MCZ Group, il fuoco e la poesia: il videoracconto con i versi di Gian Mario Villalta per #lanuovastagione

MCZ Group, il fuoco e la poesia: il videoracconto con i versi di Gian Mario Villalta per #lanuovastagione

Ott 9, 2017

Fuoco e poesia? Un connubio antico quanto il tempo ed il marchio MCZ Group SPA ne ha realizzato la sua nuova campagna con il videoracconto #lanuovastagione.

 

E fiore è fiamma

L’autunno è già fra noi, e sebbene l’Italia sia attraversata dai soliti sbalzi climatici tra nord, sud ed isole, bisogna ragionare in anticipo in previsione dell’inverno.

La casa, infatti, nei prossimi sei mesi sarà l’angolo in cui si cercherà rifugio dalle piogge e dal gelo. Sempre più abituati a lavorare entro le quattro mura davanti ai nostri computer sappiamo bene quanto il corpo possa sentire la differenza climatica esterna. Dunque un buon riscaldamento è priorità da non trascurare.

La realtà internazionale MCZ Group ha così lanciato una campagna insolita che metaforizza la sua ricerca di innovazione, design, tecnologia e rispetto per l’ambiente con un videoracconto diretto da Matteo Masin (Nudesignmovies) nel quale echeggiano i versi della poesia “E fiore è fiamma” firmata dal poeta e scrittore Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959). Poco più di 4 minuti nei quali domina il fuoco come archetipo dell’Amore.

Ti scrivo perché brucia, la carta. Come il fuoco l’obbedienza di stare. E tutto e dopo. Ti scrivo come inchiostro di questa notte. Accendo il buio della voce come attraversa gli alberi, i fiumi, le autostrade. Ti scrivo così, sto bene. L’inchiostro assorbe lento la carta. Io sono. Tu sei. Lei è. Noi, siamo stati. È carta, è tardi. Io scrivo all’improvviso. Dal buio è crollata la notte così lontana dalle nostre mani. Sì, sono io la carta. Quello che sai non basta. Cenere. Fiamma. Il fuoco è antico come la notte. Perché non ci siamo persi? Eppure era notte, e fuoco. Quando brucia segreto il fuoco più profondo è il segreto del cuore. Immobile il colore. Parlavano le mani. Una musica distante. Senti come sussurra l’acqua sotto il ghiaccio. Le voci imprigionate nel gelo. Davvero pensi che ha colpa chi chiama il nome per primo. Carezze dentro gli occhi. Prendimi. Brucia nel mio sorriso. L’ho vista. Era tempesta. I gesti, teatro per un disastro e poi di nuovo libera. Fuoco che già una volta è stato cenere. Credevamo davvero di fiorire in quel buio. Tutt’ora sei lontana. Tutto è più chiaro e fondo di quando era ferro e fiamma. Tu la conosci. Tu pensi che io dimentichi per vivere. Il fuoco è un segreto più antico. Ci domina! Fiorisce nel buio. Davvero credi io sia lontano? Tu la conosci. Per vivere esce nel freddo, a volte per sentire la sua voce gridare: amore. Amore. Amore.

E fiore è fiamma

Le parole di Gian Mario Villalta hanno il potere di riecheggiare nella nostra mente anche dopo una sola visione del video, ma sono certa che la maggior parte di voi avrà ancora sete e cliccherà nuovamente su play perché si avvertirà il bisogno, perché è il “fuoco che già una volta è stato cenere”.

Hanno lavorato alla realizzazione del videoracconto Matteo Masin (Regia) e Genny Canton (Art Direction), Marco Ferri (Fotografia), Andrea Guarascio (Montaggio). Zoe Pernici, Simone Guerra, Edoardo Fainello invece sono i volti di questo indimenticabile scenario che riesce a scaldare la pietra che ci abita.

“E fiore è fiamma” è una poesia inedita realizzata appositamente per il progetto MCZ Group.

Andrea Brosolo, Direttore Marketing di MCZ Group, descrive così il progetto: “Raccontare la nostra storia in versi anziché in prosa, ci ha permesso di cavalcare l’idea che il fuoco è poesia per antonomasia. La luce di un camino o di una stufa è in grado di rendere poetici anche i gesti della nostra vita quotidiana.

MCZ Group è un marchio che crea prodotti all’avanguardia a livello tecnologico senza scordare la poeticità delle idee, della loro matrice arcaica. Dai caminetti alle stufe dalle cucine ai barbecue, tutte le tipologie di fuoco domestico (pellet e legna) in piccoli spazi e per tutta l’estensione dell’abitazione.

Una campagna che conquista il cuore, una presentazione sul mercato dei nuovi prodotti vincente che lascia un segno indelebile di qualità e sensibilità che in genere non viene mostrato in ambito aziendale.

In chiusura lasciandovi cullare dai versi di Gian Maria Villalta vorrei donarvi un altro spunto di riflessione, citando il teologo persiano Gialal al-Din Rumi “Il fuoco non ha più fumo quando è diventato fiamma.

 

Il fuoco è un segreto più antico

 

 

Info
Sito MCZ Group

2 comments

  1. Paolo /

    Entro in punta di piedi, rispettoso del lavoro altrui, forse io sono troppo filosofo, o più semplicemente troppo ignorante senza fantasia, ma cosa vuol dire questa “poesia”?. Un paio di passi, “tirandoli per i capelli”, possono evocare sentimenti o stati d’animo, ma il resto è proprio indecifrabile. Non so se anche altri lettori hanno avuto la mia stessa sensazione o se sono riusciti a darle un senso. Mi piacerebbe molto che mi fosse spiegata.

    • Ciao Paolo, mi metti in difficoltà, parlare di una poesia così evocatrice è arduo. Posso dirti che mi è capitato di piangere leggendola (e sentendola attraverso la profonda recitazione) perché personalmente la vivo. E metto in conto che la mia approssimativa interpretazione non è l’intenzione dell’autore, ma io la vivo ugualmente a modo mio e continuo a sviscerarla ed immaginare. Talvolta portare in parole le immagini non è compito facile, e non so neppure se sono in grado ora, ma mi è piaciuto il tuo commento e vorrei provarci anche se sarò veloce, sappilo, perché se approfondisco ogni sentiero in cui mi hanno portato questi versi dovrei stare qui dei giorni, e sarebbe ottimale averti davanti agli occhi.

      “Ti scrivo perché brucia, la carta. Come il fuoco l’obbedienza di stare. E tutto e dopo. Ti scrivo come inchiostro di questa notte. Accendo il buio della voce come attraversa gli alberi, i fiumi, le autostrade. Ti scrivo così, sto bene.”
      L’io poetico (od anima, come preferisci) parla, che sia il Daimon o l’io non ci è dato sapere, dipende da cosa vuoi che ti dicano queste parole, io seguo entrambe le direzioni anche se spesso colgo l’io che parla al Daimon. Dunque provo a seguire anche ora questo senso (sperando di non offendere assolutamente Gian Mario Villalta): l’io in questa notte scrive al Daimon, patisce il fuoco, è fuoco, ed anche la carta brucia. Quando si è nel fuoco essendo fuoco stesso non si può che ubbidire a questa esigenza e dunque “di stare” nel fuoco. Un istante in cui non c’è spazio e tempo, tutto (ogni cosa) è anche il dopo, come è l’istante ma anche come è stato. Questa notte l’io parla al Daimon con l’inchiostro, presuppone un po’ che altre notti i discorsi si manifestino nel pensiero senza l’utilizzo dell’inchiostro che celebra (come se fosse sangue) un patto artistico. Da una situazione di silenzio si accendo dunque il buio della voce, cioè si inizia a dialogare (e dunque scrivere visto che parliamo di una poesia, o comunque di un dialogo scritto). La voce attraversa tutto, gli esseri vegetali, l’acqua e le creazioni dell’uomo, sta volando fuori da se stesso e percorrendo il mondo dall’alto. L’io vuole manifestare una sorta di stupore perché sta bene e vuole comunicare che ha raggiunto una sorta di equilibrio.

