Sardegna e Bronzetti #1: introduzione, provenienza ed alcuni perché

Sardegna e Bronzetti #1: introduzione, provenienza ed alcuni perché

Ott 21, 2017

Oggetti e reperti di rame e bronzo rinvenuti in Sardegna, sono spesso al centro di discussioni. Pareri difformi – talvolta suffragati da “prove” dell’archeologia scientifica – aprono la strada a tesi non proprio ortodosse e a confusione.

Bronzetti nuragici

Si ha talvolta l’impressione che persino alcuni autori non possiedano l’esperienza diretta “sul campo” di che cosa realmente comporti la ricerca, l’estrazione e la fusione dei metalli[1]. Alcuni restano stupiti dell’aspetto simile all’oro che possiede il bronzo “nuovo”, conoscendo soltanto quello ossidato dei reperti. Altri non conoscono i tempi diversi di raffreddamento, necessari ai metalli diversi, dopo la fusione[2].

A prescindere da ciò, di fatto molte domande restano ancora senza una definitiva risposta. Per citarne solo alcune: quale fosse la provenienza degli oggetti di bronzo; quale il tipo di vita delle popolazioni che li producevano; chi organizzava la composizione abbastanza standardizzata e la distribuzione, degli ox-hide ingots[3] attraverso il Mediterraneo e fino alle coste del Mar Nero; in che modo fosse organizzato il commercio parallelo degli oggetti di lusso; quali fossero i navigli…

Non è possibile parlare dei metalli, senza fare un riferimento alle prime attività minerarie dell’uomo e senza formulare almeno un paio di considerazioni di base.

La prima considerazione obbligatoria è che lo scavo minerario è sempre stata un’attività dura e pericolosa: nessuno ci si dedicherebbe se non dietro costrizione, oppure grandi vantaggi economici, materiali o morali[4]. Tito Lucrezio Caro (De Natura Rerum, I sec. a.C.) scrive: “Pensa che là alcuni uomini scendono e scrutano il ferro nascosto, l’oro, le vene d’argento e di piombo; scavano, in abissi chiusi la roccia compatta, nell’ombra umida e respirano aria maligna, il fiato malvagio dell’oro nel suolo, nelle putrescenti miniere. Non si può guardare nel viso questi uomini senza dolore, quando salgono per poco alla luce: se ancora non li hai veduti, n’avrai sentito parlare, come presto periscano e quanta parte della loro vita essi perdano ogni giorno, dentro la terra, in quella fatica sepolta verso cui la miseria li spinge”.

Probabilmente, i primi scavi mai effettuati furono volti a trovare quella vena ferrosa scura che si chiama ematite, con strumenti di osso, frantumandola fino a polverizzarla e trasformarla in ocra rossa[5]. Il premio, qui, consisteva forse nell’enorme valore religioso sacrale che – proprio in tutto il mondo – l’antropologia è riuscita a ricostruire per l’ocra, dall’uso rituale che l’uomo antico ha fatto ovunque di questo pigmento…

La seconda considerazione è d’ordine morale: come spesso succede, l’uomo (anche se alcuni negano l’essenza umana a creature pre Homo Sapiens) si sottopone ad un’attività durissima e pericolosa, non per ciò che è strettamente necessario alla propria vita, bensì per un bene astrattamente prezioso, di lusso, se non voluttuario. Ancora oggi, sembra non avere appreso granché dai propri errori.

In ordine cronologico, due tipi di pietra hanno affascinato l’uomo, in seguito: l’ossidiana (vetro vulcanico) e la selce (pietra sedimentaria ricca in silicio). Siamo ormai a circa 10.000 – 8.000 anni fa, l’uomo si è abituato a riconoscere l’aspetto naturale di queste pietre e di altre ancora: è diventato un cercatore, è un geologo arcaico. Apre strade nuove, anche per mare, che percorrerà per lungo tempo… Ma fa anche commercio, sia dei suoi beni di lusso che di strumenti di lavoro, tanto che questi si sono ritrovati anche a molto più di 200 chilometri dai siti di produzione, attraverso il mare[6]

