Intervista di Alessia Mocci a Selene Calloni Williams: la psicogenealogia, il daimon e lo sciamanesimo

Intervista di Alessia Mocci a Selene Calloni Williams: la psicogenealogia, il daimon e lo sciamanesimo

Nov 17, 2017

“I sogni, come gli avi, sono immagini che servono ad ampliare la conoscenza del mito che stiamo mettendo in scena vivendo, ci aiutano a conoscere noi stessi e il nostro destino.  Ma anche i sogni, come le immagini degli avi, non vanno approcciati attraverso la mente analitica, essi vanno pacificati mediante il rituale del fuoco, che consiste nel viverli intensamente.” – Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams è scrittrice, viaggiatrice e documentarista, autrice di numerosi libri e documentari a tema psicologia ed ecologia profonda, sciamanismo, yoga, filosofia e antropologia.

Per svariati anni ha praticato in Oriente, e precisamente in Sri Lanka, la meditazione buddhista Theravada. Tornata in Europa, studia psicologia e ottiene un master in screenwriting presso la Napier University di Edimburgo. Incontra quindi il celebre psicoanalista James Hillman che la inizia al mondo alchemico della psicologia del profondo e alla visione immaginale.

Selene Calloni Williams è l’iniziatrice del “metodo simbolimmaginale” o “approccio immaginale” e della scuola italo svizzero degli immaginalisti.

L’approccio immaginale è applicato a varie tecniche e discipline nell’ambito delle professioni fondate sulla relazione d’aiuto e nel campo della crescita personale. Per esempio la Mindfulness Immaginale, la Psicogenealogia Immaginale, le Costellazioni Immaginali, la Regressione Immaginale, etc.

Selene Calloni Williams è inoltre relatrice internazionale. Ha partecipato a numerosi convegni e congressi al fianco di grandi personaggi come James Hillman, Raimon Panikkar, Karan Sing. È stata chiamata in qualità di keynote speaker in diversi atenei (Università di Varese, Università di Padova, ecc.).

Selene è stata molto disponibile nel raccontare il suo approccio alla vita attraverso i suoi studi e pubblicazioni. L’intervista è lunga e pregna di riflessioni che, ci auspichiamo, possano aiutare coloro che girovagano intorno al pozzo. Buona lettura!

 

A.M.: Ciao Selene, ho potuto leggere qualche estratto del tuo libro “Psicogenealogia e costellazioni familiari ad approccio immaginale” e ti faccio i miei complimenti per l’interessante pubblicazione. Vorrei chiedere se puoi spiegarci a grandi linee cos’è la psicogenealogia e la sua genesi?

