Sardegna e Riso sardonico: l’antropofagia, verità di un tabù e mistero di un mito

Sardegna e Riso sardonico: l’antropofagia, verità di un tabù e mistero di un mito

Nov 11, 2017

Antropofagia: s. f. [dal gr. νϑρωποϕαγα, comp. di νϑρωπος «uomo» e –ϕαγα «-fagia»]. –  il cibarsi di carne umana, come uso (detto anche cannibalismo) diffuso in passato presso alcune società primitive (Africa centrale e centro-merid., talune zone dell’Asia sud-orientale e insulare, Oceania, Amazzonia, ecc.): a. endocannibalica o esocannibalica, a seconda che le vittime fossero scelte nel proprio gruppo sociale (individui morti per cause naturali, bambini indesiderati, ecc.), oppure al di fuori di esso (nemici uccisi in battaglia, stranieri catturati, ecc.); a. profana, legata a necessità alimentari; a. giudiziaria, a spese degli individui condannati a morte per delitti o altri motivi; a. rituale, in cui si consumavano le carni delle vittime sacrificate in relazione a riti religiosi; a. magica, in cui si consumavano la carne, il grasso e determinati organi (cuore, fegato, ecc.) di un defunto per appropriarsi magicamente del coraggio, della forza o di altre sue facoltà.

Os Filhos de Pindorama – Cannibalism in Brazil in 1557 by Theodor de Bry

Prove indiscutibili dimostrano che l’antropofagia fu praticata dall’uomo.

Il vocabolo stesso è tabù. Dell’antropofagia “non è bello neppure parlarne”, figurarsi il credere che sia esistita: alcuni sono decisamente contrari[1]. Comunemente, si sostiene che esista nell’uomo un impulso etico teso a salvaguardare la vita umana, una specie di naturale repulsione, che impedisca all’uomo di consumare carne cospecifica. Sono numerose le eccezioni dettate da circostanze “estreme” di necessità e di fame, quali: disastri aerei, naufragi e altre situazioni nelle quali “più che l’amor poté il digiuno”[2]. Il cannibalismo istituzionalizzato si relega alle popolazioni dei “primitivi” ed è lì che viene usualmente cercato e trovato[3]. Altri credono con forza nella realtà del cannibalismo umano e ne producono le prove[4].

Ma l’Antropologia e persino l’Archeologia e la Storia ci raccontano una versione molto cruda.

La natura bellicosa dei Chiefdom più avanzati e dei primi Stati conferma che il sacrificio di animali sugli altari preludeva ad uccisioni umane nei campi di battaglia. Prove chiarissime dimostrano che guerrieri, cui era presumibilmente proibito mangiarsi tra loro, non per questo erano meno inclini ad uccidersi reciprocamente. E poi? Potremmo subito domandarci perché mai gli Dei delle antiche religioni dei primi Chiefdom e dei primi Stati non accettassero carne umana nei sacrifici loro dedicati.

Eppure esisteva il sacrificio umano, in quei tempi antichi: in essi si uccideva un essere umano. Ma tale sacrificio era molto differente dal sacrificio d’animali. Nel sacrificio di animali, il sacrificio stesso era seguito da un banchetto re-distributivo alla popolazione del cibo… Ma le religioni istituzionali non prevedevano che agli Dei piacesse cibarsi dell’uomo, pur accettandone il sacrificio, mentre evidentemente non disdegnavano affatto cibarsi degli animali sacrificati. Perché? Si potrebbe rispondere che agli Dei piacevano le stesse cose che piacevano agli uomini e che per questo rifiutavano di cibarsi dell’uomo. Perché l’uomo rifiuta di cibarsi dell’uomo…

Ma non è affatto così semplice.

Innanzitutto: ecco una ben documentata e recente tradizione d’antropofagia europea, riportata per sfatare credenze errate, ma ormai consolidate, sul cannibalismo…

Dal XVI al XVIII secolo dopo Cristo, sia in Inghilterra sia nel continente europeo i libri di medicina raccomandavano l’uso di un farmaco chiamato “mummy (lett.: “mummia”). Questo farmaco “era ottenuto da resti di un corpo umano imbalsamato, seccato, talvolta polverizzato o preparato in altro modo, preferibilmente da soggetto morto per morte improvvisa, o violenta”. Le farmacie di Londra erano ben fornite di grandi scorte di questo discutibile “farmaco”, ma la richiesta era così grande che esistevano anche negozi appositi, detti “mummy shops”, spesso indicati dai medici stessi[5].

È una forma di cannibalismo indiscutibile e recente, sconcertante, anche se in qualche modo “mascherata”. Ne esistono numerosissimi in tutto il mondo, anche di molto recenti[6].