Ossidiana

Che l’uomo abbia effettuato un bel po’ di sperimentazione, con il fuoco, questo è certo: la pirotecnologia è così progredita attraverso un’enorme quantità di tentativi ed errori. Anche la selce può essere meglio lavorata dopo esposizione al fuoco (100-400°C): questo trattamento produce fili ed utensili meno resistenti, ma riduce lo scarto di lavorazione…

Uno dei primi esperimenti deve essere stato effettuato sul calcare macinato (o su gusci macinati di conchiglie, in sua assenza), ponendone strati alternati a strati di legna (800°C). Questo fa “calcinare” il calcare, che, in seguito mescolato con acqua dà la “calce spenta” (idrossido di calcio).

L’idrossido di calcio è un prodotto instabile e, lasciato riposare, reagisce con il diossido di carbonio e perde vapore acqueo. Ciò che ne risulta è un intonaco, che può servire a chiudere le fessure in un muro (mescolato a sabbia) oppure a realizzare il pavimento di una terrazzatura (mescolato a schegge di calcare). Siamo in epoca ancora precedente alla terracotta: non si utilizzano ancora le argille (alluminosilicati), non si usa ancora il forno del vasaio con le sue elevate temperature, ma i concetti ci sono già tutti, non ci vorrà ancora molta sperimentazione…

Il rame è un metallo che, allo stato nativo, può essere facilmente reso lucido e di gradevole aspetto (anche soltanto se trasportato dalla corrente in un fiumiciattolo): pertanto è facile che il cercatore di pietre lo abbia notato… Purtroppo è troppo morbido e malleabile, per essere di qualche utilità come strumento: può però essere indurito – fino a più di due volte, ma diventando anche più friabile – con la martellatura, anche usando strumenti di pietra o d’osso. Un antico metallurgo ha scoperto che un trattamento con il fuoco ed un’ulteriore martellatura elimina questo difetto di fragilità[7]. Il rame nativo di superficie è stato il primo ad attirare gli osservatori umani, il primo ad essere impiegato e quindi il primo a scarseggiare. Gli specialisti dovettero cercare altre fonti[8], meno pure, di rame, anche scavando, visto che quello superficiale non c’era più. Queste forme di rame richiedevano l’estrazione per fusione, che non è cosa troppo ovvia da ideare: la tesi comunemente addotta è quella della scoperta fatta per caso, osservando l’effetto di un fuoco da campo su pietre contenenti rame. A dimostrare falsa questa tesi è il fatto fisico per cui un fuoco di tale genere è troppo piccolo, troppo all’aperto e troppo di breve durata: pertanto produce temperature insufficienti, ed in presenza di troppo ossigeno.

Non sappiamo con precisione come, né quando si ebbe questa acquisizione.  Sappiamo però, che la comparsa della terracotta[9] nell’Asia Occidentale – circa 9.000 a.C. – è stata abbastanza rapidamente seguita dall’uso dei metalli[10]. Sappiamo anche che le temperature per un forno di vasaio sono alte[11], sono mantenute per molte ore e che inoltre la presenza d’ossigeno, al suo interno è al limite della possibilità di combustione, vicina allo spegnimento per soffocazione.

Naturalmente, altre modalità di scoperta accidentale potrebbero essere intervenute.

In Oriente, la ceramica decorata a colori, già presente nel Calcolitico, rende conto dell’abilità tecnica raggiunta nel gestire i forni. Per esempio, il vasaio sapeva regolare il procedimento di cottura, ottenendo prima il colore nero (sottraendo ossigeno) e poi il rosso (aggiungendo ossigeno e quindi ossidando)[12].

