita, non crolla del tutto. Esistono persino alcuni autori contemporanei che negano che fossero dei veri popoli ma piuttosto delle categorie di persone, ad esempio gruppi di mercenari. Già dall’Ottocento e fino ad oggi, quindi ben da prima che l’argomento affascinasse i fantarcheosardisti (per dirla alla Rubens D’Oriano) avviando una serie di “teorie” disinformate e arbitrarie, illustri studiosi si sono schierati chi a favore chi contro l’ipotesi di un collegamento con la Sardegna, per l’assonanza col nome e per alcune analogie tra le iconografie egizie e quelle dei bronzetti sardi: elmi cornuti, scudi tondi ecc. Perché degli Shardana, così come dei Peleset, abbiamo anche delle raffigurazioni artistiche. I Peleset ad esempio hanno come copricapo una tiara piumata, sfoggiata peraltro anche dalla testa di uno dei nostri bronzetti. Tutto a posto? Non è così semplice: i bronzetti nostrani sono più tardi delle documentazioni egizie, dove peraltro spesso gli elmi hanno un disco tra le corna (e questo da noi non è attestato). Secondo gli studiosi favorevoli all’identificazione Shardana=Sardegna, quelli col disco sarebbero gli Shardana già assimilati dall’Egitto (ad alcuni come ricompensa vengono assegnate terre da coltivare nel paese del Nilo). L’epoca in cui si svolgono i fatti è una fase espansiva della civiltà nuragica, che sta raggiungendo il suo massimo sviluppo e conoscerà anch’essa una crisi nella fase successiva. Quello che sappiamo è che i sardi nuragici di quel periodo intrattengono relazioni, archeologicamente documentate, con buona parte del Mediterraneo. Ci mancano però attestazioni certe di contatti diretti proprio con l’Egitto. Quindi abbiamo una serie di indizi da interpretare ma credo che ci manchi la singola prova definitiva e inoppugnabile pro o contro l’identificazione con i nuragici. Identificazione che per me non sarebbe affatto improbabile. Ma non ne sono certo e gli studiosi, a livello nazionale e internazionale, non sono ancora concordi. Il guaio è che ora c’è un proliferare di pubblicazioni totalmente antiscientifiche che riprendono l’argomento infarcendolo di tesi totalmente campate per aria. Ma questo è un motivo di più per affrontare in maniera seria la questione e sottrarla al sensazionalismo fantasioso e improvvisato che nell’ultimo ventennio ha preso piede. Come spero sia emerso da quanto dicevamo, quello dei “Popoli del mare” è un argomento di estrema complessità che richiede la conoscenza di varie e difficili lingue antiche, dell’archeologia di tutto il Mediterraneo e di tanto altro: difficilmente uno che non sia uno studioso professionista dalla lunga e vasta esperienza può padroneggiare decentemente una questione così enorme e ancora sfuggente. Ed è chiaro che un conto è considerare non semplici coincidenze una serie di indizi potenzialmente correlabili alla Sardegna, un conto è trasformare gli Shardana in un popolo mitologico che conquista tutto il mondo, dalle isole britanniche allo Zimbabwe, o che è responsabile di ogni scoperta attribuita ad altri popoli, fino a ritrovarne le tracce – sulla base di pure assonanze fonetiche di una sillaba nella pronuncia italiana e snobbando la filologia – in paesi dove tracce non ce ne sono proprio. Ovvio che qui si ricerca un nazionalismo nel senso più logoro e becero del termine e fondato su basi non scientifiche.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Nicola Sanna: Dovremo seminare a lungo su questo terreno, proprio perché forse non lo si è fatto sempre abbastanza in passato. La fantarcheologia si inserisce in un vuoto di divulgazione seria. Rimarranno sempre coloro che vogliono credere a tutti i costi a teorie complottiste o necessitano di roboanti miti delle origini o fughe nell’irrazionalismo di misticismi generici e destoricizzati. C’è però anche una vasta platea di potenziali appassionati, aperti alla conoscenza ma digiuni della disciplina, a cui non vengono dati gli strumenti culturali per distinguere le proposte serie dalle sciocchezze: è a loro che l’archeologia deve rivolgersi. Alcune possibilità di azione scaturiscono quindi, per me, da quanto già detto: è importante poter dare impulso alle pubblicazioni non solo scientifiche ma anche divulgative, a partire dagli spazi pubblici e istituzionali. Sul mercato, senza