Le métier de la critique: Mahatma Gandhi, un uomo oltre il mito

Le métier de la critique: Mahatma Gandhi, un uomo oltre il mito

Set 12, 2017

Secolo travagliato e percorso da notevoli sconvolgimenti, il Novecento ha visto avvicendarsi sulla scena politica figure di grande rilievo. Alcuni, spietati dittatori, quali Hitler, Stalin o Mussolini, altri, uomini di grande pregio come Gandhi, che ha fatto del credo della non violenza una ragione di vita.

Mahatma Gandhi

Il Mahatma, traducibile dal sanscrito con Grande Anima, non aveva nulla, fisicamente, che facesse pensare a un rivoluzionario. Ma rivoluzionario Gandhi lo fu per davvero, nella più completa accezione che tale definizione comporta.

È il 1869 quando il Mahatma vede la luce a Portbandar, capitale dell’omonima regione dell’India, da una famiglia benestante.

Del padre, sposatosi quattro volte, Gandhi avrà modo di dire:

“Era un uomo che amava la gente, era onesto, coraggioso e generoso, ma facile alla collera. Non ebbe l’ambizione di arricchirsi e ci lasciò molto poco. Non aveva educazione, se non quella dettata dall’esperienza, al massimo sarà arrivato alla quinta classe elementare…”

La madre invece, lascia nel figlio un ricordo immaginifico, in quanto donna profondamente religiosa che non osava sedersi a tavola prima di aver detto le preghiere. Donna però, se così si può dire, già moderna per l’epoca, con idee precise, e informata di tutto ciò che accadeva nel paese.

“Mia madre aveva un gran buon senso, era al corrente di tutti gli affari di Stato e le dame di corte la stimavano per la sua intelligenza.” Così si pronuncerà Gandhi nella propria autobiografia.

Alla giovane età di tredici anni gli viene data in sposa Kasturbai, anch’essa giovanissima e analfabeta: Gandhi proverà a darle un’istruzione, senza però riuscire nel suo intento.

Il loro matrimonio fu sì troppo precoce, ma una cosa normale nell’India di allora, se non fosse che la memoria di quel fatto lo turberà molto negli anni venire.

Divorato da una gelosia immotivata, il giovane sorveglia la moglie in maniera ossessiva, imponendole ogni limitazione e obbligandola a rivolgersi a lui anche per le più piccole cose.

Finite le scuole superiori inizia a frequentare il collegio di Salmadas, ma il futuro non sembra offrirgli alcun tipo di prospettiva. Sarà il bramino a decidere involontariamente per lui, offrendo un giusto suggerimento a suo padre: gli consiglia di mandarlo a studiare in Inghilterra, dove in tre anni diventa avvocato.

Mahatma Gandhi – 1895

Nel 1886 Gandhi parte da Bombay, dove lascia la moglie e un bimbo piccolo. Per lui non è cosa semplice lasciare l’India; all’epoca, per un indiano allontanarsi dal paese significa abbandonare la propria casta. Inoltre, in Occidente, scongiurare la promiscuità, vietata dall’induismo, non è cosa propriamente facile.

Ma, per ovviare a tale complicazione, e osservare le regole dettate dalla religione di appartenenza, il giovane prende in affitto una camera dove può cucinarsi i pasti da solo. E, da solo, avrà modo di concentrarsi sulle letture, nel particolare sul testo sacro della Bhagavad Gita il più noto poema sacro indiano.

“Il libro mi colpì come un’opera di valore inestimabile, convinzione…” Scriverà nella sua autobiografia.

Di ritorno da Londra, nel 1891, fa un’amara scoperta: sua madre è morta e le prospettive di guadagnarsi da vivere facendo l’avvocato sono scarse. Ma quando gli offrono di andare in Sud Africa per curare gli interessi di una ditta indiana accetta senza remore.

“La più decisiva esperienza della mia vita.” Avrà modo di affermare Gandhi. Anche a causa di un triste episodio di cui è protagonista durante il tragitto da Durban a Pretoria.