Datolite con vene di rame nativo

Comunque sia avvenuto, i fonditori riuscirono ad estrarre il rame dalle vene di solfuro, il rame divenne un metallo d’uso pratico molto più frequente. Avvenne però che i fabbri s’accorsero di un fatto apparentemente paradossale: al di là del valore della vena di metallo, era quasi più importante tutta una gamma di sostanze (dette fondenti), che potremmo chiamare impurità e che abbassavano il punto di fusione. I primi cercatori, che impiegarono le prime pepite naturali di rame, raccolte come sassi, e le coloratissime vene superficiali di malachite e di carbonato d’azzurrite, riuscivano a procurare materiali discretamente puri ai propri fonditori. Ma in seguito – con l’incremento della richiesta e l’esaurimento delle fonti di superficie – diedero inizio ad una obbligatoria attività di scavo, rivolgendosi a vene di solfuro di rame, che era più difficile da fondere e meno puro.

Quindi, senza inizialmente accorgersene, fondevano nei loro crogioli rame che non era più puro.

Ogni crogiolo di fusione conteneva, in realtà, ciò che adesso chiameremmo una lega, cioè non un composto chimico, bensì una miscela fisica di due (o più) metalli che, insieme, possono comportarsi come un metallo differente.

Quasi tutte le vene di rame contengono piccole proporzioni d’arsenico, alluminio, zinco, antimonio, o nichel. Queste si mescolano a livello molecolare con il rame, durante il processo di fusione. Ciò significa – in parole povere – che da uno stesso forno fusorio possono uscire, in sequenza, diverse varietà di leghe di rame, anche se il materiale di rame è lo stesso ed è stato accuratamente raccolto da un antico ricercatore esperto di metalli nella parte più ricca di rame della vena naturale.

Le leghe possiedono comunque sempre un’abbondanza dominante di rame. In più, una lega di rame possiede un punto di fusione più basso del metallo puro. Il che costituisce un duplice vantaggio, prima nella fusione, poi nella colatura negli stampi. La fedeltà agli stampi è maggiore e la lega risulta più dura del rame puro, specialmente dopo la martellatura.

Nel periodo Calcolitico[13] – nel quale coesistono pietra lavorata e rame – la produzione fusoria appare ancora casuale: la maggiore o minore purezza del rame non è indirizzata all’uso dello strumento finale. Si rinvengono strumenti da lavoro con una bassa quantità d’arsenico (troppo molli) e monili con un’elevata quantità d’arsenico (con una durezza non richiesta). Probabilmente, ciò è dovuto al fatto che l’arsenico era ancora sfruttato soltanto per l’abbassamento della temperatura di fusione, mentre non erano ancora noti i risultati sul risultato finale in termini di durezza.

La città che meglio simboleggia il Calcolitico è Çatal Hüyük. Che essa dovette il suo successo iniziale all’industria dell’ossidiana[14], lo deduciamo dal clima (studi dendrocronologici) del tempo, che era anche più asciutto di quello attuale e quindi era inadatto all’agricoltura.  Però, la città che abbiamo scavato fin qui giace su 12 piani, con edifici estremamente elaborati, splendidamente decorati e dipinti e molto avanzati per una città del 7400 a.C., testimonianza di uno dei primi “boom economici” nella storia dell’uomo, durato un periodo di circa 1000 anni! A determinarlo dev’essere stato il commercio: Çatal Hüyük era una ricca città di frontiera (dell’antica Mezzaluna Fertile, ma l’analogia con il nostro recente Wild West è in parte calzante) tenuta in vita dalla necessità per l’ossidiana in un’epoca pre metalli, che le permetteva d’importare beni preziosi e di commerciare in corallo e conchiglie dal Mare Mediterraneo ed in monili preziosi (perle e pendenti di varia provenienza) ed in selce d’origine Siriana.

Çatal Hüyük

Per mezzo di una serie lunga e paziente di tentativi ed errori, i primi metallurghi riuscirono probabilmente ad associare alcune precise misture diverse dei materiali naturali scavati dalle miniere, con determinati risultati desiderati diversi da ottenere. Insomma, un fabbro esperto riusciva ad avere un discreto controllo sulla qualità del prodotto finito, con caratteristiche desiderate di durezza o malleabilità e lucentezza, a seconda che l’oggetto fosse destinato ad essere un’arma o un attrezzo, oppure un monile o uno specchio.