un contesto propizio, è difficilissimo reggere il confronto con pubblicazioni antiscientifiche ma strutturate in maniera narrativamente accattivante, facilitata dal fatto che non si vincolano a tener correttamente conto delle lacune o apparenti contraddizioni della documentazione disponibile, perché sono sostanzialmente narrativa fantastica. Da questo punto di vista la molla che spinge a interessarsi di archeologia è per me la stessa alla base della letteratura: abbiamo bisogno di confrontare la nostra storia e condizione personale con quelle altrui. L’archeologia però si impegna a raccontare, con gli strumenti della scienza, storie vere, nei limiti della nostra capacità di ricostruirle. È necessario poi completare il processo di riconoscimento pubblico dei requisiti, delle mansioni, dei diritti/doveri e dei metodi dell’archeologo: sul piano normativo le lotte di associazioni di categoria stanno ottenendo già risultati, credo che occorra cercare di raggiungerli anche sul piano dell’informazione. Forse anche soggetti istituzionali come università e soprintendenze, certo già stritolate dalla contrazione di fondi, dovrebbero prevedere spazi, forme e figure specifiche che si dedichino alla divulgazione e didattica esterna. Anche aprire i cantieri di scavo o restauro, in determinati momenti e condizioni, alle visite al pubblico o addirittura alla partecipazione di volontari (senza sfruttarli per sostituire i professionisti e ovviamente sotto la supervisione della direzione scientifica) può avviare un tam tam positivo e disinnescare retoriche anticasta alquanto fuori luogo nei confronti della maggior parte dei colleghi. Io attualmente lavoro in un piccolo museo archeologico, dove abbiamo cercato di proporre corsi di storia sarda completati da escursioni in siti del territorio o cicli di conferenze divulgative, in rete con altri musei, in cui offrire spazio a giovani studiosi che esponessero le loro ricerche. Nel sito di Pani Loriga stiamo sperimentando forme di visite guidate tematiche anche parzialmente teatralizzate, con figuranti in costume e riproduzioni fedeli dei corredi delle tombe ma sempre fornendo informazioni scientificamente corrette e distinguendo chiaramente il dato certo dall’ipotesi o dalla suggestione narrativa. Sono cose che si cominciano a fare in vari siti e musei, le cito per dire che alcune iniziative si possono portare avanti anche con costi contenuti sia per l’organizzatore che per il fruitore ma servono per avvicinare il pubblico e comunicare l’idea che il rispetto del rigore scientifico non significa perpetuare una visione elitaria/esoterica o penitenziale della cultura. Un compito fondamentale poi spetterebbe alla scuola: parlo, certo, dell’insegnamento della storia e dell’archeologia locale, che non può contare solo sull’iniziativa del singolo docente (anche perché ci sono già stati casi di scuole che hanno cercato di colmare questa lacuna ma basandosi su testi totalmente antiscientifici) ma dovrebbe far parte dell’offerta formativa. Parlo però anche e soprattutto di un tipo di formazione di base che potenzi l’acquisizione dei princìpi del metodo scientifico e di criteri di decodifica critica della comunicazione dei media, compresi ovviamente quelli via web: chi è padrone di questi strumenti di analisi può intravedere la forzatura, la mancata verifica dei dati e il salto logico anche in discipline di cui non ha una competenza specifica. Occorre ricordare che non si può parlare dei monumenti archeologici prescindendo dai dati archeologici, così come non si può fare una diagnosi medica senza visitare il paziente e fare analisi del sangue, radiografie eccetera. Anche divulgare alcuni criteri semplici come quelli che in queste interviste Rubens D’Oriano elencava per distinguere i testi seri da quelli che non lo sono. Anzi è un modo tramite il quale le istituzioni e le associazioni di categoria potrebbero dialogare con altri operatori della cultura, per esempio per cercare di evitare che testi scientifici e altri che non lo sono finiscano sugli stessi scaffali nelle librerie. Fatto salvo l’indiscutibile diritto di chiunque a pubblicare o leggere quello che vuole, è utile dare ai lettori gli strumenti per discernere.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Nicola Sanna

