Intervista di Irene Gianeselli ad Antonj Donegà e Jacopo Monaldi Pagliari: “Il Male non ha eroi”

Intervista di Irene Gianeselli ad Antonj Donegà e Jacopo Monaldi Pagliari: “Il Male non ha eroi”

Mag 25, 2017

Una scrittura rapida, tagliente, che crea una atmosfera sospesa. Da un lato la lingua dei dialoghi, molto più americana che inglese, dall’altro lo spazio angusto e asfittico, tentacolare ed allo stesso tempo pronto a dissolversi in cui si muovono i protagonisti.

Jacopo Monaldi Pagliari – Antonj Donegà

Si alternano i punti di vista, l’adesso e il passato, ma è costante la cura al dettaglio, l’estrema precisione con cui vengono descritte le situazioni e i movimenti dei personaggi. Nel complesso la forte impronta contemporanea con cui viene raccontata la storia stride piacevolmente con l’ambientazione nella Londra del 1919 e con il tono a tratti epico di alcune sequenze.

Un finale inaspettato e rischioso per una storia stratificata: ogni capitolo comincia con una nuova tensione che lascia inizialmente spaesato il lettore e allora sì, viene da pensare alla morfina, splendida e sadica amica. Questo è Il male non ha eroi di Antonj Donegà e Jacopo Monaldi Pagliari che incontriamo in questa intervista.

Antonj Donegà, è un appassionato scrittore al suo secondo romanzo. Il suo romanzo da solista è Le Ali di Cenere, è a sua volta primo di una saga fantasy dagli aspetti dark e un po’ dimenticati. Nonostante il genere sia molto trascurato in Italia, la sua passione per i grandi classici inglesi e i contemporanei europei non lo fa desistere dal raccontare storie di luoghi fantastici e mondi fatati, nella speranza che, un giorno, anche il suo Paese natale possa infine prendere in considerazione una branca tanto importante della letteratura.

Il Male non ha Eroi è il suo primo romanzo a quattro mani con Jacopo Monaldi Pagliari, attore e drammaturgo. Jacopo è finalista del premio Hystrio per le nuove drammaturgie nel 2016. Si è avventurato nel Noir dopo aver esplorato il genere in alcuni spettacoli che ha scritto, primo fra tutti Eight finalista al premio Nazionale per la drammaturgia Platea.

 

I.G.: Come è cominciato il vostro progetto di scrittura?

Il male non ha eroi

Antonj Donegà: Ovviamente, come tutte le cose che nascono dal nulla, è cominciato come un gioco. Io e lui scriviamo insieme da più di dieci anni, ci si conosce come le nostre tasche. Avevo appena finito di scrivere il mio primo libro, stavo lavorando al progetto del secondo e, proprio mentre stavo per accingermi a buttarlo giù, lui mi ha chiamato. Aveva finito d’un fiato di leggere il mio testo e, reduce anche lui della stesura del suo ultimo testo teatrale, mi ha proposto un progetto a quattro mani. Non ho saputo resistere.

Jacopo Monaldi Pagliari: Nonostante si provenga da due differenti mondi della scrittura, per Antonj è il meraviglioso mondo del fantasy e per me, la drammaturgia teatrale, abbiamo sempre intersecato le nostre conoscenze per gioco, come detto da lui circa per una decina di anni appunto. Appena mi è arrivato il suo libro ero avido di sapere cosa aveva mai partorito. Ho letto con bulimia, concludendo la lettura in meno di 48 ore su un Fantasy di circa 400 pagine. Ora, mi rendo conto che questa possa sembrare la recensione Amazon di un utente entusiasta che ha acquistato il suo libro, ma appunto da fruitore me ne sono innamorato ed, una volta concluso, ho acceso una sigaretta e l’ho chiamato. Dovevamo scriverne uno insieme.

