“Equilibrium” di Giovanni Allevi: dalla première europea del Teatro Dal Verme di Milano al doppio cd

“Equilibrium” di Giovanni Allevi: dalla première europea del Teatro Dal Verme di Milano al doppio cd

Nov 16, 2017

20 anni fa, nell’affollato scenario discografico dello Stivale, faceva capolino un musicista sconosciuto, benché già da ormai 6 anni iniziato ad una carriera performativa che in seguito, ma solo 8 anni dopo, si sarebbe preso a definire tutt’altro che ordinaria.

Equilibrium – Giovanni Allevi

Tanto “13 dita” (1997) dista dal decimo album in studio realizzato da Giovanni Allevi, “Equilibrium, rilasciato il 20 ottobre scorso sul suolo nazionale e subito posizionatosi in testa alla classifica delle release di musica classica, 13esimo esulando dai generi. È la prima collezione di inediti ad essere distribuita in due cd invece che uno: la ragione non sta nella durata delle tracce, bensì nella volontà di tenere distinti, anche fisicamente, due mondi espressivi differenti, due aspetti di una poetica unitaria e al tempo stesso composita.

Il primo disco ospita 5 pezzi per pianoforte e orchestra d’archi (“Flowers”, “No Words”, “Together”, “Scent of You” e “A Life in a Day”) e 5 per pianoforte solo (“Born to Fly”, “Oxygen”, “Cariño”, “No More Tears”, “Relativity”), eseguiti da Allevi allo strumento e alla conduzione di alcuni membri dell’Orchestra Sinfonica Italiana. Il secondo cd è tutto dedicato al Concerto per pianoforte No. 1, suddiviso in tre movimenti (Mosso, Adagio, Allegro), la cui parte solistica è affidata al navigato Jeffrey Biegel, niente meno che il dedicatario dell’opera, accompagnato nuovamente dalla medesima compagine orchestrale diretta dal nostro.

Ieri, mercoledì 15 novembre, al Teatro Dal Verme di Milano il Maestro Jeffrey Reed ha tenuto a battesimo il Concerto in terra italiana, a quasi 3 mesi dalla première americana, stando l’autore comodamente seduto in prima fila a godersi il fluire delle note; rientravano nel programma anche l’ouverture da Le nozze di Figaro (il saluto dell’orchestra), tutti i brani contenuti nel primo cd ad esclusione di “Relativity”, due fuori programma (“Go with the Flow” da “No Concept”, 2005, grazie al quale Biegel è approdato all’arte di Allevi, e “Back to Life” da “Joy”, 2006, in memoria di Luis Bacalov, Premio Oscar per le musiche de “Il postino”), due encores dall’album “Sunrise”, ossia l’omonimo primo componimento e “Symphony of Life”, e la Fanfara del Guglielmo Tell a mo’ di commiato: evento sold out, naturalmente, scandito da numerose standing ovation…

Equilibrium”, come ognuno finora degli album, da quelli editi con Soleluna a quelli fioriti sotto l’egida della Bollettino e di Bizart, segna un nuovo traguardo che coincide con una svolta, una torsione ulteriore nello stile compositivo. Per far luce sullo stato cui l’evoluzione intrapresa da Allevi è pervenuta è necessario rivolgere al passato lo sguardo (e l’orecchio), nonché riallacciarsi direttamente al suo stesso pensiero, raccolto e a più riprese ribadito e approfondito via via che si pubblicavano i 4 noti volumi, “La musica in testa” (2008), “In viaggio con la Strega” (2008), “Classico ribelle” (2011) e “Vi porterò con me” (2015).

Giovanni Allevi

È anzitutto naturale che dalla decade trascorsa facciano udire i loro echi “Evolution” (2008) e “Sunrise”, i due precedenti cicli sinfonici divenuti progetti di potenzialità tale da raggiungere il vasto pubblico; ne sono stati sviluppati degli ulteriori in verità, a cominciare dai due Concerti per pianoforte e orchestra composti durante il tour ingaggiato dalla band di Jovanotti nel 2002, nel cui entourage Allevi è stato per breve tempo incluso (cfr. “La musica in testa”, p. 82).