Psicogenealogia e costellazioni familiari ad approccio immaginale

Selene Calloni Williams: La psicogenalogia è un approccio alla conoscenza di sé che passa attraverso la contemplazione degli antenati. A tal proposito le cose possono essere viste da una prospettiva comune o, come a me piace definirla, da una visione immaginale o ribelle. La prospettiva comune dà per scontato il tempo lineare e quindi la sensazione del prima e del dopo, il principio della causa e dell’effetto, il senso dell’Io e il corpo quale realtà oggettiva. Da questo punto di vista i nostri avi sono individui esistiti in modo oggettivo prima di noi e possono influenzare il nostro destino. L’altra prospettiva è nuova, avveniristica e simultaneamente primitiva, propria dell’umanità prima che l’attuale civiltà prendesse avvio, è una visione secondo natura. Per citare Ungaretti, la nostra civiltà è “un atto di prepotenza contro la natura, un atto contro natura” (si veda su You Tube “Pasolini intervista Ungaretti, “Che cos’è la normalità”). Questo metodo di visione “altro”, non essendo propriamente né nuovo né rivoluzionario, a me piace chiamarlo immaginale o ribelle, perché è spirituale e naturale: la spiritualità e l’ecologia profonda sono atti di ribellione e di libertà. Per adottare la visione ribelle, come spiego nel libro “Lo zen e l’arte della ribellione”, bisogna liberarsi degli “arconti” che sono le norme, le leggi e le regole che abbiamo introiettato e che ci condizionano. Una di queste è sicuramente la convinzione che il tempo sia lineare e non circolare: nella visione lineare del tempo gli eventi appaiono disposti in una sequenza lineare e accadono perché hanno delle cause, mentre in una visione circolare del tempo tutto è presente in ogni attimo e si manifesta perché ha un fine. In trent’anni di studio e lavoro ho approfondito la conoscenza diretta (non solo attraverso i libri ma soprattutto in prima persona) delle popolazioni primitive e animiste ancora esistenti sul nostro pianeta. Per gli sciamani animisti (lo sciamanismo è incentrato sul culto degli avi) gli antenati sono i nostri stessi organi, i nostri spiriti guida. Inoltre per gli sciamani le idee non sono un secreto del nostro cervello, esse sono piuttosto spiriti, dei, demoni e tali sono gli eventi: “enti”, “entità” “spiriti”. Gli organi sono disposizioni, modalità attraverso le quali incontriamo le idee, gli dei. Per esempio il cuore è la modalità della passione, il cervello è la modalità della conoscenza. Queste modalità di incontro con le idee sono spesso comuni a numerose generazioni nello stesso clan familiare, in tal senso, per gli sciamani, i nostri organi sono i nostri antenati. Contemplare le immagini degli antenati è fare un’esperienza viscerale di noi stessi e del perché la nostra anima è venuta. Compiere la missione dell’anima significa realizzarla, poiché essa non è conoscibile dalla mente se non nella misura in cui viene vissuta. Da una prospettiva immaginale e anche sciamanica, spirituale, naturale e ribelle non è propriamente corretto affermare che gli avi influenzano il nostro destino, semmai gli avi sono immagini (“eidola”, per gli antichi, raffigurazioni simboliche e idoli, immagini di culto) che ci consentono di conoscere più profondamente il nostro rapporto con le idee e, quindi, di vivere più intensamente il nostro destino.  L’accento non è posto tanto sul carattere negativo/malato degli avi, bensì sulla funzione positiva che queste immagini possono avere sulla nostra vita una volta pacificate/guarite. Parafrasando Borges posso dire che non esiste un destino migliore o peggiore, ma ciascuno deve compiere il proprio destino. La contemplazione degli antenati, in quanto archetipi, cioè modi d’essere e di vedere le cose, ci aiuta a realizzare il nostro destino. Quella che io chiamo psicogenealogia immaginale è un esercizio di dialogo con le immagini degli avi che ci avvicina alla realizzazione di noi stressi. La chiamo psicogenealogia immaginale perché è sciamanica, cioè ribelle e aiuta a sviluppare un diverso metodo di pensiero, avveniristico e simultaneamente primitivo. Nella nostra epoca, che ha vitale bisogno di creatività, questo è decisamente un metodo di pensiero vincente. È grazie a questa visione diversa che il ribelle si gusta la pioggia, quando tutti gli altri si bagnano: anche la pioggia è anima e non pura materia oggettiva, ma bisogna “vederlo” per “viverlo”. Al fine di dialogare con gli avi, utilizzo vari metodi tra cui il genogramma, le costellazioni familiari e le Carte dei Nat. Queste ultime le ho messe a punto con l’aiuto di una amica sciamana del Myanmar; i Nat infatti sono gli Spiriti di Natura che vivono in Myanmar, sul Monte Popa, sono simboli universali e ci permettono di relazionarci con i nostri avi in quanto archetipi universali. Le Carte dei Nat sono poi state disegnate da un grande artista di arte sacra italiano, Luigi Scapini, che ha preso a modello gli originali birmani, sono in vendita in libreria come allegato al mio libro “Le Carte dei Nat”, edito da Mediterranee. Le costellazioni familiari e il genogramma sono strumenti importanti, possono essere proposti e vissuti alla luce di un pensiero comune, secondo i meccanismi del principio di causa ed effetto, oppure possono essere rituali sciamanici di straordinario potere capaci non solo di portarti a dialogare con le immagini dei tuoi antenati, ma anche di permetterti di sviluppare un pensiero ribelle o immaginale. La visione immaginale ti ridesta dall’impressione che i tuoi avi ti abbiano preceduto, ti sveglia da un sonno ipnotico, liberandoti dal ruolo di vittima. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Luisa si è rivolta a me due anni fa affinché l’aiutassi a realizzare un importante traguardo di lavoro attraverso la psicogenealogia e le costellazioni familiari ad approccio immaginale. Luisa è un’imprenditrice nel mondo della cultura, la creatività è alla base del suo lavoro. Pochi giorni prima aveva avuto un brutto incidente d’auto che l’aveva costretta a non poter presenziare ad una riunione fondamentale per lo sviluppo futuro della sua attività imprenditoriale. Questo incidente, che lei considerava un disastro professionale, era stato l’evento scatenante che l’aveva condotta da me. Luisa mi raccontò che l’incidente era stato causato da un colpo di sonno che le era venuto a causa del fatto che lei lavorava troppo e questo perché nella sua famiglia tutti si erano conquistati la propria posizione lavorando molto, perciò anche lei si sentiva in obbligo di faticare parecchio. Inoltre mi aveva detto che lei era proprio in quell’età in cui sua madre aveva avuto un terribile incidente che l’aveva costretta a zoppicare per il resto della sua vita, mentre sua nonna, alla stesa età, aveva perso i suoi averi a causa della guerra. Facile per Luisa collegare tutti questi eventi in una sequenza temporale di causa ed effetto. Ho cercato di spiegare a Luisa che gli eventi sono “enti”, “entità”, “spiriti”, dei e numi, essi non accadono perché ubbidiscono a leggi di causa ed effetto, ma in quanto hanno qualcosa da dirci, da mostrarci, sono voci dell’anima che ci chiama ristabilire un equilibrio primevo, un ordine universale fondato sull’amore e sulla fede che abbiamo tradito, un patto con la natura e con la bellezza che l’essere umano ha disatteso. Un dio non ha necessità di un perché, lo sapeva bene Euripide che nelle sue Baccanti fece dire al coro: “Nulla accade di ciò che è atteso, ma un dio trova le vie dell’inatteso”. E così gli eventi non hanno bisogno di un perché per accadere. Il perché lo costruisce la mente ma, come direbbero i buddhisti, è sempre chitta maya, “inganno della coscienza”. Quello che ho fatto con Luisa è farle evocare il suo dio, il suo daimon, farle rivivere l’evento dell’incidente: il rumore, il colore, la sensazione fisica, il sapore, la forma dell’evento. E mentre lei era a tu per tu con il suo daimon, ha incominciato a ricordare l’incidente di sua madre e poi è arrivata la nonna con tutta la sua emozione di perdita e rabbia. Mentre Luisa era nella rabbia, nel fracasso delle lamiere che si contorcevano e nel sobbalzo del cuore, nella sospensione del respiro, la sua mente si è completamente annullata. Luisa è uscita dal tempo, io ho visto l’attimo esatto in cui è uscita: il suo ultimo attimo da vittima e il primo attimo della sua libertà. L’ho vista in compagnia del suo daimon, del suo demone, e ho “visto” il demone trasformarsi nel suo più potente alleato non appena Luisa ha rinunciato a capirlo, a dargli un perché, a volerlo fuggire e controllare simultaneamente. Ho “visto” tutti i suoi chakra aprirsi e ho “visto” sua nonna e sua madre al suo fianco, anche loro finalmente libere, perché la libertà di uno è la libertà di tutti; le ho “viste” scaricarsi di dosso il bisogno di passare attraverso lo sforzo personale per conquistare risultati e le ho percepite insieme: distinte ma non separate. I nostri avi sono immagini che ci aiutano a intensificare le esperienze della nostra vita perché a loro volta essi hanno vissuto quelle emozioni e ci aiutano a guardarle anche da altre prospettive. In quelle emozioni vi è il richiamo dell’anima ad abbandonare il controllo, a dire di sì, a ritrovare la fede e l’amore incondizionato per ciò che è, esattamente così com’è, nell’attimo in cui è, nel luogo dove si svolge: eternamente qui e ora. Una costellazione familiare immaginale è la messa in scena di eventi occorsi agli avi e al costellante stesso attraverso l’utilizzo di “rappresentanti”, di persone, cioè, che interpretano i personaggi evocati dalla memoria del costellante. Attraverso questa evocazione –che è un vero e proprio rito sciamanico- il costellante si trova sempre a contemplare grandi emozioni, che sono anima, a dialogare con impressionanti eventi, che sono spiriti. Grazie a questa contemplazione e dialogo egli si porta oltre la mente ordinaria, in uno stato di coscienza ampliato in cui avviene la sua liberazione e il suo risveglio. La psicogenealogia e le costellazioni familiari ad approccio immaginale funzionano perché si fondano sulla pura esperienza al di là di soggetto e oggetto, oltre il tempo e lo spazio. Centinaia di operatori che oggi lavorano in istituti pubblici e privati me lo confermano ogni giorno.