Seduto tranquillamente in treno, un bianco gli dà un ordine perentorio: deve andare nel bagagliaio.

Il giovane ovviamente si rifiuta, ma sopraggiunto un poliziotto, viene fatto scendere e costretto a trascorrere la notte in una misera stazioncina.

Sarà un’esperienza sì dolorosa, ma che gli dà la consapevolezza della discriminazione cui sono sottoposti gli indiani in Sud Africa. Da quel momento prende una decisione drastica, la più importante della sua vita: da quel momento in poi avrebbe sempre detto “no”.

Neppure una settimana dopo, tiene il suo primo discorso politico, a Pretoria, in difesa della minoranza indiana. Discorso che segna l’inizio della sua “carriera” politica.

Fino al 1901 la sua attività la si può definire di assestamento, in quanto è incentrata su conferenze, volantinaggio e altri mezzi per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Nel 1902 lascia la professione di avvocato e fonda un giornale: Indian Opinion, principale strumento per diffondere il suo pensiero, attività che ormai lo impegna completamente.

E, sempre nello stesso periodo, per essere padrone completamente delle proprie azioni, in accordo con la moglie, pronuncia il voto di castità.

Dopo dieci anni di permanenza in Sud Africa, nella vita di Gandhi avviene una nuova svolta che lo cambia ulteriormente: un amico gli regala Le fonti della ricchezza, opera del filosofo John Ruskin, dalla quale trae alcuni principi, diventati poi punti saldi del suo pensiero, secondo cui a rendere schiavi gli uomini è la ricchezza, e non c’è differenza tra un contadino e un avvocato: entrambi hanno una funzione importante nella società.

Dopo la lettura di questo libro decide in modo definitivo di intraprendere la carriera politica.

Mahatma Gandhi

Le sue teorie vengono messe alla prova nel 1906 quando, in seguito alla discussione di un progetto di legge, secondo il quale gli indiani sono obbligati a iscriversi nei registri di polizia e possedere una carta d’identità con le impronte digitali, Gandhi reagisce, e in un’arringa a Johannesburg, fa opera di convincimento presso i numerosi partecipanti.

È in quell’occasione che prende vita il principio politico da lui soprannominato La forza della verità, principio in cui Gandhi crede fermamente, ma che lo porta in carcere. In cella si approfondisce attraverso letture varie, fra cui il saggio dello scrittore americano Henry David Thoreau, Sul dovere della disobbedienza civile, e Il regno di Dio è in voi di Lev Tolstoj.

Riacquistata la libertà nel 1913, mediante una marcia pacifica, mette in pratica le teorie di Thoreau. L’occasione è una protesta contro il Transvaal, che decide di negare agli indiani l’accesso a quei territori.

È questo un appello a cui Gandhi sente di dover rispondere con i fatti.

Sbarcato nel 1915 a Bombay gli viene riservata un’accoglienza da eroe.

Lo scopo del suo ritorno in India è divulgare la sua dottrina e coinvolgere il maggior numero di persone. Sotto braccio ha dei fogli sul cui frontespizio sta scritto: Autonomia dell’India.

Per affrancarsi dalla dominazione inglese Gandhi chiede al suo popolo non una ribellione violenta, e neppure di violare la legge, né di provocare la polizia. Ma chiede e ottiene una ribellione silenziosa.

Ai negozianti di chiudere le loro botteghe, ai ragazzi di disertare le aule scolastiche e alla popolazione di restare a casa. Insomma, un boicottaggio verso tutto ciò che ha odore di Inghilterra.

Anche se non è cosa facile convincere un intero popolo a battersi contro principi pressochè sconosciuti.

Nel frattempo, Gandhi si fa promotore di un’altra causa: il cotone indiano viene portato nelle fabbriche inglesi per essere lavorato e torna in India sotto forma di stoffe vendute a caro prezzo.

Nel frattempo Gandhi è diventato un leader amato dalla massa e conosciuto a livello internazionale.