Un caso di particolare interesse è la cosiddetta “placentofagia[7], presente anche tra gli erbivori, che gli scienziati non sanno spiegare completamente. S’ipotizza che possa servire a eliminare odori atti ad attirare i predatori, oppure a fornire principi nutrienti di cui la madre avrebbe bisogno dopo il parto. Altri – in relazione alla placentofagia umana – sostengono che sia un modo per recuperare sostanze analgesiche ed utili sia all’emostasi dell’utero della puerpera, sia all’inizio della lattazione (prostaglandine e ossitocina). Ma certamente si tratta di tentativi di spiegazione erudita, “a posteriori”, di un comportamento che nell’animale è istintivo e non ben comprensibile[8].

Di fatto la placentofagia è stata in uso un po’ dovunque (anche in Sardegna) fino a tempi recenti: in Toscana far bere alla puerpera il brodo di placenta, ma a sua insaputa, garantirebbe la montata lattea. In Campania per assicurarsi il mantenimento della secrezione lattea si consiglia di tritare la placenta e farla soffriggere: la puerpera ne dovrà mangiare un pezzetto al giorno.

Cannibalism on Tanna – Vanuatu – 1885-1889

Se si è schizzinosi si può anche nasconderla con abbondanti fagioli e pane:  la puerpera sarà meglio in grado di produrre latte. Altre credenze sostengono sia utile sotterrare la placenta sotto un fico (comunque, nei pressi della casa): questa pianta piena di latte assicurerà un’abbondante secrezione lattea.[9] Nella medicina cinese la placenta umana essiccata è usata per curare vari tipi d’astenia, impotenza, infertilità (con il nome di Ziheche).

In altri casi si tratta solo d’una moda recente[10], che invita a riprendere “abitudini naturali e non dannose, quindi lecite”: senza però tenere conto del fatto che sono moltissimi gli atteggiamenti naturali del tutto leciti per gli animali che la nostra Etica d’esseri evoluti e pensanti non consente di seguire.

La placentofagia è presente in quasi tutti i mammiferi[11] ed è ormai in via d’abbandono definitivo nella nostra specie, rimanendo d’uso comune solo nelle popolazioni meno evolute, nelle quali le tradizioni magico religiose resistono ancora.

Reperti umani che suggeriscono l’antropofagia furono trovati nella zona del Pueblo degli Indiani Nordamericani Anasazi tra il 1150 e il 1200 d.C.. Siti simili sono numerosi in quella zona e uno dei primi ad avanzare ipotesi di cannibalismo fu il bioarcheologo C. G. Turner, nel 1967, ma l’opinione fu accolta con incredulità. 
Altre prove arrivarono nei ‘90, quando furono esaminati al microscopio elettronico resti umani rinvenuti in un altro sito abitato dagli Anasazi, nei pressi di Mancos[12]. Oltre a chiari segni di cottura, fu trovata anche una pentola con residui di mioglobina umana, una proteina muscolare presente nel cuore e nei muscoli scheletrici.

Più recentemente, l’analisi dei resti rinvenuti nella grotta di Moula-Guercy, nella regione dell’Ardeche, in Francia, abitata da neandertaliani (tra i 35 e i 125 mila anni fa) ha indotto archeologi francesi e americani a formulare l’ipotesi di cannibalismo, per via del reperimento di ossa umane che recano tagli e fratture simili a quelle su animali macellati. Questa scoperta conferma quella fatta verso la fine del 1800 nel sito di Krapina, in Croazia, anch’essa abitata da neandertaliani.

Le nuove testimonianze emerse nella piccola grotta di Hilazon Tachtit, in Galilea, suggeriscono che i banchetti funebri – cerimonie senza cannibalismo, nelle quali la sepoltura è però collegata con un pasto – iniziarono almeno 12.000 anni fa, verso la fine del Paleolitico[13]. Questi primi rituali gettano le basi per le più elaborate cerimonie di commemorazione dei morti caratteristiche delle comunità agricole del Neolitico.

Una prova a favore dell’esistenza del cannibalismo è data dalla malattia detta Kuru [14], tra i Fore della Nuova Guinea[15]. Si tratta di una patologia del sistema nervoso, trasmessa da un prione simile a quello responsabile del morbo di Creutzfeldt-Jakob[16]. Studiando tale malattia negli scimpanzé, il Nobel C. Gajdusek giunse alla conclusione che era causata da una forma particolare di cannibalismo rituale, che comportava l’assunzione del cervello dei parenti defunti.