 

A.M.: Essere disobbedienti. Che significa oggi entrare in contatto con Dio?

Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams: L’amore è il più potente atto di disobbedienza e di ribellione che un uomo possa compiere, l’amore ti rende immisurabile, imprevedibile, fa di te un uomo libero, non manipolabile. Il primo passo verso l’amore è la realizzazione dello stato di non dualità, in cui tutte le cose non sono né l’uno né il due, ma il due in uno. Tutte le cose in natura non sono singole, non sono individuali. Il ginepro è inscindibilmente unito allo spirito del ginepro, la steppa è unita allo spirito della steppa, tu sei unito al tuo dio: siete due in uno, distinti ma non separati. Il visibile e l’invisibile sono uno il riflesso dell’altro: dio è un’idea dell’uomo e l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza del suo dio. In quanto riflessi, né l’uno né l’altro esistono nella loro realtà individuale, separata, in verità esiste unicamente la loro relazione. Questa relazione è un costante darsi l’uno all’altro (è indiscutibile che il visibile incessantemente si dia all’invisibile e che l’invisibile, sotto forma di prana, energia vitale, nutrimento e idee, continuamente si faccia humus, nutrimento per il visibile). Questo darsi reciproco è amore. L’amore è tutto ciò che esiste. Ciò non è da leggersi come un rifiuto dell’esperienza di essere nella materia, nella carne, in verità è l’espressione della consapevolezza che tale esperienza è un’esperienza simbolica. Tutto è simbolo in questo mondo: la nascita, la morte, il corpo, la carne sono i simboli del sacro, del sacrum facere, del darsi, dell’amore. Perché l’amore è, in verità, tutto ciò che esiste. Quando dico questo non pretendo che chi mi ascolta sappia già vedere in tutto l’amore, so che è difficile, anzi, in verità è la cosa più semplice del mondo, perciò per la mente umana risulta essere la più difficile. Si tratta di una consapevolezza che non può essere acquisita dalla mente, attraverso un ragionamento, ma unicamente mediante l’esperienza. Sapere che tutto è amore è come conoscere il sapore del cappuccino, non c’è altro modo di afferrarlo che non sia berlo, cioè farne esperienza. E si tratta di un’esperienza che si acquisisce a livelli di intensità sempre più crescenti. Questa esperienza è una grazia, ti arriva se la cerchi ardentemente. Nello yoga sciamanico si dice: se il bhakta (l’amante del divino) cerca ardentemente Bhagavan (il divino nel suo aspetto di puro amore), allora Bhagavan cerca ardentemente il bhakta. Per sapere che tutto è amore devi volere l’amore, devi volere ardentemente l’amore e non devi dare in nessuna parte del tuo cuore, della tua mente e del tuo corpo nessuna possibilità al non amore. Il ribelle ripone una fede impeccabile nell’amore, la quale infallibilmente lo conduce ad essere un uomo libero e realizzato: il mondo quando non può più spaventarti, né governarti, ti si dà per intero. La relazione tra visibile e invisibile, tra uomo e dei o idee, tra umano e divino è definita nozze alchemiche dagli alchimisti e, nella tradizione dello yoga sciamanico e del Mantra Madre, matrimonio mistico (si veda in proposito il mio libro “Mantra Madre”, edizioni Mediterranee). In questa magica relazione vengono creati tutti gli eventi, viene prodotta l’intera immagine dell’esistenza. Si può dire che questa è una relazione erotica, in quanto è procreativa. Il problema ha inizio quando si vogliono formare gli imperi e rendere gli umani e la natura governabili. Capirai che per rendere uomini e natura misurabili, prevedibili e governabili devi assolutamente dare a tutti le medesime idee, gli stessi dei, lo stesso amante invisibile, cioè lo stesso dio. In questo modo, uniti al medesimo dio, tutti creeranno la medesima realtà e qualcuno potrà anche governare questa realtà, magari manipolarla al punto da spingere gli uomini ad uccidere altri uomini. La mente critica, logica è lo strumento che l’uomo utilizza per esercitare la propria illusione di controllo e di potere, l’amore è invece lo strumento del sacro e del matrimonio mistico. Quando la mente non è connessa all’amore crea falsi dei e falsi miti. Gli dei e i miti sociali sono molto pericolosi perché generano sofferenza e paura. L’amore è l’antidoto alla sofferenza, è il vero potere di guarigione. Uniti nell’amore per l‘anima del mondo, (l’anima mundi degli antichi diviene nel cristianesimo lo Spirito Santo), la scintilla divina che è in ogni uomo e in ogni aspetto della natura, possiamo fare ecologia profonda e perseguire infallibilmente la realizzazione e la libertà. Senza questa unione intima, profonda e autentica restiamo manipolabili. L’amore è il più potente atto di ribellione ai falsi dei che un uomo possa compiere. In una certa tradizione gnostica questi falsi dei sono chiamati arconti e rappresentano le norme, le leggi, le regole che abbiamo introiettato e che ci governano dall’interno. Una vera psicologia che punti alla realizzazione dell’uomo è un atto di profonda ribellione, ma per essere davvero efficace deve confrontarsi con il sentimento spirituale.

