“South of Forgiveness” di Thordis Elva e Thomas Stranger: se l’amore stupra

“South of Forgiveness” di Thordis Elva e Thomas Stranger: se l’amore stupra

Nov 3, 2017

Immagina se qualcuno scrivesse la storia della tua vita e tu lo scoprissi quando sei a metà del libro. Come ti sentiresti? Io ho continuato a leggerlo.

 

South of Forgiveness

Una delle cose che mi sono sentita dire spesso, quando parlavo con amici e parenti dell’idea di portare avanti un progetto di ricerca sulla violenza di genere, era che avrei dovuto cercare supporto. Nel senso di un supporto psicologico che mi aiutasse a non impazzire mentre immagazzinavo la bruttezza che c’è nello stupro. Ovviamente c’è del sensato in questi suggerimenti e, pur non essendo una psicologa, capisco bene che le dinamiche emotive che potrebbero innescarsi a forza di leggere di stupri non sono da sottovalutare. Il fatto è che non mi sono mai sentita così in pace con me stessa in vita mia. Ero preparata a versare mari di lacrime, quando ho iniziato a leggere South of Forgiveness” di Thordis Elva e Thomas Stranger, ma più andavo avanti con la lettura, più mi sentivo calma.

Questa non è una recensione nel vero senso del termine, così come non è un vero diario delle mie avventure nella Terra dei Canguri. Questa è un ex pagina bianca in cui condivido quello che ho pensato leggendo “South of Forgiveness”, un romanzo di cui non sarei mai venuta a conoscenza se non avessi traslocato a Melbourne.

Thordis scrive per il teatro e ha pubblicato un saggio femminista; è islandese, ha un compagno e un bambino di pochi anni. Tom vive a Sydney, fluttua tra mille esperienze e lavori e ha stuprato Thordis quando lei aveva 16 anni. Si sono conosciuti in Islanda in occasione del semestre di scambio di Tom; si sono piaciuti, hanno iniziato a frequentarsi e poi si sono innamorati. Thordis era vergine, quando ha deciso che il suo amore per Tom era tale da dargli la sua completa fiducia. È andato tutto bene, almeno fino a quando, durante una festa, Thordis ha bevuto troppo e Tom l’ha stuprata per due ore. Era il 1996. Pochi giorni dopo lo stupro, Tom ha troncato la relazione con Thordis, che si è ritrovata con il cuore spezzato e la testa piena di punti interrogativi. Lei stessa dice che ci è voluto del tempo, prima che la parola “stupro” e la realtà a essa correlata prendessero forma nella sua mente. Era stato davvero uno stupro?

I film polizieschi vogliono che gli stupri siano perpetrati da sconosciuti, in strade buie o fuori da discoteche piene di gente poco raccomandabile. La definizione di stupro, secondo alcuni e senza entrare nel merito della discussione, prevede che ci si provi a difendere. E in mezzo a tutto questo c’è lei: la persona la cui vita cambia, che non è neppure autorizzata a usare la parola “stupro” per descrivere quello che le è stato fatto. Ci sono una moltitudine di motivi per i quali non si reagisce davanti alla violenza: primo tra tutti, la paura che l’aggressore possa diventare più nervoso e quindi più pericoloso; in secondo luogo la quasi certezza che difendersi farebbe solo comprendere appieno al perpetratore quanto disprezziamo quello che sta per farci, acutizzando il suo senso di frustrazione, incomprensione e rabbia.

Insomma, essere una vittima non è facile. Non si viene mai chiamate per quello che si è: vittime. Ma siamo certe che sia proprio quello che siamo?

Una delle cose che si finisce sempre per dimenticare è che lo stupratore commette qualcosa di mostruoso, ma non è lui stesso il mostro. Il mostro, in molti casi, sta nel passato che l’aggressore si porta dietro, nei suoi disastri familiari e nelle ferite che nessuno ha voluto riconoscergli. A volte, però, lo stupratore è solo qualcuno che prende ciò che vuole senza rifletterci. È il caso di Tom, che per sua stessa ammissione ha voluto agire senza pensare, senza chiedersi se quello che stava facendo fosse giusto o sbagliato. L’ha capito dopo.

Quello che arriva al cuore è che Tom potrebbe essere chiunque: il vicino di casa, il panettiere in fondo al vialetto, il ragazzo che studia silenzioso in biblioteca. Tom non si nasconde nei vicoli bui con un coltello, pronto a minacciare e violentare. Tom è solo un ragazzo che non ha idea di quello che gli costerà fare ciò che ha fatto. Si sentiva giustificato, perché Thordis era la sua ragazza, e anche confuso. E che altro? Non lo sa neanche lui, ma non è questo il punto. Il punto è che le dinamiche che si innescano dopo una violenza sono tante e complesse: ad esempio, una vittima ha maggiore probabilità di subire nuovamente violenza rispetto a una donna che non ha vissuto episodi simili. Non sto a parlarvi di numeri, che possiamo trovare tutti su internet o facendo qualche ricerca. Voglio parlarvi di quello che succede dopo essere state violentate.

Thordis Elva – Thomas Stranger

Succede che devi rifarti una vita, trovare un nuovo compagno, continuare a studiare, lavorare, vivere. Succede che il nuovo compagno non capirà cosa ti prende quando si avvicina a te, non sarà in grado di reagire nel modo giusto e ti dirà che sei intrappolata in una rete di fantasmi. Succederà che ci andrai a letto non perché lo vuoi, ma per provargli che non c’è nessun fantasma a controllarti, che sei padrona di te stessa. Ma non lo sei.

Succederà che questa è un’altra violenza, in cui sei tanto aguzzina quanto vittima. Dovrai passarne tante, cercando una comprensione che non troverai e una forza che è umanamente introvabile a 16 anni. Ma anche dopo.

Succederà, insomma, che tu lo voglia o meno, qualcosa succederà, e sarà proprio quel qualcosa che ti spingerà finalmente a affrontare la parola “stupro”. Perché sei stata stuprata, e nessuno deve permettersi di dire che non è vero.

Le statistiche vogliono che le donne conoscano la maggior parte dei loro aggressori. Ancora una volta, niente numeri, ma pensieri. Non so perché il mondo sia il turbine di violenza che è, ma quello che mi fa ben sperare è che Thordis ha perdonato Tom, che ha perdonato se stesso. Suona una conclusione sciocca, non è vero? Non lo è. Thordis dice qualcosa di molto saggio, che parafrasato significa più o meno che odiare non ti farà capire e non capire non ti permetterà di combattere. Ecco, questo è quello che voglio pensare: che è stupido odiare. Che è giusto, e fisiologico, e andrà avanti per tutto il tempo che occorre, ma che a un certo punto cesserà. L’odio smetterà e finalmente ci sarà la comprensione.

Non sono così ingenua da credere che ogni aggressore sia disposto a parlare con la vittima, ma Tom lo ha fatto, ha parlato con Thordis e ne è venuto fuori un segreto che tendiamo tutti a tacere: alcuni stupratori non riescono a rifarsi una vita. Alcuni non riescono a superare quello che hanno fatto, esattamente come le vittime non riescono a voltare pagina.

No, non sono dalla parte della violenza e non sarò mai dalla parte della violenza. Ma se vogliamo cancellarla, e intendo una volta per tutte, occorre comprenderla. Mettere a tacere quell’ululato interiore che si rivolge alla luna in uno sfogo di dolore, e cercare di capire. Perché possiamo sensibilizzare, parlare e scrivere, ma prevenire passa per la comprensione.

Non è un libro facile e a volte è di una lentezza esasperante, ma dimostra come una vittima può andare avanti, fare pace con se stessa, con il demone del tradimento e con il suo primo amore. Quello che l’ha violentata. E aiutare il mondo a capire un po’ di più come possiamo costruire una società dove la violenza non esista più, dove tutto è funzionale a migliorare il mondo.

In un modo o nell’altro, l’amore vince. Quello per se stesse, quello per un mondo in cui c’è pace e quello per chi, pur avendoci ferite, ha pagato il prezzo delle sue azioni. Suona paradossale, ma alla fine Thordis e Tom si salvano la vita a vicenda.

Da leggere.

 

Written by Giulia Mastrantoni

 

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