      “L’inchiostro assorbe lento la carta. Io sono. Tu sei. Lei è. Noi, siamo stati. È carta, è tardi. Io scrivo all’improvviso. Dal buio è crollata la notte così lontana dalle nostre mani. Sì, sono io la carta.”
      Nel primo verso descrive ciò che vede e cioè l’inchiostro fisico che occupa la carta lentamente, potremo pensare che le parole siano scritte in modo lento, dunque. (Ma anche qui ti ricordo che sto ipotizzando senza conoscere altre produzioni dell’autore, dunque potrei essere totalmente fuori strada.). Io sono potrebbe esser riferito all’anima. Tu sei al Daimon, e lei è ad una persona fisica che è esistita nella vita dell’Io, magari una relazione terminata, oppure potrebbe essere un terzo elemento e qui dovremo prendere in considerazione “la mente dell’io”. “Noi siamo stati” stesso principio duale, potrebbe essere quell’amore trascorso, oppure l’anima che in tempo passato era immischiata con la mente. “È carta, è tardi. Io scrivo all’improvviso” potrebbe essere l’affermazione del presente, dunque l’occhio che vede la carta su cui scrive e successiva un’affermazione del tempo anche perché prosegue con la volontà di ribadire il concetto del tempo, e cioè quello scrivere all’improvviso che non denota premeditazione ma l’impulso del fuoco a cui si deve obbedienza. “Dal buio è crollata la notte così lontana dalle nostre mani” verso molto complesso per la stessa dualità o triade che ti dicevo prima… a che cosa è riferito quel “nostre” ora? Presupponiamo che “dal buio” si identifichi con un momento passato, crollare può significare scuotere, muovere qua e là, presuppone un movimento, dunque da una sorta di stasi come il buio si è passati alla notte, un’oscurità data dalla Luna ma che prospetta il movimento della stessa e dunque la variatio. Questo mutamento vede anche la lontananza dalle mani, che siano fisiche o metafisiche è un dubbio su cui ancora navigo. “Sì, sono io la carta” Qui l’anima si identifica con la carta, comprende di essere tutt’uno con essa, i confini si assottigliano, l’essere si spande, mano, dita, inchiostro e carta sono elementi inseparabili.

      “Quello che sai non basta.” Paolo, ti assicuro che alcune volte credo che ci siamo due voci in questo testo, sia l’anima che il Daimon parlano, duettano, rispondono, proseguono. Chi è che dice “Quello che sai non basta”? Ed a chi lo dice? Alla donna amata? È il Daimon che lo dice all’anima?

      “Cenere. Fiamma. Il fuoco è antico come la notte. Perché non ci siamo persi? Eppure era notte, e fuoco.” La cenere mi fa pensare alla rinascita, alla fenice. La fiamma è la forza generatrice della rinascita. Infatti prosegue con il fuoco è antico come la notte, presupponendo l’inizio dell’oscurità pregno di fuoco, di luce, di forza. Un’unione inseparabile che nasce nel medesimo istante. “Perché non ci siamo persi? Eppure era notte e fuoco” qui mi pare che sia l’anima che chiede al Daimon, un po’ incuriosita perché durante il viaggio nell’abisso, durante il viaggio in quell’inizio dove tutto è notte e fuoco non si sono persi, cioè hanno continuato il viaggio sino al ritorno a casa, un viaggio metafisico che poteva portare alla perdita totale della ragione, quando si va oltre la ragione non sempre si torna indietro, o meglio si approda, perché non è mai un tornare indietro.

      “Quando brucia segreto il fuoco più profondo è il segreto del cuore. Immobile il colore. Parlavano le mani. Una musica distante. Senti come sussurra l’acqua sotto il ghiaccio. Le voci imprigionate nel gelo.” Qui ti potrei dire che tanto più in segretezza brucia l’ispirazione e la voce del Daimon è più profondo arrivare al fondo dell’abisso e scovare dove si nasconde il cuore, parafrasandolo in: tanto più ci si nasconde chi siamo tanto più sarà arduo trovarlo. Nel momento del viaggio, in quell’istante nelle quali si entra nelle sue porte, si lascia l’ancora e si va in mare aperto tutto si ferma. È un istante in cui anche il colore è immobile e le mani nel vuoto parlano, toccano parole, si odono musiche che non appartengono al mondo fisico. “Senti come sussurra l’acqua sotto il ghiaccio. Le voci imprigionate nel gelo.” Acqua come voci, acqua come conoscenza, le voci parlano sempre a noi, ma non siamo vigili, siamo intrappolati in un mondo materialista visto come il gelo.

      “Davvero pensi che ha colpa chi chiama il nome per primo. Carezze dentro gli occhi. Prendimi. Brucia nel mio sorriso.” Di ardua interpretazione. Ancora sto ragionando, ma forse dovrei sragionare per entrarci. L’anima chiede al Daimon di essere governata od è il Daimon che chiede vicinanza? Di carezzargli gli occhi, la vista, di fargli vedere oltre? Di possederla? Di rendere fuoco la sua bocca? Ma il verso del “nome” è avvolto nel buio. Cos’è il nome? A che cosa si riferisce? È come se l’anima si sentisse in colpa per averlo detto per primo. Ma che cosa? Che si era poeti? Forse l’anima sente la necessità che sia il Daimon a dire che è poeta? O che altro? Dio? Non lo so, navigo senza bussola. Ahimè.

