Sardegna e Bronzetti #2: alcune date e lo stato d’avanzamento dell’arte

Sardegna e Bronzetti #2: alcune date e lo stato d’avanzamento dell’arte

Ott 28, 2017

Nel 3500 a.C. vari metalli venivano usati in Mesopotamia, non solo rame e piombo. Il tutto è il risultato del periodo Sumerico, che ha creato le condizioni per attirare nella zona anche quelle materie che non vi si trovavano naturalmente: la Mesopotamia è prevalentemente di natura alluvionale, quindi non si può parlare di miniere.

Arciere di Amesbury

Oro e argento erano già in uso. L’argento fu dapprima un prodotto collaterale del piombo, poi fu utilizzato per se stesso. Il bronzo apparve nel 3000 a.C. grazie anche all’accessibilità di depositi di stagno non lontani da abbondanti depositi di rame. Nell’iconografia si distinguono le divinità per la presenza di un copricapo munito di corna.

Nel 3200 a.C. Otzi – l’uomo di Similaun, nelle Alpi – aveva un’ascia di rame nativo, ed il resto del suo bagaglio era ancora tecnologia litica.

L’arciere di Amesbury, (rinvenuto insieme a molte punte di frecce nella propria tomba, forse uno dei primi fabbri inglesi) nel sud dell’Inghilterra, presso Stonehenge, possedeva lame di rame proveniente da Francia e Spagna: cioè aveva la stessa tecnologia di Otzi, ma mille anni dopo di lui, nel 2300 a.C. Un secolo dopo, però, in Inghilterra si fonde già il bronzo, senza passare per la fase di rame arsenicale. È una curiosa coincidenza che l’inizio dell’uso del bronzo in Inghilterra si sia avuto parallelamente alla caduta di Los Millares ed al sorgere di El Argar in Spagna, ambedue collegate (prima da commercianti Minoici e – dopo Thera – Micenei) alla fornitura dello stagno all’Oriente Mediterraneo.

È invece indicativo che – all’inizio dell’Età del Bronzo – non si difendessero le miniere di metallo, come invece si era evidentemente costretti a fare in quella tarda.

I lavori in metallo rinvenuti nelle tombe reali Sumere (2650 a.C.), forse originali d’altri luoghi, sono già di grande bellezza. Nel 2500 a.C. compaiono rivetti e saldature, nelle quali viene bene impiegato lo stagno. La tecnica di fusione in stampi è così ben conosciuta che permette di eseguire statue in dimensioni naturali e statuette con la tecnica della “cera persa”. I Sumeri ci hanno lasciato cataloghi con descrizioni di 150 minerali differenti. Nei testi cuneiformi lo stagno è detto Annaku, ma le sue fonti d’origine sono (volutamente?) descritte in modo ambiguo.

Nel 2350 a.C. re Sargon d’Akkad invade l’Anatolia dalle sue pianure, per garantire percorsi sicuri al commercio del metallo. Vanta che una singola carovana abbia trasportato 12 tonnellate di stagno, sufficienti a produrre 125 tonnellate di bronzo e pertanto ad equipaggiare una grande armata. Si perfeziona la tecnica della “cera perduta”; nascono e si moltiplicano i sigilli a cilindro. Nel 2200 Akkad è già caduto, in seguito a guerre civili.

Gli Assiri succedono agli Accadici come potere dominante nel nord dell’Irak. Si continua a portare lo stagno a Kultepe – ad un prezzo molto elevato – fino al 1950-1850 a.C., con spedizioni a dorso d’asino, dalla capitale Assur. Probabilmente, questo si fa perché il know how tecnico ed artigianale si trova lì, anche se ormai le miniere non sono più fruttifere.

Quando la fusione di vene di solfuro di rame divenne economica – circa nel 1600 a.C. – Cipro diventò un anello vitale nella catena dei commerci delle culture medio orientali, per un periodo di circa 500 anni: non solo costituiva un punto d’attracco strategico per molte rotte, ma il suo sottosuolo produceva enormi quantità di rame. Basti la considerazione che – con moderne tecniche di ricerca – non sono state trovate vene di rame che non fossero già state sfruttate anticamente e che i circa 40 depositi di scorie di scavo minerario antico sono stati valutati in peso circa 4 milioni di tonnellate[1].