 

I.G.: Scrivere a quattro mani è una esperienza interessante, specialmente oggi, perché sicuramente avrete avuto la necessità di riflettere molto sia sulla trama che sullo stile. Potete parlarcene?

Antonj Donegà: Come dicevo io e Jacopo ci conosciamo da più di dieci anni e sappiamo quali sono i reciproci punti di forza e di debolezza. Non sarebbe stato difficile tracciare una linea unica, uno stile unico e una forma unica per il testo, ma non sarebbe stato nostro a tutti gli effetti. Ecco perché ho proposto a Jacopo di “improvvisare”; quando mi chiamò per il progetto, mi venne in mente un’idea: perché non costruire un libro giocando con l’altro scrittore, senza cioè che l’altro sapesse cosa stesse scrivendo il collega? E così abbiamo iniziato, ci siamo dati un numero minimo di pagine, io ho inviato a Jacopo il primo capitolo di “Fumo di Londra” senza che lui sapesse assolutamente nulla della trama, e la stessa sera lui mi ha risposto con il primo capitolo del Dixie senza che io sapessi dove voleva andare a parare. Nessuno dei due sapeva le trame dell’altro, e ci siamo concessi soltanto pochissimi strappi a questa regola (un’ora sul finale della prima parte e un’ora sul finale della seconda) per tirare le fila. Le possibilità di riuscita del testo erano davvero poche, ma fortunatamente ci conosciamo abbastanza per cogliere “gli aiuti” nel testo senza fatica, e il risultato lo avete letto.

Jacopo Monaldi Pagliari: Credo che Antonj abbia detto tutto.

Antonj Donegà: Così non vale! Avanti, dì qualcosa!

Jacopo Monaldi Pagliari: Qualcosa? Tipo un retroscena?

Antonj Donegà: No, niente retroscena. Lo avevamo concordato.

Jacopo Monaldi Pagliari: No, avevamo concordato che avremmo finto di essere persone serie, è molto differente. Ok, ok, ci sono. Antonj ha parlato della modalità e delle scelte fatte, io posso parlare della completa immersione che hanno causato queste scelte. Per circa quattro mesi credo di aver vissuto a cavallo fra due mondi, dove la libertà la faceva da padrona. Questo ha avuto un impatto emotivo immenso, e mi permetto di dire per entrambi, che ha portato a partecipare della vita dei personaggi che stavamo creando. Incredibile.

 

I.G.: Quali sono i vostri punti di riferimento nella scrittura?

Antonj Donegà

Antonj Donegà: Personalmente, da grande lettore che spazia in ogni genere, non riuscirei a dare un punto di riferimento preciso. Amo davvero il fantasy classico, da Ursula K. Le Guin a Tolkien, adoro il fantastico e il grottesco di Poe, di Ende e di Lovecraft, l’investigativo di Doyle e del suo inimitabile primo protagonista (anche se è forse Watson, il mio eroe segreto). Insomma, sarebbe riduttivo con queste premesse dare un punto di riferimento preciso.

Jacopo Monaldi Pagliari: Per un dammaturgo la questione è leggermente diversa. Il campo da gioco è diverso. Completamente. Ma da lettore posso dire di poter spaziare dai romanzi di formazione psicologica alle più particolari traduzioni dell’Amleto, come alla grande prosa dei signori sopra citati da Antonj. È una questione più fumosa, diciamo.

 

I.G.: Perché avete scelto di ambientare il romanzo nel 1919? Anouilh, Eliot, Dostoevskij, Sturluson, Poe… le citazioni fanno parte del romanzo, sono quasi una seconda traccia da seguire per i lettori. Potete parlarcene?

