Le métier de la critique: Ignazio Silone, l’antifascismo, l’esilio e le opere

Le métier de la critique: Ignazio Silone, l’antifascismo, l’esilio e le opere

Giu 13, 2017

È il primo maggio del 1900 quando Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli, vede la luce a Pescina dei Marsi, in Abruzzo.

Ignazio Silone

Qui, circondato dall’affetto dei suoi familiari, trascorre un’infanzia serena, fino a quando la realtà gli si manifesta in tutta la sua durezza: la madre e alcuni suoi fratelli, insieme a un ampio numero di persone vengono inghiottiti dalla terra, a causa del terremoto che colpisce la Marsica nel 1915. Dramma privato che segnerà il giovane per tutta l’esistenza; i cui sintomi si coglieranno anche nelle sue opere.

Affidato alle cure della nonna materna, viene poi accolto in un collegio romano, da cui però fugge. Sarà l’occasione per conoscere Don Orione, che Silone definirà uno “strano prete”, ma con cui intreccerà un costante rapporto epistolare.

Di temperamento irrequieto e insofferente alla disciplina, trascorso qualche tempo, torna al suo paese d’origine, e fin da giovanissimo partecipa attivamente alla vita del paese, la cui popolazione è afflitta da problemi legati al post terremoto. Periodo questo che segna l’inizio del suo impegno sociale, e conferma in Silone un notevole spessore umano che va a declinarsi con un forte sentimento politico. Si fa paladino delle ingiustizie patite da i “cafoni”, poveri contadini della sua terra costretti a subire ogni sorta di sopruso. Avrà il coraggio di denunciare la grave situazione, anche se tali proteste saranno destinate purtroppo a rimanere senza risposta.

A quel punto, della battaglia ne fa una questione personale, e raggiunge Roma dove aderisce a idee di stampo socialista. Nel 1921 sarà infatti fra i fondatori del partito comunista.

Collaboratore di Antonio Gramsci a “L’unità”, continua la sua attività politica, nonostante venga considerato un sovversivo; motivo per cui, quando il fascismo inizia la sua scalata al potere e la sua opera di repressione viene arrestato.

Uscito dal carcere, nel 1930 è costretto a riparare in Svizzera, dove porta avanti il suo impegno per osteggiare il fascismo. Qui, rimarrà fino al 1945; durante il suo esilio forzato si dedicherà a un’intensa attività narrativa.

Deluso dalla politica, in cui ingenuamente ha creduto, si staccherà con sofferenza dal partito comunista, stigmatizzando la svolta impressa da Stalin al sistema sovietico delle cosiddette “purghe”, a sottolineare il carattere totalitario dell’organizzazione comunista. Sofferenza di cui Silone racconta in una raccolta di saggi a carattere autobiografico, le cui pagine memorabili sono riportate nell’opera Uscita di sicurezza del 1965.

Pur continuando a battersi a favore del socialismo, memore forse del suo incontro con don Orione, la sua idea di socialismo assume una venatura cristiana.

Lo scrittore si dichiarerà un “cristiano senza chiesa”, in quanto   insofferente alle gerarchie ecclesiastiche.

Ed è fautore di un cristianesimo che torni alla purezza del vangelo delle origini, che non ammette compromessi con apparati lontani dal primitivo messaggio, e che teorizza definendolo un “socialismo cristiano”. Un ritorno ai valori autentici che, disinteressati, dovrebbe abbattere le disparità sociali.

Ignazio Silone

Terminata la guerra rientra in Italia e diventa deputato della Costituente nel 1948, dichiarandosi un “socialista senza tessera”. Lo si potrebbe considerare un precursore dei tempi, in quanto ha una netta presa di posizione verso la cosiddetta “partitocrazia” dell’epoca.

Seppur osteggiato dalla critica letteraria, che di lui avrà occasione di affermare: “la corruzione della religione era tra le cose che più lo ferivano e lo muovevano a sdegno”, è comunque un fervente animatore della vita culturale del dopoguerra.