I ciprioti usavano bronzo e rame come moneta[2]. Nel 1470 a.C. Cipro pagò un debito al faraone Tutmosi III con 108 lingotti di rame, del peso di circa 30 kg ciascuno, colati in forme che oggi definiamo ox-hide[3]. Dal momento che gli ox-hide ingots sono stati ritrovati lungo tutti i paesi costieri – per non citare le isole – sparsi nel Mediterraneo, incluso il Mar Nero, è doveroso trarre due deduzioni: il commercio avveniva in massima parte per via mare; i lingotti di rame erano un’accettabile forma di pagamento e pertanto, di fatto, costituivano già una moneta.

Relitto di Ulu Burun

Nel relitto di Ulu Burun, rinvenuto presso Capo Gelidonya in Turchia (1319 ± 2 a.C.[4]) viaggiavano 10 tonnellate di lingotti di rame (354 oxhide e 120 piano-convessi) e una tonnellata di lingotti di stagno, strumenti di bronzo nuovi mai usati, metallo di scarto da ri-fondere, forge e strumenti da fabbro[5]. La nave portava anche oggetti di lusso considerati doni: resina di terebinto (sntr), ebano egiziano, scettri d’avorio, anelli di conchiglie del Mar Rosso, 175 lingotti di vetro, uova di struzzo, zanne d’elefante e denti d’ippopotamo. Vista la grande dovizia di beni africani ed asiatici, rari e preziosi a bordo, forse si dovrebbero riformulare le ipotesi sui motivi ed obiettivi del viaggio, oltre che su qualità e ruolo dei personaggi presenti sul vascello e dei committenti: più verosimilmente non si trattava solo di un comune viaggio commerciale “di linea”.

L’evoluzione della tecnica metallurgica è stata descritta e studiata – in alcuni siti meglio che in altri – tanto da potersi affermare che i primi forni fusori erano piccoli, siti presso le zone di scavo, ma in posizioni alte, in cui il vento potesse forzare il calore della fiamma a valori più elevati[6]. Erano fornaci alte circa 80 centimetri con uno strato d’argilla che rivestiva un fondo d’arenaria. Il combustibile era dato dal legno delle acacie del deserto. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che tali fornaci raggiungevano temperature comprese tra 1180 e 1350 °C, se aiutate da mantici a pelle d’animale. Forse si utilizzava anche il carbone (sappiamo che altrove si poteva usare l’olio d’oliva). Il metallo prodotto in questo modo richiedeva ulteriore lavorazione con martellamento a freddo oppure una seconda fusione.

Quando gli Egizi entrarono in possesso di queste zone di produzione spostarono i forni a valle, munendoli tutti di grandi mantici efficaci e rivestirono i forni di una specie di cemento, rendendoli capaci di maggiori quantità e temperature. È l’epoca in cui si dà inizio a grandi opere di fusione, con la produzione d’enormi porte templari, colonne imponenti, alcune delle quali diverranno famose e saranno citate e ricordate ancora molto tempo dopo la loro distruzione.

L’archeologia scientifica ha studiato la composizione degli oggetti metallici e non metallici resi disponibili e contestualizzati negli scavi dall’archeologia classica. Le metodiche impiegate sono svariate e complesse (sorgenti fotoniche avanzate – APS[7]; spettrometria di massa al plasma – MC-ICPMS[8]), ma le più frequenti sono due: l’analisi d’attivazione neutronica (NAA) e l’analisi degli isotopi del piombo (LIA), che sono state usate su metalli, vene metallifere, terrecotte, monete ed altri materiali[9].

La prima considerazione doverosa, qui, è che il rapporto tra gli elementi chimici ed il comportamento umano è enormemente più complicato di quanto si potrebbe pensare: deve esistere un proficuo dialogo reciproco tra gli scienziati dei laboratori e gli archeologi sul campo, ma la responsabilità ultima – nel ricostruire un’interpretazione finale che possieda qualche significato culturale – è tutta dell’archeologo.

Muhly, già nel 1977 espresse grande scetticismo circa gli studi di provenienza: indicò i lingotti ox-hide come il miglior oggetto di studio, asserendo che non si sarebbe potuta raggiungere alcuna conclusione se non si fosse scoperto come, perché e dove erano fatti i lingotti[10]. Da allora, molti studi sono stati condotti, per distinguere tra rame nativo e rame estrattivo, tra rame puro e leghe, tra bronzo di stagno ed altro, usando, oltre alle tecniche sopra descritte, anche la spettrometria da assorbimento atomico e l’emissione di raggi gamma protone indotta[11]. Ma l’attenzione si è focalizzata sugli studi LIA, considerati – alla fine – i migliori e più accurati, specialmente nell’escludere inequivocabilmente la provenienza degli artefatti da determinate vene[12].