 

A.M.: Siamo Ercole e Cerbero, siamo l’ombra di Jung, siamo il corpo di dolore. Che la mente sia conscia od inconscia, che il dolore sia latente od attivo, questo stadio della vita di ogni essere umano penalizza fortemente la possibilità di appagante felicità. Le strade per questa sorta di salto quantico sono molteplici, ciò che è “chiaro” è che dal dolore si può giungere all’illuminazione. Quanto è importante la conoscenza dei geni del passato (e del presente) per iniziare il proprio cammino verso la divinità? E quanto è importante riconoscere e perdonare i propri peccati?

James Hillman – Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams: Perdonare i propri peccati è una meditazione ed è fondamentale. Ercole deve affrontare le dodici fatiche perché non riesce a perdonarsi, ha commesso ciò che di più orribile si possa compiere: ha sterminato la propria famiglia, ma l’ha fatto perché la sua mente era stata sconvolta da Era. Nello stato di natura non sarebbe stato responsabile, ma Eracle è un eroe sociale, il primo, forse, il modello originario sul quale il comportamento dell’uomo sociale si fonda. Secondo il pensiero mentale, Luisa ha provocato un incidente perché stressata dal proprio lavoro, oppressa dalla sofferenza delle proprie ave. Per la mente la relazione è tra individui oggettivi e materiali, per il cuore la relazione è sempre tra umano e divino, tra visibile e invisibile. Per il pensiero del cuore Luisa è un principio di consapevolezza che contempla un dio, un’emozione importante, anzi un complesso di emozioni che sono tutte quelle che si scatenano nell’incidente. Se Luisa riesce a “vedere” questo, allora “vede” l’invisibile e con esso può iniziare un dialogo d’amore, di riunificazione, di pacificazione. Gli dei diventano incidenti e malattie perché l’uomo non sa più “vederli”, ma possono tornare ad essere gli alleati più potenti, i compagni, gli amanti degli uomini, se questi ultimi ritrovano la capacità di relazionarsi con l’invisibile, la quale è risveglio, apertura del terzo occhio, l’occhio che “vede” l’invisibile, appunto. L’uomo non è più in grado di vedere negli eventi la presenza del divino perché ha trattenuto il potere per sé, egli vuole essere il solo responsabile degli eventi, colui che li determina, li controlla, li governa. Ma gli eventi sono frutto di una relazione e fino a che l’uomo non ritrova il contatto pieno con l’altro termine della relazione, gli eventi rischiano di travolgerlo. Quando la relazione è ristabilita gli eventi divengono pura magia pura meraviglia, pura gioia e nulla esiste più eccetto la gioia. Capisco che è molto difficile per chi è immerso nel pensiero comune (nella matrix) cessare di ragionare in termini di causa ed effetto di colpa e di responsabilità: tutto il mondo funziona su questi principi, per questo il mondo è nella sofferenza. È difficile ma si può fare in un attimo. Chiudere gli occhi, uscire dalla mente critica, dal pensiero logico, entrare nel pensiero del cuore e perdonarsi fin nelle viscere, benedicendo e perdonando ad una ad una tutte le immagini che sono parte della nostra complessità: i nostri avi, le loro azioni, il nostro bambino interiore, il nostro adolescente e noi stessi, così come siamo: perdonare! Perdonare significa restituire il potere all’anima del mondo togliendolo dalle mani dell’individuo sociale che è vittima di un delirio di onnipotenza. Quando riesci a fare questo, l’universo si illumina, è come se una luce meravigliosa si accendesse all’improvviso e allora scopri che tutto ciò che prima era pericolo, malvagità, orrore e spavento semplicemente non è mai esistito se non nella tua mente, nel tuo delirio di onnipotenza nella tua follia, la stessa con la quale Era ha sconvolto la mente di Eracle. Malgrado riesca a portare a termine le dodici fatiche, Eracle non trova in esse il vero riscatto, che conosce soltanto quando affronta la propria sconfitta finale gettandosi nel fuoco. È solo in quel momento, infatti, che suo padre, Zeus, lo afferra e lo salva portandolo sull’Olimpo e concedendogli, alla fine, quello che lui da sempre ha disperatamente ricercato: essere un dio tra gli dei. Solamente rinunciando a ogni potere si può avere il vero potere, solamente dandosi al fuoco dell’attimo presente si può incontrare la salvezza. Darsi è sempre la chiave magica, ma per darsi all’evento che succede bisogna percepire in esso la presenza del sacro e non si può fare questo se non attraverso l’amore e il pensiero del cuore. Se l’evento è filtrato esclusivamente dalla mente critica non è possibile percepire in esso la presenza del sacro, questo rende vittima l’osservatore della sua stessa mente, lo imprigiona nelle categorie della matrix, della programmazione inconscia. La percezione della presenza del sacro è una luce che si accende e rende tutto meravigliosamente luminoso. Posso spiegare questo con un altro mito, questa volta si tratta di un mito andino. Secondo gli Inca Pachamama e Pachacamac vivevano uniti in un mondo di pura luce e gioia insieme ai loro due figli gemelli. Poi uno stregone malvagio, certo Wakon, si è messo in testa di possedere Pachamama e con un incantesimo malvagio ha fatto sparire Pachacamac rapendolo in un cielo lontano. Da allora la luce è cessata nel mondo, così Pachamama e i due gemelli si sono trovati in un mondo buio, dove la natura, che prima era fonte di gioia, è diventata pericolosa. Ad un certo momento del loro peregrinare nella notte, i tre vedono una lucetta in una grotta, vi si avvicinano e scoprono che si tratta di Wakon che sta cucinando patate. Come li vede, Wakon, al quale il desiderio di possedere Pachamama non è mai venuto meno, manda i due gemelli a prendere altra acqua, con la scusa di voler cucinare anche per loro. Non appena i due si allontanano egli tenta di possedere Pachamama, la quale gli si rifiuta, allora lui la divora. Quando i gemelli tornano, Wakon è ancora grondante del sangue di Pachamama, ma loro non possono vederlo perché è buio. È allora che Pachacamac manda la prima alba sulla terra. I gemelli vedono comprendono, fuggono. Wakon li insegue ma ormai nel mondo splende la luce e quello che prima era pericolo, illuminato dalla luce, torna ad essere aiuto per i due gemelli Tutti gli animali, tutta la natura aiuta la loro fuga. Una volpe li nutre con il proprio sangue e tende una trappola a Wakon il quale, cadendo nella trappola, muore producendo un boato enorme. A questo punto Pachacamac manda sulla terra un arcobaleno e attraverso l’arcobaleno Pachamama, i due gemelli e Pachacamac possono riunirsi per sempre. Eracle che lotta contro il serpente, il leone e Cerbero, il cane a tre teste, rappresenta l’uomo che lotta contro gli aspetti più indomabili e selvaggi della natura, ma che tali aspetti siano nemici o amici dipende dalla luce nella quale li guardi. Nella fine dell’eroe vi è il segreto del suo mito e della nostra vita, perché la vita è la rappresentazione del mito. Non è il mito che descrive la vita, ma è la vita che si svolge sulla base del copione del mito. Ecco perché “vedere” il mito che stiamo mettendo sulla scena della vita vivendo ci dona libertà e risveglio. Il mito può essere “visto” solamente nella luce del perdono e della pacificazione. Perdonare le immagini che abitiamo: i nostri avi, i nostri ricordi è sempre fondamentale. La costellazione familiare imaginale è un grande rituale di perdono e di pacificazione. Perdonare non significa dimenticare, ma concedersi al fuoco del ricordo fino a bruciarne, fino ad esserne purificati e salvati. Chi è bruciato dal fuoco delle passioni, ė curato dal fuoco delle passioni stesse.  Il mondo è pacificato dal mondo stesso, i falsi prodotti dell’immaginazione da più grandi prodotti dell’immaginazione. Il simile cura il simile, così le immaginarie costruzioni mentali relative all’esistenza sono liberate, a loro volta, attraverso forme simili ad esse. Mediante le attività per le quali gli esseri si rovinano, gli esseri stessi possono liberarsi dal condizionamento del mondo.

