Intervista di Alessandro Cortese a Paola Presciuttini: di Ossessioni & Desideri

Intervista di Alessandro Cortese a Paola Presciuttini: di Ossessioni & Desideri

Ott 16, 2017

Capita che i pezzi che scrivo per le mie interviste spesso mi riguardino. Magari rivedo me stesso o parte del mio percorso nella persona con cui dialogo, magari nell’esperienza dell’altro posso ritrovarci la mia.

 

Alessandro Cortese – Paola Presciuttini

E poi capita che certe storie, invece, siano a me più vicine di altre, perché a me più vicine sono le persone di cui racconto.

È questo il caso ma non posso parlarne cominciando da adesso. Piuttosto, devo tornare al ’95, a quando, da ragazzino, amavo vestirmi di nero, leggere Baudelaire e Kafka e praticare la lotta ideologica che s’accendeva nella diatriba politica di piazza.

A scuola non è che fossi una cima: semplicemente m’interessava poco quanto mi si chiedeva di fare. Poi la mia insegnante d’Italiano, che non mi aveva troppo in simpatia, un giorno venne in classe annunciando che si sarebbe fatto un corso di scrittura, uno vero, con una vera scrittrice. Allora non c’erano ancora le scuole di scrittura, non c’era la Holden, e inutile a dirsi che quel corso fu proposto solo ai più bravi. Se non mi fossi messo di puntiglio, tirando su una polemica con la docente (e capitava spesso che io tirassi su polemiche), quel corso non l’avrei fatto.

Eppure dovevo. Pensai che, in un posto dove si facevano un mucchio di cose poco interessanti, proprio non avrei potuto rinunciare all’unica cosa che lo fosse davvero.

A tenere quel corso fu Paola Presciuttini, una ragazzina poco più che ventenne che ci aveva mandato Dacia Maraini. Lei parlava con accento simpatico, senza pronunciare la “c” come avevo imparato a fare anch’io coi film di Benigni.

Quel che di Paola notai all’inizio fu quel suo tentativo di sembrare la persona giusta al posto giusto. Per quanto provasse a nasconderlo, non era un’attrice troppo brava: le avevano detto di quel corso soltanto il mese prima, la Maraini l’aveva chiamata dicendole se le sarebbe piaciuto farlo e Paola accettò, mettendosi a studiare testi (a decine) su come insegnare a qualcuno un po’ di scrittura.

Più di vent’anni dopo mi ha confessato che era terrorizzata, all’idea di venirci. Più di vent’anni dopo, ancora ne parliamo tentando di ricostruire, coi ricordi di entrambi, chi ci fosse e chi no e quali storie si raccontassero, in quella settimana di lavoro intenso, fatto scrivendo, tutti insieme, per 6 ore al giorno dal lunedì al sabato.

E poi, poco a poco, Paola si mise a suo agio, lo fece leggendo e facendo quel che sapeva far meglio, lavorando con le parole. Lavorando con le parole, tentò di farci capire come usarle.

Oggi entrambi concordiamo sull’impossibilità d’insegnare a qualcuno a scrivere. Forse gli si può insegnare il come, ma non a farlo.

Perché scrivere, tutto sommato, è come avere un rubinetto sempre aperto. È vedere cose e persone, tutto quanto ti succede intorno, non come la realtà vera ma come storie da leggere, magari da appuntarsi.

Paola Presciuttini

Ho la ferma convinzione che, come per qualsiasi artigiano, si possa fare lo scrittore acquisendo gli strumenti necessari. Ma esserlo è un’altra cosa. Per esserlo devi provare una pulsione, avere il desiderio. Ci vuole l’ossessione. E la meravigliosa capacità di amare persone che non esistono. Non è nulla che possa insegnarsi: queste cose sono doni, o maledizioni se vi pare, che ci si rende conto di aver ricevuto alla nascita o quasi.

Però è possibile, per un maestro, insegnare ad altri che vi sono strumenti con i quali si può disciplinare un dono o, più semplicemente e senza troppe pretese, con cui si può dare la giusta forma alla sostanza che fa di noi quelli che siamo.

Così Paola ci insegnò quali differenze ci fossero tra il racconto in prima persona e quello in terza, ci fece immedesimare in personaggi che avremmo raccontato e ci fece leggere a voce alta le nostre composizioni, come fossimo esseri umani fatti e finiti, finalmente, fuori dall’infanzia e pronti a entrare nell’età adulta con quelle nostre letture, divenute simbolicamente una dichiarazione di indipendenza intellettuale: scrivo e dunque sono.