Un fabbro esperto era in grado di percepire le qualità d’ogni singola colata del metallo di fusione che stava lavorando. Probabilmente, quindi, sistemava nella sua fucina i diversi lingotti in ordine di durezza e qualità. Presumibilmente, pur privo di un laboratorio chimico, riusciva a mantenere un’approssimazione discreta di bronzo con stagno/arsenico al 5-10%. La durezza ottenuta era più verosimilmente verificata durante la faticosa fase di martellatura del lingotto ancora rovente, quindi dopo la fusione, ma non troppo tardi. Il passo conseguente, per rimediare agli errori, doveva essere quello di ri-fondere insieme i lingotti posti alle due estremità, il più tenero ed il più duro, per tornare ad avere le desiderate qualità. Un fabbro di vera esperienza e di grande sensibilità era quello che riusciva a trasferire queste sue già sofisticate osservazioni anche al materiale naturale di vene diverse ancora da fondere, per ottenere fin dai primi momenti la ricetta giusta e risparmiare – così facendo – combustibile e fatica. Con il tempo, qualcuno scoprì che alcune sostanze (dette scorificanti) aiutavano il processo d’estrazione del metallo ricercato dal minerale grezzo, forzando le impurità indesiderate a separarsi dal rame fuso più denso, per galleggiare verso l’alto in uno strato fuso di scorie. Per questo, i fonditori aprivano degli appositi scarichi di terracotta siti ad una certa altezza della fornace, per scremare via le scorie ancora fuse in vasche separate di raccolta. Una delle sostanze scorificanti migliori è ancora oggi la Fayalite (Silicato di ferro, Fe2SiO4), una sostanza molto rara, ma che si reperisce in combinazioni equalitarie (1:1) con l’ematite (ocra, Fe2O3) e con il quarzo (diossido di silicio, SiO2). Dato che il quarzo e l’ossido di ferro sono molto comuni, gli antichi fonditori scoprirono presto che alcune vene contenevano impurità che erano auto scorificanti. Il passo logico successivo è l’aggiunta di quarzo o sabbia a materiali ferrosi e d’ocra a materiali ricchi di silice, per avere una rapida e completa scorificazione alla temperatura di circa 1120°C [15].

L’età del bronzo[16] inizia in quel preciso momento evolutivo della società umana in cui ci si accorge della superiorità definitiva del metallo rispetto alla pietra: il rame ed il bronzo sono belli, luccicano come l’oro. Il bronzo possiede caratteristiche abbastanza simili a quelle delle pietre migliori, anche se non proprio all’altezza. Può essere rifuso e riutilizzato per sempre. Ma – soprattutto – permette di costruire il pugnale e la spada, oggetti impensabili, prima, con la pietra. Le tecniche di guerra ne saranno modificate per sempre. Il fabbro – sporco di fuliggine, che tossisce ed ha un cattivo udito, che ha numerose cicatrici chiare sugli arti e spesso zoppica – diviene metallurgo, acquista dalla propria faticosa arte un enorme e quasi magico potere, è riconosciuto dalla comunità come ben più che necessario, indispensabile, assurge allo status d’eroe e diviene addirittura divino. I fabbri dell’età del bronzo erano spesso seppelliti con gli arnesi della propria rumorosa e pericolosa professione: incudine, martello, pinze e stampi.

È così che nasce il mito divino di Efesto[17].

Il bronzo è una lega, composta di rame per il 95 – 85% e per il rimanente 5 -15% di stagno o arsenico, benché altri metalli possano essere presenti in piccole quantità[18]. La sua caratteristica è quella di fondere ad una temperatura più bassa del rame puro, pur essendo più duro dello stesso. Il bronzo di stagno è facile da lavorare e fonde a 950°C, piuttosto che ai 1084°C che sono necessari per il rame. Ambedue i tipi di bronzo (stagno e arsenico) producono armi e strumenti robusti, che conservano il filo altrettanto bene o meglio della pietra (selce) una volta che siano stati rinforzati a mezzo martellatura[19].