Il cannibalismo del Neandertal fu accolto con minore disagio, essendo quest’ultimo più spesso considerato, per sentire comune, un bruto meno che umano, lontanissimo nel tempo. Anche quello dei selvaggi della Papuasia fu accettato. Quello degli Indiani Nordamericani, troppo vicini a noi, già dette molto più fastidio e fu subito messo in dubbio…

Tra le varie forme che l’antropofagia può assumere, quella che forse riveste maggiore interesse antropologico è il cosiddetto cannibalismo di guerra. I racconti dei missionari gesuiti contengono descrizioni dettagliate e per noi orribili, circa il consumo dei prigionieri di guerra al termine di un cruento spettacolo pubblico. Esse sono basate su conoscenza diretta di questo costume, tra le popolazioni del Sud e del Nord America. Missionari protestanti e Governatori occidentali del XIX secolo testimoniano questa presenza anche nelle isole della Melanesia. Studi antropologici descrivono la pratica come presente nella Nuova Guinea interna[17]. E in Europa?

Non esistono testimonianze dirette di cannibalismo di guerra pre-statale in Asia oppure in Europa, per il semplice fatto che i primi modelli pre-statali d’aggregazione umana – precisamente: Banda, Tribù e Chiefdom, che la praticavano – furono superati migliaia di anni fa da società di tipo Statale, che nel tempo ne hanno cancellato tutte le tracce. In queste aree è quindi necessario fare ricorso all’Archeologia, come unica testimone. E tracce di una possibile antica pratica d’antropofagia devono essere prima di tutto cercate per potere essere eventualmente prima trovate e poi accuratamente interpretate.

Cannibalism in Lithuania during Russian invasion – 1571

Un esempio è dato dal problematico “Inno Cannibale”, episodio a sé stante dei Testi delle Piramidi, che si scoprì per la prima volta nella tomba di Unis (Unas, fine della V Dinastia)[18], in cui il Faraone si ciba degli Dei ed in tal modo ne acquisisce i poteri. Inoltre, nel 1979 Peter Warren, docente di Archeologia di Bristol, scavando il materiale di crollo di una struttura nei pressi dell’antico palazzo di Minosse, rinvenne un ambiente interrato che sarebbe stato ribattezzato “la Stanza dei Bambini”. In questo ambiente, infatti, Warren si imbatté in un gran numero di ossa umane, appartenenti ad individui molto giovani[19], mescolate ad ossa di bovini, ovini, suini e canidi.

Alcune ossa furono rinvenute anche all’interno di un pithos, insieme con gusci di lumaca e di altri molluschi commestibili. L’esame osteologico dimostrò tracce di taglio volto al recupero delle carni, cioè lontano dalle articolazioni, come sarebbe stato per un semplice smembramento. L’ipotesi che formulò fu quella di antropofagia (forse solo rituale), ma quest’ultima non è condivisa da altri autori, che ammettono al massimo un sacrificio umano[20]: gli archeologi greci, da parte loro, non ammettono neppure questo.

Eppure, il sacrificio umano è provato, nella Creta Minoica: l’esempio più chiaro è quello del Santuario di Anemospilia, presso Archanes. Vi si trovò lo scheletro di un giovane, sacrificato poco prima del crollo per terremoto dell’edificio: tra le sue ossa fu rinvenuto il coltello sacrificale e la decolorazione delle ossa dimostrò che era morto dissanguato, sdraiato su un fianco e legato, posto su un altare, nel 1750-1700 a.C.  All’inizio, quest’evidenza fu contrastata, in quanto si considerava aprioristicamente la Civiltà Minoica come non violenta e pacifica. Oggi si crede ad un sacrificio, effettuato per ingraziarsi gli Dei, allo scopo d’evitare la distruzione del terremoto.

Andrea Carandini interpreta il rinvenimento di due adulti ed un bambino, seppelliti nelle fondazioni delle mura cittadine di Roma ricostruite nel 700 a.C. come possibili sacrifici umani, che si sarebbero resi necessari in seguito all’obliterazione delle prime mura e che richiamerebbero il mito di Remo[21]. Quindi, i sacrifici umani sarebbero ancora ammessi in epoca così vicina, per scopi religiosi gravi: ma l’antropofagia?

Per comprendere meglio il problema dell’antropofagia, sarà utile esaminare alcune dinamiche sociali nel Pre-Stato (Chiefdom) e nello Stato, sia in Sardegna,[22] sia nel Mondo.

La gente di Sumer, situato tra il Tigri e l’Eufrate, area priva di piogge, ma acquitrinosa e ricca di paludi, sperimentò prestissimo l’irrigazione di zone asciutte contigue. Presto (intorno al 4350, stando agli archeologi), l’economia divenne dipendente da un’estesa rete di canali, in quella che fu la prima Civiltà Idraulica.  Ma i sudditi dei Chiefdom locali, vessati da tasse e turni pressanti di lavoro, s’accorsero allora di non potere più fuggire: non potevano portarsi via con sé i canali e non erano più adatti alla vita nomade del pastore, non potevano affrontare il deserto[23]. Restarono: pur non essendo schiavi, non erano veramente liberi. Col tempo, si giunse allo Stato: i regni indipendenti datano al 3200 a.C.. Infine, un regno più aggressivo degli altri (Sargon, circa 2350 a.C.) unificò tutta la Mesopotamia.