      “L’ho vista. Era tempesta. I gesti, teatro per un disastro e poi di nuovo libera. Fuoco che già una volta è stato cenere.” Qui entriamo in un’altra dimensione. I versi si spostano. Davanti c’è un ricordo. Mi sembrano infatti versi frettolosi, scritti velocemente per non far sfiorire l’immagine. Che si sia manifestata quella richiesta precedente esplicitata dal “Prendimi”? E dunque siamo davanti ad una visione. Un’infinita rigenerazione “Fuoco che già una volta è stato cenere”. Una creazione che ha portato distruzione nelle sue movenze, una tempesta che ha portato sereno. Ricorda la caduta.

      “Credevamo davvero di fiorire in quel buio. Tutt’ora sei lontana. Tutto è più chiaro e fondo di quando era ferro e fiamma.” Il primo verso si rifà al precedente “Perché non ci siamo persi? Eppure era notte, e fuoco.” È come se ci si ricordasse di una sorta di speranza di fiorire quando si stava nell’abisso tanto si era inconsapevoli di dove si era e del cammino da fare. Ed ora… ricordiamoci i versi: “Io sono. Tu sei. Lei è. Noi, siamo stati.” Questa triade complessa da definire per quel “lei” e “noi”. Si sta parlando della mente che è lontana dopo quel viaggio? “Tutto è più chiaro e fondo di quando era ferro e fiamma.” Qui penso che siamo al presente, nel quale il soggetto, penso l’anima, si renda conto che ora è nella luce, dunque tutto è più chiaro rispetto ad allora, alla caduta, all’inizio del viaggio nel quale il pensiero era metallo e fuoco che lo riscaldava. Dava forza ma si era nel buio.

      “Tu la conosci. Tu pensi che io dimentichi per vivere.” Anche qui dipende da come interpreti i tre soggetti. E non scordare la possibile via di una possibile storia d’amore terminata, io non la sto prendendo in considerazione perché sto inserendo la “mente” in luogo di una possibile “donna”, ok? Ma cerca di portare avanti entrambe le vie quando leggi questi versi. O trova altre vie, perché è possibilissimo. Mai negarci il dubbio. Dunque “Tu la conosci”, l’anima che dice al Daimon (o viceversa): tu conosci la mente, te lo ricordi com’è, ci hai vissuto. E nel successivo verso invece penso che ci si rivolga a quel “lei” che pensa che l’anima riesca a vivere solo dimenticando, ma non è cosa vera. L’anima ricorda, è la mente che mente.

      “Il fuoco è un segreto più antico. Ci domina! Fiorisce nel buio. Davvero credi io sia lontano?” Qui ci si rifà ai versi “Il fuoco è antico come la notte” e “Davvero pensi che ha colpa chi chiama il nome per primo”. È il Daimon che parla, penso e siamo dunque nella dimensione senza spazio e tempo. Ma subito dopo ci ritroviamo nel presente con la domanda “Davvero credi che io sia lontano?” rivolta sempre a quel “lei è” e si riconnette a “Tu pensi che io dimentichi per vivere”.

      “Tu la conosci. Per vivere esce nel freddo, a volte per sentire la sua voce gridare: amore. Amore. Amore.” Qui che sia quella donna amata, che sia la mente che consapevolmente vuole astrarsi, andare a sussurrare nel gelo, esser acqua sotto il ghiaccio per poi urlare Amore, è un’interpretazione che fai a seconda di chi sei. Amore potrebbe anche esser quella nome chiamato per primo.

      In chiusura vorrei anche darti un’altra possibile chiave, di un viaggio nel buio svolto in due e non da solo come ho espresso nei miei pensieri poc’anzi. Dunque questo viaggio ha portato i due a separarsi nel mondo fisico, ognuno per stare con il proprio Daimon, ma il nostro Io poetico della poesia non è lontano da questa lei anche se nel mondo fisico lo è. Sono un’unica essenza, anime gemelle, che si trovano a vivere distanti ma che sono state, sono e saranno.

      Paolo, mi hai fatto una domanda complessa, è quasi impossibile sviscerare una poesia pregna di simbolismo come questa che ci troviamo davanti. È all’altezza dei più illuminati artisti della storia della civiltà umana, e non sto esagerando. Come hai notato ho posto più che altro domande, e potrei continuare ad attraversare questi versi ponendone altre, ma ho scelto di esser breve.

      Alessia

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