Le vene di rame arsenicale sono più comuni di quelle di stagno e permettono di ottenere un bronzo d’elevata qualità.

Il bronzo arsenicale non si stampa altrettanto bene come quello di stagno, ma ne possiede la durezza. Presumibilmente, la scelta fra i due tipi di bronzo non deve essere stata facile, neppure quando tale scelta si è resa disponibile ed è stata riconosciuta come una possibilità reale.

Inizialmente è stata la facile disponibilità locale a dettare la scelta.

Efesto

Dopo il 3000 a.C. i bronzi Cretesi e del Mediterraneo Occidentale sono prevalentemente arsenicali, quelli Egiziani lo sono quasi esclusivamente, mentre quelli Anatolici sono fatti con ambedue i tipi.

È possibile che queste differenze siano casuali. Va notato che la stannite (Cu2FeSnS4), ad elevato contenuto di stagno, non è facilmente riconoscibile ad occhio nudo dai minerali a contenuto arsenicale (arsenopirite, FeAsS ed enargite, Cu3AsS4). È anzi possibile che il primo uso di vene di stagno sia stato dovuto ad un errore di cercatori di metalli in cerca di vene arsenicali…

Uno dei più ricorrenti temi – ogni volta che si parli di bronzo – è quello dell’estrema rarità dello stagno, necessario per comporre la lega. Ma, visto che bronzo più che soddisfacente può ottenersi anche senza lo stagno, perché mai – ad un certo punto – ci si è rivolti soltanto ad una lega che richiedeva un metallo pressoché introvabile?

Il motivo è – con ogni probabilità – di tipo medico. I cercatori di metallo saggiano il suolo con lo sguardo ed i loro strumenti. Gli scavatori lavorano a freddo, rompendo la roccia con mazze di pietra non immanicate, legate con lacci di cuoio o di fibra (seppure dopo avere causato uno shock termico alla roccia). I fonditori lavorano all’esterno ed i fumi della fusione sono dispersi dal vento. Ma il fabbro lavora al chiuso, chino sul suo artefatto bianco di calore, sprizzante scintille e soprattutto fumante di vapori arsenicali, che non può evitare di respirare, durante la battitura e la colata nello stampo…

Non sono i sintomi d’intossicazione acuta da arsenico quelli che ci riguardano qui[20]. Respirando la polvere arsenicale contenuta nei fumi, i primi sintomi più probabili e comuni sono costituiti da disturbi respiratori superiori, perforazione ischemica del setto nasale, seguiti da cancro polmonare. Probabilmente sintomi non molto notati a quei tempi. Esiste però un’altra serie di sintomi, che probabilmente non passava inosservata neanche allora, malgrado il fatto che la sua comparsa richieda un certo numero di anni d’esposizione.

Alcuni segni sono cutanei: consistono innanzitutto in un’iperpigmentazione al tronco ed agli arti, con distribuzione simmetrica bilaterale, spesso “a goccia di pioggia” (macchie scure con un centro chiaro), spesso riguardante anche la mucosa buccale e specialmente le pieghe cutanee. Nei punti di pressione cutanea si forma poi un’ipercheratosi delle piante dei piedi e dei palmi delle mani, di tipo nodulare e qualche volta “a corno”, delle dimensioni fino ad un centimetro, talvolta con fissurazioni dolorose delle piante dei piedi.

Un corteo sintomatologico impressionante, fatto di debolezza e facile stancabilità, epatomegalia, malattia polmonare cronica, congiuntivite, rinite, disuria, perdita dell’udito, edema duro degli arti, diabete e nefropatia, poteva sicuramente preoccupare gli interessati.

Ma quello che deve essere stato messo, prima o poi, in diretta connessione con l’arsenico è il danno di conduzione nervosa[21] aggiunto al danno vascolare obliterante, risultanti in claudicazio intermittens (zoppia ciclica, dopo alcuni passi, risolta dal riposo) e – talvolta – persino in gangrena secca con amputazioni spontanee di parte degli arti.