A questo punto, l’organizzazione statale era ormai forte, complessa, grande e multi-sfaccettata, tanto da potere assorbire ed utilizzare nel lavoro servile le numerose nuove presenze di nemici catturati in guerra. Avere più sudditi – servi, oppure liberi – avrebbe aumentato il surplus da essi prodotto con il lavoro e quindi avrebbe in ultima analisi resa più ricca e potente la classe dominante dello Stato. In una società complessa organizzata, quindi, è più appetibile il lavoro servile, che può permettere di aumentare tasse e tributi: è decisamente meglio consumare i prodotti del lavoro degli schiavi a lungo nel tempo, piuttosto che consumare la carne del loro corpo una volta sola.

A causa dell’esigua capacità produttiva delle loro economie, invece, la Banda ed il Villaggio non possono usufruire dei vantaggi a lungo termine offerti dalla cattura dei nemici: infatti, producono appena abbastanza per se stessi. Non possiedono un apparato militare in grado di costringere i prigionieri a servire un governo centralizzato e – infine – non possiedono una classe dominante che si mantenga attraverso il prelievo fiscale. I nemici sconfitti dalla Banda o dal Villaggio, pertanto, non possono essere inseriti in attività per produrre un surplus di beni o servizi: tenerli come schiavi prigionieri significa solamente doverli nutrire, cioè l’onere di lavorare per mantenerli. Ecco perché – in genere – il destino degli avversari vinti, in questo caso, è la morte, oppure la dispersione quanto più lontano possibile dai confini. Ma – spesso – se i nemici vinti in guerra non possono servire da vivi come produttori di cibo, possono servire altrimenti da morti, proprio come cibo: questo è il cannibalismo di guerra. Orribile, per la nostra sensibilità attuale, ma vero.

Un chiaro esempio accertato è dato dagli Aztechi. Già la spedizione di Cortez rinvenne nella piazza di Tenochtitlan un vano con migliaia di teschi umani[24]. Diversi cronisti occidentali riportano in dettaglio le violente cerimonie d’uccisione ed il consumo re-distributivo che si faceva dei prigionieri di guerra. Evidentemente, gli Dei Aztechi gradivano la carne umana! Perché?

People of the Islands Recently Discovered – Woodcut by Johann Froschauer – 1505

Il motivo principale è stato riconosciuto nell’ambiente geografico nel quale essi vivevano: l’assenza assoluta d’animali erbivori che – a partire da erbe e cellulosa indigeribili per gli uomini – producessero carne, era seguita dalla conseguente assoluta mancanza di latte e derivati. In considerazione del fatto che una dieta autenticamente vegetariana determina nell’uomo adulto alcune gravi carenze (ed è assolutamente pericolosa per il bambino, la donna gravida o pazienti traumatizzati, feriti o affetti da virosi)[25] si deve tenere presente che gli Aztechi assumevano giornalmente meno della metà dei proteine e grassi di quello che è lo standard della FAO. Essi erano, in un raggio di 30 km dalla capitale circa 1.500.000: è stato calcolato che assumevano al massimo pochi grammi di proteine al giorno. È logico presumere che le credenze religiose degli Aztechi siano state almeno influenzate da un ambiente così poco generoso? È credibile ipotizzare che i loro Dei avrebbero anch’essi rifiutato la carne umana, se nell’ambiente Azteco fossero esistiti buoi, bisonti, capre, pecore, lama, alpaca, cavalli?[26] Probabilmente, sì.

Si deve ammettere – malgrado la comune repulsione verso l’argomento spiacevole – che l’antropofagia, in una qualunque sua forma, sia stata pratica comune quasi ovunque, seppure più spesso in periodi antichissimi, in qualsiasi popolazione. Una volta dimostrato che vi sono abbastanza elementi per affermare che il tabù è verità, è il momento di trattare del mito.

Gli unici resti umani protosardi su cui siano stati effettuati alcuni studi (che già per onesta ammissione degli autori stessi sono limitati ed incompleti, essendo quasi esclusivamente morfologici), si sono focalizzati su ossa e sulle dentature, rinvenute nelle varie sepolture, di tutte le epoche: grotte, tafoni galluresi, ciste, Domos de Janas e Tombe dei Giganti.

Si assiste alla comparsa di lesioni ipotizzabili come “prodotte da scontri di guerra nel gruppo dei diffusori della Cultura di Ozieri nel Neolitico Medio. Nell’Eneolitico (Monte Claro), tali reperti di problemi traumatologici aumentano in modo evidente. Il ricercatore antropologo o medico biologo in questi casi consulta l’archeologo e mette – quasi naturalmente – questi fenomeni in rapporto con la comparsa della cosiddetta architettura “militare” di Padria, di Monte Baranta, di Monte Ossoni etc.