 

A.M.: Lo stato ipnopompico e la possibilità di trascinare con sé frammenti di sogni. È utile trascriverli? Lo consigli?

Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams: I sogni, come gli avi, sono immagini che servono ad ampliare la conoscenza del mito che stiamo mettendo in scena vivendo, ci aiutano a conoscere noi stessi e il nostro destino.  Ma anche i sogni, come le immagini degli avi, non vanno approcciati attraverso la mente analitica, essi vanno pacificati mediante il rituale del fuoco, che consiste nel viverli intensamente. Se lo stato ipnopompico porta nella consapevolezza della veglia immagini oniriche, queste non vanno passate sotto i filtri della mente analitica per essere asservite al potere dell’Io, ciò fa adirare Ade, il re del mondo degli invisibili, da dove i sogni provengono e dove gli avi dimorano. Dinnanzi alle immagini oniriche bisogna chiedersi di quali emozioni esse siano portatrici e semplicemente accettare di vivere queste emozioni, lasciarsi attraversare, come da un fuoco purificatore. Allora il fuoco brucia i condizionamenti mentali, ci libera dalla gabbia e ci restituisce all’unione con il divino e con l’anima del mondo. I sogni sono immagini, simulacri, spiriti, araldi inviati dal nostro daimon, il nostro spirito guida al fine di liberarci dalla matrix e guarire le nostre sofferenze profonde. Trascriverli può essere utile per ricordarne l’emozione anche a distanza di anni, per essere capaci di ringraziarli anche a distanza di molto tempo. Più si è capaci di ringraziare i sogni e più i sogni ci fanno visita, Ade, infatti, diviene generoso con chi gli si apre.

 

A.M.: Perdere il controllo. Mi sto interrogando spesso su questa impossibilità che vedo nel poter per tutti gli esseri umani, presenti ora sulla Terra, di percorrere un’iniziazione. Non son nuove le teorie che promuoviamo, ci stiamo affidando a testi induisti, miti greci, vangeli, filosofia, mistica, alchimia ed ogni testo esplicito o simbolico prosegue l’opera della via dell’illuminazione. Ma, se in ogni secolo sono esistite persone illuminate e non, come lo vedi possibile oggi? Che sia la tecnologia a poter aiutare la trasmissione di “perdita del controllo”, di “essere disobbedienti”, di “ricerca dell’anima”?

Selene Calloni Williams: Affinché esista per gli esseri umani la possibilità della libertà è necessario che esista un mondo che libero non è. Dialetticamente parlando la libertà è libertà da qualche cosa. Più il controllo si fa esacerbato e più l’esperienza della libertà è semplice per alcuni. Nell’epoca delle tecnologie e del grande fratello, la tecnologia e il controllo stesso aiutano alcuni a liberarsi. Una profezia scritta nei Purana, antichi testi indù, parla dell’avvento di una nuova era, una nuova umanità, guidata da Kalki, discendente della dinastia della Luna. Il momento del grande cambiamento è indicato come il periodo in cui il cosiddetto Kali Yuga volge alla fine. Gi yuga sono le ere nelle quali è divisa l’evoluzione della vita sul pianeta, secondo la visione dell’induismo. Esse sono: Satya Yuga, l’età dell’oro, Treta Yuga, l’età dell’argento, Dvapara Yuga, l’età del bronzo, Kali Yuga, l’attuale età del ferro. Nel Linga Purana si leggono frasi come queste: “Verso la fine dello Yuga di Kali i ladri deruberanno i ladri” “Gli uomini perbene si ritireranno dalla politica”. “Si venderà cibo già cotto sulle piazze”.  “Nessuno vivrà la durata normale della vita che è di cento anni”. “I riti decadranno nelle mani di uomini senza virtù”. “Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno anche i bambini, le donne e le vacche”. “Tuttavia alcuni raggiungeranno la perfezione in pochissimo tempo”. “I meriti ottenuti in un anno nel Treta Yuga possono essere ottenuti in un mese nel Dvapara, in un giorno nel Kali Yuga”. (Linga Purana, II, cap. 39). Nel libro “Discorso alla Luna” ho raccontato della nascita dell’uomo nuovo, si tratta di una narrazione di tipo sciamanico, una “favola di potere” come la definiscono gli sciamani dell’Altaj che ne sono protagonisti, un racconto che attiva nel lettore capacità assopite.

 

A.M.: Lo scienziato Richard Feynman, ragionando sui colori dei petali dei fiori che si sono evoluti per attirare gli insetti impollinatori, sostiene che forse anche gli insetti, così come noi umani, possano vedere o percepire il senso estetico. Possiamo dunque affermare che tutti noi esseri siamo votati all’amore per la bellezza? E quanto c’è di poetico nell’osservazione di questo scienziato?