Ci si era sempre chiesti per quale strano capriccio della creatività mistico-religiosa degli antichi Efesto fosse un dio deforme e zoppo: ecco la ragione, che ci offre anche la prova della connessione che già gli antichi avevano correttamente fatto fra il mestiere di fabbro e la sua malattia professionale.

L’ostinata ricerca del rarissimo (e quindi preziosissimo) stagno è la dimostrazione che avevano anche trovato il rimedio migliore: evitare l’esposizione alla sostanza tossica.

Per circa 2000 anni, (con l’eccezione dell’Egitto, che ha continuato ad usare l’arsenico fino al 2000 a.C.) la lega di scelta della più avanzata schiera delle civiltà occidentali è divenuta quella rame/stagno: ottima, facile da lavorare e non dannosa, ma rara, difficilissima a trovarsi e causa – allora – di grande potenza per chi deteneva l’accesso alle miniere e – oggi –  ancora di molte dotte discussioni.

Efesto e Vulcano, quindi, sono la trasposizione in campo mistico della lunga obbligata agonia di molti fabbri dell’età del Bronzo. I loro successori, nel tardo bronzo e nell’età del ferro, non avranno certamente più questo problema.

Pare che l’arseniosi cronica abbia mietuto molte vittime illustri, oltre a quelle ignote che una divinità zoppa onora e simboleggia: tra questi potrebbero essere Francesco I de’ Medici, Giorgio III d’Inghilterra e Napoleone. Si pensa anche che la cecità finale di Monet, i gravi disordini neurologici di Van Gogh e persino il diabete di Cezanne possano essere derivati dall’arseniosi, per via del continuo contatto cutaneo con colori a base di arsenico (il verde smeraldo, ad esempio)[22].

Bronzetti Sardegna

È evidente che un’età del bronzo si può avere soltanto là dove rame e stagno siano disponibili in natura, dove i cercatori di metalli abbiano suggerito gli scavi e poi i fonditori ed i fabbri abbiano sviluppato le loro tecniche, per invogliare – infine – i commercianti a rifornirsi di manufatti o lingotti preziosissimi per l’epoca, creando le vie di comunicazione marine e terrestri.

Ur ed altre città mesopotamiche, poco dopo il 3000 a.C. già producono manufatti in bronzo, che in seguito si diffondono in tutto il Medio Oriente. Molte regioni, però, non hanno tracce di un’età del bronzo, passando direttamente dal calcolitico all’uso del ferro.

Si è molto favoleggiato sull’origine dello stagno per le fonderie antiche, fino a quando non si sono scoperti più di 40 siti, sedi d’antiche miniere, sulle montagne del Tauro, in Turchia[23]. Si tratta di zone che offrono anche oro, argento e piombo. Gli scavi di Çatal Hüyük hanno portato alla luce lavori in piombo fuso (tardo III millennio) ed in argento (tardo IV millennio), a dimostrazione che le tecniche fusorie si stavano affinando già da molto tempo, prima di dare il proprio nome ad un’era innovativa dell’evoluzione dell’uomo. Esistevano tre fonti di stagno: l’Afganistan del nord est, Kestel-Goltepe in Anatolia e le miniere dell’ovest europeo (Spagna, Bretagna e Cornovaglia).

Il Taurus produceva probabilmente lo stagno necessario per i primi bronzi di stagno per il medio oriente. Goltepe produceva solo stagno, Kultepe e Acemhuyuk erano centri di lavorazione e smercio. Il rame proveniva da altri siti. La grande ricchezza di Troia II è stata ipotizzata dipendere dalla disponibilità quasi illimitata di stagno…

La vena dominante di stagno è la cassiterite, cioè l’ossido di stagno (SnO2): si rinviene sotto forma di granuli bruno nerastri nelle sabbie alluvionali. Ed in alcune zone è proprio ciò che rimane, come minerale residuo, dopo la disgregazione finale dei graniti (prevalentemente SiO2 e Al2O3) in sabbie ed argilla (filosilicati).

Per questo motivo, in realtà è possibile che le prime osservazioni sulle proprietà dello stagno siano state fatte dai vasai: depositi di caolinite (idrosilicato d’alluminio) si rinvengono spesso presso le concentrazioni granitiche ed alcuni granuli di cassiterite potevano quindi restare intrappolati nella creta dei vasai. Dato che la cassiterite fonde a soli 600 gradi, è possibile formulare l’ipotesi che il vasaio può essere stato lo scopritore accidentale della fusione dello stagno. La pirotecnologia del vasaio, estesa ai materiali terrosi e metallici, in forni sempre più caldi e perfezionati, condotta con esperimenti svariati e non scoraggiati dai sicuramente numerosi insuccessi, può avere condotto alla scoperta accidentale dell’estrazione con il calore. Azzurrite e malachite (di colore blu ed azzurro: forse messi nel forno alla ricerca di pigmenti per i vasi) sono sostanzialmente minerali di carbonato di rame. Il carbonato si scinde al calore e liberando vapore si trasforma in ossido di rame (di colore dal rosso al nero). Se si procede con l’esposizione a temperature ancora più alte, in scarsità d’ossigeno, il carbone brucia fino al monossido, piuttosto che al biossido di carbonio: il monossido di carbonio porta via un atomo d’ossigeno all’ossido di rame, lasciando rame in forma metallica.

Da qui, il processo, le tecniche ed i forni, tutto si è specializzato in funzione della produzione del metallo: è nato un mestiere totalmente differente. Naturalmente, le cose possono essere andate anche diversamente, ma quella sopra descritta sembra una sequenza logica, verosimile ed affascinante d’avvenimenti.

 

Written by Maurizio Feo

 

Note

[1] Ad esempio, per la mancanza di resti di carbone, era stato messo in dubbio che fossero stati trovati 18 forni fusori a Pyrgos Mavroraki, (Cipro, scavi a cura di M.R. Belgiorno, 1998), fino a quando il Centro d’Archeologia Sperimentale Antiquitates (A. Bartoli) non ha dimostrato che un forno del 2000 a.C. può funzionare ad olio d’oliva, per la produzione del bronzo – Napoli,13 feb. 2006. L’olio lascia meno scorie del carbone e permette prodotti finali più puri.

[2] Lunghi, per il rame e per il bronzo. Solo la sperimentazione, può quindi avere condotto alla successiva tempra del ferro.

[3] Letteralmente: lingotto a (forma di) pelle di bue.

[4] Anche in tempi recenti (1882) D’Annunzio e Pascarella furono molto espliciti circa le tristi condizioni dei minatori sardi: si pensi che in circa 100 anni ne sono morti circa 1500 per incidenti, senza contare le malattie acquisite per via dell’ambiente malsano.

[5] La data è 300.000 anni a.C. e l’autore degli scavi è Homo Heidelbergensis, in Francia ed in Slovacchia. Anche in molti siti di H. Neanderthalensis (30.000 a.C.) sono state trovate fabbriche di ocra, cruda e cotta (la cottura la rende ancora più rossa).

[6] Fortunatamente, i reperti litici non vengono distrutti, neanche dopo che sono diventati inutili all’uso e contengono tracce geochimiche, che permettono di localizzarne l’origine. Dato che la selce non è ubiquitaria, è ovvio che essa fosse custodita e trasportata dai possessori per farne uso nei siti dove si rendeva necessaria (per scuoiare e tagliare a pezzi trasportabili gli animali uccisi, etc). Il filo degli strumenti di selce è fragile abbastanza da restare danneggiato, durante il trasporto, se ogni singolo attrezzo non è protetto – per esempio – da un avvolgimento in pelle, che è il tipo di protezione più probabilmente adottato…

[7] Gli oggetti di rame più antichi così trattati provengono dall’Anatolia orientale (Cayonu Tepesi e Asikli Hoyuk) sono del 7.000 a.C. e consistono in ami e punteruoli. E’ il primo esempio noto di pirotecnologia, con ricottura del metallo. Vista la navigabilità (con battelli di pelli e con zattere) del Tigri dall’altopiano fino alla pianura, è verosimile che gli oggetti di rame rinvenuti in Mesopotamia e risalenti al 7000 siano d’origine anatolica.

[8] Ossidi, carbonati e solfuri.

[9] L’invenzione della terracotta a tenuta idraulica è stata forse stimolata dall’inizio dell’agricoltura (ne è considerata ovunque un indicatore): essa serviva per proteggere da insetti, roditori ed altri fattori ambientali dannosi le granaglie coltivate, i liquidi d’uso alimentare prodotti: vino ed olio, oltre all’acqua.

[10] Diamo all’Età del Rame le date 8.500-4.000 a.C.  Nelle isole britanniche i più antichi segni di scavo per il rame sono datati 2400 a.C. (Irlanda, Ross Island).

[11] A 450 °C si ha una terracotta robusta e a prova d’acqua; a 1.000 °C si ottiene una terracotta più dura, lucida e bella, ma si può anche fondere un metallo…

[12] B. Rhouda, La Mesopotamia, 2003, Ed Il Mulino.

[13] Cuprolitico ed Eneolitico sono sinonimi: è un periodo preistorico (4.000 a.C. in Egitto e 4500 in Bulgaria, lungo il Danubio) in cui compare il metallo (rame, argento e oro), ma coesiste con un uso primario di pietra ed osso. Compaiono il bicchiere campaniforme nel Mediterraneo Occ. ed i megaliti atlantici.

[14] L’ossidiana proveniva dalle zone d’Aksaray, Bingol e del Lago Van: se ne trovano esportazioni fino alla lontanissima città di Gerico.

[15] Questa è un’acquisizione che è stata separatamente fatta in differenti zone ed epoche: nel 2800 a.C. in Cina; nel 600 d. C. in centro America; nel ix o x secolo d. C. nell’Africa Occidentale.

[16] La prima parte dell’Età del Bronzo è – in verità – un’età del rame arsenicale (Betancourt 2006), per la facilità con cui questa forma si ritrova nelle vene di superficie: è già un tipo di lega, che chiamiamo bronzo arsenicale.

[17] Un dio deforme, perciò ripudiato dalla propria madre Era, scacciato dall’Olimpo e relegato in un vulcano, la sua fucina. Un dio zoppo: ma non dovrebbe la divinità essere – se non perfezione – almeno superiore alla fragilità dell’uomo?

[18] Quantità più basse di stagno o arsenico non migliorano la lega rispetto al metallo puro; quantità più elevate rendono la lega troppo friabile per essere utilizzabile: i metallurghi dell’età del bronzo avevano empiricamente trovato la gamma corretta di valori per l’utilizzazione della loro lega.

[19] Nell’età del bronzo non erano disponibili altre leghe: lo zinco (con cui si ottiene l’ottone) ed il nichel sono molto più rari e molto difficili da fondere; la lega con antimonio è troppo friabile.

[20] Sapore metallico in bocca e salivazione abbondante, deglutizione difficoltosa; poi, vomito e diarrea, alito agliaceo, crampi addominali e sudorazione eccessiva; infine, crisi convulsive ed insufficienza renale…

[21] Un danno organico, per inibizione enzimatica, alla sostanza bianca e grigia.

[22] Va anche aggiunto però che altre sostanze, cui in qualche modo gli impressionisti si esponevano, sono dannose: la trementina, l’assenzio etc.

[23] Fece sensazione la scoperta presso il grosso villaggio antico di Goltepe, (3290-1840 a.C.), in cui buona parte dei cunicoli di scavo permettevano il passaggio di bambini soltanto (molti scheletri infantili vi furono ritrovati). L’enormi dimensioni del lavoro estrattivo di stagno sono state dedotte dall’entità delle scorie di scarto: 600.000 tonnellate in un singolo mucchio. Il materiale di scavo veniva schiacciato all’aperto, lavato e fuso con carbone in piccoli crogioli (che sono stati ritrovati numerosi), invece che nei grossi forni usati altrove per il rame.

 

Fonte

Sito ParolaSuonoColore

 

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