Oxhide ingots

Una cinquantina di oxhide ingots provenienti da Cipro, Creta e Sardegna sono ciò su cui maggiormente si è focalizzato lo studio. La composizione in isotopi di piombo di numerosi lingotti provenienti da questi siti, come anche quelli del relitto di Ulu Burun, non è compatibile con una loro provenienza cipriota[13], contrariamente a quanto inizialmente creduto[14]. Sorvolando sulla vasta messe di studi parziali, al momento le conclusioni rendono impossibile affermare che un’isola (peggio ancora, un deposito singolo di un’isola), possa essere stata l’unica provenienza dei lingotti a forma di ox-hide[15]. L’ipotesi di una singola origine era già negata da studi del 1995, che riconoscevano almeno cinque siti differenti come origine dei lingotti[16]. Pooling e recycling sono sicuramente intervenuti[17].

Per ciò che riguarda la Sardegna, in almeno 26 siti differenti, ben distribuiti attraverso tutta l’isola, si riscontrano tracce di riciclaggio a mezzo rifusione dei metalli, a partire da “depositi” comprendenti scorie, manufatti danneggiati, lingotti a panelle (lingotti piano convessi) e lingotti a pelle di bue. La maggior parte di questi ripostigli contiene lingotti oxhide interi o frammentati ed è comunemente datata tarda età del bronzo / ferro iniziale[18]. I lingotti oxhide analizzati contengono in genere rame più puro dei lingotti piano convessi locali[19] che spesso contengono elevate percentuali di ferro o piombo (30-50%)) o anche di stagno (10%), il che li rende già lingotti di bronzo.

La possibilità di usare elevate percentuali di piombo o di ferro per fondere oxhide ingots è stata perlomeno messa in discussione[20]. Due esempi bastano a convincere del riciclaggio sardo. Sa Mandra ‘e Sa Giua (SS) ha offerto un deposito di fonditore, contenente oggetti parzialmente fusi insieme e permettendo di scoprire quali metalli un fabbro riteneva utile recuperare[21]. Sette campioni su nove (un lingotto oxhide con 1% di ferro ed 1,2% d’arsenico e otto lingotti a panelle) contenevano una tale percentuale di ferro (fino a 10, 68% in un campione) che avrebbe compromesso la durezza finale dei manufatti[22] senza intervenire sulla composizione. A Sedda ‘e sos Carros (Oliena – Nu), l’enorme quantità di metallo recuperato depone per un centro di riciclaggio, anche se la presenza di 6 panelle indica un’altra fonte d’approvvigionamento[23]. Anche in questo caso, l’analisi ha mostrato alti contenuti percentuali di ferro e piombo (fino al 50%); altri lingotti contengono stagno (3-10%), ma non si sa se siano stati deliberatamente composti così, oppure provengano da materiale recuperato.

L’elevata quantità d’arsenico dei lingotti a pelle di bue in Sardegna (da 0,16% a 0, 54%) a fronte dell’assenza d’arsenico e dell’irregolare presenza di ferro nei lingotti di Cipro indica un’origine diversa. Questo è in contrasto con l’analisi LIA condotta da Gale[24], che attribuiva inizialmente una medesima origine cipriota anche ai manufatti sardi.

Uno studio isotopico del piombo e chimico, condotto[25] su oggetti di rame e di bronzo recuperati dai ripostigli di Arzachena (21), Bonnanaro (10) Ittireddu (34) e Pattada (20), ha mostrato che tutti i frammenti di lingotto erano di rame puro, con una sola d eccezione da Ittireddu (11% stagno). Gli oggetti di bronzo contenevano il 10,8% di stagno. Numerosi frammenti di spade di piccola taglia, provenienti da Arzachena, contenevano solo 1% di stagno, (il che le avrebbe rese armi inefficaci e conferma l’ipotesi che fossero votive). Il metallo proveniente da Arzachena possiede una vasta gamma d’elementi costituivi e diversi rapporti di isotopi del piombo, ciò che lo differenzia dal metallo degli altri siti (e forse è dovuto a sperimentazione con materiale di differente provenienza). Molti lingotti hanno una firma isotopica simile a quella dei lingotti ciprioti, ma alcuni sono perfettamente compatibili con una produzione locale. Gli oggetti di bronzo non hanno una composizione isotopica caratteristica dei lingotti ciprioti e contengono piombo locale: la provenienza è compatibile con un’origine dal Sulcis Iglesiente o da Funtana Raminosa.

