Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa subacquea Anna Ardu

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologa subacquea Anna Ardu

Set 9, 2017

“Abbiamo il dovere di preservare la nostra identità e tutelare i valori culturali della Sardegna: non mi pare che negli ultimi anni lo Stato abbia preso a cuore i nostri beni culturali, la Regione non stanzia il dovuto e non riceve alcun tipo di finanziamento per questo tipo di servizio […]” – Anna Ardu

Anna Ardu

Terza intervista della nuova rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion che punta a metter luce sulle origini della Sardegna e sul disagio della fantarcheologia che ha notevolmente intralciato l’investigazione e la divulgazione archeologica. Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le argomentazioni dell’archeologo Alfonso Stiglitz, la rubrica è stata aperta dall’archeologo Rubens D’Oriano.

Neon Ghènesis Sandàlion da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita” è un progetto che si estenderà a numerosi archeologi che hanno studiato e studiano la Sardegna nuragica per donarci nuovi pezzettini dell’intricato puzzle della storia di quest’isola. Per coloro che non ne fossero a conoscenza, i Greci denominavano la Sardegna sia Sandàlion (per la forma di “sandalo” e qui si potrebbe aprire anche un’interessante riflessione sulle conoscenze di questo popolo) sia Ichnussa. E sì, non si nasconde che la denominazione della rubrica è anche un richiamo all’anime Neon Genesis Evangelion.

Anna Ardu è un sommozzatore professionista (OTS), laureata a Sassari, si occupa prevalentemente di archeologia subacquea e dei paesaggi costieri, autrice di diverse pubblicazioni scientifiche, collabora con le soprintendenze, università e Enti Locali dal 2012.

Ha partecipato a diverse campagne di scavo ed è attualmente impegnata in diversi progetti che riguardano principalmente lo studio di antichi porti e giacimenti subacquei in Sardegna.  Il suo principale interesse di ricerca riguarda il passaggio dall’età del Bronzo a quella del Ferro, le interazioni culturali tra le popolazioni locali e gli altri popoli provenienti dal Mediterraneo, i commerci gli scambi e le trasformazioni sociali avvenuta grazie a queste frequentazioni.

Ed ora vi lascio all’accurata esposizione di Anna Ardu. Buona lettura!

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Anna Ardu: Il mito è una narrazione relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui le creature viventi hanno raggiunto la forma presente; di solito i protagonisti sono dei ed eroi. Spesso le vicende narrate si sviluppano in un’epoca che precede la storia scritta e hanno un significato religioso volto a fornire una spiegazione ai fenomeni naturali o a interrogativi sull’esistenza. La leggenda è un tipo di racconto molto antico che fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e mette insieme fatti reali trasformati dalla fantasia. Il suo scopo è quello di tramandare fatti e le gesta di personaggi insostituibili per la storia di un popolo, oppure per spiegare le regole e i modelli da seguire. Come i miti si rivolgono alla collettività allo scopo di rinsaldare i legami di appartenenza ad una determinata comunità. Recentemente in Sardegna – in seguito all’inchiesta di un giornalista – si è arrivati a identificare l’isola come il continente perduto di Atlantide, quando la nostra terra e il suo popolo avrebbero avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo di tutte le civiltà del pianeta terra. Queste teorie ridicole hanno tratto beneficio grazie alla pubblicazione di opere con pretese divulgative che non hanno nulla di scientifico, se non la presunzione di offrire una versione alternativa alla storia ufficiale. Le vicende si svolgono generalmente durante la preistoria, e sono volte a rintracciare un mito di fondazione che deve necessariamente collocarsi il più possibile indietro nel tempo. L’esempio più lampante è l’identificazione dei nuragici con gli Sherden, (uno dei popoli del mare citato da fonti egizie e vicino orientali), che avrebbero messo a ferro e fuoco l’intero Mediterraneo. Predoni e guerrieri mai sconfitti che forniscono l’alibi per avanzare pretese di superiorità etnica, nel cui ambito l’elemento sardo viene sempre esaltato e presentato come decisivo nello scacchiere socio-politico dell’intero Mediterraneo. L’archeologia viene chiamata in causa con la pretesa di dover avallare le istanze nazionaliste di un presunto «popolo» dal passato glorioso, da qui il tentativo di imporre agli studiosi di riscrivere la storia in maniera ascientifica a sfondo razzista. In tutta questa confusione si vorrebbe creare la sovrapposizione di temi politico-identitari all’indagine storica e archeologica. Da qui nasce la presunzione da parte di alcuni fantarcheologi di riscrivere la storia dell’Isola, tralasciando contatti, interazioni culturali con culture allogene, trasformazioni sociali in seno al trasferimento di alcuni personaggi in Sardegna. Il rischio è che alcune persone prive di preparazione si sentano coinvolte personalmente e pretendano di diventare portatori di questa ideologia pansardista e xenofoba che mette un’etnia al centro dell’universo spingendo il popolo verso rivendicazioni di matrice “ignorantitaria”. Questi sobillatori vorrebbero far credere ai sardi di essere una minoranza etnica alla quale è stata negata la storia e per raggiungere questo obiettivo bisognerebbe per diritto geografico riappropriarsi dei siti archeologici, considerati come Mont’ e Prama fondamentali per un riscatto politico e culturale. 