Antonj Donegà: Posso rispondere solo alla prima parte della domanda, alla seconda sono sicuro risponderà Jacopo in modo più esaustivo. Ho scelto quel periodo storico per più ragioni: la prima, ovviamente la più ovvia, è perché l’ambientazione è l’ideale per un testo noir. I palazzi antichi, i vicoli fumosi, i passanti schivi si prestano tutti davvero bene per celare un mistero. In più, visto il modo in cui abbiamo costruito la storia, quel tipo di ambientazione dava modo ad entrambi di avere alcune uscite di riserva per costruire la trama, nel caso in cui l’altro non cogliesse l’aggancio giusto per scrivere il capitolo successivo. Sulle citazioni, lascio la parola a Jacopo, in quanto sono una sua creazione, a dir poco azzeccata, e pertanto non mi sento di spiegare al suo posto.

Jacopo Monaldi Pagliari: La mia idea iniziale era far accadere a capitoli dispari qualcosa che si intersecasse con i fatti realmente accaduti nella Cronaca Europea. Un doppio, concreto, di quello che stavamo scrivendo, poi l’evoluzione del pensiero ha condotto ad uno sguardo più ampio. Mentre questa scelta avrebbe portato ancora più all’entropia il sistema, rischiando l’autoreferenzialità storica del romanzo, l’idea di bucare la parete ed allargare alla letteratura esistente fino a quel preciso istante con una giusta dose di innocenza, ci ha colpito e l’abbiamo scelta. Il gioco poi è stato semplice, ogni citazione doveva rappresentare uno stato d’animo proprio del capitolo in questione.

 

I.G.: Il titolo rimane come un sorriso amaro, come è nata questa storia?

Antonj Donegà: Il Male non ha Eroi non è un titolo, almeno non è uno di quei titoli che si trovano di solito sulle copertine. Volevamo che fosse originale, criptico e, a suo modo, evocativo. Così, più di un titolo, abbiamo dato vita ad una massima, che però si presta benissimo a questa storia. Nessun personaggio veste il ruolo dell’eroe, ogni personaggio è preso dalle estrazioni sociali più umili, fa lavori a dir poco discutibili, ha un trascorso che non si direbbe proprio “casto e puro”; eppure, nella storia, è grazie a loro se il bene trionfa sul male, ma nessuno se ne accorgerà mai, perché nessuno guarda mai alle piccole azioni di persone che non vengono giudicate integerrime.

Jacopo Monaldi Pagliari: Questa volta hai davvero detto tutto tu.

Antonj Donegà: Non ho saputo resistere.

Jacopo Monaldi Pagliari: L’idea in effetti è venuta a te, ma consente di poter cambiare punto di vista. Ha permesso di poter creare lo sforzo mentale necessario per aver una commistione di idee sul come concludere il romanzo, una volta arrivati a metà. Ogni cosa da lì in poi si è perfettamente allacciata e quando non accadeva…

Antonj Donegà: Jacopo!

Jacopo Monaldi Pagliari: Sì?

Antonj Donegà: Niente retroscena!

Jacopo Monaldi Pagliari: Non sono sconosciuti ed è giusto che lo sappiano… quando le cose per una pura coincidenza, non aderissero alla perfezione, passavamo le nottate assieme a cercare delle soluzioni che non solo tornassero logicamente, ma che ci entusiasmassero. Un lavoro estremamente coinvolto.

Antonj Donegà: Ah e quindi non hai il coraggio di dirla fino in fondo?

Jacopo Monaldi Pagliari: Cosa intendi dire?

Antonj Donegà: Che quelle nottate le abbiamo passate come degli schizofrenici su Skype, con un segnale orribile, mentre le nostre rispettive donne si facevano impacchi agli occhi di valeriana per non odiarci?

Jacopo Monaldi Pagliari: Ed io che ho detto?

 

I.G.: Si tratta di un romanzo decisamente corale. Come avete strutturato i personaggi?