Nicola Sanna: Personalmente non ho nulla contro esercizi di rilettura delle fonti antiche: ci si può interrogare anche sull’ubicazione di Atlantide (o sugli elementi, reali o puramente letterari, che Platone può aver usato per costruire il mito di Atlantide, se come molti credono è una pura invenzione sua) e questo può farci vedere le narrazioni dei testi antichi anche da un’altra prospettiva. Come per gli Shardana, il fatto che l’argomento oggi ossessioni i cultori della fantarcheologia, ansiosi di credere a tutti i costi a tesi precostituite, non ne preclude un approccio serio. Anzi, anche certe proposte “alternative” che incontrano la voglia di scoop dei media hanno spesso ripreso, anche senza citarli e deformandoli a suon di forzature, spunti provenienti dalla letteratura accademica, fatti da gente – studiosi moderni ma non solo ‒ che non ci ha marciato su. Alfonso Stiglitz, che diffida di questo approccio, ne ha fatto di recente una rassegna. Il punto da tenere presente è che, anche ammesso che Atlantide fosse veramente una porzione di mondo reale e non un’invenzione platonica, probabilmente non si potrà mai trovarne una conferma archeologica. Ricordiamoci peraltro che per trovare Atlantide in Sardegna dobbiamo forzare il testo platonico, che parla di una terra enorme in cui c’erano elefanti e propone datazioni archeologicamente inconciliabili con la Sardegna nuragica e con ogni civiltà conosciuta. Sì, si argomenta che in quei punti il testo platonico è corrotto ma non so quali basi filologiche ci siano per affermarlo, altrimenti sembra che si presuppongano errori solo nei passi che non collimano con la Sardegna per la sola volontà di far quadrare tutto ad ogni costo. Per non parlare della descrizione della capitale, che sembra rispondere più che altro ad esigenze simboliche funzionali alla filosofia platonica: non stiamo parlando dell’opera di uno storico. Ovviamente nessun inesistente maremoto avvenuto prima della fondazione di Cartagine e di Roma può depositare sui nuraghi ‒ su tutti quelli finora scavati ‒ strati diversi di terreno, ciascuno con materiali di epoche diverse fino a quelli punici, romani e medievali. Un’onda tanto anomala da portare materiali dal futuro dividendoli ordinatamente per epoca e collegandoli a interventi edilizi, focolari e altre tracce di uso e di vita in siti che evidentemente in quelle epoche non erano “sommersi dal fango”. È per questo e per altro ancora che possiamo affermare che una simile ricostruzione è smentita dai dati scientifici. Però ci si possono scrivere libri, fare programmi tv di successo o articoli (giornalistici e non) cliccatissimi, si possono addirittura usare per prese di posizione fantasardiste (esiste un sardismo serio e non è questo) nella stessa misura in cui sono fantarcheologiche. E si possono presentare progetti per fantomatiche ricerche da finanziare. Si è detto spesso che, anche se non fosse vero, raccontare la Sardegna come Atlantide è utile come marketing turistico ma in realtà è autolesionista la tentazione della scorciatoia: fregare il prossimo, voler essere non intelligenti e colti tramite lo studio, ma furbi (o credersi erroneamente tali). Come se poi ne avessimo bisogno, con lo spettacolare patrimonio culturale che abbiamo. Pensiamo innanzitutto a proteggerlo e a conoscerlo per quello che è: non si può fare turismo culturale senza cultura. E infatti troppi nostri conterranei, che pretendono di ammaliare i turisti con Atlantide e finti cataclismi antichi, anche se sulle prime lo dipingono solo come una trovata pubblicitaria si dimostrano invece ansiosi di crederlo, dicendo che dobbiamo usare la fascinazione del mito (ma la creazione arbitraria di autori moderni, come già detto, non è mito), che potrebbe essere stato così (e, dati archeologici alla mano, abbiamo visto di no). Insomma è una storia costruita su misura per noi sardi e che non attacca con chi viene da fuori. Quanti paesi al mondo sono stati candidati a essere la sede di Atlantide? E quanti hanno basato su questo la propria promozione turistica? Chiediamoci il perché. Non mi è mai capitato, anche se coi turisti ci lavoro, che mi arrivasse gente appositamente in cerca di Atlantide, nonostante il tanto chiasso di questi anni. Qualcuno ne aveva sentito ma non era questa la molla. Molti turisti stranieri, in realtà, si documentano minuziosamente prima di arrivare qui. E teniamo presente che ammettere spropositati cataclismi alla fine dell’età del Bronzo significherebbe, nonostante i tentativi di rialzarne così tanto la cronologia, negare Mont’e Prama e i bronzetti: siamo così sicuri che ci convenga? E ancora: raccontando storie sensazionali ai turisti interessiamo il pubblico alle storie sensazionali o ai monumenti? Droghiamo la comunicazione alla ricerca sempre di una storia ancor più appariscente da raccontare? O ci facciamo surclassare da chi la spara ancora più grossa?