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Torre Araghju – Corsica

Anna Ardu: Penso che la civiltà nuragica sia stata il frutto della graduale evoluzione di esperienze costruttive esistenti in Sardegna sin dall’Eneolitico come per esempio le grandi muraglie edificate a scopo difensivo e di controllo del territorio. Questi edifici hanno 3500 anni di vita e la loro costruzione iniziò approssimativamente nel XVI a.C.. Si discute spesso sulla funzione e destinazione d’uso dei nuraghi che non è stata ancora ben definita; numerosi studiosi hanno trattato l’argomento, proponendo ipotesi differenti. Ritengo che l’interpretazione funzionale di questi edifici debba ancora progredire, una percentuale altissima di nuraghi, infatti, non è mai stata indagata archeologicamente e i dati che abbiamo raccolto finora sono quelli relativi ai complessi più monumentali e per questo pluristratificati con frequentazione dal Bronzo Medio fino al Medioevo. La vexata quaestio, riguarda vecchi studi nei quali si riteneva che la civiltà nuragica fosse di tipo tribale e patriarcale, organizzata in piccoli cantoni con genti bellicose e sempre in armi, dove gli edifici turriti sono fortezze destinate alla resistenza contro ipotetici invasori. Per giustificare queste teorie spesso si è caduti nell’errore di equiparare la società nuragica del Bronzo Recente a quella micenea, arrivando addirittura a considerare gli insediamenti strutture proto urbane, dove il nuraghe diventa l’immaginaria sede di potere di un capo. Secondo me i nuraghi erano edifici con una polifunzionalità sia diacronica che sincronica legata al territorio dove erano ubicati; le torri, infatti, furono aggiunte nel tempo solo dove era opportuno e concepibile. Avevano destinazione sia militare (sono dotati di spalti, feritoie e antemurali) che civile (luoghi di aggregazione sociale); sorgevano su alture, valli alluvionali, nei pressi di luoghi importanti per l’estrazione dei metalli, lungo le coste e sulle isole minori. Quindi, la funzione dei nuraghi non può essere una sola perché non è univoca la loro distribuzione territoriale. Durante la Tarda età del Bronzo in Sardegna, abbiamo un aumento della quantità di materiali di esportazione, la crescita della popolazione, e l’abbondanza di risorse integrate che garantivano un “surplus” di produzione. In questo periodo i contatti tra popoli e regioni del Mediterraneo si intensificano e le vie marittime cominciano ad essere frequentate con continuità, collegando la costa del Levante con Cipro, il Mar Egeo e le coste del Mediterraneo centrale. Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, la Sardegna rappresentava un punto nodale nel commercio internazionale dei metalli; le testimonianze archeologiche di contatti sono confermate dalla presenza di numerosi oggetti di provenienza allogena trovati in Sardegna e da materiali sardi rinvenuti fuori dall’isola. Anche se queste testimonianze costituiscono un eccezionale presupposto, non è ancora possibile dimostrare su basi scientifiche l’esistenza di una flotta nuragica impegnata in traffici extra insulari. Nonostante il rinvenimento di materiali di uso comune di produzione sarda in diversi siti del Mediterraneo, è difficile stabilire la provenienza dei mercanti e degli artigiani a bordo delle navi; non è detto che i protagonisti di questi scambi coincidessero con gli stessi importatori o esportatori. Abbiamo la certezza che si praticasse la navigazione di piccolo cabotaggio tenendo il più possibile la terra a vista, questo tipo di spostamento prevedeva soste con scali frequenti e permetteva di ormeggiare nelle cale più vicine. La testimonianza è l’esistenza di nuraghi in isole minori e lo stanziamento di popolazione in luoghi raggiungibili dalla costa solo per mezzo di natanti; ciò presuppone l’esistenza di approdi lungo i litorali. Dopo il Bronzo Recente, a partire dal XII sec. a.C., i nuraghi non furono più edificati e la loro destinazione d’uso cambia, diventano luoghi dove si svolgono anche pratiche di culto. Abbiamo, grazie ai contatti più stretti con genti provenienti da altri luoghi del Mediterraneo, importanti mutamenti di organizzazione socio-politica. A questo punto in quanto il nuraghe perde la sua importanza strategica e non è più il centro di riferimento per la popolazione, trovo errato continuare a definire le genti che abitavano la Sardegna all’epoca “Nuragici” e preferisco parlare di trasformazione in base a nuove esigenze piuttosto che di crisi di una civiltà. Trovo insensato appoggiare tesi recenti e mai approvate scientificamente, per le quali i nuraghi sono visti con una funzione prevalentemente astronomica, osservatori fissi della volta celeste ed edificati secondo precisi allineamenti con gli astri, un orientamento che segnala, attraverso il flusso della luce, il ciclico ripetersi di solstizi e equinozi. Se i numerosissimi nuraghi che caratterizzano il paesaggio della Sardegna fossero tutti templi edificati per marcare l’orizzonte, si dovrebbe pensare che gli abitanti passassero tutto il tempo ad adorare divinità, trascurando attività vitali per il proprio sostentamento.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiamo avuto lo stesso bisogno ed abbiamo aderito alla stessa soluzione?