Con certezza, comunque, si può affermare che l’abitudine di raccogliere in grandi quantità (in ripostigli appositamente scelti, presso le fonderie), e ri-fondere gli scarti e gli artefatti metallici bronzei – oltre ai lingotti ox-hide ed alle panelle – era largamente diffusa in Sardegna. Altrettanto si può dire avvenisse a Cipro e nel Medio Oriente. È quindi molto probabile che i bronzetti in nostro possesso abbiano in precedenza avuto forme differenti…

È degno di nota il fatto che, mentre i lingotti di rame “puri” possono essere fatti risalire per esempio a Cipro, gli artefatti e le leghe sono spesso più compatibili con un’origine dalle miniere di Laurion (piuttosto che della Sardegna o di Cipro). Ma sappiamo che Laurion, nell’età del bronzo, era sfruttata per le sue vene di piombo e che il piombo era presente in parti minime nel rame di Cipro.

Esiste una risposta semplice a questo solo apparente problema: evidentemente, il piombo contenuto nelle leghe ha una provenienza differente da quella del rame con cui è legato. Quindi, si rende necessario studiare e comprendere non soltanto i dettagli sulla produzione dei metalli, ma anche sul loro commercio e sul loro consumo e destinazione.

La zona di distribuzione dei lingotti ox-hide va da Anatolia ed Egitto nell’est, fino alla Sardegna nell’ovest ed al Mar Nero nel nord. Si può formulare l’ipotesi che le vene metallifere di rame della Sardegna e di Cipro abbiano contribuito in quantità preponderante alla composizione dei lingotti a forma di pelle di bue, ma che non ne sono state le uniche origini, in un sistema dinamico interregionale ed interdipendente ancora da comprendere bene, che ha determinato però una certa uniformità finale della composizione isotopica dei lingotti stessi.

In definitiva, pertanto, i lingotti non sono pienamente utilizzabili in uno studio di provenienza: essi costituiscono un aspetto della modificazione dei metalli nella Tarda Età del Bronzo, nel contesto di un probabile movimento di commercio che comprendeva anche la ceramica (e, forse, altri beni) ed in cui la standardizzazione prefigura già l’introduzione della moneta in un ambiente in espansione, di sempre crescente complessità in scambi socio politici.

Esiste una chiara differenza tra beni primari (ad esempio il metallo, che richiede una propria linea tecnologica fatta di cercatori, fonditori e fabbri ed includente alcune materie come il combustibile in loco) e beni di lusso e di prestigio (anch’essi richiedenti una propria linea tecnologica ed alcune materie prime). Questa differenza non può non avere peso, di fronte ai precisi limiti di capacità dei vascelli coinvolti nel commercio parallelo di questi beni. Molti autori escludono che beni di prima necessità (cereali, olio e vino), almeno nel Bronzo Antico, fossero oggetti di commercio: oltre che per problemi di spazio a bordo[26], anche per via della loro ridotta produzione ovunque, che non permetteva eccedenze[27].

Il ritrovamento nella zona Egea di recipienti e specialmente di fiasche tappabili (Minoico Antico I: 3500-2900 a.C.) è stato naturalmente messo in relazione con liquidi preziosi, più spesso vino ed olio prodotti dall’uomo. Ma in genere si esclude che esistesse una grande produzione e quindi un “fiorente commercio” di granaglie, di olio e di vino nel Bronzo Antico (cosa confermata, per esempio, dal ritrovamento di lampade riferibili ancora al Tardo Minoico e funzionanti con cera d’api e non con olio). La presenza archeologica dello stagno e delle leghe, lascia trasparire che i commerci – anche dei beni archeologicamente invisibili – avvengono più tra l’Anatolia, le Cicladi e Creta, piuttosto che con la Grecia Continentale. L’influenza delle Cicladi è evidente nelle ceramiche e nelle figurine dette, appunto “cicladiche”. Il commercio internazionale del Bronzo Antico non sembra quindi imperniato sul cibo, bensì su beni esotici e sulle conoscenze tecniche. Non differente doveva essere la situazione per ciò che riguardava la Sardegna.

