“In canti di versi” di Ilaria Biondi: la musica della natura e i suoi riflessi in versi

“In canti di versi” di Ilaria Biondi: la musica della natura e i suoi riflessi in versi

Mag 28, 2017

Ilaria Biondi, nata a Parma nel 1974, si è laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Ateneo bolognese, per poi conseguire il Dottorato di ricerca in Letterature comparate, vivendo a lungo in Francia.

In canti di versi

Da anni si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione. Collabora con riviste e portali culturali, curando numerose recensioni critiche. Appassionata di svariati generi letterari, è anche lettrice volontaria presso l’Ospedale dei Bambini di Parma.

In canti di versi costituisce il suo esordio poetico, pubblicato dalle Edizioni Il Papavero nel 2017, con copertina curata da Greta Binati, prefazione di Monica Morettini e postfazione di Emma Fenu.

L’esergo, costituito da versi di Antonia Pozzi, tratti da Rinascere, bene ci introduce nei temi e nelle atmosfere della raccolta, costituita da quarantaquattro componimenti lirici, contraddistinti da immagini delicate, ricchezza di figure retoriche, specie metafore, analogie, anche ossimori, nonché da innumerevoli figure di suono, in versi che non disdegnano rima o assonanza, creando una partitura musicale ben ritmata e coinvolgente.

Tutto ruota attorno a una Natura onnipresente, ove il respiro e la mente si nutrono, si perdono come assorbiti, si ritrovano come nella dimensione ideale e più propria. In un senso di generale sospensione e attesa, assetata di azzurri splendori è la voce lirica di questa raccolta, capace di aspettare / un mattino fecondo.

La lezione della grande stagione poetica otto-novecentesca non è passato invano, ma ha conquistato ampi spazi d’immaginario e portato ricchezza di lessico, ritmi, immagini e figure dietro le quali occhieggiano, in varia misura, impronte carducciane, pascoliane, dannunziane.

Costante è l’umanizzazione degli elementi naturali, in primis piante e fiori. La viola paziente, il petulante narciso, anemoni sfrontati, il petalo ritroso della rosa canina, il giacinto impudente, il grano che freme, la fronda scontrosa della felce, il caparbio effluvio della salvia, le peonie taciturne, sono tutti protagonisti e testimoni di un vivere in un tempo senza tempo, nella naturalità perfetta dei cicli stagionali, infiniti.

Un canto antico e così nuovo, così vero, così fresco. Ispirazione viva, genuina, sostenuta da un naturalissimo senso del ritmo che ingenera realmente un canto, suadente, capace di assorbire tutti i sensi. Preziosi termini, fuori dal colloquiale, s’incastonano nel tessuto versificatorio, sostenendone un livello medio-alto e rendendo pienamente un senso d’aulicità all’altezza del grande e variegato tema “senso-sentimento-naturalità-ispirazione-aspirazione” che pervade tutta la silloge.

Ilaria Biondi

Un Tu imprecisato è, a volte, al centro del pensiero e del sentimento di alcune liriche, non uomo, non donna, ma un Tu che ben può essere universale e, dunque, aderire al sentimento, al vissuto o all’immaginario d’ogni lettore cui certo non mancano occasioni d’immersione e immedesimazione in un universo lirico ampio e accessibile. L’immagine di un uomo con ciglia di vento e labbra odorose d’acacia bene incarna e manifesta il poderoso senso panico del mondo lirico qui espresso dalla Biondi.

Ardite figure retoriche tracciano quadri d’innegabile bellezza, di sacra poesia che, davvero, pare difficile credere sia opera d’esordio di un animo lirico, quello d’Ilaria Biondi, già maturo, ricco, creativo e dotato di un’ampia gamma di strumenti tecnico-critici, oltre che di quel senso innato e speciale che fa di un autore un Poeta.

Come Saggio è il volo della gazza stupita/ che si arresta sull’isterica soglia del tempo/ inchiodando sui rovi brinati/ la sua chioma leggera di sogni così, simile, è il cuore – caparbio funambolo – nell’aspettanza muta/ di una stagione ovale.

In queste due immagini, tra le numerose altrettanto ricche di significati, mi pare di poter inquadrare l’Io lirico che Ilaria Biondi ha espresso nella silloge, ove agreste letizia culla i giorni dei sensi, pervasi da una sottile, limpida, velata e pur fortemente presente voluttà, in cui l’eros è natura nella natura stessa, che appare, così, come inizio, causa e fine ultimo.

 

Written by Katia Debora Melis

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: