“La terrazza proibita. Vita nell’harem” di Fatima Mernissi: gli hudud, ovvero le cose proibite

“La terrazza proibita. Vita nell’harem” di Fatima Mernissi: gli hudud, ovvero le cose proibite

Ott 9, 2017

Una volta che si sa cosa è proibito, l’harem è qualcosa che ci si porta dentro. Ce l’hai nella testa, scolpito sotto la fronte e sotto la pelle”.

 

La terrazza proibita – Vita nell’harem

Queste parole, pronunciate da una donna anziana alla propria nipotina di appena nove anni, segneranno in qualche modo lo sviluppo psicologico della bambina che diventerà poi la famosa sociologa e scrittrice marocchina Fatima Mernissi.

Chi le pronuncia è Jasmina, una delle nonne di Fatima, quella più aperta, a suo modo più rivoluzionaria, che cerca di instillare nella mente della nipote il germe dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile. Il tema della condizione della donna, contestualizzato nel Marocco degli anni ’40 ma in qualche modo proiettato al momento in cui il libro è stato scritto e pubblicato, ovvero metà anni ’90, attraversa tutte le pagine, divenendo il filo rosso intorno al quale si dipanano tutte le storie narrate.

La terrazza proibita. Vita nell’harem” (Giunti editore) è un libro molto particolare, che si legge come fosse un romanzo ma che in realtà è una sorta di diario che la Mernissi scrisse ripercorrendo gli anni della sua infanzia, trascorsi in quegli “harem casalinghi”, lontani dai leggendari harem imperiali stile “mille e una notte”, dove la complicità, la solidarietà, l’intesa al femminile sono l’ingrediente principale della convivenza.

L’autrice ci prende per mano e ci conduce all’interno dei due harem, quello di città, nel quale vive abitualmente, e quello di campagna, dove vive la nonna Jasmina, la sua preferita, e dove si reca spesso come fosse una casa delle vacanze. Ci presenta uno ad uno tutti i parenti che vivono in casa, genitori, fratelli e sorelle, zii e cugini, in una sorta di condominio familiare.

Ci racconta i giochi, i passatempi, le fughe sulla terrazza che diventa rifugio del corpo ma anche della mente, il luogo dove si perdono i confini rappresentati dalla soglia di casa “Cercare i confini è diventata l’occupazione della mia vita. L’ansia mi divora ogni volta che non so individuare con esattezza la linea geometrica che determina la mia impotenza”.

I confini entro i quali vengono solitamente relegate le donne nella società marocchina degli anni ’40, quella che ci racconta la MernissiLe donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla, e andare a passeggio per vie sconosciute”.

La terrazza diventa il luogo dove la fantasia e l’immaginazione prendono il sopravvento sulla realtà, permettendo a Fatima e alle sue cugine di volare più in alto di quei recinti entro i quali sono costrette in quanto donne, seppur giovani. La terrazza quindi come metafora di libertà in un contesto familiare e sociale nel quale molto sono gli hudud, ovvero le cose proibite.

Le donne della famiglia diventano il microcosmo umano al quale fare riferimento. Ma quelle donne, e in special modo le due nonne (quella di città e quella di campagna) impersonano due tesi antitetiche rispetto ai diritti delle donne e al loro ruolo nella società.

Fatima Mernissi

Mentre la nonna di città, Làlla Mànì, era rigidamente ancorata alle tradizioni che volevano la donna relegata in casa e sottomessa all’uomo, la nonna di campagna Jasmina non smetteva mai di incoraggiare la nipote a guadagnarsi la libertà e l’indipendenza dagli uomini “Jasmina mi diceva di non accettare mai l’ineguaglianza perché è contro ogni logica”.

E la Mernissi ha decisamente fatto tesoro degli insegnamenti di nonna Jasmina, tanto da divenire una delle voci più autorevoli della scena sociale e politica del Marocco in tema di emancipazione femminile e conquistando in seguito fama e rilevanza internazionale proprio come portavoce di un femminismo islamico che ancora oggi è in cerca della sua strada maestra.

Il pregio principale di questo libro è quello di affrontare argomenti così socialmente rilevanti con leggerezza, laddove ciò non significa superficialità quanto invece capacità di rappresentare la realtà con un punto di vista più comprensivo e inclusivo.

La terrazza era territorio delle donne, e gli uomini non vi erano ufficialmente ammessi”, un passaggio che chiaramente definisce metaforicamente la separazione fra gli spazi psicologici e sociali degli uomini e delle donne, nel nome di un femminismo che al di là di rivendicare l’uguaglianza di genere sottolinea invece la diversità nel rispetto della pari opportunità.

 

Written by Beatrice Tauro

 

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