Non risulta che siano state neppure cercate tracce, o prove, d’antropofagia tra i reperti umani rinvenuti in Sardegna. In realtà, non sono stati neppure condotti estensivamente esami di composizione per risalire alla dieta. Anzi, sembra che da alcune domos de janas remote, le ossa non siano neppure state prelevate. Si ritiene che i defunti fossero inumati in posizione fetale e (forse) dipinti con ocra rossa.

Non esistono studi più approfonditi sul trattamento che i corpi eventualmente ricevevano prima e dopo la morte. È vero che – per le domos de janas e le altre sepolture sarde – esistono seri problemi di molto lungo periodo d’uso[27], di riuso anche recente, di profanazioni e rimaneggiamenti già in antico, che complicano assai l’approccio dello studioso. Gli studi più completi, dal punto di vista medico ed antropologico, restano quelli del Germanà[28]. Ma – anche nel suo caso – si comprende bene che egli era attratto solo dalle patologie naturali[29], dalle misure antropometriche, dallo stato di nutrizione dedotto e dalle terapie sorprendenti per l’epoca (ad es.: trapanazioni riuscite in vita). Egli stesso ammette che il primo limite è dato dall’effettuare tali valutazioni solamente a partire dal tessuto osseo. Le  patologie traumatiche inducevano a pensare a “ferite di guerra”[30]. Il rinvenimento di “decine d’individui, ammucchiati disordinatamente, alcuni cremati ed altri no[31] l’induce a pensare ad una pestilenza, non ad altro. Nello stesso gruppo, “un’elevata percentuale (55%) di mutilazioni – ovviamente post mortali – del forame occipitale è riferita a rituali magico-religiosi[32] non conduce i ricercatori alla formulazione di alcuna ipotesi ulteriore sul rito, che evidentemente, invece, mirava a realizzare un ampio e facile accesso proprio all’encefalo, dopo avere staccato la testa dal corpo del defunto… Si tratta di dettagli piuttosto importanti, invece, che non andrebbero trascurati, proprio perché il “bersaglio” di tali manovre è con ogni evidenza il cervello (ed il suo successivo consumo in un pasto rituale).

Finnish soldiers show the skin of Russian soldiers eaten by their comrades in Maaselkä

Esiste un tipo d’esame biochimico rivelatore, purtroppo ancora poco pubblicato in Sardegna, che si potrebbe eseguire sui resti ossei (visto che purtroppo il clima sardo non permette a molto altro di arrivare fino a noi) e che invece non è stato utilizzato così spesso come si sarebbe potuto fare: è l’analisi degli isotopi stabili.[33] Gli isotopi di un elemento sono sostanze che possiedono il medesimo numero atomico, ma un differente numero di neutroni.

Dato che ogni alimento che l’organismo digerisce possiede una propria caratterizzazione isotopica, che si trasmette ai tessuti corporei dopo la loro assimilazione e vi rimane per numerosi anni, l’analisi degli isotopi stabili permette di stabilire la dieta del soggetto nell’ultima parte della vita: permette cioè di stabilire di che cosa (vegetale, o animale, carne o pesce) il proprietario dell’osso si fosse cibato[34]. È con studi simili che si è stabilito, ad esempio, che il mare non costituiva affatto un’importante fonte di cibo nei periodi Mesolitico, Neolitico o Età del Bronzo, nei paesi costieri Mediterranei, a differenza di ciò che invece accadeva nei paesi Atlantici[35].  Si è analogamente potuto stabilire la data (1000 a.C.) dell’introduzione del miglio africano in zone quali Micene. Il metodo è affidabile ed utile.

In questa situazione sarda di documentazione un po’carente, è forse possibile stabilire se i Sardi preistorici indulgessero in quella che al giorno d’oggi sembra un’inaccettabile aberrazione, ma che nell’antichità era una pratica comunemente adottata? Esistono alcuni pro ed altrettanti contro…

Le risorse del suolo sardo – intese come superficie di terreno produttivo coltivabile con le tecniche antiche – erano scarse. Ma ciò era controbilanciato da fattori importanti: innanzitutto il numero totale della popolazione sarda, sempre caratterizzato da cifre assolutamente basse. D’altro canto, seppure l’ambiente non offrisse grandi estensioni di terreno di prima qualità, sicuramente era molto più generoso dal punto di vista faunistico, con abbondante offerta per la caccia e la pesca. In seguito, l’allevamento fu certamente praticato: l’archeologia mostra anzi i primi segni dell’impoverimento di boschi dovuto proprio a questa pratica crescente.

Le tracce archeologiche, biologiche e paleobotaniche depongono anche per una dieta completa e varia della popolazione sarda, in quasi tutte le epoche.  Questo eliminerebbe ogni ipotesi di un’antropofagia di necessità, del tipo Azteco.