Gotatuwe Sumanaloka Thero – Selene Calloni Williams – Sri Lanka 2015

Selene Calloni Williams: Non si può che concordare con Dostoevskij nel dire che “la bellezza salverà il mondo” e con Brodskij nell’affermare che se “per il mondo è troppo tardi, per l’individuo c’è sempre una possibilità“. La bellezza è l’aspetto che l’amore assume nel piano dell’evidenza manifesta. La natura è bellezza perché è il sacro, il darsi. Tutto in natura si dà, è impermanente, le immagini amano svanire. Questo darsi è amore per l’invisibile, per l’anima e per il divino. L’istinto della sopravvivenza che riscontriamo in natura è ben diverso dalla paura della morte che è presente nell’uomo. L’istinto della sopravvivenza è la conferma dell’esistenza del sacro, è ciò che rende il darsi un atto di estremo valore. La paura esiste solo in una visione mentale riduzionista che obbliga a vedere esclusivamente la parte e rifiuta di comprendere che la parte è nel tutto. L’uomo primitivo quando caccia la propria preda uccide con essa una parte di sé, giacché il primitivo vive in uno stato di non dualità rispetto al resto della natura, in tale stato cacciatore e preda sono distinti ma non separati. Insieme alla sua preda il cacciatore primitivo è capace di compiere il viaggio nel mondo degli invisibili e di fare ritorno, ampliando in tal modo i confini della consapevolezza al punto da mantenere una unione costante tra vita e morte, le quali sono per lui sullo stesso piano, un piano orizzontale. La morte è per l’uomo primitivo la conferma dell’immortalità di ogni aspetto della natura e il cibarsi è il rito con il quale l’immortalità di ogni essere è celebrata. Ma l’uomo attuale che uccide gli animali e coltiva gli ortaggi con una coscienza differenziata, prigioniera dell’Io, rischia di creare solo sofferenza, generare malattia, violenza e ignoranza. La bellezza in natura non ha un opposto: il brutto non esiste nella natura. La bellezza è un’esperienza orizzontale, dove non ci sono gli opposti verticali che risiedono nel giudizio mentale. La mente umana, invece, è un’esperienza verticale che si costruisce sulla base della divisione tra bene e male, giusto e sbagliato, vantaggio e svantaggio.

 

A.M.: Cos’è, dunque, la percezione della bellezza di come le cose sono?

Selene Calloni Williams: È la vera meditazione, è il grande rito. La contemplazione della bellezza, che si esercita nell’attenzione all’attimo presente, ci porta oltre la mente critica, in uno stato ampliato di coscienza. La bellezza è estasi, rapimento, trance e mette in comunicazione l’umano e il divino. La distruzione della natura è un evento estremamente pericoloso a cui ogni essere umano che possa dirsi tale deve opporsi con la massima determinazione. Attraverso la distruzione sistematica della natura l’uomo diviene sempre più prigioniero dei falsi dei e dei miti sociali.  Stare nella natura, contemplare la bellezza aiuta il processo di liberazione. L’esperienza estetica è al centro dell’esperienza rituale e quindi della vita, essendo la vita e il rituale sacro coincidenti.  

 

A.M.: In una tua presentazione hai parlato di una tribù nella quale non esiste propriamente un concetto di morte, e lo sciamano chiama a raccolta i vivi ed i morti. Mi puoi ricordare il nome della tribù?