Anna Ardu: Le culture e le società non hanno mai costruito degli isolati assoluti, per questo motivo è impossibile far risalire le vicende umane ad una cultura ancestrale unitaria. Una tecnica edilizia può diffondersi anche senza migrazioni, può accadere per fenomeni di convergenza ovvero quando popoli lontani trovino le stesse soluzioni pur non avendo mai avuto contatti fra loro. Quello che definiamo “globalizzazione” è un fenomeno culturale complesso che comprende la circolazione di merci, persone e idee, infatti, lo scambio, e i contatti socioculturali sono sempre stati parte dell’esistenza di tutti i popoli. Il megalitismo, per esempio, è considerata una manifestazione peculiare dell’architettura preistorica. L’area di diffusione di dolmen, menhir e corridoi è molto vasta: dalle coste atlantiche dell’Europa alla Scandinavia, nell’Africa settentrionale, nel Mediterraneo, in Europa orientale fino al Caucaso in Asia, in India e altre regioni dell’Estremo Oriente. Anche in Sardegna si trovano numerosi edifici peculiari di questa cultura; ciò non significa che i sardi del neolitico si siano spostati fino alla Corea. Per quanto riguarda la nostra isola, ciò che ha portato finora ad abusare del metodo “comparativo”, è il fatto che in svariati luoghi esistano come nei nuraghi coperture ogivali a “falsa cupola” chiamate tholoi.  Questo tipo di copertura si ritrova a partire dal Neolitico anche in Oman, Siria, Turchia e Spagna, le tholoi sono caratteristici oltre che della civiltà nuragica anche della civiltà micenea, di quella minoica e, più tardi, di quella etrusca. Gli edifici che mostrano più affinità, anche perché contemporanei ai nostri nuraghi e per la loro funzione epigeica sono le turri della Corsica e i talaiots delle isole Baleari. Le comparazioni dei fantarcheologi in materia sono numerosissime, in quanto, convinti che esistesse un’antichissima civiltà denominata “Shardana/Atlantidea”, trovano delle similitudini tra i broch scozzesi che da analisi effettuate al radiocarbonio sono stati edificati nel I secolo a. C.  quando in Sardegna eravamo in piena fase di romanizzazione. Secondo questa teoria i sardi avrebbero attraversato lo stretto di Gibilterra nel 5000 a. C. per estrarre la cassiterite in inesistenti miniere scozzesi e avrebbero insegnato ai Pitti a costruire edifici simili ai nuraghi. Ma i costruttori di torri non si sono fermati di sicuro nella Scozia e nelle Orcadi ma hanno lasciato traccia della loro civiltà in tutto il mondo dalla Sicilia dove si trovano i muragghi (accumuli di pietre ricavate dalla bonifica dei campi dal 1500 in piena età moderna), passando per lo Zimbabwe dove si trovano edifici turriti datati tra l’XI e il XV sec. d. C., fino ai nuraghi del lontano Perù dove il meraviglioso popolo Shardana/Atlantideo sarebbe giunto attraversando lo stretto di Magellano a bordo dei fassonis (tipiche imbarcazioni dei pescatori delle lagune oristanesi) insegnando ai locali a costruire le tipiche canoe in giunco usate dalle genti Quechua che vivono nelle sponde del lago Titicaca.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Anna Ardu: Il nome nuraghe nel XIX secolo fu posto in relazione con la radice fenicia nur, che significava fuoco, inteso come dimora o tempio del fuoco, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri. Propendo per l’interpretazione dei filologi odierni che sostengono che il vocabolo nuraghe sia un termine molto antico che deriva dalla radice linguistica “nur” di probabile sostrato mediterraneo.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Anna Ardu

Anna Ardu: Negli studi archeologici molte risposte restano parziali e altre, nonostante campagne di scavo estensive, non potremmo averle mai, infatti, le testimonianze che acquisiamo sono solo una minima parte e spesso non indirizzano verso un’interpretazione sicura. La mole dei dati e la sua comprensione si riducono drasticamente procedendo a ritroso nel tempo. In questo caso l’onestà intellettuale e rigore scientifico consigliano di lasciare in sospeso il dato per evitare di sparare cretinate a vanvera, in attesa di nuove prove chiarificatrici. L’archeologia rientra a pieno titolo tra le discipline scientifiche, in quanto prevede che l’elaborazione delle tesi avvenga a posteriori, vagliando l’intera raccolta dei dati acquisiti. Questi tempi, per natura già lunghi, si sono ulteriormente ampliati a causa della drastica riduzione e ormai quasi totale mancanza di fondi per scavi, studio materiali, restauro ed esami di laboratorio. In questo modo sono rallentate tutte le attività che consentono l’avanzamento della ricerca. L’elaborazione affrettata di teorie approssimative ha prodotto danni nefasti per le nuove generazioni di professionisti che hanno ereditato il fardello di dover demolire e smentire teorie erronee e profondamente radicate. Per chi non si occupa della nostra disciplina e che quotidianamente ci insulta chiedendo di divulgare i dati immediatamente, vorrei spiegare che abbiamo bisogno dei tempi tecnici necessari per svolgere correttamente il nostro lavoro. Spesso per offrire dei risultati attendibili occorrono lunghi periodi di studio e la maggior parte delle volte ci troviamo davanti a una serie complessa di problematiche, legate alla metodologia di indagine e alla difficoltà a ottenere autorizzazioni di studio; inoltre nell’ambito della ricerca scientifica è necessaria la peer review dove un team di specialisti del settore verificano l’idoneità alla pubblicazione dei nostri elaborati. Il ritardo nella presentazione del risultato dei nostri studi è dovuto a questa serie di concause di fattori che i profani ignorano e proprio per questo si sentono autorizzati a tirarci per la giacca chiedendo risultati a tamburo battente arrogandosi il diritto di sentenziare sul nostro operato e soprattutto criticarlo.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Anna Ardu: La famosa stele è un blocco di arenaria con un’iscrizione in caratteri alfabetici fenici che fu rinvenuta da Giacinto Hintz inglobata in un muro a secco in prossimità della chiesa di Sant’ Efisio a Pula nei pressi dell’antica città di Nora. Gli studiosi l’hanno datata tra i secoli IX e VIII a. C. e ancora oggi non sono concordi sulla sua interpretazione: alcuni ritengono si tratti della commemorazione di una spedizione, altri invece ritengono che si riferisse al culto celebrativo di una divinità. Nella stele appare per la prima volta la parola b-srdn, «in Sardegna», forse i Fenici erano consapevoli del fatto che questa fosse la denominazione epicorica dell’isola e probabilmente lo avevano appreso dagli abitanti del luogo, in questo caso si tratterebbe del nome in paleosardo con cui era chiamata la Sardegna.

Vorrei soffermarmi su due delle tante interpretazioni bizzarre sulla stele di Nora offerta da alcuni studiosi di linguistica o che si spacciano per tali.