Sono da citare poi almeno la commedia musicale “Sparpagghiò la storia e la morte” (presentata nel 2001) e “Sotto lo stesso cielo”, cantata per quattro soli, coro e orchestra completata nel 2010 e tenuta in première nel 2016, nonché l’“Inno delle Marche” (presentato nel 2007) e “O Generosa!”, inno della Lega calcistica di Serie A (presentato nel 2015).

“Evolution” in particolare è divenuto alla sua uscita sul mercato bersaglio di critiche impietose mosse da chiunque (insegnanti, studenti o semplici musicofili) non accettasse l’etichetta di “musica classica contemporanea” con convinzione sbandierata dall’autore. In futuro una simile dichiarazione di poetica non giocherà probabilmente un ruolo d’influenza pari a quella che ha legittimato la Fontana di Duchamp o la dodecafonia di Schönberg, Webern e seguaci, né sembra ci sia riuscita fino ad oggi, ma è indubbia l’entità delle polemiche che ha sollevato, superiori per coesione e accanimento ad una mera quaestio de gustibus.

Allevi ha provato con insistenza a chiarificare la propria ideologia, cosicché le sue parole sono logicamente la fonte primaria cui attingere: Mille volte nei conservatori ho sentito dire che «è inutile scrivere musica, tanto è già stato scritto tutto». Una frase pericolosissima. La tradizione va studiata, capita, compresa a fondo, affinché da questa possa scaturire il nuovo, non per arrendersi a essa e contemplarla in tutta la sua schiacciante bellezza” (“La musica in testa”, p. 206). “La nuova musica classica contemporanea, fresca, emotiva, vivace e contagiosa, a partire dal confronto con i grandi compositori che tutti conosciamo, riceve l’impulso a distaccarsene per affermare le proprie idee, senza l’ansia di essere originali a tutti i costi, perché la musica procede per evoluzione, non per drastica rivoluzione” (“La musica in testa”, pp. 217-218).

Dunque “Evolution”, ma già prima “13 dita”, “Composizioni” (2003), “No Concept” e “Joy”, tutti per pianoforte solo, sono frutto di riappropriazioni di stili preesistenti, contaminazioni consapevoli da altri generi, come magari il jazz, o addirittura rientrano nella sfera del pop? Non proprio: “[…] in fondo cos’è la musica classica se non quel linguaggio colto che fa uso della notazione scritta? Proprio perché il linguaggio è scritto può esprimersi e spiegarsi nel tempo in forme più complesse, rispetto alla semplice alternanza strofa-ritornello di una canzone pop. Questo indipendentemente dal contenuto, che può essere dissonante come nella dodecafonia, o semplicissimo come nell’esperienza minimalista degli anni Settanta” (“In viaggio con la Strega”, pp. 113-114).

Giovanni Allevi

E infatti, prosegue Allevi, “è finita anche l’era della contaminazione. A me non interessa mettere una batteria sotto l’orchestra […]. Come può questa musica dimostrarsi moderna e conquistare il cuore dei giovani? È necessario affidare agli strumenti dell’orchestra una ritmica che sia la cifra della contemporaneità […]” (“In viaggio con la Strega”, pp. 115-117), “un nuovo linguaggio che sia specchio del nostro tempo: […] colorato, pieno di slancio e di poesia, furibondo e dolcissimo al tempo stesso” (“Classico ribelle”, p. 35).

L’impasse sta perciò nel fatto chela musica classica tradizionale ha dimenticato che la sua forza sta proprio nel raccontare il presente” (“Classico ribelle”, p. 74); a questo segno, “l’ultimo feticcio da abbattere è la vecchia idea di Adorno, per cui ciò che è complesso e incomprensibile è di valore superiore […]. Una musica semplice, in quanto complessità risolta, sebbene sia da tutti riconoscibile, non rinnega affatto la sua origine colta” (“In viaggio con la Strega”, pp. 115-119).