È ancora discusso se i protosardi abbiano mai raggiunto lo stadio organizzativo di Chiefdom, cosa che forse sarebbe avvenuta all’inizio del Ferro[36]. Ma è certo che abbiano attraversato la Storia, dalle poche migliaia di presenze del Paleolitico, nello stadio aggregativo di Tribù. Come già detto, tale tipo di aggregazione è proprio quello che giustifica eventualmente l’antropofagia di guerra. Nel corso di Neolitico, Eneolitico e tutto il Bronzo, complessità sociale, numero di abitanti, stratificazione della società, ricchezza e varietà di scambi e di attività appaiono in continua e progressiva crescita, con la fioritura di una Cultura Monumentale.

Quindi, riassumendo: per quanto concerne una possibile spinta ambientale verso l’antropofagia di necessità si può risolutamente rispondere negativamente. Ma cosa si può affermare per quanto concerne il fenomeno di “antropofagia di guerra”, oppure anche per quella magico-rituale, che – per quanto imbarazzanti – sono state pratiche più comuni ed universali di quanto si pensasse, seppure in tempi antichissimi?

Certamente, agli inizi, le antiche società sarde non avevano l’elasticità, né le risorse per potersi avvalere di un’attività servile estranea, dopo un’eventuale guerra vinta. Dei riti si conosce poco e nulla, anche per la già accennata carenza di ricerca. La certezza non è data, quindi, ma la possibilità non è affatto esclusa.

Il Mito, ad esempio, parrebbe adombrare proprio tale ipotesi, rafforzandola.

Esistono alcune particolari suggestioni, quali quella del mitico “riso sardanio”: l’espressione assomiglia molto e forse si accosta troppo vicino alla “laughing desease”, che caratterizza un sintomo descrittivo della malattia neurologica detta “Kuru” (“tremore”, per i Papua).

Le neurospongiosi sono encefalopatie trasmesse dai prioni[37] che vengono assunti  toccando e mangiando carne infetta. Nei bovini (che non contemplano nella loro dieta naturale la carne), i prioni erano assunti a mezzo di “mangimi” illegali che contenevano carne ed ossa di bovini macellati ed erano ovviamente infetti… Nell’uomo, la malattia è legata in genere alla pratica del cannibalismo: non si sa bene se il contagio sia anche causato dalla manipolazione della carne cruda, come si pensava dell’infezione Kuru dei Papua (che maneggiavano il cervello del defunto, prima di cibarsene ritualmente). Sta di fatto che gli australiani vinsero alla fine la malattia solo proibendo il cannibalismo. I casi più recenti, invece – avvenuti nel mondo occidentale – riguardano l’assunzione di carni bovine infette, probabilmente per contatto con tessuto nervoso infetto.

Il dubbio che resta, per la Sardegna, è: ammesso (e non concesso, naturalmente) che il riso sardanio fosse uno dei sintomi – il più impressionante – della neurospongiosi di Creuzfeldt-Jacobs, perché la malattia finì da sola in Sardegna? Perché non ci furono più altri casi?

Maschera punica spesso associata al Riso sardonico 

Certamente, si tratta di troppo tempo fa, perché i cronisti riportassero al riguardo notizie complete. Il dubbio si potrebbe almeno in parte chiarire se esistessero prove di ossa umane ritualmente “trattate”, oppure macellate in modo indiscutibile, in Sardegna, in alcune delle sepolture più antiche. Perché ciò costituirebbe la prova dell’esistenza di una possibile via di contagio da prione, anche in assenza di antropofagia (che comunque perdoneremmo, in una popolazione così antica). Purtroppo, pur nelle molte difficoltà oggettive che lo studio delle sepolture più antiche della Sardegna presenta, sembra che proprio nessuno abbia mai avuto anche solamente l’idea di ricercare con criteri medico-biologici e chimici fra questi antichi (e preziosi) resti.

Dello stesso senso sono i miti cruenti a cui si rifarebbero espressioni recenti quali il sardo “Carrasegare”, molto meno neutra dell’italiano “Carnevale”, che pure possiede un più velato, ma identico significato…

L’abitudine di consumare carne cruda, oltre ad essere presente anche in altre zone non solo italiane, non è probabilmente da mettere in relazione con questa possibilità inquietante.

Le nuove testimonianze emerse a Hilazon Tachtit, in Galilea, suggeriscono che i banchetti funebri iniziarono almeno 12.000 anni fa, verso la fine del Paleolitico, tra i Natufiani[38]. Questi primi rituali gettano le basi per le più elaborate cerimonie di commemorazione dei morti caratteristiche delle comunità agricole del Neolitico. Probabilmente ogni tipo di banchetto funebre in tutto il mondo deriva da qualche antica pratica d’antropofagia magico-religiosa. Gli archeologi hanno rinvenuto tracce sicure di antropofagia rituale funebre in Europa Orientale Meridionale (Ucraina) risalenti a 32.000 anni fa[39].