[NR YH]/ ‘BTRŠŠ/ W GRŠ H ‘A/ B ŠRDN Š/ LM H ‘A ŠL/ M SB’A M/ LKT NRN L/ BN NGR/ LPHSY “Luce di YH/ in Tharros/ e in Cornus/ Lui A/BA SHARDAN/ Shalom Lui Toro/ Shalom SABA/ Dono di Nora/ per il figlio di NOGAR/ LEPHISY

Secondo l’autore l’epigrafe non è fenicia, ma nuragica, caratterizzata dalla presenza di una lingua riportata con caratteri di tipologia semitica. Il documento attesta in tutta chiarezza che i costruttori dei nuraghi parlavano anche una lingua semitica e la scrivevano utilizzando, nell’occasione, l’alfabeto fenicio arcaico. Secondo questa ipotesi, b-srd non vuol dire affatto «in Sardegna»: mettendo al giusto posto della sequenza la consonante della linea precedente si ottiene «aba shardan», che vuol dire «padre signore giudice». Le altre parole che precedono «aba shardan», cioè b-trss e w grs sono invece due toponomi sardi uniti dalla congiunzione “e”: il primo è il nome di Tharros e l’altro quello di Corras/Cornus. La stele – chiaramente un monumento religioso a forma fallica (simbolo della potenza creatrice della divinità) – è dedicata al «dio padre giudice signore» ed è un’offerta degli abitanti di Nora (mlkt nrns). Questo è infatti, il nome “incredibile” che si legge alla fine della stele: Lefe/isy bn ngr. Nome che, nella lingua parlata locale, da Santu Lefe/isy, per indebolimento della consonante liquida (la elle), diventò Sant’Efisy (poi Efisio). Efisy figlio di ngr, ma anche “figlio del dio padre” aba -shardan, da celebre santo pagano, col tempo, passò alla venerazione cristiana. Sant’Efisio secondo questa interpretazione assurda non quindi un martire morto a Nora secondo le fonti agiografiche nel 303 d. C., ma il figlio di Jahu/Jahwé, una divinità millenaria adorata dai popoli nuragici simile al Dio degli ebrei.

Naturalmente la parola SRDN non è assolutamente la prova dell’identificazione della Sardegna come patria degli Shardana, ma secondo una versione molto popolare l’iscrizione non avrebbe lettere dell’alfabeto fenicio, si tratterebbe di un documento importante come la Stele di Rosetta, una carta d’identità dei Sardi/Shardana e non solo. “Un reperto non affatto fenicio, né come scrittura, né come contenuto. L’autore non offre una traduzione della stele ma vuole ricordare che vi compaiono due parole emblematiche: SRDN e TRSS, ove SRDN sta per SarDANa, il nome con cu gli Egizi chiamavano i soldati rappresentati a Medint Abu, Abu Simbel, Luxor… TRSS starebbe per Tharros, Tirso, Torres, Tsur/Tiro. Quindi, nella stele Shardana di Nora figura il nome che gli egizi davano a quei guerrieri che secondo loro venivano dalle isole dell’occidente, in mezzo al Grande Verde (mare Mediterraneo)”. Circa le interpretazioni fantasiose di questo reperto, premettendo che le teorie citate per fortuna non sono mai state considerate da nessuno studioso titolato in materia di linguistica, credo sia legittimo ritenerle fantasiose e fallaci.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Pozzo laguna di Mistras

Anna Ardu: Che gli antichi sardi parlassero una lingua comune, da nord a sud dell’isola, è ormai una certezza grazie agli studi sui toponimi e sui “relitti” linguistici. Ma, sull’esistenza di un alfabeto e sull’uso della scrittura in età nuragica non abbiamo a oggi alcun documento attendibile. L’archeologia è una disciplina che si basa sull’indagine scientifica, per questo motivo non può considerare importanti dei manufatti rinvenuti in contesti stratigrafici non attendibili e di provenienza dubbia che non sono necessariamente falsi ma sospetti. Ogni volta che noi archeologi ci troviamo di fronte a un documento di qualsiasi natura dobbiamo effettuare una serie di verifiche per valutare se è un originale, una copia, un falso, infatti, anche la scrittura e le iscrizioni vanno contestualizzate in un tempo e in uno spazio definiti che vanno identificati. Un popolo che non ha la scrittura, non viene considerato inferiore, può sempre essere portatore di una grande civiltà come quella che è esistita in Sardegna nel Neolitico e nell’Età del Bronzo. La scrittura nasce in contesti urbanizzati e con un forte potere centralizzato, viene utilizzata per scopi amministrativi, burocratici e commerciali. Nella nostra isola sono venute a mancare proprio quelle strutture sociali che nel Vicino Oriente e in ambito Egeo hanno dato forma ai vari tipi di alfabeti. Ancora oggi sappiamo poco riguardo i piccoli insediamenti sardi del Bronzo Finale e del Primo Ferro, e dagli indicatori archeologici si può ipotizzare che lo sviluppo di queste comunità non richiedesse obbligatoriamente un’autorità centrale. Gli insediamenti presentano un’organizzazione socio-politica non gerarchizzata con un’alta complessità culturale. Nonostante l’adozione di molte innovazioni tecnologiche giunte dal Levante e dalle regioni atlantiche, i sistemi socio-politici sono rimasti invariati, l’arrivo di nuove genti ha creato le condizioni per lo sviluppo di idee e modi di pensare, questi contatti sono stati sicuramente proficui, e questi popoli, anche se provenienti da società gerarchizzate, si sono adattati al sistema vigente per quieto vivere; in questo modo la società sarda ha raggiunto un livello straordinario di know-how tecnologico integrando i nuovi arrivati da est e da ovest.