Il fenomeno Allevi vive un disagio intrinseco, inalienabile: tenta di imporsi sulla scena, peraltro con una caparbietà onorevole, dopo un secolo fratturato, cent’anni di scismi così radicali e repentini da stordire gli ascoltatori, abituati ad una promenade verso l’avvenire dall’incedere assai più moderato: per cui, con tutte le santificate peculiarità del caso, la maniera in cui scriveva Brahms in relazione a Beethoven è risultata più “naturale” di quanto non abbia fatto Stravinskij rispetto a Fauré o Glazunov, per diversi anni artisti coevi.

In un modo simile stordisce anche il nostro, incastonato in un panorama per certi versi ingessato nella sua riverenza per i numi dell’alea, dei cluster, del serialismo da una parte, della somma eleganza per l’appunto classica dei secoli precedenti dall’altra, ma pure voce fuori dal coro che rifiuta compromessi ubbidienti a utilitaristiche esigenze commerciali (per questo motivo è inappropriato, a proposito di un qualsiasi pezzo alleviano, parlare ad esempio di world music), senza però negare evidenti simpatie per una sorta di “minimalismo diluito”, da tempo in voga, ragion per cui in molti lo identificano come pop, o piuttosto new age.

Dalla sua percepisce di avere le testimonianze della storia, secondo le quali “Mozart, Chopin, Verdi… hanno attraversato la stessa strada. E hanno scelto di inserire nella loro musica melodie e armonie a loro contemporanee” (“Vi porterò con me”, p. 35), creando a loro volta, specifichiamo noi, contemporaneità che progrediva col pubblico stesso.

Giovanni Allevi

È riduttivo tuttavia trattare la musica di Allevi come un blocco dal profilo lineare e levigato: non a caso pocanzi si invitava a constatare l’esistenza di mondi espressivi differenti all’interno del sua inclinazione espressiva. “Equilibrium” ben si presta ad evidenziare la convivenza di identità stilistiche sì collimanti, ma non sempre sovrapponibili: è lo scarto che separa ad esempio “Flowers”, “Relativity” e il Concerto, o già nei primi anni la briosità di “Sogno di Bach” e “L’ape e il fiore” dal tormento di “Toccata in 10/16” e “Piano Karate”, o ancora dal lirismo di “Japan” e “Luna”.

Prima però di avventurarci nella lettura delle impronte di “Giovanni dai mille volti”, è bene sviluppare almeno altre due considerazioni. La prima la lasciamo alle stesse parole del musicista: “Nel nostro tempo siamo abituati a pensare al compositore solo in relazione alle colonne sonore dei film. Ma io voglio che la mia musica, la mia Strega capricciosa, non faccia da sottofondo a niente e a nessuno, perché possiede la forza strutturale per essere indipendente da qualunque elemento extramusicale” (“In viaggio con la Strega”, p. 115).

In tutta la sua carriera sono solo tre gli atti creativi di una certa rilevanza ad essere stati esplicitamente predisposti per accompagnare uno spettacolo di natura autonoma: le musiche di scena per Le Troiane di Euripide, nella versione rappresentata al Festival Internazionale del Dramma Antico di Siracusa (1996), le musiche per il cortometraggio “Venceremos” di Giovanni Stefano Ghidini e Sergio Pappalettera (1998), innestate col titolo “Theme from Guantanamera” nella raccolta “Il nuotatore” (2008), e le musiche per il film “Aria” di Valerio D’Annunzio (2009).

L’esperienza più infruttuosa dev’essere stata senz’altro quella offerta dal lungometraggio, che soffre di una bulimia sonora incontrastabile, dove non solo i frammenti originali vengono reiterati con immotivata e scoordinata ossessione, ma le tracce pregresse come “Aria (per respirare)” (che ratto di basso profilo è stato compiuto!) e “Il bacio” vengono destinate a sequenze di assillante povertà estetica e morale.

L’altro elemento da cui è possibile, ma in una certa qual misura sconsigliabile, prescindere è il temperamento stesso di Allevi, la sua (oggi non più trattenuta) emotività, cifra distintiva che, unitamente all’atteggiamento sul palco, in presenza del pubblico e dei media, l’ha consacrato e stigmatizzato assieme. È plausibile cioè limitarsi ad un discorso puramente musicologico, ma l’apertura circostanziata, non umorale, al Giovanni uomo oltre che professionista non può certo nuocere all’analisi e alle sue conclusioni.