Ricordo che scrissi un racconto, in quelle giornate, in cui un tizio avrebbe voluto gettarsi giù da un ponte, ma a impedirglielo era il ponte stesso. Ricordo la faccia di Paola, dopo che lo lessi. E ricordo che fu la prima volta in cui una persona che mi sentiva leggere qualcosa di mio commentava dicendomi: “è meraviglioso”. Se non avessi visto la sua faccia, non le avrei creduto. Non erano le sue parole a inorgoglirmi. Lo era quel sentimento di meraviglia che le vidi sul volto.

A lei non ho mai detto che, per me, quelle sue parole e quella sua espressione furono un punto di partenza: mi convinsero che potevo esser bravo a far qualcosa, che quanto facevo poteva essere apprezzato anche da altri.

È stata Paola a mostrarmi quanta forza potesse mettersi nelle parole e, una parola dopo l’altra, mi disse che potevo costruire ponti verso chiunque.

Negli anni seguenti, sperimentai la scrittura, usandola in molti modi, e più la usavo e più mi conoscevo. Ogni nuova riga mi è servita a sapere cosa avevo dentro, carta e penna erano il rubinetto che avevo finalmente aperto. E la scrittura mi ha salvato, permettendomi di esorcizzare demoni che forse, negli anni, avrebbero potuto distruggermi.

Ebbi la fortuna di frequentare con Paola due corsi di scrittura, due settimane a cavallo tra il 1995 e il 1996, poi ci perdemmo di vista.

Ho voluto cercarla nel 2011 e ritrovarla è uno dei meriti del social network: avevo pubblicato “Eden” da poco e, romanticamente, pensai che potesse farle piacere sapere che io, un suo alunno, ce l’avevo fatta. Avevo trovato il modo di entrare nel mondaccio dell’editoria e volevo farle sapere che il merito era anche suo.

Erano passati più di 15 anni, dall’ultima volta che ci eravamo sentiti.

Nel mondo dell’editoria facci stare gli altri: noi facciamo letteratura”.

Questa è una delle tante cose che mi ha detto, da quando ci siamo ritrovati.

Da quando l’ho ritrovata, per quanto lei dica il contrario, Paola non è cambiata affatto: continua a sentirsi fuori posto, a volte. Come quando io, scherzando ma non troppo, la chiamo maestra e lei, da brava toscana, sa mandarmi a quel paese con la solita simpatia.

Eppure io la vedo maestra davvero, per tutto quello che mi ha insegnato e sa insegnarmi.

 

A.C.: Ciao Maestra… che ne pensi di questa intro? Troppo zuccherosa o passabile?

Paola Presciuttini

Paola Presciuttini: Mah… vedremo in fase di giudizio! A parte gli scherzi, anche a me fa piacere ricordare quei giorni di tanti anni fa. Mi rivedo sul treno che andava a Barcellona e, se non sbaglio, credo di avere anche dei disegni… li feci su quella scarpa traballante, il traghetto che portava dalla Calabria alla Sicilia. Non era la prima volta che venivo nella tua regione, anni prima, quando lavoravo per una compagnia di Teatro di Burattini ero stata a Catania e mi ero innamorata di quella città dalle architetture ariose. Da voi, a Barcellona Pozzo di Gotto, certo non poteva essere la cittadina ad affascinarmi. Tu che l’hai vissuta lo sai, è bruttarella. Ma la gente, i sapori, la curiosità di voi ragazzi mi incantarono. Eravate un pozzo senza fondo. Quello è stato il mio primo corso di scrittura e come tutte le prime volte è indimenticabile, ma una cosa che poi ho sempre constatato è che si lavora meglio nelle cittadine di provincia, i ragazzi sono più assetati, meno convinti di aver già visto e capito tutto solo perché vivono in una grande metropoli. Lo spirito di ricerca è maggiore. Se poi vuoi sapere di te, mi ricordo benissimo i tuoi vestiti neri, i tuoi capelli folti e altrettanto scuri, la croce celtica che portavi al collo, e la tua verve polemica che non riusciva a nascondere la tenerezza di un’anima inquieta in cerca di risposte. Avevo pochi anni più di te, ma vedendoti riuscivi a ricordarmi la me stessa di pochi anni prima. Anche io al liceo avevo cercato nella politica, seppur dal lato opposto, il bandolo di una storia che un bandolo doveva pur avercelo. Davanti a te avrei potuto alzare i mille muri della mia faziosità oppure ascoltare le tue parole. Ho scelto la seconda via ed eccoci qui.

 

A.C.: Non so come la vedi tu ma, immaginando che tu la possa vedere come me, io amo ricordare. Guardare com’ero prima e capire cos’è cambiato, come sono diventato. Ci siamo conosciuti più di vent’anni fa… come ci vedi? Cos’è cambiato? Com’eravamo prima e come siamo adesso?

Paola Presciuttini: Oddio, domanda complicata. Posso dire, e con difficoltà, qualcosa di me, di come sono cambiata io, ma per il resto è molto difficile. Comunque, ricostruiamo. Era il 1995. Per rimanere sulla politica, aveva appena vinto Berlusconi ed iniziava l’agghiacciante ventennio della dittatura mediatica. L’onestà, che già aveva mostrato i sintomi di una grave malattia con mani pulite, stava per ammalarsi in modo cronico ed irreversibile. C’era stata la prima guerra del golfo, ti ricordi? Ma ancora nessuno di noi immaginava le mastodontiche conseguenze storiche di quell’evento. Poi è venuta la seconda, poi le Torri Gemelle, poi questa guerra infinita senza confini. Insomma le cose che sono successe sono tante e né tu né io abbiamo più quelle certezze granitiche che credo in parte siano retaggio della gioventù ma che, per il momento storico che viviamo e abbiamo vissuto, si sono sgretolate su se stesse, nel momento in cui il rapporto tra buoni e cattivi ha smesso di essere decodificabile. Per quanto mi riguarda, la vita mi ha molto ferito. Da giovane ero convinta che la Letteratura fosse una sorta di paradiso per menti elette, ora so che è una schiava al mercato. Una schiava bellissima, certo, ma soggetta a compratori, a regole che poco hanno a che fare con la qualità e soprattutto con la necessità. E funziona come tutto il resto. Devi creare un brand e poi venderlo. Da giovane sognavo le sofferenze dell’artista, ora ne sono stufa! In un mondo dove solo chi ha successo ha ragione, lo stare ai margini mette in dubbio la tua reale utilità. Certo per me le cose, dai giorni in cui ci siamo incontrati tanti anni fa, sono andate migliorando. Allora avevo pubblicato un solo libro, oggi ne ho all’attivo sei. Volevo diventare una scrittrice a tutti gli effetti e lo sono, per alcuni anche brava. Ma a un certo punto ci si stanca di trattare in modo professionale un lavoro che non riesce a darti nemmeno lo stipendio di un artigiano. Il romanticismo è finito, almeno il mio!

 

A.C.: Se lo scrittore intervista la scrittrice si corre il rischio di fare un dialogo tra noi, tra il commemorativo e l’autoreferenziale. E allora raccontiamo agli altri, a chi vuol scrivere e pensa di non averne i mezzi, quanta forza c’è dentro ciascuno e quanta forza, ciascuno, possa mettere dentro le proprie parole.

Trotula

Paola Presciuttini: Se l’atteggiamento nei confronti della scrittura prescinde dal fatto di voler diventare “scrittore”, l’atto di scrivere di per sé rimane una delle esperienze più potenti che l’essere umano possa fare.  L’uomo ha tre possibilità di interagire con se stesso e con il mondo: pensando, parlando e agendo. Scrivere le comprende tutte. Non a caso le questioni fondanti della civiltà sono state scritte: i comandamenti, i grandi testi religiosi, le costituzioni. E una cosa così preziosa, così fondamentale, è alla portata di tutti, di chiunque abbia un foglio e una penna, non servono grandi macchinari, risorse infinite, grandi spazi. Tutto ciò che la scrittura pretende in cambio è il tempo. Il tempo è consorte della scrittura, condivide con lei la sorte, il destino e il potere. E quello della scrittura è un tempo speciale, prezioso, silenzioso. Oggi, grazie ai social, tutti scriviamo e scriviamo sapendo di avere dei lettori certi. Opinioni, battute, sfoghi, persino qualche pezzo autobiografico. Mi chiedo spesso se questo sia un bene o un male. Ma scrivere un racconto o addirittura un romanzo è un’altra cosa. Presuppone la capacità di rimanere soli con se stessi e con i propri personaggi, qualcosa d’impensabile nelle sparate del web. Fino a quando quella storia non troverà qualcuno che è disposto a metterla sul famoso mercato i lettori non arriveranno. E, quando arriveranno, sarà difficile sapere in diretta le loro opinioni. Ci hai fatto caso? È rarissimo sui social trovare veri e propri racconti, anche brevi. Eppure gli aspiranti scrittori sono tanti e quello potrebbe essere un buon banco di prova. Per assurdo ci si sente meno nudi a raccontare i fatti nostri che a mettere in mostra il nostro immaginario.

 

A.C.: Non fai che ripetermi l’importanza del ruolo che io, te, gente come noi ha nel mondo, non tanto per quel che scriviamo, né per come lo facciamo, ma per il messaggio che è nostro dovere dare: far giungere agli altri qualcosa che possa fare del mondo magari un posto migliore, evitare di aggiungere veleno a quel che già si è diffuso.

Paola Presciuttini: Allora, per quanto riguarda la questione tra arte e messaggio io ormai mi sono fatta una mia opinione. Sono convinta che ogni testo, che l’autore ne sia consapevole o meno, porta con se un messaggio e la semiotica ce lo dimostra. Quindi perché continuare a mandare messaggi involontari? Tanto vale provare a dire qualcosa, tanto lo diremmo comunque. Questo non toglie che oltre alle mie intenzioni, il testo per sua stessa natura metta in campo sottotesti ulteriori, ma almeno in parte io posso dirigere il mio gioco. E questo richiede una presa di responsabilità e soprattutto una nostra personale idea delle cose del mondo. Che lo si voglia o meno ogni favola ha la sua morale. Da scrittrice, posso decidere di scrivere favole che ricalchino una morale con la quale io potrei non essere d’accordo, anche questo è uno dei grandi poteri della letteratura. Del resto, un libro è un mondo. Dove le cose possono andare anche in modo diverso da come vanno nel mondo reale. L’importante è la coerenza dall’inizio alla fine dei rapporti di causa ed effetto. E non c’è nemmeno bisogno di inventarsi le cose di sana pianta: basta scegliere le storie. In uno dei miei romanzi, Trotula, racconto una donna che nell’anno mille, a Salerno, era medico, insegnava e scriveva trattati. Volendo raccontare una donna medioevale, avrei potuto scegliere una madre maltrattata e tenuta in scacco dal pensiero oscuro di quei secoli, ma ho preferito creare per me e per i miei lettori un punto di riferimento positivo. Credo che continuando a raccontare ciò che non funziona si giustifichino in qualche modo degli atteggiamenti, facendoli assurgere a dignità letteraria. Pensate alla grande massa di libri gialli, pieni di morti ammazzati, che questa società sempre più violenta sta producendo. Non dico che il lato peggiore dell’umanità non vada raccontato, ma va fatto con grande attenzione e mettendo in conto il potere di fascinazione che ha una narrazione letteraria.

 

A.C.: Non aggiungere veleno a quel che già si è diffuso. Non alimentare la peste che ci aggredisce. Il tuo nuovo romanzo racconta la peste, è un romanzo storico… ma ho la certezza che non sia relegato al passato, che sia attuale e presente invece, condividendo con te il timore per il futuro. Gli artisti spesso percepiscono le ombre sul domani prima degli altri.

La Mannaia

Paola Presciuttini: Ecco. Se per Trotula le ragioni che mi muovevano, messaggio compreso, erano molto chiare, nel caso de La mannaia, così si intitola il mio libro sulla peste, è tutto più complesso. La peste ha a che fare con la paura del contagio, del contatto con l’altro. Non ho né le capacità né gli strumenti per scrivere un testo serio sull’immigrazione, quindi ho pensato che cercare una metafora storica e letteraria della questione fosse per me la via più praticabile. La peste del 1348 somiglia molto a quello che sta succedendo nel nostro paese, con la grande epidemia di razzismo che il contatto con persone che provengono da altri paesi sta provocando. Allora fu la prima volta che la malattia si presentava con quella forza, così come è la prima volta che il nostro paese si trova a combattere con un problema di intolleranza di queste dimensioni. Ma la peste, come il razzismo che è la vera malattia di questo tempo, c’è sempre stata. Cambia nome, sintomi, ma serpeggia tra noi, sotto forma di Aids, di Ebola, di Aviaria. L’uomo sa che qualcosa di molto piccolo, addirittura invisibile, può ribaltare il mondo. Il problema è che questa consapevolezza ce l’ha solo in negativo. Io sono buddista e, per lo stesso principio, il buddismo che pratico mi insegna che anche un infinitesimale elemento positivo ha lo stesso potere. Per tornare al libro, nella Mannaia si parla della mia città, Firenze, degli anni in cui nasceva la sua meraviglia e tutti i cantieri più importanti erano aperti, degli anni in cui nelle strade scorreva il sangue delle lotte intestine, e della Corporazione dei Beccai. Volevo un medioevo carnale, vivo, lontano dai conventi, quel medioevo violento e fazioso che serpeggiando è arrivato fino a noi. Ho scelto i beccai perché io stessa vengo da una famiglia di macellai e scrivere, come hai detto, è un modo per conoscere se stessi. Non sempre le vie per farlo sono le più lineari e io non ho mai scritto niente di autobiografico, ma sapevo che studiando quella corporazione avrei capito molto di quello che mio padre mi ha trasmesso. L’Italia, al di là di quanto si dice, non è un paese meritocratico perché per molti versi esistono ancora le corporazioni. I figli dei medici fanno i medici, quelli dei dentisti i dentisti, quelli dei registi gli attori. Capire qualcosa di più su quel sistema è capire qualcosa di più del paese in cui viviamo. E così in questa Firenze viva e pulsante nel 1348 arriva la peste e arriva anche il mio protagonista: un mostro, un alchimista, un solitario mosso solo dal desiderio di sapere. Che invece di scappare dalla peste ci si butta dentro a capofitto.   

 

A.C.: Letteratura o narrativa? Che posto è il mondaccio dell’editoria? Tu sei una scrittrice assolutamente “vecchio stampo”: sei assai poco social, non credi negli editor e diffidi di chi vuol mettere mano sui tuoi testi, credi ancora che scrivere significhi puntare a far letteratura e non semplice narrativa?

Paola Presciuttini: Allora, ragazzo mio, la distinzione non è tra Letteratura e Narrativa, ma tra Letteratura ed Editoria, concetti che troppo spesso vengono confusi. Un libro ormai è un buon libro se dal punto di vista editoriale funziona, non esiste quasi più la dicotomia pubblico-critica. Se un libro vende, la critica, che spesso fa parte dello stesso sistema editoriale, lo plaude, se non vende lo ignora. Oppure se esci con l’editore giusto i giornali giusti parleranno di te e la gente ti leggerà. Questo è il sistema ormai, l’editoria è un’industria come tutte le altre, ha dipendenti e deve fornire stipendi, con buona pace della qualità letteraria, spesso. Non è sempre così, fortunatamente, e a volte si trovano ottimi libri pubblicati da grandi editori e apprezzati dalla critica. Ma non è più la regola, o forse non lo è mai stata.

 

A.C.: Mi piace il concetto di circolarità. Negli ultimi anni ho dedicato molto allo studio del Tempo. Quindi voglio rifarti una domanda che ci riporti all’inizio di quest’intervista per chiudere il nostro cerchio. Una domanda che sappia di tempo. Chi eravamo e chi siamo. Che abbiamo fatto e che vogliamo fare. Dove stiamo andando?

Paola Presciuttini: Caspita devi averci pensato proprio tanto! Che dire? L’ironico autore di uno spassosissimo libro, Guida galattica per autostoppisti, direbbe che la risposta a cotanta domanda è… 42. Io ho le idee meno chiare di lui, figurati. Ma se vuoi sapere come la penso, credo si stia andando alla deriva verso un futuro che puzza di stantio, dove il mito della velocità ha surclassato ogni altro rendendoci scimmie ipertecnologiche che evolvono il loro rapporto con le macchine, lasciando involvere tutto il resto. Io faccio parte di quelli che tentano di procedere con lentezza, per quanto si può. Il pensiero drammatico e pessimista che vede tutti costretti sulla solita barca mi convince poco. E se la barca non va dove vogliamo, si scende e si continua a nuoto! 

 

A.C.: Mi si sente spesso dire che il futuro sarà un posto meraviglioso. In tanti credono che io sia ironico, sentendo quanto io sia critico verso il mondo attuale e quanto ci aspetta domani. Spesso lo sono, sono un ironico innamorato della polemica. Eppure devo avere pure un cuore grande e mi piace riempirlo di ricordi. Di ricordi, io e Paola ne condividiamo molti. Fanno di noi una bella coppia di amici. Per questo posso permettermi di dire, senza ironia stavolta, che spesso è il passato a essere un posto meraviglioso. E il presente che sa continuare quanto di meglio ci lascia il passato. Grazie, Paola… è stata una chiacchierata meravigliosa.

Paola Presciuttini: Grazie a Te e a Voi!      

 

Written by Alessandro Cortese

 

 

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