Non c’è dubbio, dunque, che i Sardi della prima Età del Ferro entrarono in contatto con la scrittura recata dai Fenici e forse dai Greci provenienti dall’Eubea e quindi troviamo in alcuni oggetti di produzione locale grafemi di origine alfabetica: i due reperti più rappresentativi sono lo spillone di Antas e la brocchetta askoide di Nuraxinieddu. Il primo fu trovato in una sepoltura insieme tra altri oggetti in bronzo e si tratta di uno spillone lungo 14 cm a capocchia distinta di tipologia prettamente nuragica, recante un’iscrizione incisa sul fusto in caratteri assai minuscoli, per un tratto di circa 1,5 cm. Il secondo è stato rinvenuto nell’insediamento nuragico di Su Cungiau e Funtà durante una raccolta di superficie; è una brocchetta frammentata d’impasto, ingobbiata di rosso e lucidata che presenta una complessa iscrizione fenicia regressiva con segni graffiti impostati fra l’attacco del collo e quello dell’ansa, alla seconda metà dell’VIII sec. a. C, e vi sono incise 7 lettere: B D P R DB L B. Le due iscrizioni sono state ritenute da studiosi di lingue semitiche ed egee intraducibili. Penso che i sardi avessero una propria lingua e che provassero a esprimere dei concetti utilizzando lettere di alfabeti che circolavano nel Mediterraneo, in particolare quello fenicio, in quanto numerosi rappresentanti di questo popolo convivevano con i sardi in diverse località. Durante il mio percorso di archeologa ho avuto dei grossi scontri con i sostenitori della scrittura nuragica; in diverse occasioni. In particolare nel 2013 quando un appassionato mi ha segnalò un pozzo vicino alla laguna di Mistras (Cabras), dove era situato l’antico porto di Tharros. Mi recai sul posto con questa persona per verificare l’attendibilità della scoperta e mi trovai davanti un pozzo con una vera realizzata con quattro grosse pietre di arenaria lavorate e sagomate per realizzare un’opera a incastro, nella parte superiore riportavano ghirigori, linee e in particolare una data 1942/1949 e le iniziali di un nome S. V. In quanto, lo scopritore con molta sicurezza affermava che il pozzo fosse nuragico con iscrizioni in protocananaico, gli ho suggerito in quanto scettica, di non divulgare la notizia e gli feci presente che avrei come prassi fatto una segnalazione al funzionario di zona della soprintendenza. Passano alcuni mesi e come capita spesso – quando noi archeologi veri rigettiamo ipotesi fantasiose –accade che il sostenitore della scrittura nuragica convoca l’inventore della stessa che, preso da veemenza traduce l’iscrizione in questo modo: “Luce forza toro toro toro, forza del toro della luce”, e legge persino il praenomen semitico del principe Yabal discendente della stirpe di Caino e il nomen Yana di origine indoeuropea. Essendo stato organizzato un gruppo di preghiera e un pellegrinaggio in onore del dio Toro, mi sono opposta e ho ricevuto in diversi blog insulti di ogni tipo tra i più educati “Archeologhetta da quattro soldi”. Per questo motivo mi recai dal proprietario del terreno che mi riferì che il pozzo era stato realizzato dai suoi parenti per abbeverare il bestiame proprio nella data scritta su uno dei blocchi e che era stato successivamente abbandonato in quanto l’acqua trovandosi presso una laguna era diventata salmastra. Il secondo reperto è un anello di bronzo datato al XIII-XII sec. a. C. che conterrebbe 36 segni di cui 12 ripetuti per tre volte, nell’iscrizione apparirebbe 9 volte la lettera yod, l’alfabeto utilizzato sarebbe protocananaico, fenicio arcaico (lo stesso della stele di Nora) e gublita. Non per puro caso appare il nome Gayni martire cristiano anche lui divinità atavica nuragica. In quanto l’oggetto è stato rinvenuto nelle acque della spiaggia di Su Pallosu (San Vero Milis – Oristano) dove stavo svolgendo delle prospezioni subacquee e studi sull’antico Korakodes Portus, ho riesaminato l’oggetto. Lo studio dell’anello è stato attuato grazie alla collaborazione di alcuni studiosi di epigrafia islamica dell’Università di Tunisi, di Madrid e Lancaster, che hanno confermato l’originalità del reperto nel cui castone circolare è incisa la formula الملك لله وحده (al-Mulk li-llah Wahda-hu), che significa “La sovranità appartiene solo a Dio”. Si tratta di un reperto di grandissima importanza, la cronologia più alta possibile è l’XI sec. d. C., periodo in cui Mujāhid ibn ‘Abd Allāh al‐‘Āmirī, noto con il nome di Museto, tentò di invadere la Sardegna. Tanti altri reperti e iscrizioni decontestualizzati mostrano tracce della presunta scrittura nuragica, e vorrei ricordare quelli più discussi:

  1. la tavoletta di Tzricotu rinvenuta nei pressi del nuraghe di cui porta il nome, che è una matrice in bronzo per fibbie altomedievali;
  2. l’iscrizione in una pietra del Sinis che reca il nome di Nicolino Carta, scambiato per il principe etrusco LARS di THARRUS;
  3. una pintadera nuragica riprodotta in grandi dimensioni scolpita da Pinuccio Sciola realizzata in trachite proveniente da una cava di Serrenti che si trova davanti al museo di Villanovaforru che recherebbe nel retro un calendario astronomico nuragico;
  4. i sassi fluviali rinvenuti a Allai e Bidonì (Oristano) che presentano false iscrizioni in etrusco, uno di questi ciottoli è stato oggetto di una lunga contesa sulla sua autenticità, tanto da dover chiamare in un’aula di tribunale un etruscologo famoso come perito per smentire questo delirio;
  5. i disegni incisi sulla roccia di un’antica cava di arenaria chiamata Sala da Ballo a San Giovanni di Sinis, luogo dove si svolgevano feste fino al 1995, e ribattezzata dai sostenitori della scrittura nuragica Sha’ar ha ba’al (porta del dio Baal).

L’elenco dei reperti con presunte iscrizioni in nuragico è infinito le traduzioni sono scientificamente inaffidabili, e spesso in quanto gli oggetti analizzati e interpretati non sono stati rinvenuti in contesti stratigrafici affidabili e lasciano spazio alle più sfrenate fantasie interpretative.

