Sardegna e Bronzetti #3: l’archeometallurgia degli archeologi, geologi e studiosi delle tecnologie dei metalli

Sardegna e Bronzetti #3: l’archeometallurgia degli archeologi, geologi e studiosi delle tecnologie dei metalli

Nov 4, 2017

I bronzetti sardi, esercitano ancora oggi su tutti – esperti e profani – un fascino particolare, non diversamente da come fanno anche le statuette Cicladiche egee: si tratta di forme d’arte minore, considerate per lo più votive e quindi stilizzate e simboliche. Esse ci confrontano con più domande che risposte, al loro riguardo.

Archeometallurgia

L’alleanza fra archeologi, geologi e studiosi delle tecnologie dei metalli, può produrre un approccio interdisciplinare, che qualcuno ama chiamare Archeometallurgia.

L’Archeologia Scientifica, attraverso analisi chimiche, isotopiche, mineralogiche e metallografiche, con l’aiuto di conoscenze pratiche sul campo dell’Archeologia Classica e dell’Archeologia Sperimentale, può formulare importanti e più concrete ipotesi storiche e soprattutto con maggiore sicurezza.

Questo è tanto più vero e necessario soprattutto per la Sardegna, che recentemente è investita dall’ondata della fantarcheologia rampante di moda, in parte dovuta ad inattività e mancanza d’iniziativa (oltre che di fondi) dell’ambiente accademico[1].

L’unico censimento esistente fin qui è la catalogazione tentata dal Lilliu nel 1966[2], secondo il quale il numero delle statuette ancora superstiti ammonterebbe a più un migliaio: più di 500 esposti (o nascosti) in musei Sardi e Italiani ed un numero maggiore facente parte di collezioni pubbliche o private, sparse nel mondo[3]Gli “studi” effettuati su tali statuette sono stati, per lunghi anni, soltanto descrittivi, limitandosi a catalogare forme, dimensioni, somiglianze e “tipi”. Si dava per scontato che – essendo esse di bronzo – appartenessero all’Età del Bronzo e fossero ovviamente nuragiche. Esse, cioè, rappresentavano il popolo costruttore dei Nuraghi ed il suo ambiente contemporaneo[4].

Adesso si può scientificamente affermare che non è così.

Quando si cerca d’immaginare i “Nuragici” il pensiero corre subito alle statuette dei bronzetti, che sono posteriori di almeno 1000 anni e quindi non li rappresentano affatto. Anzi, si corre il rischio di interpretare come molto più antichi alcuni sviluppi dell’armamento militare che appartengono – in tutta l’area mediterranea – al periodo preparatorio della “grande crisi” con cui si passò all’Età del Ferro.

Il passaggio Bronzo/Ferro coincide con l’abbandono della guerra campale con i carri e gli archi (con uso solo sporadico di fanteria, per uccidere i guerrieri caduti dal carro, cosa in cui peraltro pare eccellessero i mercenari Sherden), alla guerra di fanteria (introduzione degli schinieri e dei corsetti) ed al sacco delle città per fare bottino; lo scudo grande (sakos) cede il posto allo scudo tondo piccolo (aspis); il giavellotto assume una punta a ellisse senza arpione, per potere essere riusato; la spada di tipo Naue II (lunga circa 70 cm, pesante, a fili paralleli e non convergenti, fusa e non forgiata, con baricentro lontano dall’impugnatura e quindi adatta al brandeggio, oltre e più che a colpire di punta)[5] prima prodotta in bronzo, verrà poi copiata in ferro, a dimostrazione della sua praticità.

Non possiamo prendere spunto da raffigurazioni così tardive per vestire personaggi di molti secoli prima: è da errori così grossolani che nascono speculazioni insensate. Il passaggio Bronzo/Ferro coincide con profonde modifiche sociali.

La caduta delle società palaziali accentratrici ed aristocratiche lascia il posto a governi repubblicani, alla nascita del nazionalismo e del monoteismo, oltre che, come è ben noto, della scrittura alfabetica ed in ultima analisi apre la porta al razionalismo. Nell’arte figurativa come nella realtà, una volpe, un montone o una generica “nave” non sono certo molto cambiate, in quel lasso di tempo. Ma molte altre cose, come si vede, sì.