Jacopo Monaldi Pagliari

Antonj Donegà: Io mi macchio della colpa di aver creato Will e Beth, Jacopo ha creato il Divinatore e il Dixie, entrambi abbiamo delineato qualche aspetto prendendo in prestito i personaggi dell’altro, ma principalmente la divisione che mi sento di dare è questa. Non voglio entrare troppo nello specifico parlando dei personaggi, perché se lo facessi sarei costretto a fare spoiler sul libro, e questa storia si regge appunto sulla scoperta ad ogni pagina di una nuova scena in cui tuffarsi. Cercherò quindi di essere vago, e di rispondere in modo più esaustivo possibile. Will, il ragazzino fulvo è il primo ad uscire allo scoperto nella storia. Avevo bisogno di un personaggio debole, un giovane spettatore ad eventi più grandi di lui, che potesse crescere nella vicenda assieme al lettore. Magari può sembrare un personaggio secondario, una comparsa spiacevole che gli altri protagonisti devono portarsi dietro, ma ogni volta che si arriva al culmine di questa esasperazione, il ragazzo si rivela fondamentale. Elisabeth, invece, è l’esatto contrario. È una donna decisa, che prende l’iniziativa, si tuffa nelle vicende e protegge William con un istinto materno fuori dal comune. Ha un passato turbolento, che la tormenta e l’ha cambiata nel corso degli anni, ma ciò non le impedisce di prendere il coraggio a quattro mani ed affrontare ogni avversità per portare a termine il suo compito, proteggere il ragazzo da chi lo sta inseguendo. Come Jacopo non volevo dei personaggi stereotipati, volevamo che la storia li portasse a mutare e ad evolvere nelle pagine, a prendere delle scelte. Credo di poter affermare a nome di entrambi che il risultato sia esattamente quello che ci aspettavamo, se non meglio.

Jacopo Monaldi Pagliari: È stata una operazione di bella democrazia, potevamo creare quello che ci serviva per la trama che avevamo in testa senza avere il timore di complicare il lavoro dell’altro. Un gioco di incastri venuto praticamente al buio. L’esempio maggiore di tutto questo è Angus, creato per fare un grosso stacco alla Doyle, si è trasformato poi in una compiuta vita che si snodava per la schiena del libro. Dopo averlo messo nella mischia con totale incoscienza di ciò che stavo facendo, visto che compare molto presto nel libro, gestendolo insieme, si è perfettamente adeso alla trama, quasi spontaneamente. Da lì in poi, ovvio, le cose si vanno ad approfondire per poterle rendere quanto più concrete, nel suo caso. Come invece, da un personaggio poco concreto come il Divinatore, anch’esso buttato nella mischia e poi condiviso, non ci si aspettasse un incastro così netto. Tutto era fattibile. Complesso, incredibilmente, a volte stonato quasi, come può essere la scrittura in prima persona del Dixie, scelta precisa e voluta, perché quella leggera non diatonia avrebbe messo il lettore davanti ad una scelta forte: amare od odiare il personaggio. Ecco, tutto questo è stato pazzesco.

 

I.G.: Ci sarà un seguito?

Antonj Donegà: Io e Jacopo ne abbiamo discusso. Fosse stato per lui avrebbe scritto il primo capitolo del secondo libro il giorno dopo, è colpa mia se ciò non è accaduto. Questo libro è il frutto di un enorme sforzo fisico e mentale, e come tale ha richiesto tutto il nostro tempo e le nostre capacità. La sto prendendo lunga, troppo lunga. Ci sarà un seguito. Presto.

Jacopo Monaldi Pagliari: È un mondo incredibilmente nuovo, vastissimo, senza i limiti teatrali della messa in scena; mi ha travolto. Bisogna scrivere un seguito, lo percepisco fisiologicamente. Poi, dovessero essere di più, questo non posso dirlo, dipenderà da come andrà a finire il secondo.

Antonj Donegà: Ora capisci perché dobbiamo andare avanti con i giusti tempi?

Jacopo Monaldi Pagliari: Perché non vuoi avere un esaurimento nervoso?

Antonj Donegà: Precisamente.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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