L’estrazione del rame dal minerale grezzo richiedeva circa 300 chili di carbone per produrre un chilo di rame da 30 chili di vena di solfuro di rame. Per una tonnellata di carbone di legna servono 12 – 20 metri cubi di legna.

Gilgamesh Cylinder Seal

L’uso del legno come combustibile fu enormemente incrementato, a livelli tali che la vasta regione medio orientale non poteva sostenere in alcun modo. Persino gli anelli d’accrescimento dei travi di ginepro da Çatal Hüyük dimostrano che anche lì la crescita delle piante arboree era lentissima per la scarsità d’acqua durante tutto l’anno. Le città della zona, che nascevano e crescevano in numero, erano costrette a costruire grandi cisterne, necessarie per la stagione più secca; richiedevano la disponibilità di vari materiali a tenuta idraulica, come anche di mattoni, ceramiche d’uso comune, coperture degli edifici. La produzione di tutte queste strutture consumava altro combustibile.

L’Egitto, virtualmente privo d’alberi, ricorreva al Libano (Byblos) per il legno di cedro, per la costruzione di templi, per le spedizioni navali commerciali e per il mobilio. Un accenno alla deforestazione si rinviene persino nel romanzo Accadico-Sumerico Gilgamesh[28], nel punto in cui l’eroe, aiutato da Enkidu, abbatte la Foresta di Cedri, in seguito uccidendo il suo guardiano mostruoso Humbaba. Non è certo che le successive disavventure del protagonista siano messe in rapporto con questa colpa (cioè che il rimaneggiamento Accadico costituisca già una specie di giudizio morale dell’opera su un’attività deprecabile e dannosa dell’uomo): ma sappiamo che egli perde il proprio migliore amico e si vede sfuggire persino la possibilità di essere immortale e di regalare l’immortalità agli esseri umani, liberandoli dalle tristezze del decadimento fisico. Sappiamo bene, oggi, che la terra dei Sumeri, come tutta la “mezzaluna fertile”, una volta deforestata, è stata esposta a gravissima erosione da parte delle brevi piogge torrenziali e non ha più visto ricrescere la foresta primitiva.

Si calcola che l’abbattimento intensivo d’alberi nel Medio Oriente sia iniziato nel 1200 a.C., ma probabilmente tale data va alzata per le regioni più asciutte ancora più ad Est. Il Codice di Hammurabi (1750 a.C.) commina la pena di morte per l’abbattimento non autorizzato di alberi. Il problema, quindi, era sentito: doveva anche essere peggiore nelle regioni ad intenso sfruttamento, come ad esempio l’Anatolia, dove l’estrazione con il fuoco, la fusione e la forgiatura erano già vecchie di 3000 anni!

Non tutti avevano la “coscienza civile” e l’attenzione di Hammurabi. Molto più tardi, Eratostene, scrivendo a proposito di Cipro nella tarda età del bronzo (1200) afferma che, malgrado la grande attività di deforestazione, nell’isola sono stati aperti appena dei sentieri, tanto essa è riccamente coperta di alberi. Gli agricoltori erano anzi incoraggiati, con premi in terre, a rendere agibili all’agricoltura nuove superfici di bosco.

L’età del bronzo, con il moltiplicarsi di strumenti sempre migliori per l’abbattimento d’alberi e con l’incremento della richiesta di combustibile necessario per l’aumentata produzione mineraria, può anche essere vista come un’onda inesorabile di distruzione delle foreste e del legname, che si dirige verso Occidente. Nell’800 (uso estensivo ornamentale; introduzione delle coperture in coppo) e nel 500 (nascita delle civiltà “classiche”), tutte le foreste intorno al mediterraneo sono in stato d’agonia.

Si calcola che le miniere di Laurion presso Atene, in 300 anni circa abbiano prodotto 3500 tonnellate d’argento ed 1.4 milioni di tonnellate di piombo. A fronte di questa produzione, si calcolano avvenuti un consumo di 1 milione di tonnellate di carbone e la deforestazione di 101.170 chilometri di bosco. Anzi, si ritiene possibile che l’attività estrattiva sia terminata non per esaurimento delle vene, non per raggiungimento del livello dell’acqua, bensì per l’elevatissimo costo raggiunto dal combustibile.

Platone scrive cheResta un relitto dell’antica campagna… è come uno scheletro, di un corpo emaciato dalla malattia. Tutto il suolo ricco è scivolato via, lasciando una terra di pelle ed ossa. Le montagne dell’Attica erano coperte di boschi. Ottimi alberi producevano legame perfetto per i tetti delle abitazioni: quei tetti sono ancora in uso”.