Selene Calloni Williams

Selene Calloni Williams: Nella tribù primitiva non esiste la sensazione del tempo così come noi la conosciamo nella nostra civiltà. Questo tempo lineare, fondato sulla sensazione del prima e del dopo, viene portato in essere ad un certo punto nella storia dell’umanità, Esiodo ci dice persino quando e come questo è avvenuto. Il poeta ci racconta che un tempo, durante l’età dell’oro, l’umanità era governata dai titani, in particolare da Crono ed era beata, non conosceva la malattia, la sofferenza, l’invecchiamento e dopo una vita molto lunga e felice gli esseri umani si addormentavano divenendo daimones, cioè spiriti guida dei viventi. Poi è successo qualcosa, gli uomini si sono messi in testa che volevano il potere, il controllo, hanno portato in essere dodici dei, idee attraverso le quali tentare di stabilire un controllo sulle forze selvagge della natura, rappresentate dai titani. Questi dodici dei, gli dei olimpici, hanno combattuto contro il Titani e, nell’immaginario umano, li hanno sconfitti, Zeus ha sconfitto Crono e Ade lo ha imprigionato nel tartaro. Questo atto rappresenta la nascita del tempo lineare. Essere prigionieri del tartaro, infatti, significa essere per sempre separati dal mondo della manifestazione, dal regno del visibile, chiusi in un “altrove” con cui il vivente non ha più contatto. Così nasce la morte come separazione, interruzione della vita, come divisione dei visibili dagli invisibili. Le immagini iniziano ad avere un fine e un inizio perché in questo modo possono essere controllate dalla mente. Ai tempi in cui scrivevo il libro “Le Carte dei Nat e le costellazioni familiari” ho viaggiato molto in Birmania – la patria dei Nat – e ho conosciuto diverse tribù della foresta ancora allo stato animista. In particolare ho stretto amicizia con lo sciamano della tribù dei Palaung dei Chin e dei Karen. Lo sciamano quando suona il tamburo chiama a raccolta i vivi e i morti simultaneamente e quando c’è qualche decisione importante da prendere in seno alla tribù, il capo tribù chiede lumi sul da farsi agli avi, cioè ai morti. Sono i morti che guidano la tribù. Per lo sciamano dei Karen è chiaro che la morte così come l’uomo moderno la vive non esiste. Per lui non esiste qualcosa che possa nascere o morire. Anche nel buddhismo la nascita, la morte e tutte le esperienze fenomeniche sono illusioni che concorrono a creare la grande ruota del samsara, la ruota delle illusioni. Lo sciamano dei Karen non ha dubbi sul fatto che quando, duecento cinquanta anni or sono i suoi avi si trovavano ancora in Tibet o in Mongolia (quella dei Palaung è una etnia cosiddetta tibeto-birmana) lui esisteva e, quando suona il tamburo, può ancora vedersi cavalcare nelle immense praterie al fianco dei suoi avi nomadi. Lui esisteva, anche se non aveva la forma che possiede oggi, aveva piuttosto la forma dei sogni, dei desideri, delle aspettative più profonde dei suoi avi. E così, continuando ad essere voluto, sognato, desiderato, egli ha preso la forma che possiede ora e che un giorno lascerà per divenire spirito guida per i suoi discendenti. Proprio come succede all’elettrone, che è un’onda che si comporta come una particella quando viene osservata, così ciascuna forma dell’esistenza è ora onda ed abita i regni dell’invisibile e ora particella ed abita il mondo delle apparenze visibili, ma, come l’elettrone non cessa di esistere cambiando comportamento, così l’uomo non ha una fine passando da una dimensione all’altra. Il problema semmai è quello di rimanere consapevoli, prima, durante e dopo il cambiamento e il transito da una dimensione all’altra. Questa è una consapevolezza che si raggiunge certamente a mezzo dell’amore, come lo sciamano Karen insegna. Il terzo occhio, l’occhio che “vede” nei mondi invisibili è l’occhio dell’amore. Lo sciamano mi ha insegnato che il segreto è amare incondizionatamente i propri avi. L’amore per gli avi ci permette di “vederci” insieme a loro, ci libera dall’illusione del tempo lineare, quello che scorre in una sequenza irreversibile dal momento della nascita fino all’attimo della morte, e ci conduce verso la sensazione dell’istantaneità di tutte le immagini. Quest’ultima è definita “istantaneità della medesimezza” nello yoga sciamanico. Nel tempo lineare gli eventi sono legati tra loro dalla sensazione della successione temporale, su cui si fonda la sensazione della causa e dell’effetto. Su ciò si costruisce il pensiero logico. Nella tribù animista non esiste una tecnologia o una scienza, perché gli animisti hanno fondato la loro realtà su un diverso mito del tempo. Il mito non descrive una realtà data, il mito porta in essere la realtà. Nella tribù il tempo è medesimezza nell’istantaneità: tutto è nell’attimo presente, tutte le immagini, gli avi, i discendenti, i sogni e la vita, si generano nell’istantaneità del momento presente. Dunque le immagini non sono regolabili sulla sensazione del prima e del dopo e della causa e dell’effetto, perciò il pensiero logico non può svilupparsi e per conseguenza la tecnologia e la scienza non possono avere origine. L’uomo primitivo non ha bisogno di esercitare un controllo sulla natura, egli ha ancora in sé il ricordo dell’equilibrio universale, dell’ordine primevo e porta ancora – indelebile come un marchio di fabbrica – il segno della beatitudine delle origini. Certo questo mondo ha messo a dura prova in molti modi le minoranze etniche, minando la libertà di questi popoli e in molti casi persino la loro sopravvivenza. La nostra è la civiltà della prepotenza, convinta di essere nel giusto ha sempre investito le altre tradizioni con le proprie verità, con la scusa di portare educazione, cultura e saggezza, quasi mai ha preso esempio dai diversi, fermandosi a contemplarli in silenzio.

 

A.M.: Fra tutte le persone che stimo e che sono in vita (a differenza degli altri grandi illuminati che ammiro e che hanno vissuto epoche diverse dalle nostre) vorrei chiederti se conosci Marco Guzzi e Mauro Scardovelli.

Selene Calloni Williams: Sì, li conosco, ho sentito parlare di loro diversi anni fa quando lavoravo con il noto teologo Raimon Panikkar, credo che me ne abbia parlato un allievo di Panikkar. Mi piace il loro lavoro, ci ritrovo l’amore per la ricerca della verità.

 

A.M.: Un poeta. Un filosofo. Un pittore. Un regista.

Selene Calloni Williams: Ovidio, Raimon Panikkar, Frida Kahlo, Ridley Scott.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Selene Calloni Williams: Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato per dire che non sono.” – Luis Borges, tratto da L’immortale.

 

A.M.: Selene, ti ringrazio per questo viaggio tra occidente ed oriente. Consiglio ai lettori la visione di due dei tuoi illuminanti documentari, una tua presentazione e ti saluto citando William Butler Yeats: “Credo nella pratica e nella teoria di ciò che si è, convenuto chiamare magia, credo in quella che chiamerò l’evocazione degli spiriti, sebbene non sappia che cosa siano, credo nel potere di creare magiche illusioni, nelle visioni della verità, ad occhi chiusi, nelle profondità della mente. Credo che i confini della mente si spostino di continuo e che diverse menti possano confluire una nell’altra, per così dire, e creare o rivelare una singola mente, un’unica energia, e che le memorie individuali facciano parte di una grande memoria collettiva, la memoria della natura stessa.

 

Written by Alessia Mocci

 


 

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