Di Ignazio Silone molto ancora si potrebbe dire; sicuramente si può affermare che è figura sui generis, in quanto scrittore che trasferisce nei suoi testi un sentimento d’interesse collettivo.

Quindi, non si può perciò scindere la figura dell’uomo impegnato in politica da quella dello scrittore.

Tutta la sua produzione letteraria è pregna di elementi che caratterizzano un bisogno, intrinseco e sostanziale alla sua natura, di appassionarsi alle cause degli ultimi. Da tale premessa si può affermare che sono due le componenti principali che attraversano l’opera di Silone: la questione meridionale e l’antifascismo.

La problematica meridionale è sviluppata attraverso la descrizione del mondo contadino abruzzese, affondato in uno stato di povertà e ignoranza, il quale dà a Silone l’impulso per fare dell’impegno politico un suo primario scopo di vita. Denunciando la misera condizione in cui la sua gente è obbligata a vivere: realtà scandagliata minuziosamente con umana partecipazione.

Il suo intento è di elevare quel microcosmo attraverso descrizioni realistiche e intrise d’affetto per i suoi conterranei. Anche il termine “cafone”, accezione usata spesso da Silone, anche se mai inflazionata, ha lo scopo di scuotere le coscienze per far conoscere una realtà che sente come propria.

Altro focus su cui l’autore si concentra nei suoi romanzi è denunciare il fascismo, condizione storica di riferimento, la quale spesso è cornice delle vicende da lui narrate.

L’accento su cui Silone posa l’attenzione nelle sue opere è sempre realistico, anzi, non disdegna a volte i modi grezzi della sua gente, tanto che alcuni dei suoi romanzi si possono definire corali. Romanzi che si sposano con un’esigenza saggistica, in virtù del fatto che ogni opera ha il preciso intento di riportare un certo degrado umano e sociale. Il tutto accompagnato da un vagheggiamento affettuoso della terra natia, che talora assume toni lirici e sostiene gli aspetti più fantastici della creatività dell’autore. Aspetti che seducono il lettore, sebbene raccontino di una realtà triste, ma colma di verità.

Silone, quindi, applica la compattezza delle sue idee più ai contenuti che alla forma stilistica, ottenendo comunque un risultato espressivo altamente qualitativo. Ogni suo scritto è una fotografia; perché non si limita a descrivere, ma fa partecipe il lettore, attraverso i suoi occhi, una realtà tangibile, dura e difficile. Che, ripiegata nell’anima dello scrittore, è sempre tesa al bene comune.

Infine, per rendere merito a un grande del panorama letterario italiano, una breve carrellata delle sue opere più conosciute, evidenziando però che il suo successo editoriale avvenne in Italia solo in un momento successivo, rispetto ai riconoscimenti ottenuti all’estero da scrittori importanti quali Thomas Mann.

Comunque, da parte della critica italiana, una testimonianza importante gli arriva nel 1968 con il premio Campiello.

Fontamara, considerato il capolavoro di Silone, viene pubblicato nel 1930 durante il suo esilio in Svizzera.

Ambientato in un immaginario paesino del Fucino durante i primi anni del fascismo, luogo della memoria dell’infanzia dello scrittore, i cafoni, ovvero i contadini poverissimi che lo abitano, sono i protagonisti di questa narrazione corale. Oppressi dalle angherie dei ricchi proprietari terrieri, che li privano sia della luce elettrica sia dell’acqua proveniente da un ruscello, il cui corso è stato deviato per irrigare le terre del Podestà, sono anche subissati dalle punizioni punitive delle squadracce fasciste, le quali esercitano violenza nei confronti delle donne.

Sarà tale Berardo Viola a scuotere l’atavica apatia dei contadini, ormai per triste consuetudine.

Trasferisce il risveglio della propria coscienza politica ai suoi compaesani, risveglio necessario al fine di farli ribellare a ogni forma di sopruso, facendosi baluardo della loro causa. L’amarezza in cui affonda questa vicenda è allietata dalla storia d’amore che Berardo intreccia con una donna che ammira il suo impegno civile; anche se entrambi saranno votati al sacrificio.