Il legno per la flotta Ateniese che avrebbe sconfitto i Persiani a Salamina, nel 480 a.C., dovette essere importato dai Balcani e dall’Italia meridionale.

Ancora il legname fu un bene strategico vitale nella guerra del Peloponneso tra Sparta ed Atene: gli spartani conquistarono le città commerciali ateniesi delle coste Macedoni (tagliando l’apporto di oro e di legname ad Atene); Atene fallì nell’impresa consigliata da Alcibiade di conquistare le riserve di legname della Sicilia. Atene fu quindi sconfitta.

L’isola d’Elba era anticamente chiamata in Greco Aethaleia, l’isola fumosa, per via del fumo dei forni estrattivi. Già i Romani dovevano spedire il minerale sulle coste toscane di Populonia, per mancanza di legno isolano.

Si è stimato dalle tracce archeologiche, che nelle miniere di bronzo di Mitterberg presso Salisburgo in Austria, 180 minatori circa producessero 20 tonnellate di rame l’anno, richiedendo l’abbattimento di 7,8 ettari di bosco ogni anno. Alle necessità puramente estrattive andrebbe aggiunto poi il legname per assicurare le gallerie, quello per i forni fusori, quello necessario agli agricoltori che cibavano tutto il villaggio minerario. Anche con un ritmo naturale di rigenerazione piuttosto elevato del bosco, questo tipo di “raccolto” può essere sostenuto da una superficie boschiva di non meno di 518 ettari.

Bronzetti nuragici – Museo archeologico Cagliari

La Sardegna – oltre al suo precedente commercio in ossidiana di Monte Arci e di selce dell’Anglona – possiede una tradizione metallurgica che data dal IV millennio[29]. Le vene metallifere sfruttate in epoche storiche (rame, galena argentifera etc.) si trovano sparse dal sud ovest, al centro al nord dell’isola: nell’Iglesiente (es.: Monte Rosas), nella Barbagia (Funtana Raminosa) e presso Alghero (Calabona). Esistono prove dell’uso di piombo per riparare manufatti ceramici[30]. In varie località sono stati rinvenuti materiali compatibili con attività di scavo, di estrazione, di fusione, di veicolazione e stampo dei metalli, con tracce di metallo in frammenti di terracotta[31]. Sempre in Sardegna, fino a 3000 anni dopo l’età del bronzo, i pisani del 1300 ci hanno lasciato testimonianze (materiale combusto nelle gallerie di San Giovanni) dei metodi di scavo: si accendeva un grande fuoco, che rendeva incandescente la parete di roccia; quindi la si raffreddava con secchiate d’acqua, in modo che lo shock termico la rendesse più facilmente aggredibile dai picconi.

È facilmente comprensibile che tutte queste attività richiedenti legno, abbiano prodotto, col tempo, una drastica riduzione delle superfici boschive ed un enorme aumento dei costi di produzione. A livello delle Alpi, con una densità minore di popolazione, il problema sarà stato di minore entità. Le isole e le coste del mediterraneo, per via del clima e dell’ambiente tipico della regione – una lunga stagione secca, piogge torrenziali su pendii privati d’alberi – ha determinato la scomparsa dei boschi e l’erosione dello strato di terreno fertile. I virgulti non riescono ad attecchire naturalmente nel suolo arido dilavato, talvolta neanche con l’aiuto della piantumazione assistita dall’uomo[32].

Nell’isola di Cipro, le scorie tuttora presenti depongono per una produzione di circa 200.000 tonnellate di rame e questa produzione – si calcola – avrà chiesto il sacrificio di 200 milioni di alberi di pino, il che equivale a circa 16 volte la superficie totale dell’isola[33]. Ci si sente autorizzati a credere che l’aspetto globale dell’isola sarda fosse probabilmente molto più dolce e curvilineo, più verde e boscoso e con molto meno numerose asperità dovute a picchi rocciosi oggi scoperti.

 

Written by Maurizio Feo

 

Info

Sardegna e Bronzetti #1

 

Note

[1] Omero afferma che i guerrieri della guerra di Troia vestivano armature di bronzo ciprio, un’affermazione considerata inesatta, come altre sulle tecniche di guerra con il carro, che  –  400 anni dopo – non si ricordavano più.