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Nicola Sanna: Mi piace rovistare nei ricordi/ di altre persone, inverni o primavere/ per perdere o trovare dei raccordi/ nell’apparente caos di un rigattiere:/ quadri per cui qualcuno è stato in posa,/ un cannocchiale che ha guardato un punto,/ un mappamondo, due bijou, una rosa,/ ciarpame un tempo bello e ora consunto,/ pensare chi può averli adoperati,/ cercare una risposta alla sciarada/ del perché sono stati abbandonati/ come un cane lasciato sulla strada./ Oggetti che qualcuno ha forse amato/ ora giacciono lì, senza un padrone,/ senza funzione, senza storia o stato,/ nell’intreccio di caso o di ragione.// […] E percorriamo strade non più usate/ figurando chi un giorno ci passava/ e scrutiamo le case abbandonate/ chiedendoci che vite le abitava,/ perché la nostra è sufficiente appena/ ne mescoliamo inconsciamente il senso;/ siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso.” Francesco Guccini, Vite

 

A.M.: Nicola ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e per le domande che hai posto, confido sui lettori più accorti per possibili riflessioni sui quesiti aperti dall’investigazione archeologica (e non solo). Ti saluto con Carl Gustav Jung: “Solo il viandante che ha peregrinato nel suo infinito mondo interiore potrà accostarsi all’Anima, scoprendo che per anni altro non ha fatto che cercare Lei, poiché Lei è dietro e dentro ogni cosa. I viaggi, si fanno per cercare Anima e le persone si amano in quanto simboli di Anima.

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

2 comments

  1. Giuliana /

    Quanto è ricca, direi ricchissima questa intervista!
    Ho difficoltà a riprendere i miei pensieri ed ad esporli, passo passo in base ai contenuti espressi e che ho letto!
    Mettendo pure in atto un grande sforzo di astrazione non riuscirei ad elaborare una sintesi per definirla !
    L’archeologo, il dottor Sanna, ha fatto molte affermazioni estremamente importanti, molto interessanti e purtroppo anche molto vere, almeno riguardo l’aspetto negativo di esse.
    Ad una prima lettura l’ho definito, il più intellettuale tra gli intervistati ed ho trovato la prima, l’ultima e la penultima risposta, quelle in cui mi sono maggiormente identificata o con le quali ho trovato maggiore concordanza di pensiero. In realtà ad una rilettura più attenta, occorre dire, che ha espresso concetti condivisibili in tutte le le sue risposte.

    A mio parere, è l’archeologo che ha toccato più sfaccettature, ha dato una lettura più completa ed è la persona che maggiormente si è addentrato nel rapporto tra la narrazione archeologica basata sullo studio scientifico di una materia umanistica e la narrazione divulgativa di massa basata su criteri arbitrari soddisfacenti istanze tutt’altro che scientifiche, non solo, ha anche proposto soluzioni tese a ridurre il divario tra queste!
    Mi è venuto incontro!
    Infatti dalla lettura dell’intervista di Matteo Tatti, è scaturita in me un idea ( anch’io per astrazione ed in particolare per intuizione, m’illumino in cerca di soluzioni, certamente parziali e non risolutive!) di proporre e suggerire agli archeologi impegnati nel divulgare il loro lavoro e nell’intento di ridurre il divario, reale o apparente, tra la divulgazione dalla facile ed accattivante lettura di una storia immaginata ed una storia elaborata e frutto di un lavoro di studio, di aprire un blog, in cui gli stessi archeologi pubblichino vari articoli in cui vengono affrontati temi e problemi che evidenzino le incongruenze, le inadeguatezze, le illogicità, gli anacronismi, e tutti gli errori che presentano queste narrazioni, in modo tale da dare un arma al lettore ed a chi si avvicina a questa materia ed a queste tematiche , di cui servirsi, durante il suo percorso di conoscenza, in quanto la sola capacità di discernere tra un metodo accettabile ed quello che appare visibilmente errato, serve solo in prima istanza per dare una valutazione ed indirizzarlo verso una valutazione negativa di quanto legge, ma non è sufficiente a contrapporre degli argomenti validi per arginare una pervicace convinzione che tende a prevaricare anche sul buon senso di un bravo e non incolto lettore!