Le somiglianze con altre statuine e con costumi d’altre zone del Mediterraneo orientale, sono suggestive ed affascinanti, ma non necessariamente probanti alcunché. Non è questa la sede per trattare le cause della profonda crisi che ha determinato la fine dell’Età del Bronzo[6].

Bronzetti nuragici

La prima indagine sulla composizione chimica dei bronzetti è stata condotta da M. Balmuth nel 1978, su 4 bronzetti esposti in musei Americani: faceva parte di un ambizioso progetto per datare i manufatti sardi, comprenderne le modalità di fattura e localizzarne l’origine[7]. Da allora, sono stati analizzati anche molti altri reperti metallici sardi[8] – figurati e no – e si è potuti giungere ad alcune considerazioni conclusive.

Allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile stabilire una formula unica per il bronzetto sardo, né è credibile ve ne fosse una. Su circa 130 reperti analizzati, 6 contengono elevate quantità d’argento, di zinco o di nichel e sono da considerarsi – nel migliore dei casi – atipici.

Per i rimanenti, la composizione è la seguente: rame 88,9 ± 3,9%; stagno 8,8 ± 2,9%; piombo 1,6 ± 3,2; ferro 0,4 ± 0,3%; arsenico 0,3 ± 0,3%; zinco, nichel, antimonio ed argento ammontano insieme a 0,1% o meno. Questa “ricetta” riproduce quasi esattamente le proporzioni del carico di rame e stagno, in lingotti, di Ulu Burun (11/1).

Il fatto che lo stagno possa variare da 2,2 a 18,6% ed il piombo da 0,1 a 25, 8%, suggerisce che i bronzetti sardi non erano fatti secondo una singola formulazione. La provenienza furtiva, clandestina o sconosciuta – per la maggior parte dei reperti rintracciati, trovati o fortunosamente recuperati – impedisce di elaborare ipotesi comparative più organiche e complesse circa le zone di produzione. Chi faceva i bronzetti conosceva bene gli effetti delle variazioni percentuali di stagno e rame sul risultato finale della lega di bronzo[9]. I vantaggi dell’introduzione del piombo, ai fini della facilità di stampo e di lavorazione non erano sfruttati altro che occasionalmente, negli oggetti votivi sardi.

Dato che nell’Etruria e nella Grecia del periodo Geometrico si faceva largo uso di bronzo piombato, per sfruttarne la malleabilità e la maggiore fedeltà allo stampo, si potrebbe essere tentati di stabilire una datazione alta dei bronzetti sardi, come più appropriata per una tecnica apparentemente più vecchia. Mentre da un canto non si mette in discussione la provata vetustà delle tecniche estrattive e metallurgiche sarde, dall’altro e per quanto concerne in particolare i bronzetti si deve, invece, formulare una data genericamente piuttosto tarda: si assegnano all’Età del Ferro del Mediterraneo Occidentale (900 – 500 a.C.).

Ogni bronzetto era prodotto a “cera persa” e presentava bave e code di fusione che in alcuni casi sono ancora oggi presenti (sotto i piedi di alcuni guerrieri, ad esempio), ma che in massima parte, se non del tutto, andavano eliminate dall’oggetto finito. L’archeologia sperimentale[10] dimostra che per potere togliere senza danni questi prolungamenti (necessari solo durante la colata per avere uno stampo migliore, ma decisamente deturpanti per l’oggetto finale), erano necessari utensili di ferro. Possibilmente, la tecnica sarda (limitatamente ai bronzetti?)[11] era “arretrata” forse anche volutamente, in seguito ad un fenomeno di conservazione delle tradizioni che è tipico in tutte le isole del mondo, non unicamente in Sardegna.