Si può definire Fontamara un romanzo-saggio, da intendersi come drammatica protesta sociale; un atto di denuncia contro ogni forma d’oppressione.

Il registro è volutamente semplice, quasi elementare, che ben si intona con l’ambientazione, povera, e intrisa di intenso realismo. Abitudine linguistica questa di alto valore morale, imprescindibile dall’ideologia di Silone, che si unisce all’esigenza di essere sempre dalla parte degli ultimi, diffidenti di una scrittura erudita. La narrazione è corale, affidata alla voce di un popolo anziché a un unico protagonista, in una intensa tessitura delle frasi. Di Fontamara, in Italia, si avrà conoscenza solo al termine della guerra.

Altro romanzo importante di Silone è Pane e vino, pubblicato in Italia nel 1936.

Anche in questo componimento l’ambientazione è identica al precedente libro, quella dell’Abruzzo, a cui l’autore è rimasto sempre legato. Il protagonista è un intellettuale di sinistra afflitto da conflitti interiori. Braccato dalla polizia e malato, ha però intenzione di riprendere a cospirare. Tornato al suo paese d’origine desidera organizzare le fila di un gruppo antifascista, ma in disaccordo con i metodi di lotta usati dai compagni e con le direttive del partito comunista, si scontra con la propria coscienza.

Romanzo dai chiari riferimenti autobiografici, nella narrazione si evincono temi consueti e cari a Silone: l’amore per la propria terra e la triste condizione di esule, accompagnata da un crudele senso dell’abbandono. In Pane e vino si raccontano gli sguardi della gente, di uomini sviliti dalle difficoltà quotidiane. Una realtà certo poco edificante. Pane e vino non ha la struttura corale di Fontamara, perché la narrazione è tutta imperniata sul protagonista e sui propri interrogativi. Entra nelle pieghe della vita dei suoi conterranei indagandosi su di una realtà che gli appartiene, nonostante sia stato lontano del suo paese d’origine. Dunque, una narrazione di grande impatto emotivo alimentata da un forte pathos, tale da suscitare empatia per i personaggi tutti.

Il segreto di Luca

Ne Il segreto di Luca del 1956, il protagonista, dopo aver subito una condanna ingiusta, torna al suo paese d’origine. Accolto con distacco dalla sua gente, sarà un ex-partigiano, attraverso una lunga indagine, a scoprire il segreto per cui l’uomo è stato condannato. Sviluppato come un giallo, è incentrato tutto sulle problematiche di coscienza di un giovane contadino innamorato, che non ha confessato per non compromettere l’onorabilità della sua amata. I personaggi sono tinteggiati con amare pennellate di verità, e plasmati dalla realtà appartenente alla terra d’origine del protagonista.

Da L’avventura di un povero cristiano del 1968 si evince il profilo di un uomo di chiesa.

Anche questa volta si racconta di un uomo che sta dalla parte degli ultimi: Celestino V, elevato al soglio pontificio. Disinteressato del potere terreno, il papa confida fermamente in una religione rivolta ai poveri e agli umili di cuore. Pressato però dal cardinale Caetani, sarà costretto ad abdicare in favore dello stesso, il quale diviene papa col nome di Bonifacio VIII.

È questa un’ambientazione inedita per Silone, sia per il tempo in cui i fatti sono collocati sia perché si racconta di personaggi estranei al mondo contadino di cui ha trattato nelle sue precedenti opere.

La storia di Celestino V è un’occasione nella quale Silone affronta un tema a lui caro: quello di una fede non irreggimentata dentro a schemi predefiniti, ma generata da un’idea di sacralità, che ha permeato tutte le scelte di vita dello scrittore.

Dopo essere entrato a pieno titolo nel novero dei classici della letteratura, nel 1978 Ignazio Silone abbandona per sempre questo mondo, dopo aver combattuto per renderlo un posto migliore.

 

Written by Carolina Colombi

 

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