    Ovviamente non intendo dire con questo che gli articoli debbano essere di contro propaganda, ma anzi debbano essere strutturati senza che trasudino di contrapposizione ma redatti in modo molto razionale e distaccato, onde offrire allo stesso lettore materia su cui riflettere senza che la sua mente sia portata ad intravedere delle specifiche risposte a vari scantonamenti e deliri, lasciandola libera quindi da condizionamenti di parte!

    A me piacerebbe tanto vedere o poter leggere degli argomenti svolti in maniera esauriente, e che questo articoli rimangano su internet a disposizione di tutti, in modo tale che qualsiasi utente, possa andare alla loro ricerca ed usarli durante una conversazione e confronto su determinati argomenti, da contrapporre, in caso di necessità!
    Ovviamente, non è che questa sia la pretesa di trovare la pappa pronta , ma nasce dalla necessità di poter trovare in rete, non solo e sempre i soliti link, che un occhio esperto, rifiuta perché intuisce dove l’argomentazione conduce, e quindi link da evitare, ma anche un tipo di informazione corretta da proporre o da cercare in quanto utile.

    Dicevo, che quest’archeologo fa affermazioni molto importanti, su cui ci sarebbe da sostare e fare post per giorni, ed è per me difficile o molto lungo evidenziarle e discuterle, proprio perché sono tante ed offre una visione più complessa e completa delle argomentazioni affrontate!
    Se mi mettessi ad evidenziarle, finirei forse per trascrivere interi periodi!

    Per estrema sintesi , potrei dire che è un’anello di congiunzione tra l’intervista di Tatti e quella di Roberto Sirigu, vedendo però in lui un aspetto più pratico e più esplicativo del rapporto tra storia e mito, dell’utilità del mito che non andrebbe contrapposto alla lettura razionale della storia ma utilizzato tendendo separati i piani di lettura, e devo dire più pratico e spt per me utile nel dare la lettura degli argomenti svolti e nel cercare una soluzione nel tipo di divulgazione e narrazione alla collettività che non studia la materia ma che ad essa si interessa nel cercare di avere un’ informazione corretta.
    Vedo in lui molta onestà intellettuale, grande capacità di analisi e di lettura ed un approccio corretto e non di frattura verso il mondo degli appassionati, oltre ad un’atteggiamento possibilista e di apertura verso possibili evoluzioni!!

    Non so se sono completamente d’accordo, perché forse ho necessità di avere le idee più chiare, sulla necessità di una narrazione storica miticamente vitale, come propone Roberto Sirigu, forse perché mi chiedo se al mondo di oggi, abbia senso e se al mondo di oggi sia possibile! È possibile una narrazione mitica in una società dove lo spaesamento culturale regna sovrano? Chi può farlo, dato ed appurato la crisi di autorità e visto che le stesse autorità spesso delegano tale racconto o parte di esso a figure che tale autorità non hanno? Come è possibile raggiungere tale tipo di narrazione visto che si sta assistendo ad una frantumazione di surrogati narrativi platealmente esibiti in tante manifestazioni che non solo non ombreggiano di cultura, ma sono manifestamente irritanti, fastidiose e che creano grande disagio in chi vuole avvicinarsi alla materia senza sentirsi preso in giro da manifeste esigenze esibizionistiche rispondenti ad interessi personalistici o a spiccioli ed immediati interessi economici, fatti passare per manifestazioni culturali di dubbio significato?