In ogni caso e in assenza di studi mirati e documentazioni univoche, l’unica considerazione finale possibile al momento – per la Sardegna – è incerta e non conclusiva.

L’unica conclusione circa l’esistenza dell’antropofagia (bellica, o rituale, o magica) in Sardegna, può essere così enunciata: le possibilità della sua esistenza, seppure in tempi preistorici remotissimi, sono le stesse che in qualsiasi altra terra coeva circostante.

La possibilità che il riso sardanio fosse un sintomo estremamente impressionante di una malattia neurologica mortale, trasmessa attraverso il cannibalismo rituale, da un contagio ancora oggi poco noto, rimane tutta da verificare, se qualche ricercatore sardo mai vorrà e potrà farlo. Fino ad allora, possiamo continuare ad attenerci alla tesi corrente, secondo la quale la medicina ufficiale s’è ormai appropriata arbitrariamente del riso sardonico[40].

Il consenso comune lo considera provocato originariamente dall’avvelenamento rituale con l’herba sardonia[41]. L’espressione ha riempito pagine di storie mitiche e di versi famosi.

Concludendo, si può affermare che l’antropologia suggerisce la concreta possibilità della pratica antichissima dell’antropofagia in Sardegna, più probabilmente a carattere magico rituale, mentre il terribile “Riso Sardonico” conserva ancora il suo carattere elusivo e misterioso, di un Popolo che Ride sprezzante di fronte alla Morte. Il Tabù antico cade, forse, ma il Mito sardo certamente resiste.

 

Written by Maurizio Feo

 

 

 

Note

[1] Arens, W.: “Man Eating Myth: Antrhopology and Athropophagy”- 1980.

[2] Tre episodi in particolare sono famosi: il “Donner Party”, un gruppo di coloni rimasti isolati verso la metà dell’800, mentre erano in viaggio verso la California;  quello dei giocatori di rugby precipitati con l’aereo sulle Ande nel 1972; la spedizione di sir Franklin, partita nel 1845 per cercare il passaggio a NordOvest, di cui non si seppe più nulla. A parte quello Dantesco del Conte Ugolino…

[3] Gordon-Grube, K.: “Antropophagy in Post-Renaissance Europe: the Tradition of Medieval Cannibalism”, American Anthropologist, N° 9, 1998, pagg. 405-409.

[4] White, T.: “Prehistoric Cannibalism at Mancos”, 1992;  Zigas, V.: “Laughing Death: The Untold Story of Kuru”, 1990; Harris, M.: “Cannibals and Kings”, 1991; “Good To Eat”, 1998; “The Rise of Anthropology Theory”, 2001.

[5] Harris, M.: “La Nostra Specie” (“Our Kind”) – RCS, 2002, Milano.

[6] Fino al 1980, il GH (“Growth Hormone”, ormone della crescita o Somatotropina) era estratto da ipofisi di cadavere e somministrato ai vivi: ora si produce in laboratorio, con tecniche genetiche (GH ricombinante).

[7] L’atto (della femmina di molti mammiferi) di cibarsi della propria placenta subito dopo il parto.

[8] Janet Balaskas nel suo Manuale del parto attivo (pag. 149) fa notare come studi recenti dimostrerebbero che anche solo mettendo un pezzo di placenta cruda fra le labbra della puerpera si possano indurre contrazioni uterine antiemorragiche.

[9] P. Sarti. Gravidanza e puericultura. La guida completa. Dal concepimento ai sei anni, Pag 99.

[10] Nicole Kidman e Tom Cruise dichiararono pubblicamente che si sarebbero cibati della placenta del loro figlio, qualche anno fa.

[11] È assente nei cetacei e nei marsupiali.

[12] White, T.: “Prehistoric Cannibalism at Mancos”, 1992.

[13] G. e N. Munro: Proceedings of the Nat. Acad. of Sciences, Univ. Connecticut: vi si descrive la sepoltura di una sciamana Natufiana. I Natufuani furono tra i primi ad abbandonare la vita nomade.

[14] Detto anche “Laughing desease”, (malattia del riso): l’infarcimento emorragico del midollo allungato e del ponte producono scoppi di riso irrefrenabile (e pianto) immotivati. Zigas, V.: “Laughing Death: The Untold Story of Kuru”, 1990.

[15] http://www.youtube.com/watch?v=drq0j0T-yrc&feature=related

[16] Una neurospongiosi umana, analogo umano di quella bovina, meglio nota come “mucca pazza”.

[17] Dovuta anche alla mancanza di proteine animali, che sulle coste è supplita dal pesce.

[18] Lichtheim, M. : “Ancient Egyptian Literature, vol 1”. University of California Press – (1975).

[19] Almeno quattro bambini, d’età intorno ai 10 anni.