A Roma incontra Mussolini e gli fa una previsione inquietante: il fascismo sarebbe crollato come un castello di carte; mentre in visita alla Cappella Sistina piange davanti al Cristo in croce.

Mentre l’Europa si avvia verso il secondo conflitto mondiale, Gandhi continua a predicare la non violenza, convinto che il suo pensiero si propaghi al maggior numero possibile di persone.

 “Io non credo alla guerra. Se mai ci fosse una guerra giustificabile per l’umanità sarebbe quella contro la Germania, per impedire l’insensato annientamento di una razza… Invece di combattere io propongo una resistenza calma di uomini e donne disarmati. Questo obbligherebbe i belligeranti a rispettare la dignità umana.”

Mahatma Gandhi

Durante i tragici bombardamenti su Londra, quando il conflitto è già in fase di scontri violenti, Gandhi invia al popolo britannico una sua missiva.

“Invitate Hitler e Mussolini a conquistare i Paesi che vogliono… lasciate che si impadroniscano della vostra isola abbandonate loro tutto, non però il vostro spirito e la vostra anima.”

Parole che danno la misura della grandezza del pensiero gandhiano.

Nonostante la sua lotta, per liberare gli indiani dall’imperialismo inglese sia di resistenza passiva, non gli viene risparmiata la detenzione.

In carcere mette in pratica un duro sciopero della fame, confermandosi come un eroe nazionale; per gli inglesi invece è un pericoloso agitatore delle masse, un sovversivo pronto a scatenare la popolazione.

In quei giorni la vita ufficiale ruota attorno alla figura di Louis Mountbatten, cugino di re Giorgio VI e viceré, a cui Churchill affida la carica di comandante supremo nel Sud-Est asiatico.

Nel 1947, dopo aver preso possesso della residenza in Nuova Delhi, Mountbatten ha il compito di iniziare la missione per l’abbandono dell’India da parte dell’Inghilterra, affinché avvenga senza provocare troppi danni e salvaguardando il prestigio inglese. Missione che si presenta tutt’altro che facile.

Ma, fatto doloroso, è che tale passaggio si manifesta con sanguinosi incidenti che esplodono in diverse zone del paese.

Nonostante le trattative con gli inglesi siano lunghe e difficoltose, il 29 febbraio del 1947 il primo ministro britannico proclama alla Camera dei Comuni:la definitiva intenzione del governo britannico di prendere le misure necessarie al trasferimento dei poteri entro il 1948.”

In conseguenza della quale vengono approvati e ratificati i documenti definitivi che sanciscono l’indipendenza dell’India e la sua separazione dal Pakistan.

Gandhi è prostrato però, in quei giorni che dovrebbero essere di festa: sapeva che l’indipendenza sarebbe costata un enorme sacrificio all’India, e affronta i violenti scontri che scaturiscono in conseguenza del provvedimento, dichiarando che se non fossero cessate le violenze sarebbe stato pronto a lasciarsi morire di fame. In seguito a quest’ultimatum, almeno a Calcutta, ritorna la calma.

A Delhi invece, dove si reca il Mahatma, gli scontri continuano violentissimi tra profughi indù provenienti dal Punjab e musulmani; le ostilità cessano poi, almeno momentaneamente, perché i capi delle organizzazioni indù depongono le armi.

Circondato dai suoi seguaci, Gandhi riprende l’abitudine di pregare all’aperto, ma durante un momento di preghiera una bomba raggiunge il piccolo cortile di casa. L’uomo comunque non rinuncia alla sua consuetudine, e il 30 gennaio 1948, durante una sua uscita, sostenuto perché le sue gambe sono ormai malferme, un fanatico militante di un’organizzazione estremistica indù gli spara addosso una serie di colpi.

Mormorando “Oh, Dio”, l’uomo che ha cambiato la storia dell’India attraverso la cultura della non violenza cade a terra morto. Le sue ceneri vengono versate nelle acque del Gange.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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