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“Kong: Skull Island” di Jordan Vogt-Roberts: lo scimmione e i suoi creatori hanno preso gli steroidi

Sono passati 84 anni dalla prima, indimenticabile apparizione dello scimmione più maestoso di sempre, un pupazzetto di mezzo metro cinematografato in bianco e nero da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack nel lontano 1933, fatturando il weekend d’apertura più redditizio fino ad allora.

Kong - Skull Island

Nel 2017 parliamo di reboot, ovvero del rilancio del mitologico brand grazie al secondo lungo di finzione per il grande schermo firmato da Jordan Vogt-Roberts, “Kong: Skull Island, il quale com’è evidente torna a disegnare (e reinventare) la celeberrima Isola del Teschio, l’ultima frontiera della civilizzazione, terra sconosciuta circondata da una perpetua nube temporalesca (ad oggi soluzione più scioccante di una semplice fittissima nebbia), bypassabile solo attraverso le rilevazioni satellitari.

È infatti il 1973, appena accordata la tregua fra USA e Vietnam: un’epoca, coeva a quella riprodotta nel primo remake del 1976 diretto da John Guillermin, che sa ancora giustificare la lacuna cartografica al centro della quale sta “un mondo in cui Dio non ha terminato la creazione”.

Il disomogeneo corpo di spedizione, composto in massima parte da uno squadrone militare capitanato da un colonnello tutto d’un pezzo (Samuel L. Jackson), cui si accollano un agente governativo (John Goodman) e il suo braccio destro, sismologo di colore (Corey Hawkins), un esperto in sopravvivenza (Tom Hiddleston), una fotografa irenista (Brie Larson) e altri minori figuri, col patrocinio di un senatore parte all’avventura animato dal desiderio di capire come sfruttare la landa (tutt’altro che) desolata.

Va puntualizzato qui che la struttura narrativa non appare più ad anello, come voleva il concept originario adottato nel 1933, nel 1976 e nel 2005: ci s’imbarca dall’America per il Pacifico, ma dì lì non si torna ingabbiato nella stiva un primate di abnormi dimensioni.

I motivi sono diversi: innanzitutto l’assente interesse dimostrato verso la creatura, lungi dall’essere intesa come lucroso fenomeno attrattivo, divenuta invece mera macchina di morte su cui scatenare un’implacabile vendetta, perpetrata da un villain nettamente contrastante con quelli già incontrati sin qui, in risposta alla non proprio cordiale accoglienza (collocata decisamente in anticipo rispetto i sopracitati episodi, portando così a conclusione nel giro di meno di 2 ore lo sviluppo complessivo dell’opera, interponendo quest’ultima in termini di durata fra il capostipite di 1:40h e la rivisitazione di Guillermin di 2:14h, entrambi al contrario ben distanti dagli approfondimenti operati da Peter Jackson nell’arco di 3:07h).

Kong - Skull Island

Quindi, si impone la difficilmente gestibile stazza di Kong, quotato 31,6 metri (il più alto fra tutte le apparizioni hollywoodiane), ma fin dalla sua esordiale performance a figura intera collocabile piuttosto sull’ordine delle centinaia (non osiamo arrovellarci sulla plausibilità dell’interdipendenza fra gigante e territorio).

Ancora, la sua indubitabile inavvicinabilità, assicurata dalla brutale agilità di cui si è trovato capace, non avendo peraltro terminato al tempo della vicenda il suo processo di crescita, abile e pompato come un lottatore di SmackDown, più acuto di molti individui umani.

Un simile corredo di prestanze fisiche e psichiche non lo rende agli atti indiscusso protagonista della scena (ruolo rubato dalla troupe di non appassionanti ricercatori), consacrandolo semmai ad autentico antieroe solitario, ultimo rude e fascinoso esponente di una stirpe ormai estinta, re epigono minacciato dagli “strisciateschi” delle profondità avernali in vece dei dinosauri (e non solo, a dirla tutta: ma di “Godzilla VS Kong” riparleremo al sorgere del nuovo decennio), autorità terribile ma indispensabile anche per la tribù autoctona, la quale tuttavia nel suo placido silenzio più non soggiace rozza e paurosa, come vorrebbe “la storia ufficiale”, ad un tiranno antropofago, pure venerato come un dio, disposto al contrario a rischiare la vita per mantenere intatto l’equilibrio del proprio reame e a preservare la completa incolumità dei sudditi bipedi.

Per riuscire nell’impresa è necessario lo scontro, la lotta sanguinosa senza esclusione dei colpi, che Vogt-Roberts cattura ereditando la lezione impartita dal succitato maestro neozelandese, drogando lo spettatore con tutta la gagliardia dell’avvolgente apparato sonoro e degli stupefacenti effetti visivi derivanti dallo stanziamento di 185 milioni di dollari, abbagliandolo con tinte fotografiche fin troppo cariche, portando la spettacolarizzazione della violenza ad un’affermazione bulimica, emblema di un cinema spaccone che vuole, oltre l’intrattenimento più schiantante e fracassone, distogliere l’attenzione dagli aspetti meno encomiabili della propria estetica.

Kong - Skull Island

Naturalmente dove rinvenire questi nei se non nelle incertezze e nelle in-credibili capriole del soggetto, zeppo di risoluzioni azzardate, saltuariamente persino comiche, affidate alla perspicacia dei personaggi, su tutti quello femminile interpretato da una Larson dichiaratamente intelligente, emancipata, seduttrice (ecco uno dei rari e significativi rimandi alla saga madre), e però in buona sostanza sprecata come il resto del cast (John C. Reilly compreso, “Babbo Natale” ospite dell’isola da una trentina d’anni), impacciato nel tentativo di attribuire un minimo di onorabilità e spessore psicologico ad una sceneggiatura leggera, firmata oltretutto da un trio comprendente il talentuoso Dan Gilroy (“Lo sciacallo – Nightcrawler”, 2014), sulla scia dell’adattamento degli anni ’70, che se rinuncia ad ogni riferimento sessuale (niente più “Gola profonda”!), comunque si stempera nell’ostentazione di sentimenti stiracchiati, arcinoti, ridondanti, in definitiva fallaci, sia fra uomini e uomini che fra uomini e bestia?

È lecito domandarsi fino a che punto si spingerà Hollywood nello sfruttamento di un simile format, coacervo di luoghi comuni dell’esposizione cinematografica, dal ritratto bonaccione delle milizie in testa al film ai sensibilmente estesi titoli di coda in cui si può gustare il colossale (ed efficace presso il pubblico medio perché stereotipato) commento musicale di Henry Jackman.

Nel suo essere summa delle risposte preconfezionate alle esigenze di un pubblico dai gusti statici e dissoluti, Kong: Skull Island” potrà ammaliare gli occhi e le orecchie, scalzando altezzoso le membra meccaniche innegabili trionfi della tecnica dei decenni passati, ma impegnato com’è nell’ingaggiare insicure relazioni con correnti artistiche troppo diverse fra loro lascerà fiacco e inappagato il cuore.

 

Voto al film

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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