Da circa due anni si è fatta strada una nuova scrittura, il famigerato ogham sardo, un alfabeto nato in Sardegna prima del 4.000 avanti Cristo. Secondo l’inventore di questa scrittura nella nostra Isola esisterebbe una miriade di incisioni di linee parallele intersecate da altrettante verticali. Questa forma alfabetica ideata dall’antico popolo sardo la ritroviamo in occidente e mostra affinità con le lingue gaeliche. L’antico popolo sardo avrebbe scoperto un sistema integrato perfetto, tra incroci fonetici, grafici straordinari, che dimostrerebbero il passaggio fonetico-cronologico delle consonanti affricate sorde e sonore, con particolare riferimento alla categoria delle bilabiali, nelle lingue mediterranee e nord-europee degli ultimi 5.000 anni. In realtà l’ogham era un tipo di scrittura in uso per trascrivere le antiche lingue celtiche, e questi testi su pietra li troviamo soprattutto in Irlanda, Galles e Isola di Man, ci sono rare attestazioni in Inghilterra, Scozia e nelle Isole Shetland. Le lettere dell’alfabeto oghamico sono venti, divise in quattro gruppi da cinque lettere ciascuno orientate in modo differente. I testi più antichi conosciuti risalgono al V-VI sec. d. C. e si trovano spesso su cippi funerari o pietre poste verticalmente, e sono considerati dai seguaci di religioni neopagane l’espressione della lingua segreta dei druidi. Nel caso della Sardegna si tratta di un’astuta teoria per dimostrare che nell’isola è nata una civiltà madre civilizzatrice di tutte le altre che, grazie alla scrittura ha lasciato tracce del suo passaggio in tutto il mondo conosciuto. I reperti esaminati e spacciati per iscrizioni altro non sono che spaccature sulla roccia che si sono formate nel tempo a causa di fenomeni atmosferici, o incisioni arrecate dagli erpici degli aratri o realizzate intenzionalmente dall’uomo.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Shardana – rilievo Abu Simbel