    Perché gli archeologi odierni dovrebbero superare o contrapporsi alla narrazione Lilliana? Perché non evolvere? Perché non seguire vie alternative che offrono letture variegate e non necessariamente unificanti?
    Perché non accettare il cambiamento e non adeguarsi ad una vista monadica che spiega tutto e tutto rapporta ad un singolo modello di lettura che tende da un lato a semplificare ma anche a fossilizzare?
    Oggi esistono molte specializzazioni del sapere, che da un lato hanno spezzato una visione unitaria e l’hanno suddivisa, ma allo stesso tempo, l’hanno arricchita ed approfondita, occorrerebbe uno studioso capace di inglobare tutti questi saperi e formulare una visione unitaria capace di contenerle in toto , tutte!
    Non credo sia possibile!
    Quando la complessità risponde ad esigenze di generalizzazione, comporta sempre il rischio di una semplificazione e di una limitazione!!

    Ho solo toccato alcuni punti, di varie questioni e letture esposte nell’intervista, anche perché non essendo io archeologo e non conoscendo a fondo nè la materia nè tutti gli aspetti dei problemi connessi alla trasmissione della medesima a vari livelli e stadi di conoscenza , non posso oggettivamente affrontarli.

  2. Nicola SANNA /

    Che dire? Ringrazio, lusingato, la gentile lettrice Giuliana. E ne approfitto per ringraziare Alessia Mocci e la redazione di Oubliette Magazine per aver aperto questo spazio di comunicazione che sta diventando anche uno spazio di discussione. Sono felice che Giuliana abbia colto nelle mie risposte l’intento di preferire la divulgazione all'”atteggiamento di frattura”, per riprendere la sua felice locuzione. Insomma, di fronte al problema di recuperare l’autenticità della nostra storia l’importante è fornire al pubblico degli appassionati gli strumenti culturali per riconoscere quali sono gli approcci seri alla questione: è un problema di democrazia del sapere. Certamente, una volta chiariti i criteri della ricerca scientifica in archeologia, ne deriva il dovere di smontare le proposte fondate su istanze o approcci non scientifici, come io e gli altri intervistati abbiamo cercato di fare. E dato che anche il commento di Giuliana propone tanti temi, credo che dovremo prendere in considerazione, con gli illustri colleghi intervistati e con i tanti altri, la sua proposta di uno spazio di comunicazione divulgativa apposito, al di là dell’ampio e prezioso spazio che Oubliette sta dedicando a questi argomenti; argomenti per i quali credo che questa testata rimarrà un presidio fondamentale. Volevo solo spendere ancora due parole sul discorso della narrazione miticamente vitale: è un tema ripreso dall’intervista al collega e amico Roberto Sirigu e sono sicuro che lui svilupperà presto il discorso da par suo, non so se interverrà anche in questo nostro piccolo scambio. Io intendo questo proposito non nel senso di costruire noi una mitologia ma di non dimenticare quanto l’indagine archeologica riecheggia certe narrazioni archetipiche che hanno alimentato le mitologie: la ricerca, ad esempio, di una conoscenza e/o di un tesoro nascosti, oppure il gusto di immaginare i tempi antichi e le società delle origini. Per questo è così facile vendere elementi narrativi favolistici in quello che dovrebbe essere un rigoroso discorso storico. Lo accennavo nell’intervista e ho usato l’ampia citazione da Guccini per approfondire questo spunto: lui pensa alle storie della letteratura ma poi parla delle storie da ricostruire o immaginare a partire da un oggetto o una casa abbandonati. In questo senso il bisogno che ci muove è lo stesso ma si sviluppa su piani diversi. Infatti, il principale manuale di scavo archeologico in Italia si intitola, non a caso, Storie dalla terra. Ecco, nessuno di noi è Marguerite Yourcenar che indaga l’animo di Adriano ma poi in appendice riporta bibliografi,a analisi delle fonti e dice cosa è storicamente verificato e cosa è stato nutrito da “una partecipazione, la più chiaroveggente possibile, a quello che fu”. Noi non facciamo letteratura, o meglio io non ne sono in grado e non possiamo mischiare stabilmente letteratura e ricerca: forse tuttavia dobbiamo, quando divulghiamo, far trasparire la curiosità, la meraviglia e il desiderio di scoperta che hanno nutrito la nostra passione per questa disciplina, facendo anche i conti con i miti, le leggende e le tradizioni (per le indicazioni indirette che possono fornirci) senza confonderle con la necessità di vincolarsi strettamente alla rigorosa e metodica disamina critica dei dati. Però non dobbiamo dimenticare che chi per passione legge la Storia ha molto in comune con chi ama le storie. E che proprio per questo non merita che gli si raccontino storielle

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