Infatti, quando si desiderava ottenere oggetti pregiati di particolare riguardo (per motivi di prestigio o religioso), si ricorreva occasionalmente, ad esempio, a leghe rame – argento[12]. Le variazioni sul tema, insomma, non erano sconosciute: ma la Tradizione, si sa, è una radice robusta. Comunque sia, i bronzetti non erano “nuragici” in alcun modo e trarne ispirazione per descrivere figurativamente attraverso di essi i costruttori dei nuraghi è antiscientifico.

È triste la considerazione del terribile contrasto tra l’aspetto verdeggiante e felice delle coste e dei paesi affacciati sul Mediterraneo di 5000 anni fa e quelle scabre, molto più desolanti di adesso: non sono scomparsi solo i cedri del Libano, usati preferibilmente per le navi, bensì intere foreste e boschi di pini, di ontani, di querce, di lecci, di roveri, d’acacie e d’innumerevoli arbusti.

Il disastro ecologico del Mediterraneo antico dovrebbe insegnarci diverse cose, se solo sapessimo riconoscerlo appieno: l’erosione selvaggia danneggia la fertilità dell’interno del paese (scoprendo le rocce infertili), ma la grande quantità di terreno dilavata e spostata a valle è quella che poi determina l’insabbiamento dei porti e gli allagamenti nelle pianure e la creazione di zone malsane. Per secoli, del disastro erosivo furono ingiustamente accusati gli arabi, per avere tardivamente introdotto la capra, vorace d’erba, nelle regioni costiere.

Sempre, la trasformazione di zone prima favolosamente ricche in zone abbandonate e depresse ed apparentemente inspiegabilmente irrecuperabili riconosce come unica causa lo sfruttamento da parte dell’uomo, portato ben oltre le possibilità di sopportazione dell’ambiente.

Bronzetti nuragici Sardegna – Foto F.Naccari

Il tristissimo denominatore comune storico è dato dalla competizione per le risorse geologiche, per le quali l’uomo è sempre sceso a patti con rischi inaccettabili, ha condotto guerre distruttive e persino accettato come inevitabile la morte, in tutte le epoche della sua storia, apparentemente nulla imparando dai propri errori del passato.

Oggi, il petrolio è la risorsa geologica globale che ha sostituito (più ancora degli smeraldi malarici orientali e dei diamanti sudafricani) i metalli del passato… I bronzetti in fondo, non rappresentano altro che un’ultima, minima e secondaria, seppure affezionata, utilizzazione di ciò che era invece una risorsa mondiale primaria e fondamentale, regolata da metodi di ricerca, produzione e commercio ormai consolidati da millenni…

Dal punto di vista evolutivo, che l’andamento di tutti gli avvenimenti storico-politici e sociali sintetizzati sopra, per le nostre zone Europee e Mediterranee, abbia avuto un andamento lento ed inesorabile, seppure discontinuo, diretto costantemente da Est ad Ovest è un fatto reale, documentato dall’Archeologia, dall’Antropologia, dalla Genetica di popolazioni (umana ed animale), dalla Paleobotanica, dalla Storia della navigazione e da altre numerose Scienze, il che dovrebbe bastare a fare ricredere i sostenitori di altre direzioni dello sviluppo e dell’evoluzione delle società umane, negli stessi luoghi e periodi di tempo qui considerati…

Ma, soprattutto, dovremmo imparare quanta parte abbia avuto, nell’evoluzione dell’uomo e nelle tribolate vicende storiche dei popoli diversi, la Geografia, in questo caso, più particolarmente, la sua branca della Geologia.

Ciò che ha fatto le differenze anche evidenti, che oggi osserviamo tra i popoli certamente non risiede in qualche elemento biologico intrinseco agli uomini che li compongono. Non è quindi un bene prezioso ed innato che si possa trasmettere geneticamente. Non si tratta affatto di qualche dote che possa seppure in minima parte giustificare l’arroganza di una presunta superiorità di una “razza padrona” al di sopra di un’altra.

Si tratta bensì di pura casualità, dei beni offerti dalla Natura che ci troviamo intorno più o meno abbondanti, per sorte del tutto indipendente dalla nostra volontà, dai nostri eventuali meriti o dalle nostre singole varie capacità.

Si tratta cioè, in ultima analisi, soltanto di fortuna.