Anna Ardu: Gli Shardana, o preferibilmente Sherden, sono uno dei Popoli del Mare, che fantarcheologi e studiosi titolati identificano con gli antichi nuragici. Questa certezza si basa su due prove fondamentali: l’assonanza del nome Sardegna con l’etnonimo Shardana e la somiglianza fra bronzetti e navicelle con le raffigurazioni presenti in Egitto. Il gruppo degli Sherden – che non ha le caratteristiche di una vera e propria etnia; è noto per il fatto di essere stato menzionato in diverse e attendibili fonti contemporanee alla loro attività di guerrieri e mercenari, (sono citati per la prima volta dalle fonti egizie nelle lettere di Amarna, 1350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton e compaiono in seguito durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III) come compagni di incursione insieme ad altri “Popoli del Mare” in Egitto alla fine del XIII e gli inizi del XII sec. a. C. Il Papiro Harris I e il Papyrus Wilbour, compilati un secolo dopo, raccontano di mogli, bambini e dell’assegnazione di terre ai Shardana nella regione del Fayum nel Medio Egitto e, di successioni ereditarie di questi terreni “coltivati dalla mano dei loro figli”. Questo dimostra la residenza multigenerazionale e stanziale, la terra è stata fornita in cambio dei servizi militari. Nel primo millennio a. C. Gli Sherden continuano ad essere menzionati, ai tempi di Ramesse XI, quando questo popolo si assimila e integra con la società egiziana. Entro la fine del periodo ramesside, i Sherden possono possedere proprie terre, diventare testimoni nei procedimenti giudiziari, e si rappresentano non più come stranieri, ma come componenti integrati nella società egiziana. Il problema fondamentale è capire se gli Sherden che parteciparono alla battaglia dei Popoli del Mare fossero dei fuoriusciti distinti da coloro che combattevano al soldo del faraone. Le prove più consistenti per identificare i sardi con gli Sherden sono la sequenza di consonanti SRDN, che appare nella terza riga della stele di Nora, scritta con caratteri fenici e il confronto con le raffigurazioni nei bassorilievi di Medinet Abu nel tempio funerario di Ramesse III dove è illustrata la sconfitta dei Popoli del Mare da parte dell’esercito del Faraone. Osservando i noti bassorilievi si osserva che le differenze con i bronzetti e le navicelle sono notevoli, le produzioni artigianali sarde bronzee fino a prova contraria sono più tarde (X-VII sec. a. C.), mentre la battaglia dei popoli del mare avvenne nell’VIII anno del regno di Ramses III (ca 1177 a.C.). L’abbigliamento e l’armamento degli Sherden è differente da quello dei guerrieri sardi. Non si è mai visto, infatti, un bronzetto con un disco solare al centro dell’elmo, e gli Sherden sono rappresentati rasati o con barba, una folta chioma e portano l’orecchino, mentre i guerrieri rappresentati nei bronzetti sono molto differenti, portano spesso le trecce e solo in un caso abbiamo un esemplare barbuto. Ancora più lontano il confronto con le navi; quelle rappresentate a Medinet Abu, caratteristiche dei popoli del mare hanno una protome ornitomorfa sia a poppa che a prua, paragone impossibile con le navicelle bronzee di produzione sarda che presentano protomi differenti e mai doppie. A costo di essere accusata di negazionismo insisto sul fatto che, escludendo il fatto che Sherden e nuragici fossero lo stesso popolo, finora non è stata ritrovata nessuna evidenza materiale della loro presenza nella nostra isola, al contrario abbiamo attestazioni di contatti con micenei e ciprioti. Inoltre gli oggetti di produzione egizia o egittizzante rinvenuti in Sardegna provengono, tranne qualche eccezione, da luoghi frequentati da Fenici e Punici che veicolavano merci di ogni tipo in tutto il Mediterraneo. Ritengo che il popolo che anticamente abitava la Sardegna avesse delle caratteristiche che lo distinguevano dagli altri e non necessitava per ottenere dignità storica di essere assimilato a un gruppo etnico non ben definito e addirittura sconfitto dall’esercito del Faraone. In quest’ottica la tesi che vede la corrispondenza tra Shardana e Nuragici non va criticata o accettata sul piano politico bensì su quello metodologico.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Anna Ardu: Dietro il fenomeno della fantarcheologia sarda c’è un intero sottobosco di operatori culturali, fondazioni, scrittori privi di alcun titolo di studio valido o che nulla ha a che fare con l’archeologia, e anche alcune persone che pur avendo la laurea in questa disciplina si lasciano trasportare dalle teorie alternative. I vari maestri si sostengono vicendevolmente aumentando di numero ogni giorno, supportati dai loro accoliti che sperano di diventare famosi come loro. In Sardegna gli archeologi vengono chiamati in causa per riscrivere la storia in funzione delle esigenze di alcune persone, che vorrebbero costringerci a ammettere che i Fenici non sono mai esistiti, che discendiamo dagli Shardana e che la nostra isola era il continente perduto di Atlantide. A queste persone non interessa la storia, non interessano i dati archeologici, anzi non li leggono neanche, alcuni personaggi improbabili hanno trovato terra fertile nello scenario sardo perché gratificano. L’archeologia come tutte le discipline scientifiche analizza i dati e da questi sviluppa delle ipotesi, sempre rivedibili alla luce di nuove acquisizioni, non è una disciplina che deve appagare l’ego. Non si era mai visto un fenomeno di psicosi collettiva tale alimentato da un errato utilizzo del web e dai social network; grazie alla rete persone invasate per la prima volta si sentono attori, accusando senza avere nessuna competenza gli studiosi di complottismo e negazionismo, si sentono persino perseguitati da chi li smentisce. Sono persone piene di livore, colpiti da sensi di colpa che cercano riscatti in miti e leggende. Le stesse sono alimentate dai fantarcheologi che affermano che i sardi sono i discendenti della tribù di Dan, i primi seguaci di un culto monoteista che trova nel dio Toro l’incarnazione di Jahvé, che si manifesta in forma di bovino dai finestrelli di scarico dei nuraghi durante i solstizi. Per non parlare dalla disinformazione offerta da guide turistiche abusive che accompagnano le persone in siti non fruibili, di quelle iscritte all’albo regionale che non hanno nessuna preparazione, di persone autorizzate ad accompagnare persone nel pozzo di Santa Cristina a Paulilatino per attivare la ghiandola pineale, di chi promette che recandosi in un determinato altare si riacquisita la fertilità anche quando è ben passato il periodo della menopausa, delle associazioni culturali che di cultura hanno solo il nome che portano i fantarcheologi come relatori nelle aule universitarie, di accademici che accettano che si parli di scrittura nuragica e Alzheimer, di insigni docenti universitari che siedono allo stesso tavolo di lavoro del giornalista che ha inventato la teoria che Atlantide era la Sardegna. Purtroppo nella nostra isola queste faccende hanno assunto una enorme rilevanza, arrivando a invadere la sfera sociale, spesso politici o aspiranti tali fanno di una pretesa “protostoria negata” il cavallo di battaglia per una sorta di riscatto etnico. La loro azione è favorita dai mezzi di informazione isolani e da amministrazioni locali desiderose di radici più nobili e della presenza cospicua di turisti, organizzando eventi ridicoli con figuranti travestiti da nuragici, fatine, elfi e chi più ne ha più ne metta. In seguito alla ripresa degli scavi di Mont’ e Prama tutto è diventato gigante, in ogni sagra appaiono enormi statue di polistirolo, le aziende agricole vantano meloni giganti, persino lo stagno di Cabras ormai viene chiamato laguna dei Giganti. Un esercito di “montepramamaniaci” si è riversato nell’area di scavo, sentenziando sul lavoro degli archeologi, accusandoli di presunti danneggiamenti, di essere in combutta con le coop rosse e di usare mezzi meccanici per distruggere il sito. Sul web quotidianamente riceviamo minacce di morte, in quanto i beni culturali non dovrebbero appartenere allo Stato ma dovrebbero essere gestiti dalla gente comune, accusando gli studiosi di eseguire ordini dall’alto a danno della “vera” identità storica dei Sardi, e di nascondere in magazzini inaccessibili e magari anche sotto il letto reperti archeologici che sarebbero presunti documenti di verità inaccettabili dal potere costituito. Le spiegazioni offerte dai fantarcheologi si basano su teorie complottistiche e su accuse più o meno esplicite di “insabbiamento”. Al contrario dei miei colleghi sono pessimista e non trovo che esista una via d’uscita per questa situazione. Abbiamo provato a spiegare i rudimenti dell’archeologia anche nei social network, cercando di convincere alcune persone che archeologia e fantascienza non hanno niente in comune, ma i risultati sono stati disastrosi, infatti, le persone che credono fermamente nelle teorie fantarcheologiche ci hanno riempiti di insulti. Anche noi abbiamo necessità di giustificare la rilevanza dei nostri studi presso il grande pubblico, di uscire dalle nostre torri d’avorio, è un modo per far amare la nostra disciplina e convincere le persone che il nostro è un lavoro prezioso per la crescita culturale dell’intera Sardegna. A lungo tempo si è ritenuto che la migliore risposta alla fantarcheologia fosse l’indifferenza, ignorando le teorie non ortodosse piuttosto che partecipare a un dibattito, ma spesso questo atteggiamento di chiusura da parte di molti studiosi verso le visioni alternative ha fomentato dissapori che sono stati la causa del proliferare di queste teorie. Tutto ciò ha dato vita a discussioni, violente, tra i due schieramenti e spesso noi archeologi siamo stati accusati di negare verità storiche per proteggere gli interessi di una casta.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Anna Ardu