[20] D.H. Hughes, “Human Sacrifice in Ancient Greece” – Routledge, N.Y. (1991).

[21] La violazione delle mura, o dello scavo di esse, o delle relative pietre terminali, determinava una condanna divina, che poteva essere espiata solo con l’uccisione del colpevole, escluso dalla comunità e consacrato alle divinità infere.

[22] Perra, M.: “Osservazioni sull’evoluzione sociale e politica in età nuragica” Riviste di Scienze e Protostoria, LIX, 2009 355-368.

[23] L’isolamento è una delle condizioni che conducono alla formazione della Chefferie o Chiefdom.

[24] A seconda degli autori: da 136.000 a 60.000, comunque un numero impressionante.

[25] La carne è fonte di: Ferro, Vit. A, ed E, tutto il complesso B, inclusa la B12, che non è presente in alcun vegetale; il suo grasso è essenziale per assorbimento e trasporto delle Vit A, D, E, K.

[26] Esistevano il tacchino ed il cane. Il primo, troppo scarso, necessitava comunque di essere alimentato con cibo adatto agli uomini. Il secondo, essendo carnivoro egli stesso, era un controsenso, come animale da carne.

[27] Si va dal Pre-neolitico/neolitico antico della Grotta Corbeddu (15.000 aa fa) fino al Bronzo recente(1380-850 a.C.).

[28]L’uomo in Sardegna”, Ed Zonza, 1998, Sestu Ca.

[29] Ne riporta una vasta varietà: odontopatie, osteopatie acute e croniche, anemie, tumori, difetti di sviluppo, deformità etc.

[30]  L’esposizione del cervello, le mutilazioni facciali, ossa bruciate, smembramento, segni di lama, rottura di ossa e tracce d’ascia di pietra, assenze di vertebre: sono tutti criteri d’identificazione del cannibalismo per tutti gli archeologi del mondo. Non per quelli sardi, sembra.

[31] Nella grotta di Tanì (Su Cungiareddu de Serafini) – Ca, in un contesto culturale Monte Claro (periodo eneolitico).

[32] Maxia C., Fenu A., “Sull’Antropologia dei Protosardi e dei Sardi Moderni”- Nota IV Rendiconti Seminario della Facoltà di Scienze, Univ. Cagliari, 2,44, pp1-84 1963.

[33] L. Lai, R. Tykot, M.R. Manunza, E. Usai, E. Goddard, D. Hollander: “Dieta e società a Is Calitas: contributo degli isotopi stabili”. Altri studi riguardano le due fasi Campaniformi della tomba di Padru Jossu di Sanluri (Ugas, 1982), il Neolitico recente di San Benedetto, Iglesias (Floris, 2001). Alcuni studi – seppure eseguiti – non sono stati ancora pubblicati.

[34] Gli isotopi più indicati per questa indagine sono quelli costitutivi del collagene osseo (13C e 15N), oltre al carbonato minerale (13C).

[35] R.H. Tykot: “Stable isotopes and diet: You are what you eat”. IOS Press. Amsterdam 2004.

[36] La condizione di numero sufficiente di popolazione e di “circoscrizione” (mare) erano sicuramente presenti. La re-distribuzione non è stata provata in modo definitivo.

[37] “Prion” è un neologismo coniato dal Nobel S.B. Prusiner nel 1982, derivato da “protein” e “infection”, in quanto si tratta di una proteina (modificata nella disposizione spaziale), che si comporta come agente infettante (di una malattia per ora sempre mortale).

[38]Proceedings of the National Academy of Sciences”, Munro, N. zooarcheologa dell’Università del Connecticut e Grosman, L. archeologa dell’Università Ebraica di Gerusalemme.

[39] Località: Buran-Kaya III in Ukraina, comunicazione di Stephane Pean, paleozoologo ed archeologo del Museo Nazionale di Storia Naturale, Parigi – Luglio 2011.

[40] Per descrivere la contrattura del muscolo massetere (“trisma”, o lockjaw) causata dal Clostridio del tetano. Il t. si accompagna anche a crisi spastiche dei muscoli di faccia e collo, così che il paziente assume un aspetto caratteristico (riso sardonico). In tal caso è parte di una contrattura generalizzata di tutti i muscoli antigravitari. Vi sono anche altre cause generali di t.: altre affezioni del sistema nervoso centrale (meningite cerebro-spinale epilessia, encefalite epidemica, rabbia, siringomielia), avvelenamento da stricnina, intolleranza a fenotiazine, isterismo. Inoltre il t. può essere l’espressione di un processo infiammatori locali particolarmente forti.

[41] In realtà, non sarebbe l’Apio Rustico (Apium Risum), bensì una pianta delle ombrellifere, d’origine sardo-corsa, simile al sedano selvatico (Oenanthe Crocata, chiamato variamente in sardo: Apiu areste, Fenugu de acqua, Turgusone, Lua).

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