“Viso negato” di Latifa: amara riflessione sulla precarietà delle conquiste di diritti e libertà

“Viso negato” di Latifa: amara riflessione sulla precarietà delle conquiste di diritti e libertà

Set 11, 2017

27 settembre 1996 ore 9.00 del mattino. Una data che ha segnato il destino di un popolo e di un paese intero, l’Afghanistan.

 

Viso negato

È il giorno in cui i talebani conquistano la capitale Kabul e impongono, a suon di decreti, la loro scellerata Sharia, controllando la vita di tutti i cittadini, imponendo divieti assurdi i cui destinatari privilegiati sono le donne.

È, in definitiva, una data che delinea un prima e un dopo nella vita delle donne afgane. Il libro di cui ci occupiamo Viso negato, edito da Mondadori, è il reportage, attento e dettagliato, redatto da chi ha vissuto quel prima e quel dopo, ha subito gli effetti di quella data spartiacque, fino all’esilio e all’allontanamento dal proprio paese.

Il sottotitolo “Avere vent’anni a Kabul: la mia vita rubata dai talebani riassume emblematicamente la situazione in cui si sono ritrovate a vivere milioni di donne afgane in seguito alla presa di potere da parte dei fanatici religiosi.

L’autrice Latifa è una giovane studentessa che ha appena superato l’esame di ammissione alla facoltà di giornalismo presso l’università di Kabul, la città in cui vive insieme alla sua amata famiglia.

Sua madre è una ginecologa che ha lavorato a lungo negli ospedali cittadini, prestando la propria opera in supporto delle donne afgane, le sue sorelle sono anche loro donne che lavorano, una è giornalista e l’altra è una hostess della compagnia aerea nazionale. Un quadro familiare moderno, dove le donne occupano i medesimi spazi degli uomini, dove non esistono discriminazioni e diseguaglianze.

Ma tutto questo viene bruscamente interrotto dall’avvento dei talebani, il cui principale interesse sembra essere quello di annientare le donne. La maggior parte dei decreti contenenti divieti e prescrizioni sono infatti rivolti a persone di sesso femminile, alle quali viene vietato lavorare, studiare, uscire di casa se non accompagnate da una persona di sesso maschile, indossare abiti colorati o truccarsi il viso o mettere lo smalto sulle unghie, viene prescritto l’obbligo di indossare il chadri quando si esce di casa.

In altre parole le donne devono diventare invisibili, quasi inesistenti.

Soltanto ieri la vita era normale a Kabul, malgrado le rovine e la guerra civile… Sono cresciuta libera fino a oggi. Scuola, università, piscina la domenica, passeggiate con le amiche alla ricerca di nastri musicali da ascoltare, videocassette, romanzi da divorare la sera a letto”.

La testimonianza di Latifa, che accomuna tutte le ragazze e le donne afgane, ben rappresenta quella che era la situazione del prima, nonostante si vivesse in un paese coinvolto in una guerra praticamente ininterrotta da decenni. Ma mai prima dei talebani si era arrivati a imporre divieti di tale portata nei confronti delle donne. Come quello della impossibilità di farsi visitare da medici maschi. Ma se alle donne è impedito di lavorare e i maschi non possono visitare e curare le donne, queste come possono curare le loro malattie?

Donne con Chadri

Si tratta di un genocidio implicito, non esplicitamente dichiarato ma nei fatti perpetrato ai danni della componente femminile di quel popolo. La nostra protagonista, insieme con le sorelle, la madre e le amiche, soffre in maniera indicibile la nuova condizione imposta dai talebani e nel suo piccolo intraprende delle iniziative che in qualche modo cercano di rivoltarsi contro i numerosi divieti imposti.

Per esempio organizza una scuola clandestina in casa, per insegnare alle bambine i rudimenti scolastici. Oppure esorta la madre a continuare a prestare la propria opera di medico ginecologo a casa, incentivando il continuo via vai di donne che si recano nel loro appartamento per ricevere le cure che non riuscirebbero ad avere negli ospedali, ormai utilizzati solo dagli uomini.

Come scrive LatifaI decreti si susseguono senza curarsi della coerenza, eppure mi sembra rispondano a una loro logica: lo sterminio della donna afgana”. Ed è proprio questa crescente consapevolezza che spinge Latifa e sua madre ad accettare l’invito di una Associazione francese “Afghanistan libre” a recarsi a Parigi e testimoniare sia presso i media che davanti al parlamento europeo la disperata condizione delle donne afgane, nella speranza che il contesto internazionale possa in qualche modo ricondurre alla ragione i capi talebani, in primis il Mullah Omar, genero di Bin Laden che tanto si prodigava per il benessere del paese (!).

Il pericoloso viaggio attraverso le frontiere pakistane e degli Emirati Arabi si conclude con l’arrivo a Parigi, dove il giro di conferenze, inclusa quella a Bruxelles presso il parlamento europeo, lasciano Latifa con l’amaro in bocca. L’Afghanistan è lontano e al di là delle generiche e doverose prese di distanza e condanne di circostanza non si intravede nessuna iniziativa concreta destinata a cambiare il destino di quelle povere donne.

Quello che cambierà è invece il destino di Latifa e di sua madre che saranno costrette a restare in Francia dopo che nel loro paese è stata lanciata una fatwa nei loro confronti, donne colpevoli di essersi recate all’estero a raccontare menzogne del loro paese e che se faranno ritorno saranno uccise.

Il libro diventa quindi per Latifa il megafono della sua denuncia, il mezzo per far conoscere al mondo la situazione delle donne di Kabul e di tutto l’Afghanistan, individui ormai finiti nell’oblio dei loro chadri, che le nascondono al mondo e che le cancellano dalla faccia della terra.

Un libro che ci fa riflettere sulla precarietà delle conquiste di diritti e libertà, che troppo spesso diamo tutti per scontate ma che non lo sono affatto. Come il vento che faceva volteggiare gli aquiloni nel cielo di Kabul, così la storia può rovesciare lo status quo, indipendentemente dalla latitudine nella quale si vive.

 

Written by Beatrice Tauro

 

Info

La foto riporta due donne che indossano il Chadri, purtroppo malgrado le ricerche non abbiamo trovato una foto accertata dell’autrice, e non abbiamo potuto riportarla come è nostro solito fare.

 

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