Anna Ardu: C’è l’idea radicata che alla Sardegna sia stata sottratta dagli studiosi la verità storico-archeologica insieme ai benefici conseguibili con il turismo, come afferma un noto geologo che partecipa a tante trasmissioni televisive: “Possibile che voi Sardi siate tanto ingenui da non capire che se raccontate che la vostra terra era Atlantide vi fareste d’oro”. La nostra condizione è il risultato di una politica volta a indirizzare le masse verso l’ignoranza perché più facilmente gestibili; secondo questa logica del rendere tutto più semplicistico si è squalificata la cultura e ciò ha indotto molte persone ad arrogarsi il diritto di potersi sostituire ai professionisti e agli esperti dei vari settori. La politica attuale non ha nessuna intenzione di investire nei Beni Culturali – bisogna dare per forza la colpa agli archeologi – senza considerare che circa l’80% di noi non siamo stipendiati da Roma, ma liberi professionisti assunti da committenti, quasi sempre sottopagati e senza nessuna garanzia per il nostro futuro. In Sardegna non si cerca una legittima revisione storica ma una rivendicazione politica e per questa ragione si tenta di piegare i dati storici a uso e consumo di questa ideologia, volta a ricreare artificialmente una storia isolana vanagloriosa utile per un’esigenza strumentale delle implicazioni di natura sociologica. In Sardegna spuntano come funghi libri che propongono versioni distorte della storia dell’Isola, differenti da quella ufficiale. Sarebbe giusto diffidare di queste ricostruzioni inattendibili, dietro le quali si nascondono individualismi, giochi di potere di singoli a discapito dei Sardi; questi personaggi sono demagoghi del nulla, che ambiscono a soddisfare le proprie ambizioni, in una corsa al potere per occupare poltrone sfruttando l’ingenuità di chi crede davvero che in un fittizio passato eroico ci siano le premesse per un glorioso futuro. Dal mito di Atlantide ai cosiddetti Popoli del Mare (di cui si rivendica gli Sherden facessero parte) passando per l’invenzione della scrittura e della scultura a tutto tondo nell’età del Bronzo, emerge così la volontà di evocare un nazionalismo becero, a sfondo razzista, portatore di un messaggio ascientifico e intollerante, funzionale al raggiungimento di un consenso elettorale piccolo ma rumoroso e ben ammanicato. La maggior parte dei fantarcheologi dichiarano di essere sardisti o indipendentisti, sostenuti da politici che appoggiano un nazionalismo reazionario, che ha assunto il volto dell’etnicismo esasperato con assetti niente affatto emancipativi, in nome dell’appartenenza ad una presunta e astratta “sardità”, che spinge il popolo verso la superiorità della razza, e la non accettazione di tutto ciò che viene dall’esterno. È chiaro che noi sardi abbiamo la nostra identità – intesa come coscienza di appartenere ad una comunità – e per quanto mi riguarda un indipendentismo emancipativo rivoluzionario può essere utile per la crescita del nostro popolo e non richiedere obbligatoriamente un revisionismo storico, perché la lotta nella nostra isola deve interessare la giustizia sociale: contro il neoliberismo, per l’ambiente, e la democrazia economica. Abbiamo il dovere di preservare la nostra identità e tutelare i valori culturali della Sardegna: non mi pare che negli ultimi anni lo Stato abbia preso a cuore i nostri beni culturali, la Regione non stanzia il dovuto e non riceve alcun tipo di finanziamento per questo tipo di servizio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale isolano al momento non hanno alcuna possibilità di sviluppo. Ho sempre sostenuto che la nostra isola sia un museo a cielo aperto, e non solo per la presenza di circa 7000 nuraghi e dei giganti di Mont’ e Prama, diventati il simbolo e vessillo della civiltà sarda. Vorrei ricordare che abbiamo anche siti del neolitico e dell’eneolitico di straordinaria bellezza, città come Tharros e Nora, importanti necropoli fenicio puniche, testimonianze della romanizzazione, bellissime chiese in stile romanico, ci sono paesi con affascinanti centri storici, abbiamo le nostre tradizioni, le feste, una lingua, la nostra musica. Ci sono mille cose che rendono la Sardegna una terra unica, mi oppongo al fatto che il nostro bagaglio culturale sia svilito con mascherate in salsa shardano/nuragica e carnevalate fuori stagione.

 

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Anna Ardu: Il popolo sardo, come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da rivelare qualcosa a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo”. – Emilio Lussu, da L’avvenire della Sardegna, Il ponte, ottobre 1951

 

A.M.: Anna ti ringrazio per il tuo prezioso contributo e ti saluto con le parole di Jean-Jacques Rousseau: “Il primo che, avendo recintato un terreno, osò dire: questo mi appartiene, e trovò uomini abbastanza ingenui per credergli, quegli fu il vero fondatore della società civile.”

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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2 comments

  1. Angelo /

    L’Archeologia non è una scienza, ma un Metodo.
    A dispetto di quanto molti archeologi credano, in buona o cattiva fede.

    Denigrare chi, con altro metodo, con fantasia, con intuito, con altrettanta passione e ricerca,
    tenta di sollevare il velo polveroso della Storia e degli Eventi, è sintomo estremo di chiusura mentale.

    Definirli ‘Fantarcheologi’ è invidia professionale.

    Etichettarli come ‘Demagoghi del nulla’ è mancanza di curiosità:
    ovvero mancanza della più importante qualità che un archeologo dovrebbe avere.

    Scambiare il desiderio di scoprire il passato della Sardegna e del Mediterraneo per nazismo,
    fino a classificarne il movente (o la destinazione) come ‘una presunta superiorità della razza’
    è ridicolo, offensivo, arrogante è fuori da ogni realtà.
    É cecità culturale.

    Vedere così dettagliatamente il nostro immenso patrimonio archeologico
    e far sparire dalla Storia del Mediterraneo i popoli che l’hanno creato è magia.
    Oppure cecità di casta. Delle due, l’una.

  2. Lisa /

    Delle tre interviste è quella che mi è piaciuta di più. Passione e amore per il popolo sardo e i suoi beni culturali. Donna coraggiosa e bravissima archeologa. Le auguro una grandissima carriera, se la merita!

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