Siamo di fronte a un personaggio che non nasconde come il proprio approccio sensibile al mondo funga da motore inestinguibile della sua fantasia creativa, e vuole condividerne i segreti con quante più persone amiche possibili; siamo di fronte a un personaggio pur sempre risibile sia sul piano delle produzioni musicali e ideologiche che su quello della presentazione e presenza scenica.

Non ci aggrada proteggerlo (o proteggerci) dietro la formula “genio o sregolatezza?”. Preferiamo piuttosto un termine tanto caro a lui stesso: “irripetibile”, al pari del santo Bruckner, del folle Wolf, del suicida Čajkovskij, dello stravagante Satie. Di certo non un’operazione di marketing studiata a tavolino, conoscendo nei dettagli le sue disavventure, né un imbarazzante gigione che vuole a tutti i costi giocare col suo strumento d’elezione se non quando con l’intera orchestra, accettando le sue spiegazioni in merito: dimenticate Arturo Benedetti Michelangeli e Karl Böhm.

Giovanni Allevi

Si diceva che “Equilibrium” muove da “Evolution” e “Sunrise”, senza replicare né l’uno né l’altro. Col secondo condivide la minor unitarietà di fondo rispetto a “Evolution”, architettura di 9 composizioni conchiuse ma pienamente affini, benché siano state concepite in tempi anche non vicinissimi fra loro e all’incisione (“Whisper” affonda le proprie radici ancora nel 2002, “Foglie di Beslan” nel 2004: cfr. “In viaggio con la Strega”, p. 46 e “La musica in testa”, p. 157).

“Sunrise” e quest’ultimo album appaiono rispettivamente bipartito (contiene la Fantasia concertante per pianoforte e orchestra, in 5 movimenti, e “La danza della Strega”, ossia il Concerto per violino e orchestra, in 3) e tripartito; se però il Concerto per pianoforte dimostra una compiutezza evidente, i 5 e 5 pezzi inseriti nel primo disco non formano alcuna suite.

L’equilibrio così chiaramente perseguito dal musicista sarebbe garantito dal mood dominante nel primo cd in contrapposizione a quello caratteristico del secondo: da una parte sta l’Allevi di più immediata ricezione, strutturalmente ed armonicamente pianeggiante (“Born to Fly” in questo senso ha dunque un midollo pop se consideriamo la scansione degli accordi fondamentali, la minore-fa maggiore-do maggiore-sol maggiore), tendente alla melodia contenuta e regolare, costruita spesso per grado congiunto, magari all’unisono (come in “Flowers”), agli arpeggiati iterati (alla base di “No Words” e “Oxygen”), essenziale nell’orchestrazione per quanto concerne i brani con l’accompagnamento degli archi, dal ritmo armonico generalmente trattenuto e ben scandito (come in “Together” e “No More Tears”), oppure maggiormente irrequieto (in “A Life in a Day”, la traccia peraltro meno carente di contrasti ed estesa ed elaborata di tutta la prima sezione).

Dall’altra parte si scatena lo spirito più votato alla tradizione e alla classicità comunemente intesa, non solo poetico e commosso come gran parte della produzione testimonia, ma anche poderoso e insolitamente ampio nelle forme e nell’afflato. Dopotutto, Jeffrey Biegel ha percepito “Franz Liszt [incontrare] Keith Emerson”; Allevi stesso ha affermato già di aver “rubato” l’incipit de “La danza della Strega” da quello del Terzo Concerto di Rachmaninov, quello più sacro ma non più popolare, “per andare dritto al sodo” (“Vi porterò con me”, p. 134).

Concentrando l’attenzione sulla discografia per pianoforte solo risulta oggi evidente, ancora più che non osservando la sola musica sinfonica, come gli anni dopo “Alien” (2010) abbiano registrato una sorta di deviazione nella qualità prettamente comunicativa dei brani composti: dalla brillantezza ed affabilità tipiche alleviane è scaturita una rivincita delle zone d’ombra, quelle più intime e al tempo stesso precedentemente emerse con minor trasparenza, devote ad una cantabilità meno accentuata e non di rado ai modi minori (come in particolare “Yuzen”, “The other side of me”, “Lovers”, “Asian Eyes” e “L’Albatros”, contenuti in “Love”, 2015).

Proprio il nono album potrebbe infatti aver contravvenuto in parte alle aspettative degli uditori, affezionati ai toni più briosi, ostinatamente “positivi”, o passionali e scattanti, piuttosto che alle dichiarazioni d’affetto verso le glorie immortali del passato (perfettamente espresse in “Amor sacro”, ad esempio).

Abbracciando quest’interpretazione, nei brani solistici di “Equilibrium” è possibile vedere la diretta conseguenza di un processo avviato anni or sono, che non si giustifica esclusivamente sul piano metaforico dei molti significati che possono celarsi dietro ogni singolo titolo (e conosciamo il rilievo attribuito dall’autore proprio a questo aspetto), ma anche su quello della scrittura in senso stretto, via via meno limpida, esuberante e virtuosistica, non per questo tuttavia “pigra” o “routinaria”.

Un Allevi che può riuscire meno saporito, in ogni caso, e che fortunatamente cede ad una inopinabilmente sana nostalgia di alcune in parte assopite cifre stilistiche in corrispondenza, sopra tutti gli altri numeri del programma, di “Relativity”, grazie alla cui intelaiatura in prevalenza accordale si torna a captare le atmosfere suggerite da “Sospeso nel tempo” e “Breath (a meditation)” in “No Concept”, per chi scrive l’album maggiormente saturo di poesia e attrito, nonché il più equilibrato in assoluto in virtù della strettissima familiarità condivisa dagli ultimi 8 brani (su 13), concepibili per l’appunto come un unico grande poema.

Tutt’altro affare il Concerto per pianoforte, ambizioso da diversi punti di vista se comparato con le medie costituite dal resto del corpus alleviano, compresa la durata di quasi mezz’ora: nulla di anomalo se inserito, come lo stesso autore vorrebbe, nella tradizione del concerto solistico classico, dove l’esecuzione del Secondo di Brahms raggiunge senza difficoltà i 50 minuti e quella dell’unico in cui s’è cimentato Busoni gli 80.

Giovanni Allevi – Raffaele Lazzaroni

Come anticipato, l’opera supera per unità strutturale le compresenti, ma fa lo stesso con la Fantasia concertante di “Sunrise”, la costituzione della quale tradisce un (per quanto gradevole) accostamento di pezzi conchiusi di probabile ideazione non simultanea, comunque non pianificata in maniera tanto robusta.

Nessun critico che svolga il proprio mestiere con imparzialità disconoscerebbe l’identità di “concerto” a tre movimenti così protesi l’uno verso l’altro, con tanto di cadenza interna nella seconda metà del primo movimento, lungo il doppio del secondo il quale, dalla sua, amplia l’espressività già abilmente dispiegata grazie al secondo tema del tempo precedente, capace tanto di riflessione introspettiva che di maestosa elevazione gravitando attorno alle medesime note, cui poi fa da controparte un finale dal ritmo assai più incisivo, di trascinante forza cinetica.

Come aveva dimostrato già temporibus illis con “Evolution”, in cui “un paio di timpani, un piatto sospeso e un glockenspiel” erano governati dalla logica musicale invece di fare del semplice sfoggio timbrico (“In viaggio con la Strega”, p. 81), l’autore conferma le proprie abilità d’orchestratore, riempiendo la partitura di un amalgama discreto che pare davvero avvolgere con pertinenza la sempre centrale figura dello strumento solista, mai prepotentemente risaltato, così come non sono gonfiate più del necessario le code conclusive, anzitutto garanti della tonalità e del mood d’impianto.

È insomma l’Allevi migliore quello del secondo atto di “Equilibrium, quello dal quale ci aspetteremmo avesse l’ardore di esprimersi più spesso, dando vita a nuovi progetti che invitino il pubblico e insieme il mercato ad aprirsi a musiche cui non si è ammaestrati, dalla ricchezza evidentemente superiore, e che riescano, come dapprima il Concerto per violino (cfr. “Vi porterò con me”, pp. 134-139), a catturare l’interesse di esecutori diversi anche distanti nella geografia, nella formazione e nella sensibilità.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Sito Giovanni Allevi

 

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