[2] Proprio come sarebbe successo nella penisola italica solo 800 anni dopo, con l’Aes Rude, mentre possiamo ipotizzare che in Sardegna ciò avvenne pressoché contemporaneamente a Cipro.

[3] Questa forma può essere stata funzionale al trasporto (ma potrebbe anche essere stata in qualche relazione con la divinizzazione del toro). Esistono lingotti che mostrano soltanto due “maniglie”.

[4] Dato dendrocronologico, ottenuto da legname tagliato, pronto per essere bruciato, presente a bordo. La data, si noti bene, appartiene alla tarda età del Bronzo. Anche gli altri oggetti propendono per LH IIIA; l’usura dello scarabeo di Nefertiti depone per data successiva di alcuni anni alla morte d’Akhenaton, ma precedente a Ramses (XIX Dinastia).

[5] Si è calcolato che – con tale fornitura – si sarebbe potuto equipaggiare l’esercito di una città-stato micenea: 50 armature, 500 punte di lancia, 500 spade. Il rapporto10/1 tra rame e stagno trasportati potrebbe essere stato funzionale ad una ricetta per il bronzo.

[6] Timna, presso Eilat, nel deserto del Sinai, è uno di questi siti. Ve ne sono circa 300 in una vasta zona che va dal Sinai meridionale al Giordano alla parte settentrionale di Israele.

[7] A. Yener, Oriental Institute e Argonne National Laboratory, University of Chicago, 1998.

[8] R.E. Clayton (1), C. Gillis (2) & E. Pernicka (3) – Feasibility criteria for the use of tin isotopes in provenance studies – 2006.

(1) Birkbeck/UCL Research School of Geological and Geophysical Sciences, Univ. London, UK; e-mail:

r.clayton@geology.bbk.ac.uk

(2) Dept. of Classical Archaeology and Ancient History, Lund University, Lund, Sweden

(3) Institut fur Archaeometallurgie, TU Freiberg, 5 Gustav-Zeuner Strasse, Freiberg, Germany

[9] Si tratta di metodi che non richiedono il prelievo materiale di campioni e che pertanto garantiscono l’incolumità del reperto. Sono anche molto superiori in precisione del metodo del C14, con il quale W. Frank Libby vinse il premio Nobel nel 1960.

[10] Muhly, J.D.: The copper oh-hide ingots and the Bronze Age metal trade, Iraq 39:73-82. 1977.

[11] Lo Schiavo et al.: Sardinian ox-hide ingots, 1998.  In T. Reheren, A. Hauptmann and J.D. Muhly (eds), Metallurgica Antiqua: In honour of Hans Gert Bachmeann and Robert Madding. Der Anschnitt, Beiheft 8:99-112. Bochum: Deutches Bergbaummuseum.

[12] Persistono alcuni problemi: livelli identici d’isotopi in vene differenti; possibilità dell’esistenza di vene d’origine sconosciute; presenza di piombo aggiuntivo nei materiali usati (combustibile, scorificante, componenti leganti); provenienza multipla del materiale originale; infine: pochissimi artefatti esaminati possiedono firme isotopiche che possono essere correlate ai campi espressi dai lingotti (Muhly,  Metals and metallurgy: using modern technology to study ancient technology. In Ancient Greek Technology; Proceedings of the first International Conferente on Ancient Greek Technology – Tessaloniki, 4-7 Sept. 1997, 23-33 Tessaloniki Technology Museum.

[13] Budd et al. Oxhide ingots, recycling and the Mediterranean metal trade, Journal of Mediterranean Archaeology 8:1-32.

[14] Budd et al.: op cit. alla nota 21, 13-15; Gale N. H.: Archaeometallurgical studies of Late Bronze Age oxhide copper ingots from the Mediterranean region. In A Hauptmann et al. Old World Archaeometallurgy. Der Anschnitt, Beiheft 7:247-68. 1989b. Bochum; Deutches Bergbaum Museum.

[15] Lo Schiavo F. et al.: Metallographic and statistical analyses of copper ingots from Sardinia. Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro – 1990; Budd, op cit alla nota 21, fig. 5 – 1995; Gale N.H. et al.: Lead isotope data from the Isotrace Laboratory: Oxford. Archaeometry data base 4, ores from Cyprus, Archaeometry 39, 237-45 – 1997.