Un seme caduto su terra buona, invece che su pietra sterile.

Qualcuno, questo ce lo aveva già detto, in verità.

 

Written by Maurizio Feo

 

Info

Sardegna e Bronzetti #1

Sardegna e Bronzetti #2

 

Note

[1] La sperimentazione sui metalli, ad esempio, non impone costi elevati: è solo questione d’iniziativa, inventiva e curiosità scientifica.

[2] G.Lilliu, Le sculture della Sardegna nuragica (Cagliari 1966).

[3] Esiste anche un fiorente mercato privato: ad esempio, le Royal Athena Galleries offrono in vendita un “suonatore d’arpa” sardo del 600-500 a.C. – stilisticamente simile all’Ercole di Siniscola – al prezzo di circa 2500 Euro. Il commerciante antiquario Bob Hecht, di Antiquities Ring (il famoso compratore del vaso di Eufronio) si è recentemente assicurato un bronzetto sardo del V secolo raffigurante un toro, per poco più di 20.000 Euro. Probabilmente il mercato ha origine da scavi clandestini e/o da falsari.

[4] Persino il reperimento di alcuni bronzetti sardi in tombe etrusche datate più precisamente, è stato interpretato variamente: se da un canto indicherebbe una datazione tarda, dall’altro non tutti riconoscono come contemporanee produzione ed utilizzo dell’oggetto in ambito funerario etrusco.

[5] Naue II è comunemente descritta come “Micenea”, ma questo è errato, perché i primi esemplari – poi diffusisi con successo nell’area mediterranea – sono originari della zona Carpatico – Alpina.

[6] Per questo argomento si vedano: 1) R. Drews: “The end of Bronze Age” Princeton University Press – 1993. Vengono discusse ed escluse tutte le cause catastrofistiche, le migrazioni di popoli (inclusi i cosiddetti “popoli del mare” ed i Dori), la stessa introduzione del ferro (che fu successiva di almeno un secolo), la siccità ed il collasso dei sistemi sociali. 2) Un prossimo articolo su Sardegna Antica, in cui si prospetterà una tesi dimostrante entità, origine, motivi e fine dei Popoli del Mare.

[7] Si tratta di un guerriero (11 cm), dell’Università di Tufts, con elmo a piuma centrale e spada inguainata; un secondo guerriero (24,5 cm) del Getty Museum di Los Angeles, con tipico elmo cornuto, schinieri ed arco; un pastore inginocchiato (12,7 cm), dell’Università di Harvard, che tiene per le zampe un piccolo muflone: le forme inusualmente morbide e l’elevato contenuto di zinco (15,3%) lo rendono dubbio; una nave con protome di cervo (16,5 cm) del Museo d’Arte di Boston.

[8] P. Craddock ha analizzato 20 bronzetti del British Museum; J Riederer ha analizzato 80 statuette della mostra di Karlsruhe del 1980; P. Virdis ne ha analizzati 12 del Museo di Cagliari. Altri contributi sono venuti da C. Atzeni, da Gale e ancora da M. Balmuth e R. Tykot.

[9] Il fatto che si usasse – per fissarli al supporto o per ripararli – un materiale che fonde a temperatura inferiore della lega del bronzetto, è indice dell’esperienza raggiunta.

[10] Questa preziosa informazione – insieme a molte altre notizie pratiche –  è dovuta all’amico Mirko Zaru.

[11] Forse, proprio come – attualmente – le Parrocchie non ricercano i più moderni sistemi di stampa ed impaginazione per le loro produzioni locali e per i “santini” ricorrono a modelli che sono ormai vetusti e non sembrano del XXI secolo.

[12] Questo sarebbe dimostrato dalla mancanza dello stagno nel prodotto finale, che quindi non sarebbe l’esito di ri-fusione, bensì una prima fusione intenzionalmente progettata così. Esisterebbero alcuni manufatti in ottone (lega rame-zinco), che dividono la critica: c’è chi crede che possano essere antichi e chi li considera decisamente falsi.

 

Fonte

Sito ParolaSuonoColore

 

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