[16] Sayre E. V. et al.: Comments on “Oxhide ingots, recycling and the Mediterranean Metal Trade”. Journal of Mediterranean Archaeology. 8:45-53 – 1995

[17] Numerosi autori concordano con queste ipotesi (raccolta da più centri d’origine e riciclaggio): Budd, Muhly, Knapp, Sherratt, Stech, Hall, Pernicka.

[18] Lo Schiavo F.: Sardinian oxhide ingots 1998. In T. Rehen et al.: Metallurgica Antiqua: In  honour of Hans-Gert Bauchmann and Robert Madding. Der Anschnitt, Beiheft 8, 99-112. Bochum Deutches Bergbaumuseum.

[19] Tylecote et al.: “Copper and bronze metallurgy in Sardinia”. In Balmuth Ed: Studies in Sardinian Archaeology 1:115-162. Ann Arbor: University of Michigan press.

[20] Lo Schiavo F. et al.: Nuragic Metallurgy in Sardinia; second preliminary report. In M.S. Balmuth Ed.: Studies in Sardinian Archaeology 3. BAR International Series 387:179-187 Oxford British Archaeological Reports. 1987.

[21] Lo Schiavo F.: Economia e società nell’età dei nuraghi. In La Sardegna dalle origini all’età classica, Ed Ichnussa, AA. Vari, Milano Garzanti, 1981.

[22] Lo Schiavo F.: op cit. alla nota 28.

[23] Lo Schiavo F.: 1989 Early metallurgy in Sardinia: copper ox-hide ingots. In Old World Metallurgy, A. Hauptmann et al Ed. – 1989. Der Anschnitt 7:33-38 Bochum Deutche Bergbaumueseum.

[24] Gale N.H.: Archaeometallurgical studies of late Bronze Age oxhide copper ingots from the Mediterranean region. In A. Hauptmann et al. Ed. Old World Archaeometallurgy. Der Anschnitt beiheft 7:247-68. Bochum: Deutche Bergbaumseum. 1989.

[25] F. Begemann, S. Schmitt-Strecher, E. Pernicka, F. Lo Schiavo: “Chemical composition and lead isotopy of copper and bronze from Nuragic Sardinia” European journal of Archaeology, Vol 4, N° 1. 43-85, 2001.

[26] I modelli cretesi di navi del Minoico Antico (2000 a.C.) sono quelli di Palaikastro (prua alta, poppa bassa, un singolo ordine di remi) e di Mochlos (apparentemente una nave monoxila, inadatta ad acque profonde).

[27] I resti archeologici propendono per una limitata coltivazione del problematico grano (triticum dicoccum, forse riservato a pochi) ed una più abbondante del più rustico orzo (hordeum distichum, hordeum vulgare), ambedue non sufficienti per un’esportazione.

[28] Il più antico racconto epico mai reperito, riferito ad un sovrano realmente esistito, un re Sumero di Uruk, tra 2700 e 2500 a.C. Non disponiamo degli scritti originali in Sumero (2000 a.C. – che erano episodi separati), bensì della rielaborazione Accadica in un solo racconto (forse 1500 a.C.).

[29] F. Lo Schiavo, “Sardinian metallurgy: the archaeological background”, in M. S. Balmuth, Studies in Sardinian archaeology 230-50; Early metallurgy in Sardinia”, in R. Madding, “The beginning of the use of metals and alloys” Zhengzhou, Cina, 1986 (Cambridge M.A. 1988) 92-103.

[30] C. Atzeni et Al.: “Notes on lead metallurgy in Sardinia during the Nuragic period”, Historical metallurgy 24 (1991) 97-105.

[31] C. Atzeni et Al.: “Bronze metalworking at the nuragic site of S. Barbara, Sardinia, Italy”Historical metallurgy, 26 1992, 31-35. L.J. Gallin et Al.: “Attività metallurgica al nuraghe S. Barbara di Bauladu (Or)”. Quaderni della Sopraintendenza Archeologica per le provincie di Cagliari ed Oristano 11 (1955) 141-53.

[32] L’isola greca di Seriphos è spoglia, oggi, ma la presenza di scorie di rame sui cigli rocciosi lascia capire perché gli alberi di un tempo siano stati tutti abbattuti.

[33] Anche considerando una rigogliosa ricrescita dei boschi nelle zone alte dell’isola, è molto probabile che il limite alla produzione dell’isola fosse dato proprio dalla disponibilità del combustibile.

 

Fonte

Sito ParolaSuonoColore

 

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